Il Romanzo Totale

31 07 2008

Navigando alla ricerca di narrazioni collettive in rete (devo scrivere un articolo su questo argomento entro settembre), ho scoperto il Romanzo Totale 2008, a cura di : Kai Zen : (in questo giorni segnalato anche su Nuovo e Utile).

Il primo Romanzo Totale nacque per un’iniziativa di Wu Ming, Paolo Bernardi e Andrea Pagani, che portò alla scrittura collettiva di un racconto sul portale internet Xaiel e alla pubblicazione cartacea del libro «Ti chiamerò Russell» – Romanzo Totale 2002 (Bacchilega Editore, Imola) – nel febbraio del 2003. Nacque così l’ensemble narrativo : Kai Zen :.

Dopo quella prima esperienza, varie presentazioni, incontri con il pubblico, i componenti dell’ensemble narrativo decisero di scrivere un loro romanzo, dal titolo «La Strategia dell’Ariete». Nel rispetto della filosofia del Romanzo Totale, : Kai Zen : ha sempre mantenuto il contatto con una comunità di lettori, critici, editor e altri scrittori che si sono uniti al progetto, sviluppato su www.kaizenlab.it.

Nel febbraio del 2004 : Kai Zen : ha lavorato, in collaborazione con Amnesiac Arts, alla stesura del Romanzo Totale «La potenza di Eymerich», basato sul personaggio creato da Valerio Evangelisti e che ha visto la partecipazione, oltre allo stesso Evangelisti, di Wu Ming 5.

Nel 2005, con il patrocinio e la collaborazione della Provincia Autonoma di Bolzano, ha realizzato il Romanzo Totale «Spauracch, pubblicato da Bacchilega Editore nello stesso anno. Nel 2007, «La Strategia dell’Ariete» è uscita, dopo anni di scrittura e ricerche, da Mondadori.

Oggi : Kai Zen : è formato da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani.

Tutto il materiale prodotto da : Kai Zen : è pubblicato e diffuso in COPYLEFT con licenza Creative Commons.





Incipit letterari

30 07 2008

Come comincia David Copperfield di Charles Dickens?

Così: «Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine.»

E Io uccido di Giorgio Faletti?

«Porta da anni la sua faccia appiccicata alla testa e la sua ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa di più.»

E come inizia Se la luna mi porta fortuna di Achille Campanile?

«È un peccato che lo spettacolo della levata del sole si svolga la mattina presto. Perché non ci va nessuno.»

Ancora… Argo il cieco di Gesualdo Bufalino?

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate.»

E l’inizio di Notturno indiano di Antonio Tabucchi?

Eccolo: «Il tassista aveva una barba a pizzo, una reticella sui capelli e un codino legato con un nastro bianco.»

Mhm… e Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marías?

Ce l’ho, ce l’ho: «Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome.»

Se vuoi leggere, rileggere, vedere tutti d’un colpo, confrontare gli incipit di oltre 3500 opere della letteratura di ogni tempo e paese, in lingua originale e relativa traduzione italiana, o solo in italiano, esiste uno strabiliante sito, Incipitario.com, a cura di Giuseppe Ierolli di Roma, in rete da agosto 1997 e continuamente aggiornato.

Idea per una tesi di laurea: tentare una classificazione semiotico-narratologica degli incipit letterari.





Salve, buongiorno, ciao, addio…

28 07 2008

Chi mi conosce sa che non sopporto di essere salutata con “Salve!”. Il che, purtroppo, in università mi capita regolarmente, perché è così che il/la ventenne medio/a risolve l’incertezza fra darmi del tu (“È una prof, non si può”) e darmi del lei (“È una tipa informale: non mi viene da darle del lei”). È per questo che, nei corridoi come nelle mail, si moltiplicano i “Salve!” (col punto esclamativo, sì).

Quanto sarebbe bello, invece, che l’imbarazzo fosse sciolto scombinando le regole. Un intelligente “Buongiorno Giovanna”, seguito da un educatissimo “tu” – perché il rispetto non passa per forza dal “lei”. O un sorridente “Ciao prof”, che prosegue con un rigoroso “lei”, tanto per dirne un’altra. Ma ci potrebbero essere diverse soluzioni, purché personali e non sciatte.

Perché questo un vero saluto dovrebbe essere (in generale, non solo in università): un momento di attenzione, per quanto fuggevole, specificamente dedicato a una persona, e solo a quella. Troppa fatica?

Sabato scorso, sulla prima pagina di Repubblica, c’era questo articolo di Guido Ceronetti. Non sono l’unica, ad avercela col “Salve!”.

:-)

La difficile arte di salutare gli altri

Caro direttore, il saluto? Dico subito qual è il peggiore. Non c’ è peggior modo di salutare che dire SALVE, parola che, di per sé fredda e sgraziata, viene quasi sempre gettata, più che detta, con svogliatezza e noncuranza: il «salve» esclude ogni possibile amabilità ed è significativo che sia diventato, dopo il «ciao», il saluto italiano più diffuso. Il «salve» degli ambienti giovanili e di lavoro sottintende repulsione per la socialità, indisponibilità al dialogo e all’amicizia, avvertendo: c’è un muro, ci vai a sbattere. Meglio ritrarsi.
Anni fa scendevo talvolta a un albergo romano a tre stelle, al Nomentano, accettabile… Un giorno fu assunto un portiere di giorno che, non ripreso dalla direzione, salutava la clientela, abitualmente, con «salve». Oltre che sgradevolmente infame, il «salve» non può essere seguito da un nome proprio senza sprofondare di più nel brutto, e il portiere ideale, in qualsiasi albergo, è quello che ti dà il buongiorno accompagnato dal nome. Buongiorno signor Tiramazza! Questo fa che il nominato Tiramazza gongoli, e l’albergo, terra dei nessuno, gli è subito reso familiare; molte paure, inerenti all’assurdità del soggiorno in camere di tutti, svaniscono… Per evitare lo sconcertante saluto anonimo di quel portiere caricato a salve, mai più, in quell’albergo romano, ho rimesso piede.
Il miglior saluto è «ciao», in lingua ancora decentemente italiana, lo segua o no il nome. Dall’eco un po’ servile nell’ ètimo (sciavo, schiavo, s’intende: tuo) l’origine è strapersa, e «ciao» ha il colore dell’indipendenza. Il suo uso in lingua corrente è databile, pare, verso 1880: dunque si poteva già salutare con “Ciao Giosuè” il Carducci e con “Ciao Mimile” Émile Zola, come lo chiamava la sua legittima, Alexandrine. Prima del 1922, “Ciao Benito” lo poteva dire chiunque – dopo, via via, sempre meno. Facile, del nobile linguistico, lo scadimento. Ciao è bello a patto che non sia ripetuto: ciao-ciao sfiora già il cadente, è svogliato e denota, pur con le migliori intenzioni, una grande stanchezza. Il ciao ripetuto è dei moribondi, dei grandi malati, potendo è meglio astenersene. Pessimo, da evitare, da reprimere, dilagato come un male infettivo è il ciao a filza di salamini, a mitraglia di guerrigliero, oggi usatissimo nei congedi telefonici, sia di fisso che di cellulare: “ciao ciao ciao ciao ciao…!”. Di solito è affannato, nevrotico, sintomatico di qualche buco nero nascosto o dichiarato.
«Addio» ha cessato di essere un modo di salutare. Era per antonomasia il saluto epistolare, i grandi della lingua terminavano così la lettera di busta sigillata. Adesso sarebbe incongruo, ironico, accolto male. Un suicida, un condannato a morte scrivono, nei loro convulsi messaggi, come saluto supremo, “addio”. La canzone degli anarchici espulsi dalla Svizzera, di Pietro Gori, famosissima, attacca e termina con addio. Dai messaggi lasciati in segreterie telefoniche o digitati nei cellulari “addio” è bandito. O può sussistere come formula di rottura. Nella lingua letteraria, considerato evento in un contesto narrativo, “addio” resta vivo e pregnante. Ma rimanda a Dio, al cui regno appartengono i morti, ed è come se a quel regno si consegnassero i vivi, quelli che oggi stanno camminando di sera lungo la via Karl Johann di Munch o sotto la porta di Brandeburgo, tutti votati Dis Manibus. Rinviare a Dio o agli Dei è, in un certo senso, come già morti salutare i vivi.
C’è da riflettere sull’universale «adiós» castigliano – che ha valore identico a ciao – espressione emblematica di un mondo che aveva (non so se ancora abbia, fra tante demolizioni) un legame indissolubile e una completa familiarità con la morte. La lingua accogliendo a-Diós già nel secolo XV (Corominas Etimologico) lo accompagnava con sii, siate (con Dio, andate con lui, ecc.) in un esplicito affidamento augurale a un deus absconditus delle persone salutate, come corpi viventi da preservare e come anime di disincarnati da salvare. Il fatto che da tempo l’addio neolatino appaia neutro e al di fuori di ogni trascendenza, questa tuttavia, nella profondità d’essenza della parola rinviante a un oltre, rimane sottintesa: apri il bisillabico saluto accomiatante, ed è un giocattolo a molla a rivelarti che cosa in verità significhi dire addio.
- GUIDO CERONETTI




La nascita

25 07 2008

Ho più tempo per me, in questi giorni, e allora leggo rileggo scrivo. Ti regalo il primo capitolo di Calende greche di Gesualdo Bufalino (se non l’hai letto, mettilo nello zaino delle vacanze).

Titolo: “La nascita”.

Lo dedico a Giacomo, che nel luglio 2005 me lo fece conoscere.

«Un sacco cieco, una tana delicata. Inutile aprire gli occhi, non vedrebbe che tenebra. Ugualmente il corpicciolo matura un’indistinta certezza di sé; e di essere sé dentro un altro. Galleggia, irrisorio isolotto, in un bagno di misterioso tepore. Vi nuota e ristagna, elastico e inerte a un tempo, sotto la vernice di grasso che lo protegge. Se ne unge, abbevera e nutre, così come d’una stilla d’acqua una zolla di terra in un vaso. Solo che a lui la focaccia della placenta garantisce ogni giorno ulteriori sughi e umori lungo un cordone infallibile. Ne cresce, se ne ingrossa, si fa da moncone creatura. Fino all’istante in cui, nel suo esilio intoccabile, un lampo brilla, un alito soffia: “Io, io, io!”; un alito che non è ancora voce, coscienza, pensiero, ma solo infinitesimo, opaco, stuporoso sprigionamento dal Nulla… “Io, io, io!”… se così possa chiamarsi il trasalimento confuso, in lui, di remotissimi suoni e remotissimi moti; e l’ancor più ignara alleanza col mostro nelle cui viscere sta: quel Leviatano di morbida, montuosa carne di cui sente battere il cuore all’unisono col suo.

Poi, un mattino, nella strettura dov’è, si sente eccessivo e smania di scatenarsene. Nel grembo, ch’era finora una patria, indovina un ostacolo e lo sforza duramente col capo, cercando in basso l’uscita. Spasimi senza legge, infrenabili come quelli che una notte voluttuosamente lo accolsero seme, assecondano la sua rivolta. Un’agonia – la prima e la penultima agonia della sua vita – con sudore e sangue lo dirige verso la luce. Ode grida sopra di sé, alte grida. E un altissimo croscio di cataratte. Ma lui, impavido, per emergere usa precocemente astuzia e violenza; allunga, appiattisce la testa, ne impicciolisce le fontanelle; attenua l’ingombro dell’ossa; s’induce a strisciare, a sgusciare lungo il cunicolo come meglio non saprebbe fra le sbarre il più slogabile evaso. Attenzione: lo sbocco è imminente. Dall’orifizio, fra due gambe spalancate e convulse, il grinzoso vecchietto s’affaccia, tutto pieghe, la pelle timida e blu. Uno gnomo miserabile e piangente, un ennesimo, effimero fuoco, ma anche una buccia e polpa di barbara vitalità, un testimonio senza confronto che in un semplice vagito assolve e certifica il mondo.

Guardatelo: già insegna ai polmoni le meraviglie del respiro, li espande, li contrae, torna a espanderli; inaugura gloriosamente l’aria e le sue misture nutrienti…

È nato. Ha cominciato a vivere. Ha cominciato a morire.»

(Gesualdo Bufalino, Calende greche, Bompiani, Milano, 1992, pp. 9-10.)





La Banca d’Italia e le donne

23 07 2008

Su segnalazione di Loredana Lipperini, ripesco un articolo di Elena Polidori, apparso ieri su Repubblica, che tocca un problema di cui avevo già parlato in questo post: in tutti i paesi del mondo c’è una stretta correlazione fra alto grado di diseguaglianza fra i sessi e scarso sviluppo economico (vedi il report annuale del World Economic Forum).

Né l’articolo né l’argomento hanno avuto il rilievo e l’attenzione che meriterebbero.

«Miracolo donna. Secondo uno studio della Banca d’Italia, una possibilità di risollevare l’economia italiana dalla fiacchezza che l’affligge sta – starebbe – nell’effettiva parità tra maschi e femmine sul mercato del lavoro. Almeno sulla carta. Se questo accadesse, obiettivo ancora assai lontano, ovvero se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Paese avrebbe una discreta fetta di ricchezza in più.

Per restare solo nella sfera economica, che non è certo l’unica: il Pil, dunque il benessere, (a produttività invariata) crescerebbe addirittura del 17,5%, cioè circa 260 miliardi di euro. Un vero e proprio “tesoro” che vale come una valanga di pluristangate o migliaia di lotterie di Capodanno.

Per avere un’idea più concreta: grosso modo è come tutto il “sommerso”. Ben 60 volte il taglio dell’Ici deciso dal governo. Quasi la metà di quel che s’è bruciato in tutte le Borse europee il 1 luglio scorso. Circa 1.400 volte gli aiuti che adesso l’Italia non vuole dare più ai paesi in via di sviluppo. Un miracolo, appunto.

Donna ausiliatrice, per così dire. Capace di fare da “stampella” all’economia malata, ma anche da straordinario volano per l’occupazione stessa. Con la parità, secondo lo scenario elaborato dall’economista Roberta Zizza, di colpo ci sarebbero quasi 5 milioni di occupate in più, per altro ben spalmate tra il Nord e il Sud, senza più le due Italie che esistono oggi. Un calcolo ancora più semplice dice che ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi – dall’assistenza agli anziani e ai bambini, fino alle attività domestiche vere e proprie – prima non retribuiti perché gravavano sulle spalle della neo-assunta. «Effetto moltiplicatore», lo chiamano gli esperti.

Una soluzione di genere ai guai nazionali, insomma. E sarebbe un prodigio, anche senza arrivare al bilanciamento perfetto, se solo le donne riuscissero a risalire la china, fino ad un più onorevole tasso di occupazione del 60%. Ecco, pure in questo caso i benefici per il Pil sarebbero di tutto rispetto: più 9,2%. Non andrebbe male neppure se il pareggio avvenisse all´interno dell´universo femminile, con le occupate del sud balzate ai livelli nordici del 55,3%: più 5,8% del Pil.

Ma finché il miracolo non si realizza, il tasso di occupazione delle donne italiane resta tra i più bassi d’Europa, superiore solo a Malta: appena il 46,6%, contro il 70 degli uomini. Come se non bastasse, le femmine, costrette a dividersi tra casa e ufficio, pur essendo meno presenti sul mercato del lavoro, finiscono per sgobbare ogni giorno ben 75 minuti in più dei maschi, un record europeo. Hanno una retribuzione più bassa e percorsi di carriera più lenta. Sono pochissime le dirigenti: solo il 17% ha responsabilità di supervisione contro il 26 degli uomini e il divario rimane intatto nel tempo. «Bassa partecipazione e segregazione», nel linguaggio tecnico. Ecco, questa è la realtà, oggi, secondo dati 2007, denunciata di recente dallo stesso governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi.»

Elena Polidori, La Repubblica, 22 luglio 2008.





Media e italiano medio

22 07 2008

«[...] Le abitudini televisive, fatte di manipolazioni gergali e di italiano tecnologico para-anglosassone, influiscono molto, troppo sul linguaggio comune. Lo scrittore fatica. E fatica anche il romanzo che deve conciliare comprensibilità e invenzione, adesione alla realtà linguistica del paese e intervento critico sul sempre più povero codice comune. [...]

Spesso nella conversazione si inseriscono pezzi di pubblicità, frasi intere di canzoni. Termini derivati da film stranieri e da slogan della moda si trovano, quando uno meno se lo aspetta, nel linguaggio comune, trasformati in segnali di scambio, codici verbali.

Altre volte sono i gruppi sociali meno prestigiosi che prendono in prestito formule dai mestieri invidiati e così abbiamo il medichese, il sindacalese, il politichese, lo psicoanalitichese e via di seguito.

Mi piacerebbe proporre a chi usa questi gerghi di provare a cantare il loro detestabile politichese ad esempio con un tempo di rap. Nel rap le parole vengono fuori come lampi dalle nuvole, tutte legate elettricamente le une alle altre. È un modo di cantare basato sul ritmo e non sulla melodia, un ritmo rapidissimo in cui le parole si incastrano l’una nell’altra. Tante pesantezze inutili sparirebbero subito. E uno sarebbe costretto alla concisione e alla chiarezza verbale.»

(Dacia Maraini, Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni, BUR, Milano, 2000, pp. 114-115.)

Aggiungo che, da quando c’è il Web 2.0, oltre ai media anche i nuovi media ci si mettono, nell’appiattire l’italiano comune. E penso soprattutto alla logorrea di certe zone della blogosfera.

Bella, la terapia del rap per i malati di gergo stretto. :-)





Alcol stupefacente

21 07 2008

Rileggevo L’amore fatale di Ian McEwan (uno dei miei scrittori preferiti), soffermandomi sulle numerose sottolineature e orecchie che ci ho lasciato. Ti propongo questa riflessione di Joe, il protagonista del romanzo, di professione divulgatore scientifico:

«Come molti prima di me, ero lentamente giunto alla consapevolezza che l’alcol costituisce la sostanza stupefacente d’elezione nell’ambito di esistenze borghesi stressate e vincenti.

Lecita, conviviale, offre la possibilità di una leggera dipendenza facilmente mascherabile in mezzo a quella degli altri, senza contare l’eleganza dell’infinita varietà cromatica delle sue manifestazioni. Il bicchiere pieno che stringi nella mano è un trionfo già a livello estetico; la liquidità ne assimila il contenuto alla vita di tutti i giorni, al tè, al latte, al caffè, all’acqua persino e perciò alla vita stessa.

Bere è un gesto naturale, laddove inalare il fumo di un’erba incendiata non è esattamente come respirare, e lo stesso vale per la distanza fra il mangiare e l’ingerire una pillola; quanto poi alla siringa, non esiste in natura penetrazione che ricordi quella di un ago, tranne forse la puntura di un insetto.

Un buon whisky di malto, un bel bicchiere di Chablis freddo non faranno granché per migliorare la tua immagine, ma conservano il vantaggio di lasciare inalterata la vitrea superficie dell’identità personale.

C’è naturalmente da considerare il pericolo dell’ubriachezza col suo bagaglio di volgarità, vomito e violenza, e in ultima analisi la dipendenza totale, la rovina fisica e mentale e una morte lenta e umiliante. Ma queste sono solo le conseguenze dell’abuso. Scorrono come vino rosso dalla bottiglia, derivano dalla debolezza dell’uomo, dalla mancanza di forza interiore.

Perché prendersela con la sostanza? Anche i biscotti al cioccolato hanno le loro brave vittime, e io in compenso ho un amico non più giovane che è riuscito a vivere gli ultimi trent’anni conducendo una vita produttiva e soddisfacente, senza mai farsi mancare l’eroina pura.»

(Ian McEwan, Enduring Love, 1997, trad. it. di Susanna Basso, L’amore fatale, Einaudi, Torino, 1997, pp. 215-126).

Ammiro molto la capacità di McEwan nel restituirci lo sguardo superficiale ed estetizzante dell’intellettuale medio(cre), che pensa di ragionare in termini universali, ma nulla vede e nulla sa fuori dal suo piccolo mondo benestante.





Trance creativa

18 07 2008

Mi ha colpita questa descrizione di Stephen King dello stato di semipnosi creativa che uno scrittore raggiunge nei momenti più produttivi (e felici) del suo lavoro:

«Quella semipnosi è una condizione che si coltiva fino a quando si è capaci di accenderla e spegnerla a piacere… almeno quando le cose vanno bene.

Quando cominci a lavorare la parte intuitiva della mente si disancora e sale a un’altezza di un paio di metri (anche tre nei giorni buoni). Arrivata lassù, se ne sta sospesa a irradiare messaggi di magia nera e immagini brillanti. Per il resto della giornata quella parte è impastoiata al macchinario della quotidianità e viene in larga misura dimenticata… sennonché in certe occasioni si libera da sola e ti fa scivolare in una trance imprevista.

Allora la tua mente concepisce associazioni che non hanno niente a che vedere con il pensiero razionale e si illumina di immagini inaspettate. Per certi versi questo è l’aspetto più singolare del processo creativo. Le muse sono fantasmi e certe volte si presentano senza essere invitati.»

(Stephen King, Bag of bones, 1998, trad. it. Mucchio d’ossa, Sperling & Kupfer, 1999, VIII edizione Paperbacks, p. 359.)

In questo periodo mi è capitata una cosa del genere. Spero che duri.





Plagi musicali

16 07 2008

Erano mesi che mi ripromettevo di visitare questo sito – segnalatomi dal grande grafico e art director, oltre che amico, Francesco Messina – senza mai trovare il tempo. Stamane l’ho trovato. La home page comincia così:

«Quante volte ci siamo detti, “Ma questa canzone non assomiglia a quel successo di Albano?” oppure “Ma Zucchero è il sosia di Joe Cocker?”
Diversi sono i casi in cui anche grandi nomi della musica nazionale e internazionale si sono trovati davanti all’ipotesi di plagio musicale:

  • Zucchero e Gigi D’Alessio: due che hanno fatto del “copia e incolla” uno stile di vita;
  • LunaPop e Ocean Colour Scene: due “gemelli diversi”.

Ma non sono gli unici. Chi non si ricorda dei match Jalisse contro Roxette, Albano contro Michael Jackson e Gianni Bella contro Nek?

I plagi nella musica sono tantissimi, molti dei quali assolutamente scandalosi. Dal punto di vista civilistico, sono applicabili le sanzioni previste a difesa della paternità (art. 168 e segg. LDA – clicca qui) mentre dal punto di vista legislativo il plagio viene considerato come aggravante della contraffazione: infatti è prevista un’aggravante della pena per i reati previsti al 1° comma dell’art. 171 LDA commessi “con usurpazione della paternità dell’opera…” (art. 171 2° comma LDA).

Buon ascolto!!»

Passando un po’ di tempo su Plagimusicali.net ho scoperto, fra l’altro, che per legge l’opera simile all’originale, per essere definita “plagio”, deve suscitare nell’ascoltatore le stesse emozioni dell’originale. Il che sembra lasciare uno spiraglio agli usi di tipo citazionistico. È interessante, inoltre, che una legge preveda il mondo delle emozioni, inevitabilmente sfumato e soggettivamente variabile (d’altra parte, si dice, fatta la legge, trovato l’inganno).

E poi ho ascoltato molte somiglianze curiose…





Fa’ la cosa verde

15 07 2008

Scopro su Nuovo e Utile di Annamaria Testa il sito Dothegreenthing.com: se ti iscrivi alla loro newsletter, ricevi una volta al mese un suggerimento per fare una buona azione ambientale.

Il tema di questo mese è il risparmio energetico e, per ricordarti di spegnere il computer se non lo usi e le varie spie luminose che hai in casa, ti propongono questo video.





Che cos’è la semiotica

14 07 2008

In questo blog evito il metalinguaggio scientifico e le espressioni tecniche che lo contraddistinguono, ma in università insegno Semiotica, un campo disciplinare che è spesso un po’ misterioso per i non addetti ai lavori.

Nel 1998, assieme a Umberto Eco, scrissi la voce «Semiotica» per il Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano, nell’edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero (ultima ristampa nel 2006).

D’accordo con Eco e per gentile concessione della casa editrice UTET, mi pare utile mettere a disposizione quel testo in formato pdf.

Puoi scaricare da QUI la voce «Semiotica» scritta da U. Eco e G. Cosenza per il Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano (terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero, UTET, Torino, 2006, pp. 979-982).

PS: Per lo stesso dizionario ho scritto, sempre assieme a Eco, la voce «Traduzione» e, da sola, la voce «Pragmatica« e l’aggiornamento delle voci già esistenti «Semiosi», «Segno», «Semantica».





Il salotto e chi ci sta

10 07 2008

La dieta di oggi prevede solo una citazione, tratta dai Saggi sulla politica e sulla società (Meridiani Mondadori, 1999) di Pier Paolo Pasolini (la ricordo a memoria e in questo momento non trovo la pagina):

“Penso dei comunisti da salotto ciò che penso del salotto. Merda.”

In tante occasioni, soprattutto negli ultimi anni, ho pensato la stessa cosa.





Dei delitti e delle pene

9 07 2008

Roberta mi segnala che è ancora in circolazione una campagna contro il turismo sessuale, lanciata nell’ottobre 2006 da ECPAT (End Child Prostitution, Child Pornography and Trafficking of Children for Sexual Purposes) in collaborazione con Air France.

La campagna, realizzata gratuitamente da BETC EURO RSCG, agenzia pubblicitaria di Air France, mi pare l’ennesimo cattivo esempio di comunicazione sociale. Abbiamo già discusso qualche giorno fa della difficoltà, non solo italiana, di realizzare campagne sociali efficaci: quando va bene, sono poco coraggiose e inutili (“Una ricerca della Bocconi”), quando va male, offensive o controproducenti, come la disgustosa campagna statunitense contro la pedofilia lanciata all’inizio del 2008 (“Creativi senza cervello”).

In questo caso, nelle parole di Rémi Babinet, Presidente e Direttore creativo di BETC EURO RSCG, «L’obiettivo è quello di lasciare il segno e di far prendere coscienza delle sanzioni penali previste sia nel paese del delitto che nel paese di origine. [...] La sanzione appare evidente e categorica, grazie ad un gioco di parallelismi tra l’età delle vittime e gli anni di prigione storicamente scontati dagli individui colti sul fatto o denunciati».

In poche parole, i manifesti esplicitano il numero di anni di carcere che rischiano coloro che vanno con prostitute minorenni (fa’ clic per ingrandire):

Ora, in generale gli spazi, i mezzi e linguaggi della pubblicità funzionano al meglio quando suscitano desideri, non quando propongono situazioni negative o, come in questo caso, minacce: se ti comporti male, incappi in questa o quella pena.

In altre parole, dalle affissioni, dagli spot, dagli annunci le persone di solito si aspettano modelli e situazioni positive da desiderare e imitare, non rappresentazioni spiacevoli nei confronti delle quali assumere colpe, doveri o responsabilità. Per questo, se una campagna ci mette di fronte a cose che preferiremmo non vedere o non sapere, tendenzialmente distogliamo lo sguardo. O la dimentichiamo.

In quest’ottica, il peggio di questa campagna non sono i manifesti che hai appena visto, sebbene inutili rispetto agli obiettivi che si prefiggono: credi davvero che un pedofilo, vedendoli, riesca a trattenere i suoi desideri malati per paura delle pene che vi sono elencate?

Il peggio della campagna sono le immagini che mostrano ragazzine esotiche e tristi, ma nello stesso tempo ammiccanti e sensuali: se le pensi rivolte a persone che già praticano (o si propongono di praticare) il turismo sessuale (sono loro il target della campagna, no?), le immagini possono confermare, se non addirittura rinforzare, desideri laidi. Il che è gravissimo. Guarda qua (clic per ingrandire):





Io non ho paura

7 07 2008

Ho superato un mio vecchio e stupido pregiudizio: ho cominciato a leggere Stephen King.

Mi spiego: il pregiudizio non riguardava la cosiddetta “letterarietà” di King e neppure quella dei generi horror e gotico, in cui sono annoverati i suoi libri. Non soffro di questo tipo di snobismo. Il pregiudizio dipendeva dal fatto che avevo paura di avere paura, temevo cioè che, leggendo King, avrei avuto incubi notturni e ansie a ogni cigolio di porta.

Invece niente: sto leggendo Mucchio d’ossa (sono a metà) e non ho paura. Ti dirò di più: mi piace moltissimo. E come potrebbe non piacermi? Tanto per fare un esempio:

«È così che andiamo avanti, un giorno alla volta, un pasto alla volta, un dolore alla volta, un respiro alla volta. I dentisti medicano un canale radicolare alla volta; il carpentiere mette una doga alla volta. Se scrivi libri, lavori a una pagina alla volta. Ci distacchiamo da tutto ciò che sappiamo e tutto ciò che temiamo. Studiamo cataloghi, seguiamo partite di football, scegliamo fra Sprint e AT&T. Contiamo gli uccelli in cielo e non stacchiamo gli occhi dalla finestra quando sentiamo i passi di qualcuno che ci si avvicina da dietro; diciamo di sì, conveniamo che spesso le nuvole assumono forme di altre cose, pesci e unicorni e cavalieri; ma alla fine sono solo nuvole e noi riportiamo l’attenzione al prossimo pasto, il prossimo dolore, il prossimo respiro, la prossima pagina. È così che andiamo avanti.»

(Stephen King, Bag of bones, 1998, trad. it. Mucchio d’ossa, Sperling & Kupfer, 1999, VIII edizione Paperbacks, p. 301.)





Un’etero al Gay Pride

4 07 2008

Io purtroppo al Gay Pride non c’ero, perché fuori Bologna per un impegno preso da tempo. Allora ho cercato (e sto cercando) in rete un po’ di racconti.

Fra i tanti, la mia amica Rowena ha guardato le cose con occhi che potevano essere i miei. Copio e incollo dal suo blog:

«I miei complimenti più sentiti ai giornalisti di Repubblica Bologna, che all’indomani del Gay Pride sono riusciti solo a inserire nel titolo della prima pagina “Gravi insulti alla Chiesa”.

Io c’ero, e di insulti alla chiesa non ne ho sentiti, né ho visto cartelli blasfemi. Forse ho bisogno di una visita dall’oculista e di un giro dall’otorino, ma giuro che ho tenuto orecchie e occhi aperti al mio primo Gay Pride, perché non volevo davvero perdermi nulla.

Così oggi posso dire che ho visto un sacco di gente colorata e con la voglia di esserci. Ho visto giovani e meno giovani che pacificamente marciavano e ballavano al suono di vecchie hit della Carrà (che lo so che ad alcuni può sembrare un crimine ma, vi assicuro, non lo è).

Ho visto un cartello che diceva “Veltroni, di’ qualcosa di gay”, e mi sono sentita di condividerlo.

Ho visto i gruppi di gay cattolici, e quelli che un po’ ce l’avevano con la Carfagna. Ho visto le butch e le monelle e gli orsacchiotti e gli atei e gli agnostici razionalisti. Ho visto il gruppo di Amnesty international, qualche drag queen sfilare con grande nonchalance su stiletti tacco 12 e qualche altra drag queen sfilare con grande nonchalance a piedi nudi e col tacco 12 in mano, stremate dal caldo e dagli equilibrismi.

E poi ho visto un papà che dal carro dell’AGEDO ripeteva infaticabile “Lesbiche, trans o gay, son sempre figli miei” tra gli applausi della folla. Non lo nascondo, mi è venuto il magone in gola e ho pensato che valeva la pena essere lì.

Peccato però che non ci fosse nemmeno un giornalista serio in giro…
Rowena (gay for a day)»





I costi della guerra in Iraq

2 07 2008

Durante il weekend (mentre ero in pausa non-esigo-vacanza) ho letto su Newsweek uno splendido articolo di Fareed Zakaria (che fra l’altro gestisce con David Ignatius il forum Postglobal.com, che ti consiglio). L’articolo di Zakaria s’intitola “What Obama Should Say on Iraq” e lo puoi leggere qui.

Te ne stralcio un pezzetto perché, a vedere tutte queste cifre d’un colpo, ci si resta male ma si capiscono le proporzioni relative:

«The war has resulted in over 4,000 U.S. combat deaths, four times as many grievously wounded, and tens of thousands of Iraqi deaths. Over 2 million Iraqis have fled the country and 2 million more have been displaced within the country. The price tag in dollars has also been staggering.

In the last five years, the United States has spent close to $1 trillion [=10¹², cioè 1000 miliardi] on the invasion and occupation of Iraq. That is enough money to rebuild every school, bridge and road in America, create universal health care and fund several Manhattan Projects in alternative energy. Whatever benefits the invasion of Iraq might produce, it cannot justify these expenditures in lives and treasure.»

(Newsweek, June 30, 2008, p. 40)





Una ricerca della Bocconi

1 07 2008

Trovo sul blog di Marco Valenti la notizia Apcom di questa ricerca, presentata il 27 giugno scorso alla Bocconi:

A oltre vent’anni dalla diagnosi del primo caso di Aids nel nostro Paese il profilattico fa ancora paura. E’ infatti gradualmente scomparso dalle campagne pubblicitarie per prevenire l’Aids realizzate in Italia negli ultimi anni e che risultano poco coraggiose, dai toni eccessivamente “soffici” e per nulla efficaci. A dare questo giudizio negativo è l’università Bocconi, che ha presentato oggi una ricerca condotta da Emilio Tanzi e Isabella Soscia della Sda sugli 85 messaggi pubblicitari per la stampa e le affissioni volute dal 1987 al 2007 da Ministero della Salute, Lila e Pubblicità Progresso.

Quello che emerge è un panorama sconfortante: solo nel 29% dei messaggi analizzati compare il termine “profilattico”. Una lacuna che, come rilevano gli esperti, è gravissima se consideriamo la sempre maggior incidenza della trasmissione per via sessuale del virus (si è passati dal 7% del 1985 al 57,8% del 2004).

Ed è proprio la Bocconi a segnalare una svolta “reazionaria” registrata nelle pubblicità anti-Aids negli ultimi anni. Se nel periodo 1987-1991 i messaggi erano più audaci (il termine profilattico compariva nel 44% delle campagne e il riferimento agli atti sessuali nel 55% dei casi), nel quadriennio 2003-2007 la paura ha avuto la meglio (il preservativo appare solo nel 7% dei messaggi, gli atti sessuali compaiono solo nel 20%).

Una timidezza che, secondo Tanzi e Soscia, si rivela fatale per quello che è il principale obiettivo di queste campagne: cambiare i comportamenti individuali. “Servirebbero messaggi univoci e più impattanti”, segnala Soscia, che evidenzia anche come all’estero si preferisca choccare il pubblico, mentre in Italia si punta su ironia, amore e, solo in pochi casi, sulla paura.

I messaggi pubblicitari anti Aids in Italia sono anche poco concreti: solo il 44% fornisce indicazioni sui servizi aiquali rivolgersi. Inoltre, non tengono conto di un dato allarmante fornito dall’Istituto superiore si Sanità: si stima che un quarto della popolazione italiana infetta non sappia di aver contratto l’Hiv. Ma gli ideatori delle campagne sembrano ignorare questo dato: solo il 30% dei messaggi fa riferimento al test per verificare la propria condizione.

Abbiamo più volte commentato su questo blog le fallacie di molte campagne sociali in Italia. Non siamo gli unici a lamentarcene.