Fammi un sorriso

29 02 2008

C’è chi ne abusa. Altri le inseriscono a casaccio. Non manca chi le accusa di corrompere la lingua. Solo pochi riconoscono di non farne a meno, ma tutti le usano continuamente.

Eccole qua: :-) ;-) :-( :-D :-o :-P

Sono le emoticone o smileys o faccine, come vuoi chiamarle. Evitano malintesi, accompagnano una battuta, esprimono un sentimento. Indispensabili in tutte le forme di scrittura che imitano il parlato - chat, mail, sms -, sostituiscono la nostra faccia, il corpo che per iscritto non possiamo mostrare. Eppure quasi nessuno pensa di dover imparare a usarle. Non troppe, né troppo poche, ma in giusta dose: come il sale in cucina.

Per ricordare quanto siano importanti, di solito mostro questo dialogo. Anna e Marco (i nomi sono fittizi) si amano moltissimo ma vivono in città lontane. Si vedono una volta al mese e usano Internet e il telefono per comunicare ogni giorno. Questo brano proviene da una loro chat, che Anna mi ha regalato:

<Anna> Marco!!!!
<Marco> Anna!
<Anna> MI MANCHI :(
<Marco> anche tu mi manchi =(((
<Anna> si mi manchi anche se sei qui xro’ :(
<Marco> e come?
<Anna> boh
<Marco> boh?
<Anna>siiii ma non lo so ti sento lontano
<Marco> come mi senti lontano?
<Marco> se sono qui
<Anna> si ma non lo so, sei assente, con chi stai parlando oltre me?
<Anna> :’(
<Marco> no daiiiii, NESSUNO
<Marco> Anna
<Marco> be’ anche tu x me sei assente ma forse xché io vorrei vederti fuori da sta chat
<Anna> beh ma sii felice che la chat c’e’
<Anna> pensa se non ci fosse..
<Marco> se non ci fosse non ti avrei conosciuta
<Anna> :)
<Marco> pero lo stesso
<Marco> mi manchi
* Anna fa una carezza a Marco
<Anna> :) pero’ non prendertela dai
<Marco> Anna per cosa dovrei prendermela?
<Marco> xché non ti vedo?
<Marco> non me la prendo, solo mi dispiace
* Anna sospira
<Anna> lo so lo so
<Anna> adesso sono scazzata
<Marco> xché? =((((((
<Anna> xche’ si
<Anna> mi sembra di aver buttato via la serata
<Marco> con me?
<Marco> ancora?
<Marco> =((
<Anna> no non ce l’ho con te dai Marco
<Marco> eh ma sei scazzata uffi
<Marco> ora sono io che te lo chiedo
<Marco> fai un sorriso
<Marco> fammi un sorriso
* Anna abbraccia Marco
<Marco> tvtb
<Marco> non hai fatto il sorriso cmq
<Anna> anche io
<Marco> hihi
<Anna> no
<Marco> fallo
<Anna> non ho voglia
<Marco> daiiiiiii
<Anna> adesso sto abbracciata a te e basta
<Marco> dai dai dai dai
<Anna> ho detto no
<Marco> ok
<Marco> domani cosa fai di bello?




Gravity Set Me Free

27 02 2008

Oggi sono di poche parole. O meglio, non ho risposte chiare a una domanda (con relative sotto-domande) che mi faccio sempre, quando resto incantata a vedere gli spot della Freddy. E anche un po’ commossa, lo ammetto.

Perché le donne occidentali da piccole vogliono fare la ballerina?

Sono tante, tantissime quelle che condividono questo sogno più o meno segreto. Di tutte le generazioni: ragazze, adulte, anziane.

E perché gli uomini no? Non ci pensano o non lo confessano? Perché Billy Elliot è un’eccezione?

Io da sola non riesco a rispondere.

Ci proviamo assieme?

Ma prima goditi lo spot. (Quel pavimento che brucia e li costringe a saltare…) In silenzio, please.




Una ricerca tabù 2

26 02 2008

Qualche settimana fa si diceva quanto sia difficile, in Italia, parlare di chat, siti di incontri personali, Meetic e annessi vari, senza che qualcuno sbuffi a ridere perché pensa che la cosa sia strettamente riservata a maniaci sessuali, o a gente messa talmente male da non poter che rimorchiare su Internet. Al contrario, dicevo, si dovrebbe istituire in Italia un osservatorio sul dating on line, tipo quello del MIT di Boston. Ma intanto basterebbe qualche tesi di laurea, aggungevo pure.

Basta mettere a confronto lo spot di Meetic in Italia, in onda sui canali generalisti dal 2006 e diretto da Gabriele Muccino, con quello diffuso in Francia. La localizzazione la dice lunga sulle differenze fra i due paesi, accidenti.

Quello italiano conferma il pregiudizio (risolini, facce imbarazzate) e propone la menzogna come stratagemma per evitarlo (ma guarda un po’) e l’accettazione dei genitori (oooh) per la redenzione finale.

In quello francese, un rapidissimo montaggio di immagini ci restituisce una visione dell’amore eterosessuale che è pur sempre idealizzata e romanticamente mirata al matrimonio (su questo non ci sono dubbi), ma cerca almeno un minimo di contatto con la realtà: preservativi, ecografie, tatuaggi, sesso in camporella, litigi. Per molto meno in Italia scatterebbe la censura.

Grazie a Marcella per la segnalazione dello spot francese.

Meetic Italia

Meetic Francia




La parabola del video di Giorgia

25 02 2008

Insomma, io mi immagino che sia andata così.

Un giorno Giorgia, simpatica blogger fantasiosa e melomane (che non conosco di persona), incappa nel video di Will.i.am per Barack Obama (sì, lo stesso che abbiamo commentato in questo post), osserva le differenze fra la campagna di Obama e quella di Veltroni, nutre qualche dubbio sul nesso fra “Yes we can” e “Si può fare” (un po’ come quelli che nutrivamo noi), e si ingegna per inventarsi una traduzione più consona al Bel Paese. Le viene in mente “Ies ui chen” e mentre ci pensa le scappa da ridere. Carino, no?

Ah, non ti ho detto che Giorgia si diletta di foto e smanetta pure con Adobe. Facile immaginare, dunque, che in quattro e quattr’otto riesca a metter su un bel video ironico sulla campagna elettorale italiana, tutto giocato sullo “Ies ui chen” che s’è inventata.

Alla fine, il 22 febbraio, Giorgia piazza il suo giocattolino su YouTube. Per un po’ la nostra eroina incassa i complimenti di amici e parenti: “beeello”, “sei troppo forte” e altre delizie del caso. Attenzione però, le coccole non arrivano solo perché “ogni scarrafone è bello a mamma sua”: il video è davvero divertente, fra poco lo vedrai.

Talmente carino che se ne accorge persino Beppe Grillo (la sua redazione) e il giorno dopo (il 23 febbraio) ecco che lo linka dal suo blog. Booooom. Il giocattolo di Giorgia schizza alle stelle: in 24 ore è visto più di 30.000 volte e in questo istante siamo a quota 52.154.

È nata una star, starai fantasticando. Tutto merito di Internet, che bel finale… mi pare di sentirti.

Niente di tutto questo, ohimè. Da quel momento, Giorgia inghiotte amaro: una pioggia di volgarità, commenti demenziali, insulti arriva sul suo video da YouTube e dal blog di Grillo. Tutti che fanno a gara per distorcere, fraintendere, piegare a favore proprio e scapito altrui il sorriso che il video induce, la speranza che adombra. Tanto che Giorgia decide, suo malgrado, di bloccare i commenti su YouTube; almeno quelli, visto che nel blog di Grillo non lo può fare.

Morale della favola (con annessa domanda): la quantità non porta qualità, ci pareva di saperlo. Ma quante volte la retorica dei numeri che affligge Internet e la comunicazione di massa ce lo fa dimenticare? E non mi dire che tu non ci caschi, perché lo vedo come ti brillano gli occhi e lo so cosa stai pensando: che tutto sommato il link di Grillo ha regalato a Giorgia un grande pubblico, e allora di-cosa-si-lamenta-lei.

Infatti non si lamenta. Però è perplessa. E pure io lo sono. Molto.

Qui puoi leggere come Giorgia ha raccontato i fatti (e mi scuserà se ne ho tratto una parabola).

Qui sotto c’è il video. Prima divertiti. Poi fa’ una pausa, tira il fiato e leggi un po’ di commenti.




Per le rime

23 02 2008

“Le allitterazioni allettano gli allocchi”, diceva Umberto Eco in una Bustina di Minerva che uso sempre nei corsi di scrittura.

Ma pure dalle rime ti devi guardare, perché sembrano piacevoli anche quando sono stucchevoli. :-)

A meno che tu non sia brava come Dino Campana in questa poesia. Lo so che è stracitata (almeno dopo un paio di film italiani), ma prima o poi dovevo dedicarle un post (oltre al sottotitolo del blog).

La amo da quando andavo a scuola, perché mi sento un po’ così:

Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare

Senti anche tu le onde?




Gesti di ordinaria incoscienza

22 02 2008

Ricordi quando ci chiedevamo se fosse possibile usare immagini normali e quotidiane per trattare temi sociali? Intendo: senza passare dal luccichio della pubblicità commerciale? Ma senza avvolgere l’argomento in una nebbia di spiacevolezza, per cui lo spettatore medio finisce per guardare altrove e non pensarci più?

In questo post avevo espresso i miei tanti dubbi sull’efficacia di associare immagini sottotono alle catagorie più deboli della popolazione (donne, omosessuali, disabili, migranti). In quest’altro, avevo proposto lo splendore della campagna Sidaction.

Dal 1° dicembre scorso, sulle tv generaliste e nelle sale cinematografiche, va in onda uno spot per la prevenzione dell’Aids promosso dal Ministero della Salute e diretto da Francesca Archibugi. Lo spot mette in scena un coppia di ragazzi mediamente carini, normalmente inzainati per le vacanze, che esitano davanti alla farmacia di un aeroporto qualunque. Lui non vuole entrare perché “si vergogna”, lei lo trascina e alla fine comprano una scatola di preservativi, no, “anzi due”. Nel frattempo, prima la voce poi il volto di Ambra Angiolini ci ricordano, con tono serio ma sereno, che “un piccolo gesto di responsabilità può evitare una malattia terribile” e che “in Italia ogni anno ci sono circa 4000 nuovi casi di contagio del virus HIV”.

Obiettivo dello spot è normalizzare l’uso del preservativo, rappresentandolo come gesto ordinario di una coppia qualunque, già formata e affiatata. Mi sembra una buona idea.

Unico dubbio: la resistenza a usare il preservativo è molto più forte e generalizzata di come viene messa in scena qui. Riguarda tutto il mondo stupidamente incosciente dei rapporti occasionali non protetti, dentro al quale non stanno solo baldanzosi ventenni in partenza per un viaggio, ma anche (soprattutto?) trenta, quaranta, cinquantenni e oltre, single o accoppiati, che non hanno l’abitudine di usare il preservativo (né vogliono prenderla), perché “per amor del cielo, non lo sopporto”, perché “puzza di gomma”, perché “tanto a me non capita” o “vado solo con gente affidabile, io”.

Che ne è della normalità di questi?

 




Non solo donne per le donne

19 02 2008

Il 14 febbraio scorso a Roma, Napoli, Milano, Bologna, diversi cortei hanno sfilato in difesa della legge 194. Nel commentare i cortei, alcuni hanno salutato con gioia la presenza di molte ragazze a fianco di donne mature; altri hanno lamentato, al contrario, che di giovani ce ne fossero poche.

A Bologna le ventenni non mancavano, perché fra le promotrici della manifestazione c’erano Figlie femmine, collettivo femminista universitario. A Roma invece, pare che le ragazze scarseggiassero, come ha notato Emma Bonino in questa intervista. Eppure anche a Roma di giovani ce n’erano (vedi il post di Loredana Lipperini).

Se poi guardi il video di Repubblica che s’intitola “I battibecchi con le forze dell’ordine”, l’impressione è ancora un’altra: i battibecchi che mostra, più che con le forze dell’ordine, sono fra donne manifestanti e donne che non sopportano i disagi creati dalla manifestazione perché - dicono - non hanno tempo da perdere. “Ma voi non ce l’avete una casa, un lavoro?”, grida una ragazza esasperata. Anche se non c’ero, sono sicura che a Roma le cose siano andate meglio di così.

Però, però.

Il problema di queste manifestazioni è un altro, a mio modo di vedere. Non basta contare quante ventenni, quante donne, quante anziane. Il problema è che ancora oggi, a trent’anni da quando la 194 fu istituita, a quaranta dal ‘68, a marciare per i diritti delle donne sono sempre e soltanto le donne. Con l’aggravante che ormai sono di meno e - quel che è peggio - molto più scettiche e stanche di quarant’anni fa.

Eppure il problema delle diseguaglianze di genere è un problema di tutti, non solo delle donne. Lo dimostra il report annuale del World Economic Forum (e lo ricorda Lipperini nel suo Ancora dalla parte delle bambine): in tutti i paesi del mondo c’è una stretta correlazione fra alto grado di diseguaglianza fra i sessi e scarso sviluppo economico.

E allora? Perché le femministe non chiamano gli uomini nei loro collettivi, dibattiti, cortei? (Intendo tanti, tantissimi, non gli sparuti che di solito vi appaiono.) Perché gli uomini non sfilano anche da soli per difendere i diritti delle donne? E perché i ventenni, nati e cresciuti nella presunta parità dei generi, neppure si accorgono se la parità è minacciata?

Pensa quanto sarebbe bella una piazza stracolma di giovani, adulti, anziani, tutti rigorosamente uomini, tutti a difendere la 194. Boom che notizia. Pensa come bucherebbe il video.




Vivere col punto e virgola

18 02 2008

Nei corsi di scrittura si ripete spesso quanto sia difficile usare il punto e virgola in modo appropriato. Quanto sia meglio, nel dubbio, sostituirlo con un virgola o un punto - a seconda dei casi - e non pensarci più.

Vero, specie per la scrittura professionale, che cerca da anni - non sempre trovandola - la brevità e leggerezza del Web e della posta elettronica: se metti punto invece che punto e virgola, la frase si accorcia, il ritmo si fa più veloce e la lettura più semplice.

Anche in letteratura alcuni ne fanno a meno: trovami un punto e virgola in Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Io non ci sono riuscita; se ce la fai, avvisami. Io stessa mi sono privata del punto e virgola per qualche anno, e vivevo benissimo. Praticavo quello che Bice Mortara Garavelli chiama “estremismo interpuntorio”:

“A volte entra in gioco una sorta di estremismo interpuntorio: si vede nel punto e virgola sempre e soltanto una ‘pausa intermedia’ tra i segni che, graficamente, lo compongono e si pensa, eliminandolo, di azzerare le mezze misure” (B. Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari: Laterza, pp. 67-68).

Poi, un bel giorno ho visto come usa il punto e virgola Michel Houellebecq e mi sono innamorata. “Voglio fare come lui”, mi sono detta. (Nel punto e virgola, intendo.)

Cito a caso da Piattaforma:

“Mossi qualche passo nel soggiorno, senza peraltro riuscire a scaldarmi; non sopportavo l’idea di andarmi a coricare nel letto di mio padre. Alla fine, dopo esser salito a prendere un cuscino e un paio di coperte, mi sistemai alla bell’e meglio sul divano. Spensi dopo i titoli di coda del Il siluro controverso. La notte era fosca; il silenzio pure.” (M. Houellebecq, Piattaforma, trad. it. Milano: Bompiani, 2001, p. 14).

“Mi abbattei sul letto king-size e mi concessi una lunga sorsata di alcool; poi un’altra” (ivi, p. 89).

(Per imparare anche tu, leggilo tutto.)

Da allora ho ripreso a usare il punto e virgola; e vivo meglio. :-)




La differenza fra “Yes we can” e “Si può fare”

15 02 2008

Pare che il “Si può fare” veltroniano nasca dal “Yes we can” di Barack Obama. Lo dice Veltroni, lo dicono tutti. Copiato? D’accordo, ma quanta differenza c’è fra i due mondi possibili?

“Yes we can” è avvolgente, inclusivo, affermativo. “Si può fare” scarica su terzi (all’italiana) l’onere del fare, e ricorda troppo il “sepoffà”, ammiccante e romanesco, di certi malaffari di corridoio.

Il primo è accompagnato dalle parole, dalle immagini e dalla musica che seguono (e fanno venire voglia di volare subito in America).

L’altro invece?

Yes we can (le parole che stai per leggere, e che sentirai cantate nel video, sono l’ultima parte del discorso che Obama ha rivolto ai suoi sostenitori dopo le primarie nel New Hampshire)

“It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation.
Yes we can.
It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail toward freedom.
Yes we can.
It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness.
Yes we can.
It was the call of workers who organized; women who reached for the ballots; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land.
Yes we can to justice and equality.
Yes we can to opportunity and prosperity.
Yes we can heal this nation.
Yes we can repair this world.
Yes we can.
We know the battle ahead will be long, but always remember that no matter what obstacles stand in our way, nothing can stand in the way of the power of millions of voices calling for change. (We want change.)
We have been told we cannot do this by a chorus of cynics…they will only grow louder and more dissonant… We’ve been asked to pause for a reality check. We’ve been warned against offering the people of this nation false hope.
But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope.
Now the hopes of the little girl who goes to a crumbling school in Dillon are the same as the dreams of the boy who learns on the streets of LA; we will remember that there is something happening in America; that we are not as divided as our politics suggests; that we are one people; we are one nation; and together, we will begin the next great chapter in the American story with three words that will ring from coast to coast; from sea to shining sea: Yes We Can.”

Il video che stai per vedere è stato realizzato da Will.i.am, diretto da Jesse Dylan, figlio di Bob, e inserito su YouTube il 2 febbraio scorso.




Nera come l’ebano, ma con i jeans gialli

14 02 2008

Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli stereotipi, di cui parlavamo qualche post fa?

Diceva Zadie che usare uno stereotipo in letteratura “significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità.” (Zadie Smith, “Il fallimento riuscito”, Internazionale 725, 28 dicembre 2007, p. 10).

A me pareva invece che un uso calibrato (difficile, eh!) di alcuni stereotipi è necessario quando si scrive, perché rende più immediata la comprensione di un testo scritto.

Ho riletto da poco Denti bianchi. Tutti sanno che una delle cose più difficili è descrivere qualcosa senza annoiare. Un paesaggio, un oggetto, un personaggio: ne parli un po’ e, zac, la palpebra del lettore cala.

Le descrizioni di Zadie, al contrario, ti restano impresse nella retina come certi colori quando chiudi gli occhi.

Questa è Clara, protagonista di Denti bianchi, nell’istante in cui incontra Archie (che dopo sei settimane sposerà):

“Clara Bowden era bella in tutti i sensi, tranne forse nel senso classico, dato che era di colore. Clara Bowden era meravigliosamente alta, nera come l’ebano e la pelle di zibellino, con i capelli acconciati in una coda di cavallo che puntava in su quando Clara si sentiva fortunata, e in giù quando era depressa. In quel momento era in su. È difficile stabilire se questo fu significativo.

Clara non aveva bisogno di reggiseno - era indipendente persino dalla legge di gravità - indossava un maglioncino che le arrivava sopra la vita, e sotto indossava il proprio ombelico (splendidamente) e sotto ancora jeans gialli molto attillati. In fondo a tutto, scarpe dal tacco alto, marrone chiaro e con il cinturino, e su quelle scarpe lei scese giù per la scala, simile a una visione o, così sembrò a Archie quando si voltò a osservarla, come un purosangue ben addestrato” (Zadie Smith, White Teeth, 2000, trad. it. Mondadori, 2000, p. 32).

Cos’ha fatto Zadie in questo brano se non alternare certi stereotipi visivi (nera come l’ebano… jeans attillati… maglioncino sopra la vita… scese giù per la scala, simile a una visione… come un purosangue ben addestrato) a un modo insolito di combinarli?

La pelle è nera come l’ebano, ma ricorda il pelo dello zibellino; la coda di cavallo è scontata, ma si muove (hai visto mai?) seguendo l’umore; Clara veste come una ragazza qualunque, ma ha il corpo irreale di una pubblicità; indossa jeans che sarebbero banali, se non fosse che sono gialli. Persino le scarpe sono neutre (che tristezza quel beige), salvo che hanno cinturino e tacco alto. E poi scende le scale come Wanda Osiris, che più stereotipo di così si muore.

In poche righe Zadie mette in scena un vivacissimo saliscendi di attese, conferme e sorprese. È per questo che il suo personaggio s’imprime nella nostra testa e non ci molla più.