Un puzzle sbagliato

29 04 2008

Erica, laureata qualche mese fa in Scienze della Comunicazione e ora iscritta alla Magistrale in Semiotica, mi segnala uno spot della sezione italiana di Amnesty International sulla difesa dei diritti delle donne, commentandolo così:

«Lo spot mi piace per i primi due minuti e mezzo, ma la fine mi sembra contraddittoria. Le dico cosa per me va e cosa no.

COSA VA

Nel complesso l’idea è carina. Di solito negli spot sono le immagini che colpiscono di più, la musica. Questo filmato invece mi fa soffermare su ciò che viene detto, mi obbliga ad ascoltare, perchè altrimenti non capisco le immagini. La voce off mi aiuta a comprendere cosa vuol dire ogni tassello bianco che cade dal volto della ragazza: il colore dell’incarnato simboleggia la libertà della donna, la sua possibilità di vivere pienamente la vita. Man mano che nel mondo si fanno passi avanti nella difesa di questa libertà, un tassello bianco cade, e la ragazza guadagna più libertà.

Alla fine si capisce che la ragazza liberata dai tasselli bianchi – che rappresenta tutte le donne che si sono emancipate (o i paesi in cui la donna è libera) – è solo una fra tante, come per dire: non è quell’unica ragazza l’obiettivo finale, ci sono moltissime altre donne da liberare, e per raggiungere questo obiettivo c’è ancora molta strada da fare.

COSA NON VA

Secondo me non funzionano l’immagine finale del puzzle e il claim. Fino a un certo punto, infatti, mi si dice che le donne devono essere libere di indossare la propria pelle, mentre ogni tassello bianco è una violazione dei loro diritti. Alla fine, su ogni tassello appare il nome di una nazione: non male l’idea che i vari tasselli siano i paesi che hanno realizzato le conquiste contro la violenza sulle donne; però non torna la faccenda dei colori: insomma se i tasselli cadono, perchè identificarli con il nome del paese che ha fatto passi avanti nella liberazione delle donne? Così facendo, sembra invece che quel paese non abbia ancora agito in questo senso, visto che fin dall’inizio lo spot mi ha fatto pensare che a ogni tassello bianco corrispondesse una libertà violata. Sarebbe stato meglio usare i colori vivaci (diverse sfumature di rosa e marrone) che stanno sui volti di tutte le donne nel mondo, per rappresentare la difesa dei loro diritti e della loro libertà.

Anche il claim finale non funziona: “Aiutaci a finire il puzzle”. Ma il puzzle è fatto di tasselli bianchi, e aiutare Amnesty a comporre il puzzle significa violare i diritti, non difenderli. È d’accordo, o sono io che ho travisato?»

Io sono d’accordo con Erica, e tu?





Amore paterno

27 04 2008

In questi giorni ho visto (meglio tardi che mai) Samaria (o Samaritan Girl) di Kim Ki-Duk, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino nel 2004. Come sempre, il regista coreano ci propone un diverso rapporto col tempo: i suoi film sono spesso troppo lenti per le abitudini occidentali, e alla fine abbiamo bisogno di altro tempo non solo per comprenderli, ma per decidere se ci sono piaciuti o meno.

Anche in questo caso, per tutta la durata del film ho oscillato fra stati di trance e repulsione, ma è stata la scena finale a farmi decidere per l’entusiasmo. Una metafora struggente e crudele dell’amore di un padre per la figlia adolescente: le insegna a guidare l’auto disegnando con pietre dipinte di giallo un percorso talmente accidentato che metterebbe in difficoltà anche il pilota più esperto; alla fine, quando capisce che è pronta (“Non hai più bisogno di papà, ora”), la lascia completamente sola per affrontare – solo a sua volta – le conseguenze del sacrificio compiuto per lei.

Non ti mostrerò questa scena, nel caso tu non avessi visto il film. Ma ho trovato in rete un delicatissima sequenza che ben rappresenta il tempo felpato che prelude alla tragedia.





Apple sì, ma senza esagerare

24 04 2008

Sto passando a Mac: decisione per me epocale. Non è per darmi un tono da graphic designer (giacché tengo un corso a Disegno industriale), ma perché non ne posso più di virus, blocchi, ingolfamenti e resettamenti. Tutti dicono che su Mac non accade (bah, vedremo); inoltre, quando mi hanno proposto Microsoft Vista, ho detto basta.

Però non voglio finire col sopracciglio alzato ogni volta che passa un Pc.

Per questo ti propongo questo divertente articolo di Alex Pareene, editor di Gawker.com, un blog molto sarcastico su gossip e notizie a Manhattan. L’ho trovato tradotto in italiano su Internazionale. Ma lo posto soprattutto come memento per me, casomai mi venisse, un domani, la tentazione di alzare il naso.

Eccolo, copiaincollato da Internazionale, 18/24 aprile 2008, n. 740. Ma leggilo in inglese, che è ancora più carino (Apple fetishists: grow up).

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“Apple fetishists: grow up”, di Alex Pareene (Gawker.com)

Karl Rove ama il suo iPhone. Lo usa in continuazione! Ha anche ammesso di possedere un MacBook Air, un portatile che si distingue per una sola qualità: potete metterlo in una grande busta da lettere. Quel tiranno radiofonico di Rush Limbaugh, invece, ha dovuto chiedere alla Apple di aiutarlo a sistemare il suo nuovo computer.

I profeti preferiti degli americani amano il design sottile e la semplicità dei prodotti Apple. Quei criptofascisti: sono proprio come noi! E questo ci porta a una preghiera: possiamo, per favore, smetterla una volta per tutte con questo falso mito per cui la Apple avrebbe un fascino particolare che la rende un’azienda fichissima?

La Apple è una gigantesca fabbrica di tecnologia. Quindi sta uccidendo il pianeta! I computer, i processori, le batterie e i telefonini sono pieni di veleni, e finiranno tutti sotto terra. Certo, l’azienda di Steve Jobs ha detto che riciclerà il vostro vecchio computer se promettete di comprarne uno nuovo. Da loro, però. E pensare che nel consiglio d’amministrazione c’è Al Gore!

La Apple ha anche lanciato qualche iniziativa aziendale con la parola “verde” nel nome, proprio come la General Electric. Per non parlare del suo negozio online, iTunes, pieno di file protetti per evitare le copie pirata. Oppure della sua abitudine di costringere i blogger che parlano dell’a­zienda a rivelare le loro fonti citandoli in giudizio, e di tutte le altre cazzate con cui attirano l’attenzione dei blog tech-alternativi come Boing Boing.

Feist e la Bauhaus

Ormai i prodotti della Apple sono solo degli accessori: paghi un po’ di più per un portatile senza lettore dvd solo perché c’è il logo e il tuo mouse ha un solo tasto perché Apple pensa che i suoi utenti non siano capaci di usarne due.

Molte cose supertrendy costano più della concorrenza, ma spesso sono decisamente migliori: i Levi’s da duecento dollari sono più robusti di quelli da sessanta. Con i prodotti Apple, invece, spendi di più per un portatile senza porta usb e così lucido da sembrare una piastrella per il bagno.

Bisogna ammettere che il loro sistema operativo è intuitivo ed estremamente semplice da usare. In più ha una bella grafica e spesso funziona. Ecco perché è perfetto per vostra nonna! Preferirà senz’altro usare il Mac invece di provare a installare Firefox su Windows Xp.

Ma queste cose non verrete mai a saperle da qualcuno del reparto marketing della Apple, che sembra adulare solo i consumatori più cosmopoliti. Designer! Fan dell’indie rock! Ragazzi con le sneaker! Questi prodotti sono stati creati per voi, perché Apple pensa che siate degli idioti!

Sono due anni ormai che ce lo dimostrano con quegli stupidi spot “I’m a Mac”. Tu sei un Mac! Tu sei uno sgradevole e insopportabile fighetto! Il pc è uno spirito brillante e un bravo scrittore. Ma porta la cravatta, guarda un po’, e quindi è uno sfigato. La Apple ha insultato la vostra intelligenza fin dall’inizio: ricordate il famoso spot lanciato durante il super bowl del 1984?

È da idioti pensare che sia un gesto ribelle spendere un sacco di soldi per un computer, quando puoi comprarne un altro a meno che funziona altrettanto bene. Almeno hanno abbandonato lo slogan “Think different”: faceva venire voglia di sganciare dal continente l’intera West coast e mandarla alla deriva nell’oceano.

Ma noi non odiamo i Mac. Pensiamo che l’iPhone sia un oggetto per stronzetti che funziona meglio del BlackBerry, abbiamo un iPod e ammettiamo senza alcuna difficoltà che comprare un pc con il sistema operativo Vista è un errore madornale (però se si torna a Windows Xp tutto va bene!).

Ma siamo stufi di chi è convinto che siccome qualche leccapiedi del marketing ha fatto ascoltare al capo la musica di Feist o un designer della Apple ha sentito parlare di Bauhaus, allora la Apple sia un’azienda più creativa e liberale, che so, della Dell. Almeno la Dell non ci tratta come dei cretini.





Spessatamente

23 04 2008

Nei corsi di scrittura professionale mi capita spesso di dedicare almeno mezz’ora agli avverbi che finiscono in -mente. In realtà sarebbero sufficienti 5 minuti: basterebbe dire che, a meno che non ci siano precise ragioni stilistiche, è meglio dire “prima” invece di “precedentemente”, “perciò” al posto di “conseguentemente”, “più” e non “maggiormente”, “subito” invece di “immediatamente”.

Il problema è che c’è sempre qualcuno che alza la mano: comincia a spiegare che “prima” non equivale a “precedentemente”, “maggiormente” esprime un’abbondanza a cui non può rinunciare, “conseguentemente” implica sforzi logici (sic) che non sognamoci nemmeno di trovare in “perciò”, né tanto meno in “quindi”.

Tu capisci, allora, cosa mi tocca fare: dal semplice ribadire che la parola breve è più incisiva in tutti i casi in cui non abbiamo fondate ragioni linguistico-espressive (come dicevo all’inizio, appunto) per sceglierne una più lunga che sia anche più precisa, più evocativa, più qualcos’altro, al controbattere che “immediatamente” è parola meno immediata di “subito”: è più lenta da scrivere e leggere, ma allora perché impiegare più tempo per significare rapidità?

Se tutti sorridono, bene. Se invece qualcuno resta imbronciato, è perché non sopporta che il suo “maggiormente” del cuore sia vilipeso in pubblico.

In questi casi non mi resta che una mossa: chiamare in causa quel genio di Antonio Albanese e il suo esilarante onorevole Cetto La Qualunque. Che sugli avverbi in -mente (spessatamente, infattamente, purtroppamente…) la sa molto lunga.





Orgoglio tranquillo

21 04 2008

Quest’anno la campagna affissioni del Bologna Pride (28 giugno 2008 ) è decisamente innovativa. Il grafico Lorenzo “Q” Griffi e l’illustratore Michele Soma hanno ripreso lo stile dei manga giapponesi, disegnando personaggi con volti tondi e occhioni spalancati che hanno chiamato Puraido, traslitterazione della parola katakana che significa “orgoglio”.

Ogni Puraido racconta, sorridendo, la sua storia: abbiamo Mario, 26 anni, che “fino al mese scorso per lo Stato era Maria” e Clara, 28 anni, che “pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna”; abbiamo Giulio, di cui sappiamo solo che ha 25 anni e “vota già al Senato”. L’unico a non sorridere è un innominato Xxxxx, 34 anni, vestito da calciatore della nazionale italiana e “campione nel mondo e negli spogliatoi”: presumibilmente, un calciatore gay che non può dichiarare la sua identità sessuale.

Così Lorenzo “Q” spiega i Puraido: “Ognuno è unico, proprio come nella vita reale. Quello che la campagna cerca di comunicare è che non c’è una divisione netta tra normali e diversi, ma una enorme ‘zona grigia’ che comprende tutti e tutte, anche il tuo cantante pop preferito che per contratto non può dichiararsi, il tuo compagno di banco delle superiori, la potenziale vincitrice del Grande Fratello o la cassiera della Coop sotto casa”.

Mi piacciono, questi Puraido: sono simpatici, sereni, tranquillizzanti. Gradisco meno alcuni stereotipi che, a dispetto delle intenzioni degli autori, restano loro appiccicati: le parole di Clara sono veterofemministe e come tali chiudono il messaggio, invece di aprirlo; Xxxxx dà per scontata l’impossiblità di fare coming out: perché non sognare un calcio in cui ciò sia possibile? Dolcissimo quel Mario che era Maria, ma perché vestirlo da operaio? Non poteva essere un docente, un manager? Un po’ troppo ermetico, infine, il messaggio di Giulio. All’inizio non capisci cosa c’entri il Senato, poi, dopo qualche sforzo, ti viene in mente che il punto è proprio questo: l’orientamento sessuale di Giulio, come quello politico, non è rilevante. Il rischio, però, è che molti non lo capiscano, specie se vanno di fretta come si fa per strada.

Nel complesso, comunque, apprezzo molto questa campagna che cerca, una buona volta, di togliere dalla testa dei bolognesi l’idea malsana che “quelli del gay pride” mangino i bambini. :-)

Da quel che ho capito, infine, sul sito del Bologna Pride ognuno potrà costruirsi il suo Puraido-avatar. Sperabilmente questi personaggi si moltiplicheranno, almeno in rete se non per strada. Mi auguro allora che nascano Puraido di 40, 50, 70 anni, Puraido bancari, giardinieri, medici, infermieri, Puraido nordafricani, neri, veneti, siciliani… Che la normalità dell’essere diversi riguardi tutti i mestieri, insomma, tutte le età, le provenienze, i gusti, le inclinazioni.

Guarda i manifesti ora (puoi fare clic per ingrandirli), e come al solito, se ti va, dimmi che ne pensi.





Visti da fuori

18 04 2008

Quando viaggio, mi chiedo sempre come mi vedono quelli del luogo. Specie nei paesi poveri: come mi vede un/a cubano/a, brasiliano/a, kenyota, thailandese o quel che vuoi? Come li vede i turisti occidentali che si aggirano bianchicci e molli fra bellezze naturali e capanne?

Male e sempre peggio, concludo inevitabilmente. Male anche quando non siamo turisti per caso, ma viaggiatori benintenzionati e animati dalle migliori motivazioni umanitario-conoscitive. Polli da spennare? Idioti da sposare? Privilegiati di cui prima o poi vendicarsi? Col che, piuttosto che fare quella parte, spesso e (mal)volentieri preferisco starmene a casa.

Ecco come lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez ci restituisce il contrasto fra lo sguardo di un cubano e quello di un “turista incauto e immalinconito” che visita L’Avana:

«Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di mani, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.

Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandondando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in una trance ipnotico, ed esce dalla realtà» (Pedro Juan Gutiérrez, El Rey de La Habana, 1999, trad. it. Il re dell’Avana, Edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 46-47).





Acqua pubblica, acqua venduta

16 04 2008

Oggi ho trovato questo video. A quanto pare, è su YouTube da quasi un anno, ma stranamente l’hanno visto in pochi. L’hanno realizzato quelli del Meetup di Napoli.

Magari guardalo più di una volta, è delizioso. E poi smettila di bere acqua in bottiglia: quella del rubinetto è migliore, e se ci metti un filtro è anche più buona.

Provare per credere.

:-)





Lakoff applicato a Veltroni

15 04 2008

Qualche mese fa ho letto il libro di George Lakoff Non pensare all’elefante!, tradotto in italiano da Fusi Orari (Internazionale, 2006). Vi si analizzano i valori e l’ideologia di base dei conservatori e progressisti statunitensi, ma soprattutto il linguaggio e le metafore con cui li esprimono. È un lavoro brillante, senza pesantezze né tecnicismi, che ti consiglio di leggere (o rileggere) proprio ora, perché ti aiuta a inquadrare i recenti risultati elettorali.

In particolare, è illuminante per capire le ragioni della sconfitta di Veltroni e della cosiddetta sinistra radicale. E per cercare nuove soluzioni imparando dall’esperienza. Ecco ad esempio cosa Lakoff suggeriva ai progressisti americani dopo le ultime presidenziali.

«I conservatori non devono necessariamente averla vinta su tutto. Ci sono molte cose che i progressisti possono fare. Per esempio, queste undici:

Primo, riconoscere che i conservatori sono stati bravi e i progressisti hanno perso il treno. Non mi riferisco solo al controllo dei media, anche se è tutt’altro che irrilevante. Sono stati bravi a creare dei frame che riflettono la loro visione del mondo. Dobbiamo ammettere il loro successo e il nostro fallimento. [Per capire l'importanza del frame in una contesa elettorale, leggi il libro, Nota di Giò]

Secondo, ricordarsi di “non pensare all’elefante”. Se accettate il loro linguaggio e i loro frame e vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista.

Terzo, ricordare che la verità da sola non basta a rendere liberi. Dire la verità sul potere non basta. Bisogna presentare la verità in modo incisivo dal proprio punto di vista.

Quarto, parlare sempre dalla propria prospettiva morale. Le politiche progressiste discendono da valori progressisti. Cercate di chiarire quali sono i vostri valori e usate il linguaggio dei valori. Abbandonate il linguaggio dei politicanti.

Quinto, capire da dove vengono i conservatori. Avere chiara in mente l’etica del padre severo e le sue conseguenze [cfr. il libro, nota di Giò]. Sapere contro che cosa si sta combattendo. Essere in grado di spiegare perché credono in quello in cui credono. Cercare di prevedere quello che diranno.

Sesto, ragionare in modo strategico e trasversale sui problemi. Pensare in termini di grandi obiettivi morali, non di programmi fini a se stessi.

Settimo, pensare alle conseguenze delle proposte. Avviare iniziative che provochino effetti domino progressisti.

Ottavo, ricordare che gli elettori votano per la loro identità e per i loro valori, che non coincidono necessariamente con i loro interessi.

Nono, unirsi! E collaborare! [...] Cercate di mettervi al di sopra della vostra modalità di pensiero e di esprimere i valori condivisi da tutti i progressisti.

Decimo, essere attivi, non reattivi. Giocare all’attacco, non in difesa. Cercate di modificare i frame, ogni giorno, su tutti i problemi. Non limitatevi a dire quello che pensate. Usate i vostri frame, non i loro, perché corrispondono ai valori in cui credete.

Undicesimo, parlare alla base progressista in modo tale da attivare il modello del “genitore premuroso” [cfr. il libro] negli elettori indecisi. Non spostarsi a destra. Lo spostamento a destra è pericoloso per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori attivando il loro modello negli elettori indecisi» (G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, Fusi Orari, 2006, pp. 56-58).

Mentra la sinistra radicale si è mossa trascurando quasi tutti questi suggerimenti, mi pare che Veltroni abbia cercato di seguirne molti, ma ha scordato il secondo, il quinto e l’ultimo. Dimenticanza che gli è stata fatale.





La carne, le carote e il PIL

14 04 2008

Ieri ho visto una splendida puntata di Report, a cura di Michele Buono e Piero Riccardi, intitolata “Buon appetito!”. Ti consiglio di guardarla sul sito della trasmissione, ma se non hai tempo, te ne stralcio alcuni passaggi fondamentali. È un post più lungo del solito, ma ti giuro ne vale la pena.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
È stato calcolato che la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone che si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi che seguissero la dieta degli italiani, ma solo 2,5 miliardi con il regime alimentare degli statunitensi. Questo perché la metà dei cereali che produciamo servono per alimentare gli animali che mangiamo. 820 milioni di persone nel mondo muoiono di fame e altre 800 milioni mangiano come se di pianeti a disposizione ne avessero 5. L’agricoltura industriale e chimica oggi è la causa di un terzo di tutte le emissioni di gas serra che stanno uccidendo il pianeta. Se il nostro futuro e quello della biosfera dipendono da come produciamo e consumiamo quotidianamente cibo, questo carica tutti noi di responsabilità, subito, ora.

[...]

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Siamo ciò che mangiamo, questo vuol dire che il cibo, oltre ad essere una merce, deve avere anche un senso. L’agricoltura, riportano i testi scolastici, è alla base dell’economia e della vita. Il ciclo completo dell’agricoltura oggi, secondo gli studi della FAO, incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta; tanto per avere un raffronto, i trasporti non legati al settore dell’alimentazione incidono per il 17%. Il settore zootecnico, invece, produce gas serra 296 volte più dannosi del CO2: questo è il letame. L’aumento degli allevamenti è dovuto all’aumento del benessere quindi all’aumento del consumo di carne; questo, nonostante tutti gli studi medici dicano che mangiare troppa carne fa male. Un americano ogni anno ne mangia 122 chili, un italiano 87, un cinese 50, un indiano 4. Bisognerebbe ridistribuirla meglio, ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta. Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno che cresce mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale. Ma la carne è poca cosa rispetto a un sistema di produrre e consumare che sfugge a ogni logica minima di tutela della salute, del pianeta, del portafogli. Possiamo continuare a fregarcene, oppure vedere di cambiare abitudini.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Roma 2 febbraio 2008. Torniamo a casa con la spesa; sono i giorni della merla, il centro dell’inverno, in genere i più freddi dell’anno, ma dalla mia busta tiro fuori di tutto: pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, asparagi, fagiolini verdi, fragole. Insomma sembra di essere in piena estate. Ma ormai siamo abituati, nei supermercati c’è una sola stagione, che dura tutto l’anno. Per legge, tutti gli alimenti hanno le loro etichette, nomi, informazioni, numeri, pesi, ma in genere ciò che osserviamo è la data di scadenza, “scade il…”. Eppure l’etichetta ci può dire molto di più, ad esempio da dove arriva. Questi asparagi infatti vengono dal Perù, dato che in Italia, a gennaio, gli asparagi non possono crescere. Anche i fagiolini verdi sono fuori stagione, e arrivano dal Marocco. Le fragole dalla Spagna. Poi abbiamo trovato pomodori, anche questi fuori stagione, italiani, spagnoli; tra gli italiani c’è questa scatola di ciliegini, che arrivano dalla Sicilia.

PIERO RICCARDI

Dunque fornito per Auchan SpA, Rozzano, Milano, da Alegra Faenza, Ravenna; prodotto e confezionato da Euroagri Italia, a Vittoria, quindi significa che sono stati prodotti a Vittoria, sono andati a finire a Faenza, in Emilia Romagna, a Ravenna, e li abbiamo comprati a Roma.

Ma anche il prezzo ci rivela delle sorprese.

Spinacino: ci sono costati 2 euro e 10 cioè 100 grammi ci sono costati 2 euro e 10 quindi significa 21 euro al chilo.

[...]

PIERO RICCARDI
[...] queste carote costano 8 e 76 al chilo, siamo andati qui vicino a Latina e le carote al produttore vengono pagate 7 centesimi. Come fa ad aumentare così tanto da 7 centesimi alla produzione a 8 e 70 al chilo?

PAOLO BARBERINI – PRESIDENTE FEDERDISTRIBUZIONE
Allora dobbiamo vedere quella che è la base prodotto e quella che è l’aggiunta di servizio, un prodotto di questo tipo ha un servizio insito nel prodotto stesso che è assolutamente enorme, dalla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia [Massaia? Nel 2008 si parla ancora di massaie... Nota di Giò] nell’acquisto, alla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia nel lavaggio, nel tagliarle e nel fare tutti quelli che sono gli atti quotidiani. Adesso purtroppo il tempo è tiranno per cui si preferisce, in alcuni casi, spendere più in servizio che non nel prodotto.

[La quantità di luoghi comuni in questa risposta è direttamente proporzionale all'imbarazzo dell'intervistato. Nota di Giò]

[...]

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
La differenza tra queste carote e questa scatola di carote grattugiate è un gesto. A noi il gesto di grattugiare ci prende qualche istante. Quello che c’è dietro la scatola di carote grattugiate invece sono trasporti, plastica, energia e infine pure lo smaltimento della confezione nel termovalorizzatore. Qual è la logica economica di tutto questo?

Cosenza. Università di Arcavacata. Il professor Dacrema insegna Economia e ha scritto un libro sul PIL, il prodotto interno lordo. E la domanda che gli facciamo è: una carota, un pomodoro sono una merce come le altre?

PIERANGELO DACREMA – ECONOMISTA UNIV. ARCAVACATA – CALABRIA
Noi siamo abituati a parlare di merci e a trattare tutto come una merce, perché tutto ciò che ha un valore economico ha un prezzo, un prezzo espresso dai numeri del denaro, i numeri del denaro sono i numeri del PIL perché il PIL quantifica tutto in termini di prezzi e quindi usa la logica molto banale, se vogliamo, ma molto stringente della matematica elementare del denaro, addizione e sottrazione. Ma il valore, una buona teoria del valore tiene conto del fatto che il valore ha un senso, prima ancora che un prezzo, il prezzo non esprime il senso del valore, non esprime il significato di un bene. Ma questa ossessione della quantità – e il PIL la esprime in modo eccellente -, questa ossessione della quantità ci fa dimenticare che esistono costi di cui il PIL non tiene conto, assolutamente. Ora, i costi sostenuti dalla madre terra da cui sottraiamo evidentemente delle energie per produrre pomodori secondo tecniche produttive che sono criticabili sotto l’aspetto ambientale, e sotto l’aspetto dell’inquinamento, ecco quei costi non provocano una diminuzione del PIL anzi, il paradosso è che, diciamo che nella mente di tutti e in particolare della nostra classe dirigente, l’aumento del PIL è qualcosa da salutare di per sé con favore in modo positivo. Dall’altro lato si tende appunto a dimenticarsi del fatto che un disastro, un incidente stradale provoca un aumento del PIL, la produzione di armi provoca un aumento del PIL, le tante produzioni inquinanti e dannose provocano un aumento del PIL.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Dunque, queste carote in scatola fanno aumentare il PIL, proprio perché producono un costo ambientale, come una petroliera che si spacca. Fa aumentare il PIL perché dovrò ricostruirne un’altra e pure le coste da ripulire, i pesci e gli uccelli imbrattati da curare mi fanno alzare il PIL, e quando siamo in coda sull’autostrada il PIL aumenta perché bruciamo carburante, che inquina. E se l’inquinamento ci fa venire un tumore tanto meglio: malati e ospedali fanno aumentare il PIL. Un incidente fa aumentare il PIL. I prodotti fuori stagione fanno alzare il PIL perché costa di più produrli, perché più fertilizzanti, erbicidi e pesticidi uso, più aumenta il PIL. E pazienza se l’aereo che porta asparagi dal Perù e fagiolini dall’Africa produce CO2, perché si alza il numeretto magico del benessere. E poi i prodotti fuori stagione posso venderli a un prezzo più alto di uno di stagione. È meglio vendere un chilo di fagiolini a gennaio a 4 e 99 al chilo, che un cavolfiore a 0.99, perché anche questo fa aumentare il PIL.





In Italia lo stipendio medio di una donna…

12 04 2008

… è la metà di quello di un uomo.

Ma non basta.

In Italia, il 79% dei posti di lavoro manageriali è riservato agli uomini.

Con queste frasi si concludono i due magnifici spot contro la discriminazione delle donne, che stanno andando in onda dall’8 marzo su La7 e MTV.

Li ho trovati su YouTube grazie al prezioso blog di Marco Valenti sulla comunicazione sociale, che da oggi includo nel mio blogroll permanente.

Agenzia: Saatchi & Saatchi.
Creativi: Francesca Risolo (arti director) Laura Palombi (copywriter).

Finalmente un po’ di comunicazione sociale ben fatta, ti pare?





Che cos’è un viaggio?

11 04 2008

Niente comunicazione politica oggi: m’hanno stufata.

È da un po’ che volevo dirne una sull’ultimo spot di Louis Vuitton. Si vede soprattutto al cinema e, mentra va, è tutto un mormorio di “quant’è bello, quanto fa sognare”. Bello e costoso, non c’è dubbio: l’ha prodotto la Ogilvy & Mather (sede parigina), una delle più importanti agenzie del mondo. Però confesso che, quando l’ho visto, mi si è gelata la schiena, altro che sogno.

Questo è il testo:

What is a journey?
A journey is not a trip.
It’s not a vacation.
It’s a process. It’s a discovery.
It’s a process of self-discovery.
A journey brings us face to face with ourselves.
A journey shows us not only the world,
but how we fit in it.
Does the person create the journey,
or does the journey create the person?
The journey is life itself.
Where will life take you?
Louis Vuitton.

Passi che il viaggio sia “la stessa vita” (anche se mi stupisco che Ogilvy possa ancora vendere – e trovare chi compra – una metafora così logora). Ma insistere sull’idea che il viaggio sia una “scoperta di se stessi” o, peggio, una “creazione di se stessi”, in cui non facciamo altro che capire noi stessi (noi, sempre noi) o capire come ci sentiamo a questo mondo (stiamo bene? abbastanza comodi?)… be’, questo non lo sopporto.

Non si dovrebbe, piuttosto, viaggiare per confrontarsi con culture diverse, per imparare nuovi modi di vivere, pensare, agire, emozionarsi? Per capire meglio gli altri, invece di noi stessi?

Se devo mettermi in viaggio per scoprire me stessa, tanto vale che stia a casa. Specie se vado in luoghi meno fortunati di quello in cui vivo, dove magari la gente muore di fame o s’ammazza per qualche credo religioso appena fuori dall’albergo in cui mi trastullo. E poi, se questo viaggio è una metafora della vita, di che tipo di vita egocentrica e chiusa stamo parlando?

Il più odioso individualismo occidentale celebrato da uno dei suoi più odiosi marchi di lusso.





L’uomo dei fatti

9 04 2008

Sul Magazine n.13 del Corriere della sera è uscita un’intervista di Vittorio Zincone a Jacques Séguéla (mi era sfuggita, ma Donmo me l’ha gentilissimamente inviata per mail: grazie!). Séguéla è il celebre pubblicitario francese, noto fra l’altro per aver lavorato con François Mitterand: a lui si deve lo slogan “La force tranquille”, che accompagnò la vittoria di Mitterand nel 1981. Agli studenti interessati a lavorare sulla pubblicità consiglio sempre di leggere i libri di Séguéla, come minimo quelli tradotti in italiano: dall’autobiografico e divertente Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello (Lupetti, 1979) a Hollywood lava più bianco (Lupetti, 1992).

Ma anche quelli interessati alla comunicazione politica non possono prescindere dai lavori di questo guru della pubblicità francese: come minimo Le vertige des urnes (Flammarion, 2000) e il recente La prise de l’Elysée, scritto con Thierry Saussez (Plon, 2007).

Nell’intervista sul Corriere, Séguéla riprende una delle sue celebri regole per la comunicazione politica, “Si vota per un uomo e non per un partito”, criticando su questa base gli attuali manifesti del Popolo della Libertà.

Testuali parole:

«- Non voglio fare il saccentello, ma… mi cascano le braccia. Siamo tornati alle réclame vecchio stampo.
- Non le piace “Rialzati, Italia”?
- Tecnicamente lo slogan è ineccepibile. Due parole, chiare. È molto di destra. Più di quanto lo sia mai stato Berlusconi. È imperativo, volontaristico, quasi violento. Troppo per questi tempi: oggi la comunicazione di un grande leader deve essere una specie conversazione, coinvolgente. Il contrario di quanto ha fatto il Pdl. L’errore più grave però è l’immagine…
- Qual è il problema?
- È arcaica. Ci sono tre regole della comunicazione politica che sono intangibili.
- La prima?
- Si vota l’uomo, non il partito. E nei manifesti per ora manca la faccia di Berlusconi.
- Il suo staff dice che c’era l’esigenza di far conoscere il Pdl, una nuova alleanza.
- E che c’entra? Si vota comunque l’emozione che ti dà un volto. Per questo la campagna di posizionamento di Veltroni è più azzeccata» (Corriere della Sera Magazine, n.13, 27 marzo 2008, pp. 66-67).

Ora, mentre il resto della opinioni espresse da Séguéla nell’intervista mi trova entusiasticamente d’accordo, questa proprio no. Tralascio ogni ulteriore commento sulla foto di Veltroni, carente proprio perché non dà l’emozione che dovrebbe.

Ma l’assenza del volto di Berlusconi dai manifesti non mi pare affatto un errore, anzi. Trovo che sia perfettamente coerente con il modo in cui, fin dall’inizio di questa tornata elettorale, il leader del centrodestra si è posizionato rispetto al suo principale avversario: Veltroni è un parolaio – dice Berlusconi – uno capace di usare i trucchetti della televisione (“della fiction”, ripete), io no di certo, io mi rifiuto di farlo perché mi occupo di cose serie e problemi concreti. Veltroni è il comunicatore, il venditore di sogni – dice Berlusconi – io l’uomo dei fatti. È su questa stessa base – facci caso – che ora il leader del centrodestra sta motivando il suo rifiuto di partecipare al faccia a faccia televisivo.

Per questo, credo, ha accuratamente evitato di mettere la sua faccia nei manifesti. Il che è un bel paradosso: proprio Berlusconi che nel 1994 fu il primo, in Italia, a introdurre nella comunicazione politica le tecniche pubblicitarie, ora ci racconta di non saper comunicare. Proprio lui, l’uomo delle televisioni, ora rifiuta il faccia a faccia televisivo. Mi pare l’ennesima, e abile, mossa di un ottimo comunicatore.





Il font di Barack Obama

8 04 2008

Ti consiglio di leggere il post che ieri Luisa Carrada ha scritto sul font usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: il Gotham.

Perfetto: il font, come il commento di Luisa.





La sfera di cristallo

7 04 2008

Gli spot televisivi del PD sembrano aver risolto perfettamente i problemi che abbiamo discusso nei giorni scorsi, confrontando lo spot de La Sinistra l’Arcobaleno con quelli di Hillary Clinton. Anche il PD mette in scena le persone comuni, ma evita di farle recitare (non ne sarebbero capaci) e usa il montaggio e la musica per costruire un messaggio adeguato al formato e agli spazi cui è destinato. Per di più, il trucco di alternare testi e foto riduce i costi al minimo, data l’assenza di riprese video.

Anche i testi sembrano intercettare i desideri e le aspirazioni degli elettori ideali del PD: tutti coloro che, scontenti della situazione italiana attuale, sperano in un futuro migliore. E lo sperano con un’intensità tale da sognarlo a occhi aperti, da vederlo come fosse già reale. Ecco le parole dello spot che vedrai fra poco:

“Vedo un paese che smette di sentirsi povero di petrolio/ e si scopre ricchissimo di sole./ Vedo la delinquenza diventare l’unico lavoro precario,/sempre più precario./ Vedo milioni di lavoratori/ uscire la mattina/ e tornare a casa la sera./ Sani e salvi./ Non è così./ Ma può cambiare./ Tutto/ può/ cambiare./ Oggi con il Partito Democratico/ Si può fare.”

L’idea è azzeccata, i testi non troppo generici, il commento musicale rassicurante.

Dal mio punto di vista, queste atmosfere sognanti avrebbero dovuto essere controbilanciate da altri spot che mettessero in evidenza la competenza pratica del leader, la sua concreta capacità di fare, il sapere tecnico. Perché la propensione di Veltroni a far sognare è ormai riconosciuta da tutti, ma la sua credibilità in termini di fare concreto è molto meno forte di quella di Berlusconi.

Peccato poi che lo spot si chiuda con la solita foto di Veltroni con lo sguardo fisso e il sorriso finto. Che certamente non aiuta a costruirlo come leader credibile.





Vincenzo Cerami a Casalecchio

4 04 2008

Oggi alle 18.30, presso la Sala delle Cerimonie del Comune di Casalecchio di Reno, in via dei Mille 9, Casalecchio di Reno (Bologna), si terrà una conversazione con

Vincenzo Cerami.

Per ulteriori informazioni su Vincenzo Cerami, puoi visitare il suo sito.

Per ulteriori informazioni sull’iniziativa:

Biblioteca Comunale “Cesare Pavese”
Via Porrettana, 360
40033 Casalecchio di Reno (BO)
biblioteca@comune.casalecchio.bo.it
telefono 051 572 225/051 590 650
fax 051/572023





Professionisti in erba

3 04 2008

Lo ammetto, quando tre giorni fa mi chiedevo: “Siamo proprio sicuri che una laureata o un laureato (in Comunicazione o Dams), sufficientemente svegli e opportunamente guidati, non saprebbero confezionare un video che somigli (almeno un po’) a questi?” (mi riferivo ai video della campagna di Hillary Clinton), non avevo tutta la sicurezza che la mia domanda presupponeva.

Cioè: ho molta fiducia nelle capacità di alcuni giovani laureati che conosco, ma la professionalità si acquisisce nel tempo, e con fatica, e non è detto che un giovane, per quanto capace, riesca a raggiungere velocemente un livello professionale adeguato a una campagna di comunicazione politica.

Ma la lettera che mi ha mandato Matteo, 23 anni, laureato pochi mesi fa in Scienze della Comunicazione a Bologna, mi ha tolto ogni dubbio: ragazzi come lui potrebbero costruire prodotti molto migliori di quelli che stiamo vedendo nell’attuale campagna elettorale. Compensando la giovane età con l’ingegno, la mancanza di esperienza con l’osservazione e lo studio, la mancanza di mezzi con la rapidità nel trovare trucchi e soluzioni.

Se solo qualcuno desse loro la possibilità di provarci. Ma la politica italiana, anche quando dice “Si può fare”, in realtà guarda ai soliti noti, troppo vecchi per avere idee nuove, troppo compromessi per cambiare davvero le cose.

«Ciao Giovanna,

ho letto il post e ci ho ragionato un po’ sopra. La grossa differenza che vedo tra l’audiovisivo di comunicazione politica americano e il nostro è che, in un qualche modo, loro riescono sempre a realizzare prodotti coesi e dotati di un passo proprio. In altri termini i loro risultati sono ben confezionati, qua no. Alcune trovate estetiche ricordano altro (guarda come cade la luce nel video del Texas, soprattutto nelle prime inquadrature, e poi a seguire quel modo di trattare in maniera oggettuale il soggetto, mai centrale all’inquadratura e col fondo fuori fuoco… non è una maniera incredibilmente “Dove” di mostrare?), ma si tratta di patine e consistenze che sanno adattarsi a quel particolare discorso. In ogni caso questi video sanciscono subito il proprio essere differenti, senza strane logiche di emulazione rispetto altre tipologie di audiovisivo e messa in scena (come lo spot di Bertinotti, che sembra voler essere un racconto).

Il secondo video è squisitamente americano, col pianoforte che accompagna quegli ambienti così middle (class e west). Non sono molto convinto che la prima clip sia costruita attorno a vere persone comuni, ma chi può dirlo? In ogni caso il livello di manipolazione della realtà è molto più alto, almeno per quanto riguarda il profilmico.

La struttura di tutti e due i lavori è semplice, molto più semplice delle proposte italiane che hai pubblicato nei giorni precedenti. A mio vedere la loro forza sta proprio nell’essere così lineari e curati nei dettagli, sia fotograficamente che in termini di montaggio. Mi verrebbe da fare anche un lungo discorso sui formati, ma è un po’ confuso e te lo risparmio.

Quando facevo i laboratori ai ragazzi delle scuole medie non ho mai permesso di realizzare il fantomatico cortometraggio da dieci minuti, come fanno quasi tutti i laboratori. Imparare a scrivere richiede tempo e allenamento: figuriamoci un linguaggio così complesso come quello dell’audiovisivo, con un rapporto così delicato con l’effetto di realtà, ereditato dalla fotografia e dal cinema.

Last but not least, sono decisamente un tipo da cerchi e asticelle pure io. Per onestà e per far capire quanta fatica c’è dietro un lavoro, facevo elaborare in termini generici una trama da un quarto d’ora. Poi ragionavamo su come realizzare il trailer di quel film inesistente. Era un esercizio minimo, da sessanta secondi al massimo, in cui era però necessario confrontarsi con le logiche di un prodotto particolare e una serie di stati emotivi da trasmettere. Un esercizio minimo da due mezze mattinate di ripresa coi ragazzi e alcune sessioni notturne di montaggio.

Detto questo, spero e voglio credere che un manipolo di coraggiosi damsiani e comunicatori, purchè dotati di una concezione intensiva del lavoro, possa riuscire a realizzare un prodotto di questo tipo. Non girando in alta definizione ma con una compatta o poco più, senza un direttore della fotografia ma tenendo d’occhio il contrasto e sfruttando i filtri per la correzione fotografica… Qualcosa di questo tipo ed esteticamente più innocente è possibile, credo. Per scrivere una bella “a” servono gesto e personalità, assieme a un’intimità profonda coi cerchi e le asticelle.

È una risposta segmentata e un po’ appannata, spero non ti richieda un eccesso di principio di carità. Tu che ne dici? Anche su come lavoravo coi ragazzi, se ti sembra sensato.

A presto,

‘matteo»

Mi sembra molto più che sensato, caro Matteo: mi sembra professionale.





Il volto della Sicilia

2 04 2008

Lo spot elettorale di Anna Finocchiaro è su YouTube da alcuni giorni, e va in onda sui canali televisivi siciliani da ieri.

Stavolta il problema è nel testo:

“Non importa quanta strada c’è/ e se sarà in salita o in discesa,/ non importa quanto c’è da sudare/ e se ci sarà da camminare./ Quello che importa veramente/ è avere una meta,/ una meta in cui credere,/ per cui vale la pena di spendere una vita./ Noi una meta ce l’abbiamo:/ cambiare il volto della Sicilia.”

Cambia il volto della Sicilia” è lo slogan della campagna, che si regge sulla bellezza ed espressività del volto (letterale) della candidata. Ora, il viso della Finocchiaro, per quanto intenso, può bastare a nutrire lo slogan (forse), ma certo non dà pregnanza alla sfilza di metafore che lei recita nello spot.

Ho sentito parlare la Finocchiaro diverse volte, in comizi e interviste televisive. Come molti siciliani, usa spesso un linguaggio figurato, ma difficilmente le sue metafore sono sbagliate come quelle che il suo staff ci propina in questi giorni: o troppo generiche (cambiare il volto della Sicilia? qualunque candidato non conservatore potrebbe dirlo), o fastidiosamente scontate (il cammino, la salita, il sudore). Per non parlare dell’”avere una meta in cui credere”, che non è una metafora ma un obiettivo che non si nega a nessuno, neppure ai mafiosi purtroppo.

Peccato, lei parla meglio di così.