Who is right?

30 09 2008

Commentando il post di ieri, Angelo mi chiedeva che «effetto farebbe un video di risposta democratica [al video repubblicano che ho mostrato ieri] in cui si evidenziano le critiche a McCain nel discorso di Obama».

Quel video esiste, è uscito subito dopo che sul sito di McCain era comparso «McCain Is right», e si intitola «The Right Judgement in Iraq». (Presumo che i democratici, già consapevoli dell’errore di Obama, abbiano montato il video esattamente nelle stesse ore in cui gli avversari preparavano il loro.)

Come funziona? Hanno ritagliato dal faccia a faccia fra i due candidati il momento in cui Obama sottolinea con più forza gli errori di McCain sull’Iraq, ripetendo «You were wrong». Tocco finale: il titolo, dove «right» annuncia un «aver ragione» che, dopo aver visto il video, siamo indotti ad attribuire letteralmente a Obama e solo ironicamente a McCain.





Le concessioni di Obama

29 09 2008

La concessione è una mossa retorica che si usa nelle dispute e consiste nel dare temporaneamente ragione all’avversario, per poi ritorcere questa ragione contro di lui. Di solito si concede qualcosa su un tema secondario, o parziale, per vincere su uno più importante, e decisivo.

Si perde una battaglia per vincere la guerra, insomma.

La concessione è molto efficace nei dibattiti pubblici, perché chi la esercita mostra all’uditorio fair play e sicurezza: dare ragione all’avversario significa essere non solo capaci di mantenere la calma, ma talmente onesti e imparziali da riuscire a dire le cose come stanno, anche se favoriscono l’altro.

Naturalmente, però, non si deve esagerare: chi concede troppo rischia di perdere forza.

È quello che è successo a Barack Obama nel suo primo faccia a faccia con McCain. Ha detto così tante volte «McCain is right», che dopo poche ore i repubblicani hanno avuto gioco facile nel montare questo spot.





Veltroni alle elementari

26 09 2008

Volevo scrivere dell’ultimo disastro comunicativo di Walter Veltroni. Quello su Alitalia, intendo. Ma non ne vale la pena. È dalle primarie del PD che non ne imbrocca una (vedi anche i risultati elettorali). Faccio solo un riassunto.

Prendi una classe delle elementari, che una maestra ha suddiviso in due gruppi. Uno dei gruppi si dà un gran daffare: urlano, si azzuffano, ma comunque si muovono, perché ci tengono molto a far vedere alla maestra che si stanno impegnando. L’altro gruppo langue. (D’altra parte, non è colpa loro: vengono da famiglie disagiate, subiscono frustrazioni tutti i giorni e sono un bel po’ malandati.)

C’è poi un bimbo furbetto, che viene da una famiglia buona, ma di solito gioca a fare il leader dei malandati: lo fa così, giusto per primeggiare. Questa volta, però, se ne sta da parte e non fa nulla. Il lavoro dei gruppi procede a fatica, ma lui niente: gioca da solo, manda messaggini, ridacchia e borbotta a chissà chi.

A un certo punto, però, il fannullone si rende conto che il gruppo attivo sta per finire il compito. Bene o male, ma le cose si stanno risolvendo. E per giunta la maestra si avvicina.

Allora che fa? Si alza all’istante, si butta nella mischia, si finge scompigliato e sudato. Ma soprattutto, va dalla maestra e si vanta: quanto è stato bravo lui, quanto bello e buono, quanto fondamentale il suo sforzo. Risultato? Odio di tutta la classe su di lui. E pure la maestra lo guarda con sospetto.

Morale della favola: anche un bimbo delle elementari, vedendo come si è comportato Veltroni nella vicenda Alitalia, direbbe: «Buuu!».

Antipatia: + 2000. Credibilità: – 20.





Sei borse di studio per frequentare un corso

25 09 2008

Mi è arrivata via mail una segnalazione, che più o meno diceva così:

«Per il VII ciclo consecutivo Equilibri.net mette a disposizione 6 Borse di Studio per il Corso Base di Analista in Relazioni Internazonali. Le borse sono rivolte a studenti e laureati che abbiano particolari motivazioni a formarsi nell’ambito delle Relazioni Internazionali. Le sedi dei corsi sono Milano, Bologna e Roma (2 borse per ogni sede). Per la sede di Bologna vengono considerate solo le domande da parte di laureati all’Università di Bologna, con tesi di argomento storico, politico, economico, sociologico, antropologico, di scienze dell’educazione e della comunicazione. Scadenza delle domande: 8 ottobre per Milano e Roma. 4 ottobre per Bologna.»

Poiché nella sezione “Stage e lavoro” pubblico solo informazioni di cui mi faccio garante, ti racconto com’è andata.

Ricevuta la mail, ho risposto all’istante, lasciando il mio numero di cellulare e dicendo che avrei potuto segnalare la cosa solo se avessi avuto qualche ragguaglio in più sulla serietà dei corsi. Dopo circa 60 secondi (!), ho ricevuto una chiamata da Giacomo Goldkorn, Direttore Editoriale e Responsabile Desk Medio Oriente di Equilibri.net. Mi è sembrato una persona serissima, gentile e competente.

Non sto a ripeterti cosa mi ha detto. Se sei interessata/o a concorrere per una di queste borse e vuoi saperne di più, parla direttamento con lui, telefonandogli al numero:

02-8360642

o scrivendogli una mail all’indirizzo:

formazione chiocciola equilibri.net

In caso di intoppi o cose che non ti piacciono, puoi raccontarmi com’è andata inserendo un commento a questo post.

Ma anche in caso di borsa di studio conseguita, corso entusiasmante, posto di lavoro trovato grazie al corso… be’ ti prego: non dimenticare di aggiornarci!

:-)





Povero Gandhi

24 09 2008

Ti ricordi lo spot di Telecom Italia nel 2004, quello diretto da Spike Lee con Mahatma Gandhi? Lo spot faceva riferimento a un discorso che Gandhi tenne a New Delhi il 2 aprile 1947, e metteva in scena questa fantasia: immagina che nel 1947 Gandhi avesse a disposizione le tecnologie della comunicazione odierne, dal cellulare alla videoconferenza, e chiediti: «Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?».

Bello l’esperimento mentale, bravo Spike Lee. E lo spot vinse un premio.

8 agosto 2008: Telecom riprende quello spot, accompagnandolo con questo annuncio: «Proprio in questi giorni è stato ritrovato l’audio completo di questo discorso di Gandhi: un omaggio alla riflessione di tutti. L’appuntamento con il testo, commentato per voi da Tara Gandhi, è per il 15 agosto sui maggiori quotidiani e su avoicomunicare.it». E mentre appaiono in sovraimpressione la scritta «One world» e il marchio Telecom, lo speaker ripete: «A voi comunicare».

11 settembre 2008: va in onda un secondo spot che, sulle stesse immagini di agosto, recita: «In questo discorso, oggi recuperato nella sua interezza, Gandhi parla delle differenze tra i popoli e di come superarle. Questa è l’occasione per conoscerlo. Oggi più che mai è un omaggio alla riflessione di tutti.» Stessa chiusura: «A voi comunicare».

Della campagna 2008 si è parlato molto in rete, perché Il Disinformatico ha diffuso la notizia che il recupero millantato da Telecom non è affatto recente: il discorso stava già da quattro anni sul sito della GandhiServe Foundation, a questa pagina, completo di audio.

Dal mio punto di vista, concentrarsi su questa menzogna va bene. Fino a un certo punto, però: invenzioni come questa sono frequenti nei lanci pubblicitari, e chi le progetta mette spesso in conto che possano essere scoperte. Tanto, se non ledono gli interessi di qualche potentato, cosa mai può succedere? Nel caso di questo spot, il trucchetto ha aumentato l’attenzione sulla campagna.

Ma ci ha distratti da un altro problema, purtroppo.

Il problema è che nel 1947 le parole di Gandhi avevano un senso, che però oggi è ribaltato. Lui diceva di sognare «One world», un mondo unico in cui la spiritualità dell’Oriente potesse «conquistare l’Occidente», e per questo l’Occidente sarebbe diventato più felice.

Ma oggi il «mondo unico» è tutta un’altra cosa. È un mondo in cui l’economia e lo stile di vita occidentali stanno «conquistando» non solo l’Oriente ma moltissimi altri paesi, e nessuno è felice per questo. Un mondo globale, si dice.

E il marchio Telecom, quali conquiste rappresenta? Quelle della spiritualità orientale, o quelle delle multinazionali occidentali?

È per questo che Gandhi testimonial per Telecom non è credibile. Non solo per il malriuscito trucchetto sul ritrovamento. Né per colpa di Gandhi, naturalmente.

Lo spot del 2004:

Lo spot dell’8 agosto 2008:

Lo spot dell’11 settembre 2008:

QUI il discorso di Gandhi, tradotto in italiano da Tara Gandhi (per avoicomunicare.it).





«Io sono fortunata»

23 09 2008

Una mia ex studentessa, laureata con me in Scienze della Comunicazione nel 2004, oggi vive e lavora a Milano.

Stamattina ho trovato questa sua mail su Roberto Saviano, a seguito del post di ieri. È una di quelle cose che, quando capitano, bastano da sole a riempirmi la giornata. Ho deciso di pubblicarla, perché mi piace pensare che qualcun altro, oltre a me, possa riempirsi la giornata con le parole di questa ragazza.

«Io sono fortunata, perché Roberto Saviano l’ho incontrato un paio di volte con la scorta.

La prima è stata nella mia azienda, deserta perché nessuno era ad attenderlo, perché nessuno sapeva che sarebbe arrivato: aveva comunicato un’altra data per non creare l’occasione per essere beccato. Nessun Capo, nessun Nome era ad attenderlo all’ascensore, anzi: c’era una riunione di quelle che si fanno ogni tre mesi, quelle strategiche, per cui nessuno al di sopra di un precario era disponibile e si era accorto di lui.

Guardava fuori, da solo, attorniato dalla scorta che gli dava le spalle per osservare che non sopraggiungesse nessuno. Guardava fuori dal finestrone vicino alla macchina del caffè, macchina spesso affollata; ci sono degli orari, io li conosco, in cui può essere solo tua. Uno è le 12 meno un quarto. Io prendo spesso il caffè alle 12 meno un quarto.

Ero in azienda da due mesi, non m’aspettavo di vederlo lì, io che Gomorra l’avevo comprato nel 2006, appena uscito. Lui si è girato, l’ho visto tra una spalla e l’altra, tra due omoni in scuro; lui si è girato, scostato dai suoi pensieri per un mio colpo di tosse.
Mi fermai e guardai loro. Dissi di dover prendere un caffè, giustificandomi, e Roberto spuntò fra quelle spalle con la faccia allegra e la sua sciarpa da rivoluzionario, dicendo: “Certo e come no!”.

Lo riconobbi subito, ma l’unica cosa stupida che mi venne in mente fu “Mannaggia, non ce l’ho il tuo libro qua!” E lui disse solo: “Me lo offri un caffè? I soldi non li prende”, e io ingenuamente gli volevo offrire un caffè al bar e lui con naturalezza mi disse: “Non posso, ma qua fa lo stesso”.

Rimasi lì con lui, assieme a una collega, per mezz’ora, finchè i Capi non riemersero dalle loro strategie.

Mi colpì la spontaneità delle sue domande: il lavoro, Milano per me che sono del Sud, il laghetto artificiale e le oche, il caffè, l’Università e Bologna.

Poi se lo portarono via i Capi, e lui mi fece solo un cenno con la mano e abbozzò un sorriso che non era ancora così triste come quello di oggi. Era ancora incosciente. Era forse più speranzoso.

La seconda volta è stata a Mantova, qualche settimana fa, in mezzo a un teatro gremito che lo acclamava e che gli ha dedicato un applauso come a un eroe triste della tragedia greca.

Io sono fortunata, perché sono riuscita a leggergli in faccia un sorriso napoletano, un accento verace e una forza necessaria e naturale che è difficile avere, perché per noi pare persa nella quotidianità.

Che fare? Non so. Però è bello distribuire quell’articolo.

Ciao Giovanna.»





La rabbia di Roberto: e noi?

22 09 2008

Avevo pronto un altro post, ma lo rinvio.

Stamattina ho aperto Repubblica e c’era questo articolo di Roberto Saviano. È troppo lungo per essere letto a monitor. E non voglio che tu lo legga di fretta. Distrattamente, mentre sei al lavoro o stai studiando.

Perciò stampalo e leggilo con calma. Con molta. Calma. E poi piegalo e mettilo in tasca, o in borsa. Così lo puoi rileggere più tardi, magari in bus, o prima di dormire. E poi lo rileggi domani, con più attenzione di oggi. Meglio ancora se ci fai delle sottolineature. Se ne impari a memoria qualche pezzo. E dopodomani pure.

Mi piacerebbe che d’ora in poi tu lo portassi sempre con te, ecco.

Io lo farò.

Gomorra è troppo grosso per portarselo in giro, ma qualche foglio A4 stampato e piegato si può. Un piccolo sforzo glielo dobbiamo: lui vive barricato dietro una scorta, isolato anche nel giorno del suo compleanno. Noi giriamo a piede libero. Per il momento.

Dopo ogni lettura, vorrei ti domandassi: e io, cosa faccio?

Qui c’è l’articolo di Roberto, forza.

In aggiunta, una bella pittata che Attilio Del Giudice gli dedicò mesi fa.





Punteggiatura e ambiente

19 09 2008

Cosa c’entrano queste due cose assieme? Be’, innanzi tutto qui parliamo spesso sia dell’una, che dell’altro.

E poi grazie a Verox Brain Blog, ho trovato questa brillante animazione, minimalista e… interpuntoria: Typolution. Realizzata nel 2006 dal designer grafico Olivier Beaudoin, l’animazione è accompagnata dal brano «Nostrand» del duo newyorkese Ratatat, e ha vinto un sacco di premi, fra cui il «Diploma d’oro» all’Ecodesign 2007 di San Pietroburgo

La scena in cui piovono virgole e punti esclamativi è una delle mie preferite.

A un certo punto però…

E tutto finisce a punti interrogativi. :-(





Stage all’Assemblea delle Regioni Europee

18 09 2008

Ho aperto da pochi giorni la categoria “Stage e lavoro” e già mi arriva qualche segnalazione. Che sia un buon inizio?

Francesca, mia bravissima e fidatissima laureata alla specialistica in Semiotica, così mi scrive:

«Sono entusiasta del mio stage Leonardo. Sono nel Dipartimento Comunicazione e Stampa dell’Assemblea delle Regioni Europee a Strasburgo. Se qualche laureando ti chiedesse consiglio per un Leonardo, vale la pena buttare un occhio su www.aer.eu. È un ambiente ottimo dal punto di vista professionale e umano, in più sono super-equipaggiati. Ti dico solo che ogni stagista ha un bell’ufficio tutto suo con linea telefonica personale eccetera. Inoltre danno 450 euro al mese, che uniti alla borsa Leonardo fanno un bel gruzzolo.»

Qui trovi informazioni generali sul programma Leonardo.

Sotto a chi tocca!

:-)





Perché Google fa paura ai giornali, di Vittorio Zambardino

16 09 2008

Bello l’articolo di Vittorio Zambardino oggi su Repubblica. È un po’ lungo da leggere a monitor, ma non potevo non postarlo, visto che prosegue la nostra discussione su Google, iniziata con Ippolita qualche mese fa.

Perché Google fa paura ai giornali, di Vittorio Zambardino

«Sarà che, come dice il blogger-profeta della fine dei giornali, Jeff Jarvis, Google non occupa il mercato ma “è” il mercato. Sarà che questo mercato somiglia sempre di più al monopolio del lupo che trova che l’agnello che beve a valle gli sporchi l’acqua.
Certo in queste ore un po’ di agnelli hanno cominciato a protestare. E dei loro belati è all’ascolto quel pastore a volte distratto che si chiama Antitrust.

L’avvocato della Disney
È notizia di ieri che il regolatore americano ha appena assunto, come suo legale e istruttore di “accusa”, Sanford Litvack, ex vicepresidente della Disney. A Litvack è stato chiesto di occuparsi del predominio di Google sul mercato della pubblicità internet in relazione all’accordo di giugno tra “Big G” e Yahoo!, che porterebbe sì soldi a quest’ultima ma permetterebbe a Google di gestire tra l’80 e il 90% della pubblicità americana on line. Secondo molti l’ingaggio di Litvack significa che il regolatore degli USA sta preparandosi a muovere uno di quelle battaglie antimonopolistiche che durano anni – casi precedenti, la AT&T e la Microsoft.

La protesta degli editori

Ed è sempre notizia di ieri che la Wan – World Association of Newspapers che rappresenta 18 mila giornali nel mondo – ha dato man forte all’azione americana e chiesto che anche l’antitrust europea intervenga sullo stesso.

Qual è la posizione degli editori: il loro comunicato è lungo, ma l’accusa è semplice: quell’accordo ci rende più difficile vivere ed essere indipendenti, perché sia spendere in pubblicità che venderne di nostra ci diventerà più caro. Molto più caro.

Come la televisione in Italia
Dite che somiglia maledettamente alla situazione del mercato pubblicitario italiano dove Rai e Mediaset, cioè la “televisione”, prendono la maggioranza assoluta della fetta pubblicitaria a danno degli altri mezzi?
Siete inguaribili ottimisti: è peggio di così.
Anche se nel nostro caso e per il momento si parla solo di pubblicità sul web, la quota che Google potrebbe raggiungere, grazie all’accordo con “il primo nome di internet” (Yahoo!), è molto più alta di quella raggiunta dalla tv nel nostro paese.

Almeno questo è quello che sospetta un buon numero di tribunali statunitensi, che senza aspettare l’antitrust hanno aperto indagini sull’accordo di giugno. Tra questi quello della California, dove gli stessi portaparola del giudice specificano: “Qui si parla di mettere nella mani di qualcuno il 90% delle risorse”. Ora vediamo però di capire nel dettaglio.

Come funziona la pubblicità su internet
La pubblicità su internet si fa in due modi: mostrando una sorta di cartelloni, o “banner”, come ne vedete sul sito di questo giornale. In gergo si chiama pubblicità “display” e somiglia molto, in quanto a linguaggi e forme, alla pubblicità stampata sui giornali.

Poi c’è la pubblicità generata dai motori di ricerca, che prende la forma di brevi annunci con un link, nata in realtà con Yahoo! (con la società Ouverture) ma resa produttiva, vincente e in crescita veritiginosa da Google.

Viene venduta attraverso un meccanismo di asta da Google, sulla cui scarsa conoscenza sono state più volte sollevate critiche.

Di questo mercato Google possiede una quota che si aggira attorno ai due terzi, quota che in Italia sale fino oltre l’80.

Percentuali “bulgare”
Cosa accadrebbe se l’accordo con Yahoo! venisse approvato così com’è? Accadrebbe che la quota controllata da Google crescerebbe fino a percentuali che nel linguaggio politico italiano si chiamano “bulgare”. Conseguenze? Accadrebbero due cose, dicono gli editori della Wan:

- per i giornali diventerebbe sempre più difficile ottenere una parte di quella pubblicità;
- diventerebbe sempre più caro acquisire lettori con pubblicità sui motori.

Ohibò, strana affermazione, la seconda, non trovate? Eppure funziona così. Dato per scontato il primo punto – i giornali di tre quarti di mondo prendono soldi da Google attraverso una piccola percentuale sugli annunci che il motore colloca sulle loro pagine – il secondo riguarda la scelta dei giornali di investire in pubblicità su Google per farsi trovare da coloro che cercano notizie attraverso il “search”.

Cioè sono i giornali che, oltre a fornire contenuto a Google, lo pagano per riceverne i lettori. Una cosa abbastanza folle, ma questa è la realtà dei fatti.

La posta in palio: conoscere le regole
Chi non ha niente a che fare con il lato economico del web potrebbe trovare queste lamentele astruse, come le trova Jeff Jarvis, che dice che Google “è” il mercato.
Ma se Google è il mercato, e lo è sempre più, il punto è che in questo mercato nessuno sa niente di come funzioni, nessuno conosce le condizioni che fanno i prezzi, nessuno conosce le regole.

È come se in una partita di calcio le regole le facesse l’arbitro senza dirle ai giocatori – il che noi tifosi troviamo spesso che sia ciò che accade sui campi di calcio, ma questa è un’altra storia.

Un caso che fa paura
Stiamo esagerando? Provate a seguire la storia di Dan Savage che la dice lunga. È una storia raccontata giorni fa dal New York Times e segnalata per la prima volta in italiano dal blog Cablogrammi.

Cosa è successo a Savage? Che con la sua impresa è passato da 100 mila dollari di utili al mese a zero nel giro di un batter d’occhio perché Google ha cambiato, aumentandoli brutalmente, i prezzi di vendita della pubblicità suo sito. E quando Savage ha chiesto chiarimenti, se li è visti negare.

Gli apologeti del web stiano attenti
C’è sempre un apologeta del web pronto a liquidare gli editori perché sono dinosauri che vogliono fermare il futuro. Ma qui i giornali stanno solo chiedendo di partecipare al futuro sapendo però con quali regole gli si va incontro. Il clima per una decisione dell’antitrust è favorevole ma il processo rischia di durare gli anni che servono al lupo per ingoiare l’agnello.

Di positivo c’è che Google è cresciuta troppo per non far paura a tutta l’industria, quella dei media e non. Come scrive lo stesso Jarvis: “A noi americani piace il successo, ma non troppo successo”.»

Vittorio Zambardino, La Repubblica, 16 settembre 2008





European Youth Media Days

15 09 2008

Ricevo da Agata e volentieri pubblico la notizia di un evento promosso dalla European Youth Press (e finanziato dal Parlamento Europeo), che si terrà a Bruxelles dal 15 al 17 ottobre 2008.

È un’iniziativa molto interessante, che si rivolge non solo a giovani giornalisti o aspiranti tali, ma a tutti coloro che, per lavoro o studio, si interessino di media e comunicazione politica e abbiano fra 18 e 30 anni.

«European Youth Media Days 2008
LIVE FROM THE EUROPEAN PARLIAMENT. YOUTH REPORTING

Dal 15 al 17 Ottobre 2008 oltre 200 giovani giornalisti provenienti da tutta Europa si incontreranno al Parlamento Europeo di Bruxelles per conoscere direttamente politici europei, discutere con loro e lavorare con professionisti dei media provenienti da tutta Europa. Inoltre, i partecipanti avranno la possibilità di creare assieme media europei, contribuendo a uno dei 15 workshop (TV, radio, stampa e media on-line).

Obiettivo dell’evento è sperimentare un modo di produrre nuovi media su scala europea, che rendano le questioni dell’UE interessanti e accessibili ai cittadini, specialmente giovani.

Giovani interessati ai media e alla politica europea, studenti di giornalismo, giovani professionisti o chiunque crei media in uno dei paesi dell’Unione Europea possono partecipare, mandando la loro candidatura on-line fino al 24 settembre 2008.

I partecipanti selezionati riceveranno rimborso viaggio, alloggio e pasti gratuiti.

Per consultare il programma, ottenere maggiori informazioni e candidarti on-line, visita il sito:

http://www.youthmediadays.eu





Stage e lavoro

12 09 2008

Con questo post vorrei inaugurare una nuova sezione del blog, volta a facilitare l’incontro fra giovani laureati e aziende. Mi capita spesso che imprese di tutte le dimensioni – sparse su tutto il territorio nazionale ma anche all’estero – mi chiedano di segnalare giovani bravi, seri e preparati per stage e contratti vari. In tutti i casi che finora ho mediato, si trattava di stage serissimi, sfociati presto in contratti a progetto o assunzioni.

Ho sempre mandato io personalmente i cv dei ragazzi, ma il giro di studenti è ormai talmente ampio che non riesco più a controllarlo. Ho deciso quindi di usare il blog a questo scopo, pubblicando solo annunci di cui garantisco la serietà, perché conosco personalmente il/la manager responsabile.

Se sei interessato/a e ritieni di avere le caratteristiche che l’annuncio richiede, puoi contattarli direttamente.

Se sei un mio/una mia laureata degli anni scorsi, e ci tieni a una mia mediazione con l’azienda, puoi scrivermi in privato e farti riconoscere.

Ecco l’annuncio. In bocca al lupo!

«Wegher|Baici Brand Orienting & Positioning (network di professionisti specializzati in marketing strategico e operativo, consulenza per la marca, strategie di comunicazione e ricerche di mercato) cerca junior account e junior planner da inserire nel proprio organico.

Il candidato/la candidata dovrà essere in possesso di questi requisiti: laurea di primo o secondo livello in Scienze della Comunicazione o Economia Aziendale e Gestione delle Imprese, buona/ottima conoscenza degli strumenti semiotici (basi teoriche e applicazioni) e/o di marketing strategico e operativo, ottima conoscenza della lingua inglese (scritta e parlata) e preferibilmente di almeno una seconda lingua comunitaria (a scelta tra tedesco, francese e spagnolo), ottima conoscenza dell’ambiente HTML, del pacchetto Office per Mac e Windows, buone capacità relazionali, predisposizione al contatto con il pubblico, capacità di lavorare autonomamente e in team, attitudine alla ricerca desk.

Si offre: contratto trimestrale di stage, con obiettivo inquadramento nell’organico aziendale.

Sede di lavoro: Milano e hinterland.

Inviare cv, completo di fototessera, a: info chiocciola wegherbrand.com





A chi piace Sarah Palin?

10 09 2008

La nomina di Sarah Palin a candidato vicepresidente per i repubblicani mette Obama in difficoltà. Prima di Sarah, i democratici erano quelli delle sorprese e delle novità. Ora non più. Prima di Sarah, i democratici erano quelli più attenti alla componente femminile dell’elettorato. Ora non più, perché i repubblicani hanno Sarah, mentre i democratici avrebbero avuto Hillary, ma non l’hanno scelta (ed è pur vero che Hillary sostiene platealmente Obama, ma è anche vero che le voci sui loro contrasti sono insistenti).

Continuo a leggere commenti secondo i quali Sarah prenderà voti da destra, che più destra di così si muore. Ma siamo sicuri che andrà così? In altre parole, Sarah Palin piace solo ai bigotti della destra radicale? O non è invece in grado di recuperare voti anche dalla zona grigia, dagli indecisi e le indecise che sempre più spesso, all’ultimo minuto, determinano le sorti delle democrazie occidentali?

Cosa piace di Sarah?

Ma soprattutto: cosa può piacere, di lei, a una donna indecisa?

Secondo me, piace che sia forte e cattiva. “Barracuda” era soprannominata nella squadra di basket in cui giocava alle superiori. Nel suo discorso alla convention repubblicana, si è autodefinita un “pitbull con il rossetto”. E poi lancia strali contro tutti, non ha peli sulla lingua, dice di voler trivellare (drilling ) tutta l’Alaska per dare all’America autonomia energetica.

Per non parlare dell’immagine: mandibola prominente, è sempre immortalata con le braccia incrociate e lo sguardo fermo in camera, oppure col dito puntato. E c’è pure una foto che la ritrae seduta su un divano con pelle d’orso. Feroce come Cruella De Vil insomma. O come Miranda Priestly nel film The Devil Wears Prada.

In conclusione, se tu fossi un’incerta donna della provincia americana, non necessariamente di estrema destra, ma solo impaurita per la crisi economica e il futuro dei tuoi figli, e poi sempre stanca e triste per il lavoro, il marito, la vita, non ti verrebbe voglia di votarla?

In fondo, per citare Stephen King, «Certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna» (Dolores Claiborne, trad. it. Sperling & Kupfer, Milano, p. 147).

Non ci credi? Porta pazienza per 7′ 53″ e guarda questa selezione del discorso di Sarah alla convention repubblicana.





Madonna sostiene Obama, ma è un boomerang

8 09 2008

Nel Get Stupid Interlude dello Sticky and Sweet Tour (sabato scorso all’Olimpico di Roma), Madonna – come sempre da diversi anni – ha invitato il pubblico ad «alzarsi e fare qualcosa» per combattere le catastrofi globali (guerre, carestie, inquinamento, riscaldamento del pianeta e così via). Nel farlo, ha colto l’occasione per prendere posizione sulle elezioni presidenziali, accostando, da un lato, John McCain a Adolf Hitler (e altri totalitarismi contemporanei), dall’altro, Barack Obama a Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, John F. Kennedy.

Seguo da sempre con ammirazione questa grandissima comunicatrice, ma questa mossa non mi convince: mettere assieme McCain a Hitler è sciocco dal punto di vista storico e fastidioso anche per chi non abbia simpatie per il candidato repubblicano.

La solita provocazione per attirare l’attenzione dei media?

Non c’è dubbio.

Il problema, tuttavia, è che in questo caso la non credibilità della similitudine fra McCain e Hitler si ripercuote sugli accostamenti successivi, che dovrebbero favorire Obama, e finisce per trasformare l’endorsement di Madonna in un’adesione da invasata, e il brano del concerto in una cerimonia di beatificazione profana.

Insomma, stavolta lo scopo autopromozionale prevale al punto da cancellare quello politico-sociale (a cui altre volte Madonna, pur sempre fra polemiche, ha mirato meglio).

Ecco l’Interlude:

Ed ecco come lo staff di McCain ha commentato. Come dargli torto?





Editor fantastici

5 09 2008

Navigando fra i siti di fanfiction (sto scrivendo un articolo sulle “Narrazioni in rete”), scopro che su Internet il genere fantasy è molto frequentato. Centinaia, migliaia di affezionati riscrivono, cambiano, correggono opere altrui, inventano finali alternativi, sviluppano personaggi minori, approfondiscono relazioni solo accennate, chiedendosi “E se invece?” a ogni piè sospinto.

Fuori da Internet, in Italia il fantasy ha meno lettori che in altri paesi, ma negli ultimi anni l’attenzione per questo genere è cresciuta molto, com’è testimoniato dal fatto che pure il Festivaletteratura, che in questi giorni si tiene a Mantova, ha ospitato Licia Troisi, una delle autrici fantasy al momento più vendute.

Il primo pregiudizio da sfatare è che le fanfiction siano popolate da fanatici dilettanti e poco competenti. Che in quel mondo ci siano diverse ingenuità, a volte è vero (ma è un po’ il suo bello). Che il livello sia sempre basso, no. Molti appassionati di fantasy, infatti, si fanno le pulci reciprocamente con una competenza e un amore per la scrittura che non si trovano neanche nelle migliori case editrici.

C’è ad esempio un blog che si chiama Gamberi Fantasy, in cui si recensiscono libri con un’attenzione al dettaglio e una capacità di scovare incongruenze e svarioni, che mi hanno lasciata allibita. In particolare, una certa Gamberetta (non so chi sia) meriterebbe di lavorare – strapagata – nella migliore casa editrice del mondo.

È ormai celebre, in rete, lo smontaggio che ha fatto dei libri di Licia Troisi. Non ho mai letto niente della Troisi, perciò non mi permetto di giudicare. Ma dalla gravità e quantità di problemi che Gamberetta ha individuato nei suoi romanzi – con tanto di citazioni e commenti documentati – mi stupisco che siano stati pubblicati in quelle condizioni.

Così comincia la prima recensione:

«Ho deciso di recensire uno alla volta i sei romanzi della Troisi. Avevo una mezza idea di recensire la prima trilogia quale un tutt’uno, basandomi sui miei ricordi della prima lettura, ma sarebbe stato poco professionale. Perciò ho ripreso in mano i romanzi e ho deciso di rileggerli e recensirli via via. Questa prima recensione servirà anche come introduzione generale all’opera della Troisi.»

Dopo di che, la fa a pezzi.

Puoi continuare a leggere QUI.





Creativo sarà lei!

3 09 2008

Credo che chiamare “creativi” i pubblicitari che svolgono quel certo ruolo sia presuntuoso, antipatico o ridicolo a seconda dei casi – e in generale fuorviante. Grazie a Nuovo e Utile ho trovato un brillante articolo di Pasquale Barbella, art director, che spiega perché gli stessi creativi dovrebbero ribellarsi a questa etichetta.

Copio e incollo la prima parte:

DIO CI SALVI DALLA CREATIVITÀ

«Art director e copywriter di tutto il mondo, ribellatevi. È giunto il momento di respingere una volta per tutte l’orrendo epiteto di Creativi. È un’etichetta importuna e indecente, satura di equivoci e volgarità: causa tra le piú tenaci di molti peccati che si commettono contro la comunicazione.

La definizione di Creativi, applicata a coloro che hanno la funzione di progettare ed elaborare messaggi commerciali, va rifiutata per più d’un motivo:

1. Sottende un’ombra di razzismo verso il resto dell’umanità. È come definire gli Intelligenti o i Geniali una circoscritta categoria professionale.

2. Inibisce e impigrisce i compagni d’avventura – committenti e colleghi – e li disimpegna dalle proprie responsabilità, inducendoli ad aspettarsi interventi miracolistici dai soli mattacchioni dello zoo “creativo”. Creativi devono essere anche gli addetti alla gestione, all’organizzazione, al marketing, alla ricerca, alla pianificazione, alla direzione del personale, alle segreterie, al centralino.

3. È una definizione oscillante tra il serio e il goliardico; lusinghiera ai limiti dell’adulazione, ma anche fragile per overdosedi promessa. I famigerati Creativi sono ora idolatrati a mo’ di semidei, ora tollerati con imbarazzo e sospetto, alla stregua di imbonitori o di giovani marmotte mal cresciute. Potenti senza potere, bizzarri inventori di fiabe dal suggestivo quanto instabile congegno, essi inscenano architetture da ammirare e smontare con dirompenti manovre della ragione.

4. È un appellativo che contiene in sé i germi opposti della deferenza e dell’insulto, specie in un paese dove i raffinati usano eufemismi come Intellettuale, Geniale, Artista per darti del matto o dello scemo. Molto tempo prima di convertirmi al copywriting, quand’ero lo sbarbato magazziniere di un’officina di Potenza, il simpatico titolare della ditta dava indifferentemente dello Stronzo o del Poeta al malcapitato che incorresse nel suo disprezzo.

5. È un titolo palesemente selettivo, che ti colloca in modo automatico all’opposizione. La presenza di Creativi in un dato organismo presuppone la convivenza con un’ampia e imprecisata classe di Non-Creativi. Disponete Creativi e Non intorno a un tavolo di lavoro e vi accorgerete di quanto labile sia il confine fra l’incontro e lo scontro, la cooperazione e il boicottaggio, la cordialità e l’ironia, l’ironia e il sarcasmo, il costruire e il distruggere. (Si pensi all’annosa criminalizzazione degli Account Executive – Dio mio, anche questi dovrebbero un giorno mobilitarsi per un cambio di titolo! – da parte dei Creativi, e viceversa).

6. È una denominazione semplicemente e completamente sbagliata. Quest’ultimo punto è ovviamente il piú rilevante, e merita un capitolo a sé…»

… che puoi leggere QUI.





Lacrime per Hillary

1 09 2008

Ti ricordi quando abbiamo fatto la lista dei film che fanno piangere? Aggiungerei questa scena, anche se non è tratta da un film, ma dalla comunicazione politica statunitense degli ultimi giorni.

Denver, 27 agosto 2008, ore 16.48 (ora locale), Pepsi Center. Alla Democratic National Convention si sta svolgendo il roll call, la procedura burocratica secondo la quale tutte le delegazioni statali vengono chiamate in ordine alfabetico per la conta dei voti al candidato presidente: Alabama, Alaska, American Samoa, Arizona…

Arriva il turno di New York e colpo di scena: dal caos del parterre emerge la senatrice di quello Stato Hillary Rodham Clinton. Le passano un microfono e lei chiede di sospendere i conteggi e nominare tutti assieme, per acclamazione, Barack Obama come candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Ingredienti per piangere:

(1) sappiamo che Hillary ha perso le primarie e le è costato molto;

(2) ci sentiamo come lei: tutti i giorni patiamo sconfitte e rinunce (non a caso Hillary emerge dal parterre, come agisse d’impulso, una fra tanti);

(3) ammiriamo il suo gesto di abnegazione, la capacità di superare la rivalità nei confronti di Obama in nome di un ideale superiore (“l’unità”, “il futuro a cui guardare con occhi fermi”, dice Hillary): non sempre siamo capaci di fare altrettanto;

(4) dopo esserci identificati nel nobile gesto e nei vissuti che lo sostengono, ci uniamo alla folla per acclamare Obama, sentendo di meritare anche noi, per tutto ciò che abbiamo fatto, l’ovazione del pubblico;

(5) non ci resta che piangere. D’altra parte, non capita tutti i giorni che una folla in delirio ci dedichi una standing ovation… :-)

Per di più, in quella folla a cui ormai sentiamo di appartenere, c’è qualcuno che viene inquadrato mentre piange, il che dimostra che non solo è legittimo, ma esemplare farlo.

Un pezzo di grande cinema americano.

Dimentico qualcosa?