Ordinary People

31 03 2008

Gli spot che abbiamo visto in questi giorni davano voce alla “gente comune” per sostenere questo o quel partito. I risultati sono a volte comici, a volte artificiosi.

Eppure bastano una voce off che reciti un testo ben scritto, la giusta musica in sottofondo, un montaggio veloce, per redimere l’incapacità di recitare (o cantare o ballare) dei non professionisti che vengono coinvolti.

Sono andata a guardarmi un po’ di spot di Hillary Clinton. Com’era prevedibile, alcuni mettono in scena gente comune. Ma l’effetto – ora ne vedrai due – è ben diverso. Forse potrai spiegarlo con la solita mancanza (italiana) e abbondanza (americana) di soldi.

Ma produrre un video per YouTube ormai costa poco. Siamo proprio sicuri che una laureata o un laureato (in Comunicazione o Dams), sufficientemente svegli e opportunamente guidati, non saprebbero confezionare un video che somigli (almeno un po’) a questi? Adattandolo al contesto italiano e al messaggio elettorale, intendiamoci.

Night Shift

For People





Il tram dei desideri

31 03 2008

Ho trovato su YouTube lo spot tv de La Sinistra l’Arcobaleno (non l’ho mai visto in televisione, tu sì?).

Le persone coinvolte non sono attori professionisti e, a parte un paio di talenti naturali, il risultato è artificioso. Anche Bertinotti è forzatello, il che è più grave visto che lui è il leader. Peccato, l’idea non era male.

(Inter nos: dilettanti per dilettanti, almeno qui si evita l’effetto “Corrida” che abbiamo visto nei giorni scorsi).

Che te ne pare?





Un’altra parodia che non lo è

28 03 2008

Per continuare le riflessioni di ieri, Ricky mi propone questo video, realizzato per Rosy Bindi da alcuni suoi giovani sostenitori di Pisa, per le primarie del 14 ottobre scorso.

Anche questo sembra una presa in giro della candidata.

Somiglianze strutturali con I’m PD? Differenze?

Vantaggi?

Svantaggi?





Credevo fosse una parodia…

27 03 2008

… invece non lo è, purtroppo. Non ce l’ho con Veltroni, giuro: cerco solo di capire alcuni meccanismi comunicativi. Ma dopo il post di ieri, Chiara mi ha segnalato il video realizzato da “02PD a Milano piace democratico“. Una specia di risposta a “Meno male che Silvio c’è”.

Mi colpisce la buona volontà che ci hanno messo, ma l’effetto è quello di un boomerang, secondo me.

Mi dai una mano a elencare tutto ciò che in questo video si ritorce contro il partito che vorrebbe sostenere? Senza polemiche politiche però. Solo la comunicazione, per favore.

Oppure, se ti piace/ti carica/ti fa venire voglia di stare con loro, dillo tranquillamente, magari specificando qual è l’elemento che più ti cattura. Mi aiuterà a capire.

E mi raccomando: stiamo parlando di comunicazione, non di chi vota cosa. Grazie davvero.





A me gli occhi

26 03 2008

Prendo spunto da questo post di Luisa Carrada, che giorni fa confrontava l’insistenza dello sguardo in camera, con cui in questi giorni i politici nostrani ci assillano dai manifesti elettorali, con la recente campagna di Zapatero.

Più volte mi è capitato di spiegare agli studenti che, in una foto o un audiovisivo, lo sguardo in camera stabilisce una relazione fra il soggetto ripreso e chi lo guarda più vicina di uno sguardo che punta da un’altra parte. In certi casi, addirittura, serve a costruire da zero la relazione, mentre uno sguardo altrove la nega.

Però però.

Lo sguardo in camera di Veltroni - nell’unica foto che è stata usata per la sua campagna affissioni – non mi convince affatto. Guarda qua:

veltroni_ufficiale.jpg

Il problema è che è troppo in camera, troppo fermo: è come se qualcuno gli avesse fatto la stessa lezione che io ammannisco ai ragazzi del secondo anno e lui l’avesse applicata pari pari, come in un compito in classe, senza neanche sforzarsi di interpretarla. “Guarda qua che sembri più autentico”, gli hanno detto. E lui l’ha fatto, bravuccio com’è.

Se poi ci fosse Paul Ekman, il celebre studioso americano di espressioni facciali e comunicazione non verbale, ci spiegherebbe che questa foto ha un altro gravissimo difetto: il sorriso non coinvolge la parte superiore del volto, ma solo quella inferiore. Il che è tipico dei sorrisi fasulli. Dice Ekman:

“Il sorriso falso è più asimmetrico del sorriso sentito. Il sorriso falso non è accompagnato dall’azione dei muscoli intorno agli occhi, cosicché (a meno che il sorriso non sia molto accentuato), non si notano il sollevamento delle guance, le borse sotto gli occhi, le zampe di gallina o il lieve abbassamento delle sopracciglia che compaiono nel sorriso autentico, anche di scarsa o media intensità” (Telling Lies. Clues to Deceit in the Marketplace, Politics, and Marriage, W.W. Norton & Company, New York-London, 1985, trad. it. I volti della menzogna. Gli indizi dell’inganno nei rapporti interpersonali, Giunti, Firenze, 1995, p. 121).

Ma questo si impara nei corsi più avanzati, che nessuno dello staff di Veltroni deve aver frequentato.





Erri De Luca sull’acqua

24 03 2008

È festa. Piove. La giornata dell’acqua è passata, ma i problemi no. Però scommetto che hai ricominciato a lasciare quel rubinetto aperto, porca miseria.

Allora leggi il brano che ha riportato nei commenti Giacomo l’altro giorno: un grande Erri De Luca che parla d’acqua.

Bellissimo, non lo conoscevo. Grazie Giacomo.

“Sta nella nuvola e nel pozzo,
nella neve e nella noce di cocco,
negli occhi e nel fiume,
nell’arcobaleno e nel lago,
nel ghiaccio e nel vapore della pentola sul fuoco,
nella bocca.
È la maggioranza della superficie.
È la maggioranza del corpo.
Una persona è acqua che cammina, dall’acqua di placenta all’acqua del sudario.
In ebraico è plurale, màim, acque.
In francese è una vocale sola, eau, ô.
In greco e in tedesco è neutra.
In russo e nelle latine è femminile.
Dal fondo del pozzo avverte il terremoto.
Fa tremare il ramo scortecciato in mano al rabdomante.
La sua avventura chimica è prodigio, ossigeno più idrogeno,
ad accostarli, esplodono.
Spegne fuoco, anche quello dei vulcani.
Fa il pane, fa la pasta.
È nel bianco e nel rosso dell’uovo. È nella sua buccia.
È nella carta e nel vino, nelle ciliege e nelle comete.
Chi la spreca verrà assetato.
Chi sporca l’acqua verrà sporcato. Secondo Geremia la voce di lod/Dio è chiasso di acque nei cieli. Giusta sarà la sorpresa di chi ascolterà la prima domanda, appena morto:
«Quant’acqua hai versato?».
Ognuno di noi sarà pesato a gocce.”

Erri De Luca, “Notizie sull’acqua”, in Carta Almanacco – Le guerre dell’acqua, anno V n. 10, 2003.





Oggi è la giornata mondiale dell’acqua 2

22 03 2008

Sempre sull’acqua, perché sia chiaro qual è il problema.

World Press Photo Of The Year (2005)

3rd prize (cat. Contemporary Issues): Sucheta Das, Drinking from a polluted well, Gutri, India.

bere-da-un-pozzo-inquinato-gutri-india-di-sucheta-das.jpg





Oggi è la giornata mondiale dell’acqua

22 03 2008

Non lasciare aperto il rubinetto mentre fai la barba o lavi i denti. (Che bisogno c’è? Ti senti più pulito/a se l’acqua scroscia?)

Per il resto non dico altro, tanto lo sai già (tre lo ripetono tutti) cosa bisogna fare per risparmiare acqua. Basta solo che cominci.

Guardati questa pittata di Attilio Del Giudice e ricorda.

Il padrone dell’acqua (pittata del 6 febbraio 2008)

il-padrone-dellacqua.jpg





I Vanity Fair pregiudizi sull’età

21 03 2008

A fine gennaio la Ipsos Public Affairs (per conto di Condé Nast) ha realizzato per il magazine Vanity Fair un sondaggio di opinione sulla rilevanza dell’età nei rapporti amorosi. Sono state fatte 800 interviste telefoniche su un campione casuale rappresentativo della popolazione italiana per genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza, dimensioni del comune di residenza. Puoi scaricare da qui il documento ufficiale del sondaggio.

Vanity Fair (settimana del 6.02.2008 ) ha commentanto il sondaggio con superficiale ottimismo intitolandolo “In amore gli anni non fanno differenza”, e accompagnandolo con la foto di Raoul Bova abbracciato alla ragazzina del Moccia film “Scusa ma ti chiamo amore”.

A leggere bene i dati, però, io non sarei così ottimista, perché la netta maggioranza del campione ha dichiarato che la differenza d’età è un bel problema: bastano 5 o 10 anni e già la gente si allarma.

Manca un dettaglio, per giunta: le domande sono poste come se parlare di uomini e donne fosse la stessa cosa, ma siamo proprio sicuri che le persone che hanno ostentato presunta apertura mentale rispondendo “mai” e “accetterei la situazione senza problemi” avessero in mente coppie in cui la donna è molto più grande dell’uomo? O non pensavano, piuttosto, all’atavica e trita situazione – ribadita nello stesso film con Bova – in cui è lui a essere più grande di lei?

Tu che ne pensi? Leggi qua:

Secondo lei, a partire da quanti anni la differenza di età tra partner diventa un problema?

TOTALE CASI

Uomini

Donne

5 anni differenza

8%

10%

6%

10 anni

27%

29%

24%

15 anni

13%

14%

12%

20 anni

11%

11%

12%

mai (in amore non conta la differenza di età)

35%

32%

38%

(non so)

6%

4%

8%

TOTALE

100%

100%

100%

Se suo figlio/figlia adolescente (se non ha figli immagini di averne uno adolescente) si fidanzasse con una persona molto più grande, lei come reagirebbe?

TOTALE CASI

cercherei di far ragionare mio figlio per interrompere la relazione

33%

non farei nulla perché la storia è destinata a finire da sola

16%

cercherei di convincere il partner a lasciare mio figlio/figlia

2%

accetterei la situazione senza problemi

42%

(non so)

7%

TOTALE

100%

E con questo, ti auguro buona Pasqua.





Aldo e le donne

19 03 2008

Aldo Busi (se non ti stanno simpatiche le sue moine pubbliche, non importa: pensalo come scrittore) a volte fotografa il mondo femminile con un disincanto che lascia senza fiato. Al contrario di quanto certuni pensano, non cade nella misoginia, anzi: di solito guarda le donne con tenerezza rabbiosa, come se volesse aiutarle e si sentisse troppo debole, da solo, per farcela. Mi pare un buon esempio – per quanto duro – di superamento degli steccati di cui dicevamo ieri.

Senti cosa scrive:

“Sempre più spesso mi soffermo a osservare come le donne siano manovrate dagli uomini, messe in posa, agghindate, pettinate, strattonate dai loro stessi fantasmi di virilità e di femminilità – dagli stessi fantasmi per entrambi chiamati realtà – che finiscono per concentrarsi nelle donne usate dalla pubblicità. Sono irreali, sembrano non avere altro piacere in testa che il pensiero di piacergli, di farsi comprare e incartare e portare a casa da un cliente. Quegli sguardi, remoti quanto sono ravvicinati i fianchi della loro vita, sembrano di occhi di manzo in scatola che dicono “Adottami, sono già addomesticata dal tuo immaginario, mi conformo appieno e sarò il tuo peluche. Puoi mettermi anche dei sottaceti negli orifizi come contorno e un carillon in bocca”.

Eppure sarebbero esseri umani come me, perfino la Chiesa ha loro riconosciuto un’anima ormai da un paio di secoli, ma non c’è niente da fare, non hanno autonomia, non hanno fantasia, non hanno creatività le donne, su di loro anche la biancheria intima più elaborata e femminile denuncia che né l’hanno creata loro, le donne che la indossano, né messa in vendita loro: loro vi prestano solo il corpo, la marionetta dentro, il vero attaccapanni, e per questo ricevono un cachet, che finisce tutto nella biancheria intima dell’anima aggiunta, ovvero sostituita a quella originale di cui ancora nessuno al mondo sa niente, o in simili automatismi consumistici di un cervello consumato.

Siccome il cachet spesso non basta, suppliscono al resto con furbizia: la miseria che completa la loro definitiva rovina.

Le donne sono in tutto e per tutto i giocattolini animati di una società maschilista e infantile, i suoi animaletti compiacenti: le donne sono i veri animali-angeli da allevare per la macellazione in vista – e a vista.

Le donne nella pubblicità, e persino nella politica, non hanno nulla di umano perché non hanno nulla di veramente politico nemmeno in famiglia.

Osservo le donne condotte al macello per la cavezza del loro fatalismo storico e non mi do pace, non capisco davvero come possano accettare questo destino e collaborare affinché si abbatta su di loro una per una come se fosse una garanzia di vita pienamente vissuta sino al più roseo dei finali.

È un roseo color sangue che colora – che sporca – tutta la società e i suoi progressi, tutti ai danni delle donne, vezzeggiate o sfruttate ma sempre per lo stesso fine: usarle come bestie da soma e come chimere da monta, e poi buttarle via.

Sarei impazzito dal terrore sia se avessi avuto un figlio sia se avessi avuto una figlia, io da solo non ce l’avrei mai fatta a cambiare in loro la solita storia del destino sociale del maschio e della femmina, non avrei potuto dormire la notte al pensiero che mio figlio potesse mai un giorno alzare la mano su una donna e che mia figlia non potesse far altro che parare il colpo, senza restituirlo – e sempre che riceverne uno dall’uomo-per-lei non sia la sua massima, e comune, aspirazione.

Niente rimpianti, Single senza prole: bisogna essere del tutto insensibili per mettere al mondo gente che, per bene che ti vada, o è un uomo o è una donna.”

(Aldo Busi, Manuale del perfetto single, Mondadori, Milano, 2002, pp. 100-102).





I generi nell’orto

18 03 2008

Che tristezza, sono stufa. Siamo nel 2008 e ancora mi tocca vedere che dei problemi femminili e/o femministi e/o vetero/post/para-femministi sono sempre e solo le donne a occuparsi e preoccuparsi. Cose di donne, si dice. Mentre gli uomini, dal canto loro, parlano solo di cose maschili e/o maschiliste. Cose di uomini, appunto.

E poi ci sono gay che pensano solo ai gay, lesbiche concentrate sulle lesbiche, e via dicendo. Ognuno nel suo orto, insomma. Se va bene, troviamo gay e lesbiche che mettono il naso dentro a orientamenti sessuali che non sono strettamente il loro, e allora parlano – per massima apertura – di LGBT, acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender. Col che dimenticano, fatalmente, che esistono pure gli eterosessuali.

Spiega Wikipedia che della sigla LGBT “esistono molte varianti [...], ma LGBT è l’acronimo più comune ed è uno dei più accettati nell’uso corrente. Quando i transgender non sono inclusi nel riferimento, il termine viene abbreviato in LGB. Si potrebbero, inoltre, aggiungere due Q per Queer e Questioning (qualche volta abbreviato con un punto interrogativo) (LGBTQ, LGBTQQ); altre varianti sono diventate LGBU, dove U sta per Unsure (insicuro), e LGBTI dove I sta per Intersex; un’altra variante è T per Transessuale (LGBTT), un’altra è T (o TS o il numero 2) per persone con Two-Spirit (due spiriti), e una A per straight Allies (LGBTA). Una sua forma completa è LGBTTTIQQA, sebbene sia molto raro. La rivista Anything That Moves ha coniato l’acronimo FABGLITTER (da Fetish, Allies, Bisessuale, Gay, Lesbica, Intersex, Transgender, Transexual Engendering Revolution). Il termine non è entrato, comunque, nell’uso comune. I termini transessuale e intersex sono considerati da un certo numero di persone unificabili con l’espressione transgender, anche se molti transessuali e intersex obbiettano (entrambi per diverse ragioni)”.

A quanto pare, anche in questo variegato mondo i confini fra gli orti sono contesi.

Eppure, come dicevo qualche settimana fa, mi piacerebbe che gli uomini (leggi: maschi eterosessuali) scendessero in piazza per risolvere i problemi della donne (leggi: femmine eterosessuali); ma anche i gay (maschi omosessuali) e i trans dovrebbero lottare per i diritti delle donne; mentre queste potrebbero ricambiare occupandosi di LGBT e – perché no? – di andropausa e ansia da prestazione maschile.

Lo so, la faccenda è più complicata e non si possono mettere sullo stesso piano andropausa e diritti delle donne. Né si può dimenticare l’arroganza media con cui la presunta normalità eterosessuale guarda il resto del mondo. Ma era per dire: non è che tutte queste distinzioni ci stanno facendo trascurare il vecchio e caro concetto di persona?





Trionfi e cadute della fiction per adolescenti

17 03 2008

Ho cominciato a riflettere sulla fiction per adolescenti nell’ottobre 2006, quando crollarono gli ascolti della serie televisiva The OC (dal 2004 su Italia 1 in prima serata), tanto da indurre Mediaset a interromperne la programmazione – a metà della terza stagione – per poi riprenderla in seconda serata nella primavera 2007, ma sospenderla definitivamente a settembre 2007.

Volevo capire, un anno e mezzo fa, come mai una serie in apparenza simile a Beverly Hills 90210 negli anni Novanta e Dawson’s Creek fra il 1998 e il 2003 avesse fatto – dopo il successo iniziale – un clamoroso fiasco, mentre le precedenti avevano ottenuto consensi ben più durevoli.

Allora ho confrontato The OC con due celebri serie per adolescenti: Happy Days, di tanti anni fa, e la più vicina Dawson’s Creek, appunto. Il lavoro è appena stato pubblicato in un volume collettivo a cura di Maria Pia Pozzato e Giorgio Grignaffini Mondi seriali. Percorsi semiotici nella fiction, Link-Ricerca, Milano, marzo 2008.

Il libro è molto interessante (a tratti pure divertente) e ti consiglio di prenderlo: ci hanno scritto persino Umberto Eco e Carlo Freccero, tanto per dirne due noti ;-) e, se ti piace la fiction televisiva, ci trovi un po’ di tutto: dallo storico Twin Peaks a Dr. House, da Lost a Sex and The City e Desperate Housewives (questo è l’indice del libro).

Se intanto vuoi leggere il mio pezzo sul teen drama, te lo lascio in pdf, per gentile concessione di Link-Ricerca.

Eccolo qua, s’intitola “Perche The OC non ha funzionato? Trionfi e cadute della fiction per adolescenti.

Aspetto i tuoi commenti dopo che l’avrai letto – ma anche prima, se già ne sai qualcosa.





Corri panda, corri

15 03 2008

Matteo mi segnala una recente iniziativa del WWF danese. Nel 2009 si terrà a Copenhagen, dal 30 novembre all’11 dicembre, la conferenza internazionale sul clima durante la quale (almeno nelle intenzioni) sarà firmato il cosiddetto protocollo di Kyoto 2, il trattato globale sui limiti di emissione dei gas serra che dovrebbe valere dal 2012 in poi.

Per attirare l’attenzione dei danesi sul surriscaldamento del pianeta, l’agenzia We Love People, per conto del WWF, ha proiettato sui palazzi di Copenhagen un panda gigante che va a fuoco e scappa. L’idea è splendida, la realizzazione a me non piace affatto.

Il panda è bruttarello e corre come la caricatura di un atleta olimpionico; per di più, un panda con quella faccia cattiva è incompatibile con l’icona simpatica e infantile del WWF, che tutti abbiamo in mente. Meglio sarebbe stato disegnarlo come un cucciolone che fugge terrorizzato dal fuoco: avrebbe suscitato tenerezza, paura per lui. Questo invece pare un diavolaccio col cappello infuocato, un automa sovrappeso che corre al rallentatore.

Per non parlare del video, con musica e ritmo sfasati rispetto alla corsa del panda.

A meno che un animaletto così aggressivo non fosse più adatto al pubblico danese di quanto in questo momento io non riesca a immaginare…

Tu che ne dici?





Faccine per auto

13 03 2008

Sull’onda di ciò che l’altro giorno si diceva sugli smileys, ho scoperto in questo blog che una ditta americana (la ThinkGeek di Fairfax, Virginia) vende faccine per auto.

Eeeh?!

Ma sì, hai capito bene: c’è qualcuno, a questo mondo, a cui un un giorno è saltato in mente che ci possano essere persone interessate a comunicare il loro stato d’animo anche fuori dall’abitacolo dell’auto. Ti senti allegra mentre sei al volante e vuoi farlo sapere a chi sta dietro? Bene, non devi far altro che azionare un telecomando, e sul vetro posteriore della tua auto comparirà questo:

driving-emoticon.jpg

Ora, sappiamo bene quanto gli automobilisti siano rabbiosi fra loro. Sappiamo pure (ce lo spiegano gli psicologi) che la tendenza all’aggressitivà dipende, fra l’altro, dalla mancanza di accesso percettivo alle facce degli altri. In altre parole, se non vedo che faccia ha (e fa) chi guida la macchina davanti, non capisco se è giovane, anziano, stanco, triste o allegro; per questo è così facile gridare, suonare il clacson, mandare insulti: è con un’auto che ce la prendiamo, non con una persona.

Qualcosa di simile accade nelle mail, le chat, gli sms: non vedendo la faccia altrui è più facile agire d’impulso, con risultati non sempre felici. Le faccine ci aiutano nelle mail? Diamogli lo stesso ruolo in auto, devono aver pensato quelli della ThinkGeek. Per questo non si sono limitati al sorriso, ma hanno ampliato la gamma di faccine, in modo che l’automobilista possa esprimere più stati d’animo, compresi quelli negativi. Ecco qua (fa’ clic per ingrandire):

driving-emoticon-faces.jpg

Al di là del fatto che, fra le faccine, compaiano scritte come IDIOT che, più che sciogliere l’aggressività, non può che aumentarla, il passaggio dalle mail all’auto introduce una differenza fondamentale. Nelle mail le faccine servono a integrare il significato di parole e frasi, indirizzando chi legge verso una corretta interpretazione del tono emotivo con cui quelle parole e frasi sono state concepite.

In auto gli smileys non accompagnano nessuna espressione verbale, il che comporta che un semplice sorriso possa essere interpretato, a seconda della situazione, nei modi più svariati (e addirittura opposti): sorriso + manovra di sorpasso può voler dire “Ti sorpasso, però non te la prendere”, ma anche “Non solo sorpasso, ma ti rido pure in faccia”. Peggio ancora le faccine più ambigue, come la strizzatina d’occhio o quella perplessa.

Morale della favola: in assenza di parole, poiché manca un codice rigido (come quello stradale) per interpretarle, le faccine significano tutto e il contrario di tutto. Non a caso, dopo aver illustrato il prodotto la ThinkGeek aggiunge:

Note: May not be legal in all states. Check your local laws before use.





Ippolita dixit

11 03 2008

Qualche giorno fa abbiamo discusso se Google News fosse di parte, se cioè selezionasse o meno le notizie in base a qualche valutazione dei loro contenuti. Lo so che di solito leggi i post ma trascuri i commenti, nell’idea che siano meno rilevanti. (A meno che tu non abbia commentato a tua volta, nel qual caso vai a vedere se ci sono reazioni.) Stavolta ti suggerisco di tornare comunque sui commenti: ne vale la pena.

Ma se proprio non ce la fai, ecco come una studiosa del gruppo Ippolita - che di Google, come si dice, ne sa a pacchi (vedi anche questo post) – ecco come riassume per noi la faccenda:

“Se vogliamo capire il fenomeno Google dobbiamo capire come ‘pensa’. Per farcene un’idea dobbiamo ragionare sia in termini squisitamente tecnici, che ricercare la sua identità culturale.

Non credo che il problema sia la ‘credibilità’ di Google. Google risponde a precise regole tecniche e precisi dettami ideologici. È coerente prima di tutto con se stesso, non rispetto a ciò che io o il New York Times pensiamo che sia l’obiettività. Google risponde a un’ idea propria di ciò che è considerabile autorevole.

La vera forza del Colosso di Mountain View sta nell’aver affermato la sua struttura matematica nonché configurazione filosofica come contenitore universale.
Ci rivolgiamo a Google perché implicitamente lo accettiamo come il miglior strumento tecnico e il più neutrale dispensatore di informazioni.

Il modo più lineare di procedere verso un disvelamento dell’oggetto digitale Google è cercare di comprendere come pensa, cosa desidera, come guadagna. Certamente questi elementi saranno fattori determinanti sui risultati che il motore di ricerca ci propone. In fondo Google ci sta solo vendendo un punto di vista, siamo noi ad aspettarci erroneamente che contenga tutto il web (o peggio ancora che debba contenerlo)

Off topic (ma non troppo), consiglio la lettura di Zero Comments. Teoria critica di Internet di Geert Lovink” (firmato: hy di Ippolita).





Il virtuale fa male?

10 03 2008

Il concetto di realtà virtuale si è diffuso negli ambienti informatici americani a partire dagli anni Ottanta e allude alla realtà percettiva costruita dalle apparecchiature elettroniche, che riesce a produrre effetti simili a quelli del normale funzionamento dei sensi. Questa realtà è detta “virtuale” perché non riguarda oggetti reali, ma immagini computerizzate di oggetti.

Il senso comune ha interiorizzato quest’uso e il termine “virtuale”, in quanto riferito a simulazioni elettroniche, è inteso come illusorio, ingannevole. Per questo di solito ha una connotazione negativa: se qualcosa è virtuale allora dobbiamo starci attenti, perché gli inganni producono delusioni e fanno male. Al contrario, la realtà del mondo sensibile è valorizzata positivamente, in quanto foriera di verità.

Già nel 1995 Pierre Lévy se la prendeva con questa interpretazione negativa del virtuale:
“Generalmente la parola ‘virtuale’ viene utilizzata per significare l’assenza di esistenza pura e semplice, dal momento che la ‘realtà’ implicherebbe una effettività materiale, una presenza tangibile. Ciò che è reale rientrerebbe nell’ordine della presenza concreta (‘l’uovo di oggi’), ciò che è virtuale in quello della presenza differita (‘la gallina di domani’), o dell’illusione” (Qu’est-ce que le virtuel?, La Découverte, Paris, 1995; trad. it. Il virtuale, Cortina, Milano, 1997, p. 5).

Niente da fare. Tutti continuano a pensare al virtuale come una cosa negativa: un’esperienza fasulla o, peggio, una non esperienza. Alla faccia di tutto il virtuale che ogni giorno viviamo: mail, chat, sms, videogiochi, blog… Tutto nocivo, ingannevole?

Per fortuna esiste un senso più interessante di “virtuale”, collegato alla sua etimologia. La parola proviene dal latino medievale virtualis, derivato a sua volta da virtus, che significava forza, potenza. Nella filosofia scolastica “virtuale” era ciò che esiste in potenza e non in atto (come li intendeva Aristotele): l’albero è virtualmente presente nel seme, nel senso che è già nel seme, ma lo è solo in potenza, non ancora attualizzato. Secondo questa interpretazione, il virtuale non si contrappone al reale, ma all’attuale: virtualità e attualità sono due modi diversi del reale.

Ma la cosa più bella di questo virtuale è che si muove. Il virtuale è il nodo di tendenze e forze che sta dentro a una situazione, un evento, un oggetto qualsiasi e prelude al processo di trasformazione che lo porterà in atto. Questo nodo di tendenze fa già parte dell’entità considerata, anzi ne costituisce uno degli aspetti di maggior rilievo. La ragion d’essere del seme è far crescere l’albero.

E ora prova questo esercizio: ogni volta che un giornalista, un politico, un presentatore parla male del virtuale (realtà, rete o mondo che sia), pensa al seme e all’albero. Improvvisamente le parole del giornalista (politico, presentatore) gireranno a vuoto, e in quel virtuale cominceranno a muoversi, come per magia, potenzialità a cui non avevi mai pensato. Io l’ho fatto. Funziona.





Women in Art

8 03 2008

Patrizia Lo Sciuto ieri mi ha segnalato questo bellissimo video, che non conoscevo. In realtà è molto noto in rete. (Vabbè sono blogger da poco, mi si perdoni.) L’autore è Eggman913, ovvero Philip Scott Johnson, artista digitale di St. Louis, USA.

Mentre le immagini scorrono, Yo-Yo Ma esegue la Sarabanda della Suite per violoncello n. 1 di Bach (BWV 1007).

Trovi qui la lista completa dei ritratti che appaiono nel video.





Google News è di parte?

6 03 2008

Ho ricevuto ieri da Andrea un commento che instilla un dubbio inquietante. Ho provato a fare qualche ricerca su Google News, ma non mi è sembrato di notare la tendenziosità cui Andrea alludeva. Ammetto di avere pochissimo tempo. Ho già ammesso un paio di giorni fa i miei trascorsi di ingenuità su Google e non voglio ricaderci. Dunque ti chiedo di darmi una mano.

Ecco cosa dice Andrea:

“Consiglio di vedere la versione italiana della sezione News di Google: potrebbe dare spunti interessanti per un articolo. Faccio un esempio: se un ex Presidente del Consiglio (facilmente capirete di chi parlo) è assolto in un processo per falso in bilancio perché il governo da lui presieduto ha depenalizzato il reato, la news che ha maggior risalto è quella de Il Giornale, che titola (banalizzo, ma credo che la notizia si possa facilmente ritrovare) “Giustizia è fatta”. Oppure, c’è una crisi tra Colombia da una parte e Venezuela ed Ecuador dall’altra (è cosa di questi giorni), provocata da un’incursione militare dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano: la news che ha più rilevanza su Google (ho appena controllato su Google News Italia) è quella de Il Sole 24 Ore che, chissà perché, titola “Il presidente colombiano: Chavez complice di genocidio”. Uno studio attento forse potrebbe rintracciare sotto questi fenomeni una costante.”

Vuoi fare tu lo studio che Andrea suggerisce?

O solo qualche prova per dirmi che ne pensi?





Madonna, che interludio

5 03 2008

Non vuole che la chiamino pop, ma tutti continuano a farlo. Si batte per le cause umanitarie, ma nessuno le crede. Usa in modo disinvolto e dissacrante i simboli del cristianesimo, ma lancia di continuo messaggi religiosi. Piace o non piace, senza mezze misure; eppure tutti – anche chi non la sopporta – la riconoscono come una grande professionista della comunicazione.

Non ti dirò cosa penso di lei. Dico solo che sto scrivendo un articolo sul Confessions Tour del 2006. E mi pare utile mostrarti questo video. È l’Interlude fra la prima parte del concerto, cosiddetta “Equestre” e la sezione “Medio Oriente”; è il pezzo che precede immediatamente l’esibizione sulla croce, quella che suscitò tante (e volute) polemiche. Se ami Madonna, già lo conosci e ti piace rivederlo. Se la odi, sono sicura che non l’hai visto e allora ti chiedo: l’avresti mai detto? Che durante un suo concerto ci fosse una cosa così bella, intendo.

Se invece sei una o uno snob, e non ti piace affatto che una docente universitaria (ohibò!) posti un brano di Madonna, ti ricordo che il pregiudizio nuoce gravemente alla salute.

Prima del video, ecco la mia traduzione dei testi recitati in sottofondo.

Il primo ragazzo:

Mi trovavo a un metro da terra, ansimando in cerca d’aria mentre tentavo di liberarmi dalla mano di mio padre sulla gola. Lo guardai negli occhi e mi chiesi se i miei piedi avrebbero mai più toccato il pavimento. Sei mai stato colpito così forte da finire scaraventato dall’altra parte di una stanza? Prima o poi tutti cadiamo in basso; è come ci si rialza la sfida più grande, non credi? Ho sempre vissuto nel mio piccolo mondo, e danzo per dimenticare i miei problemi. Ho imparato che c’è luce anche nei posti più oscuri. Non posso incolpare mio padre di nulla: non puoi contare sugli altri per essere felice. Eppure so che in fondo lui mi amava davvero.

La ragazza:

C’è stato un momento in cui soffrivo così tanto che avrei voluto strappare il male fuori da me. Mi sarei tagliata le braccia per non uccidermi. Non voglio morire, so di essere fortunata a stare al mondo. Così presi a tagliarmi, in modo che il male fisico calmasse il dolore che mi divorava dentro. Ma niente fu cancellato: il passato rimane nascosto nel mio profondo. Esce fuori come un’esplosione, e mi invade. Credo che siamo tutti messaggeri sulla terra, credo negli angeli. Sono benedetta da Dio perché riesco a raccontarmi che ho sofferto così tanto per diventare quella che sono.

L’ultimo ragazzo:

Dovete sapere che non ho solo una famiglia, ma faccio parte di un intero quartiere. E questo è potere. Ma non sono uno sporco negro, non ho mai voluto uccidere nessuno, neanche quando decisi di entrare in una gang: era solo per farmi accettare. Però un giorno mi costrinsero a fare una cosa che mi fece aprire gli occhi, e mi resi conto che non ne valeva la pena. Uno dei compagni venne ucciso e mi fecero fare la mia prima imboscata. Fu disgustoso il modo in cui mi coinvolsero. Io e mi fratello ce ne andavamo sull’ottava strada, quando arrivò un amico che ci chiese di seguirlo. Girammo l’angolo, mi ficcò una pistola enorme in mano e disse: “Sai quello che devi fare, è ora che tu dia una mano al quartiere”. Ma non ero uscito per uccidere nessuno.





Un vaccino contro Google

4 03 2008

Un libro che dovresti non dico leggere, ma studiare nei minimi dettagli è Luci e ombre di Google del gruppo di ricerca Ippolita (in inglese era più bello, The Dark Side of Google, ma tant’è). È stato pubblicato nel 2007 da Feltrinelli, ma è scaricabile gratuitamente anche dal sito di Ippolita, in una versione quasi identica a quella feltrinelliana.

Ti consiglio di leggerlo immediatamente. Da quando l’ho fatto, la mia vita sul Web è cambiata. Non mi fido più ciecamente di Google come facevo prima. (Tu ti fidi?) Ad esempio, se non trovo qualcosa con Google, non concludo subito che non esiste, ma cerco meglio, cerco altrove. (Tu come fai?) E ho preso l’abitudine di usare anche un paio di meta-motori, come Ixquick e Widowsearch, che sommano e ottimizzano le ricerche di diversi motori. (Li conoscevi?)

Un assaggio del libro di Ippolita ti dà un’idea dell’importanza del loro lavoro:

“Vi sono alcuni segreti attorno al colosso di Mountain View, molti dei quali, come vedrete, sono segreti di Pulcinella. L’alone di leggenda che circonda la tecnologia googoliana è dettato in gran parte dall’assenza di un’istruzione di base, di rudimenti pratici per affrontare culturalmente l’onda lunga della rivoluzione tecnologica. Per esempio, la straordinaria rapidità dei risultati di ricerca è frutto di un’accurata selezione niente affatto trasparente. Infatti, come potrebbero milioni di utenti sfogliare contemporaneamente in ogni istante l’intera base dati di Google se non ci fossero opportuni filtri per restringere l’ambito della ricerca, ad esempio limitandolo ai dati nella loro lingua d’origine? E se esistono filtri creati per garantire una migliore navigazione linguistica, non è lecito supporre che ne esistano molti altri, studiati per indirizzare anche le scelte dei navigatori? Il prodigio di Google è in realtà una tecnologia opaca e secretata dal copyright e accordi di non divulgazione dei suoi ritrovati. La ricerca non è trasparente né democratica come viene spacciato: non potrebbe esserlo sia per motivi tecnici, sia per motivi economici.

Il campo bianco di Google in cui si inseriscono le parole chiave per le ricerche è una porta stretta, un filtro niente affatto trasparente, che controlla e indirizza l’accesso alle informazioni. In quanto mediatore informazionale, un semplice motore di ricerca si fa strumento per la gestione del sapere e si trova quindi in grado di esercitare un potere enorme, diventando un’autorità assoluta in un mondo chiuso. Il modello culturale di Google è dunque espressione diretta di un dominio tecnocratico.

Con questo volume Ippolita intende sottolineare il problema, o meglio l’urgenza sociale di alfabetizzazione e orientamento critico del grande pubblico attorno al tema della gestione delle conoscenze (knowledge management). Internet offre agli utenti straordinarie opportunità di autoformazione, tanto da surclassare persino la formazione universitaria, in particolare in ambiti come la comunicazione e l’ingegneria informatica. Il movimento del Software Libero, come Ippolita ha mostrato nei suoi precedenti lavori, è l’esempio più lampante della necessità di autoformazione continua e della possibilità di autogestione degli strumenti digitali.

Ma esiste un rovescio di questa medaglia, doppiamente negativo: da una parte, lo svilimento della formazione umanistica, che ha nella Rete pochi e male organizzati ambiti di riferimento; dall’altra, il sostanziale collasso cognitivo dell’utente medio. Disorientati dalla ridondanza dei dati disponibili sulla Rete, ci si affida ai punti di riferimento di maggiore visibilità – di cui Google è solo l’esempio più eclatante – senza domandarsi cosa avvenga dietro le quinte; si inseriscono i propri dati con leggerezza, conquistati dal mero utilizzo di servizi decisamente efficaci e, com’è ancora uso in buona parte della Rete, assolutamente gratuiti” (Ippolita, Luci e ombre di Google, p. 5 del documento on line, grassetti miei).