Pittate di scrittura

Non avevo mai letto niente – l’ignoranza non è mai poca – del mio amico di blog Attilio Del Giudice, noto scrittore, oltre che pittore e filmaker. Molti lo conoscono per Morte di un carabiniere (Minimum Fax, 1998), Citta amara (Minimum Fax, 2000) e Bloody muzzare’ (Leconte, 2004), una trilogia che mette in scena le indagini del commissario De Grada e del brigadiere Capece, con invenzioni linguistiche che lavorano sulla mescolanza fra il dialetto casertano e l’italiano, come Gadda fece col romanesco. Più di recente ha pubblicato La vita incagliata (Leconte, 2006) e Una barchetta di carta (Gaffi, 2008).

Fra una nuotata e l’altra nel canale di Sicilia, in questi giorni mi sono letta Una barchetta di carta. Un libro minuscolo, che poco ti chiede (in termini di ingombro fisico e tempo di lettura) e molto ti dà: se ho contato bene, 11 fra racconti, novelle e ritratti, più un romanzo in miniatura, ripartito in ben 16 microscopici capitoli.

Tutte le storie sono ambientate in Italia, fra gli anni Cinquanta del secolo scorso e il decennio che stiamo vivendo. Dice Attilio nella nota introduttiva:

“Ho immaginato che gli anni, dal 1950 al 2000 e oltre, attraverso i pochi indizi che ero in grado di scorgere, potessero alimentare la materia narrativa delle mie fabule inquiete. In realtà è stato come portare un po’ d’acqua dall’oceano e riempire il catino di casa per avventurarmi in un viaggio. Il viaggio di una barchetta di carta, in un catino, appunto.”

In realtà ti immergi in quel catino e nuoti in mare aperto. E nuotando nuotando, ti vengono pensieri, ricordi e fantasie. A volte ti scopri a sorridere come una scema. Oppure senti gli occhi bruciare, credi sia l’acqua salata ma ti accorgi che è una lacrima.

E nuotando nuotando, incontri pesci che hanno i colori delle Pittate d’ogni giorno. Una pittata apre gli anni Cinquanta:

“C’era un prete col basco e una bicicletta. Il prete pedalava come un pazzo su un filo, a cento metri d’altezza o, almeno, così sembrava a lui, tanta era l’ansia. In realtà, correva lungo una strada asfaltata di fresco e il suo bel profilo si specchiava, con rapidi flash, nelle finestre sbarrate dei pianoterra di giallastri caseggiati per civili abitazioni, che l’Istituto Case Popolari doveva assegnare, spulciando da una lunghissima lista di senzatetto.” (p. 3)

Il ritratto de “La fachira” non è di quelli che si scordano:

“Nonostante l’età – diceva – mi mantengo agile e snella, perché sono moderata: un tè senza zucchero al mattino e un solo pasto al giorno alle sette di sera”. In realtà era spaventosamente magra e, per questo, le mie sorelline e io la chiamavamo la fachira.” (p. 12)

Con un’altra pittata comincia il romanzo piccolo piccolo, ambientato negli anni Novanta, che s’intitola “Lo scrittore e la realtà”:

“Quando Riccardo comprò quella casa di pietre, rude come una torre saracena, lontana dalle giungle d’asfalto e anche (almeno un mezzo chilometro) dall’unica stradina asfaltata dell’isola, gli parve di realizzare un desiderio che, nemmeno, sapeva di avere.” (p. 71)

Però non devi credere che le pittate di Attilio stiano ferme a non fare niente. Si muovono moltissimo, invece. Guarda come l’“Autistico” diventa tale:

“- Statti zitto, che ne sai tu! – Così dicevano. Me lo dicevano sempre. Effettivamente che ne sapevo io, ma a starmi zitto non me ne teneva, per questo decisi di andare a parlare da solo nella mia stanza.” (p. 31)

E che dire delle “Varianti del Male”, interpretate da Paco negli anni Ottanta?

“Paco nel suo campo era il migliore. Un artista s’era detto. Il suo campo, la professione che sin da ragazzo aveva esercitato con indiscutibile successo, era l’assassinio. Non per sé, per i fatti della sua vita, ma per altrui committenza.” (p. 55)

Accadono cose strane nel catino di Attilio.

Una risposta a “Pittate di scrittura

  1. vedo che hai fatto delle vacanze rilassantI: bentornata :-)

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