Oggi non scrivo…

28 11 2008

… perché parlo qui.

Approfondendo un’idea che avevo avuto qui.

A lunedì.

:-)





Advertising goes social

27 11 2008

Donatella mi segnala (grazie!) che esiste Zooppa, un sito (il primo?) di social advertising, creato da H-Farm, azienda informatica di Roncade, in provincia di Treviso, che si autodefinisce «technological incubator» e ha una sede anche a Seattle, in California.

Su Zooppa chiunque (singolarmente o in gruppo) può proporre idee grafiche, concept, slogan, spot autoprodotti, banner e altro, immaginando la campagna pubblicitaria ideale per questo o quel marchio, su cui periodicamente il sito bandisce una gara. In questo momento sono aperti i bandi per creare le campagne di Figurella, InfoJobs.it e Tomtom CabaretLive. L’idea più votata dalla community di Zooppa vince il premio in denaro messo in palio dall’azienda di turno ed eventuali altri vantaggi (ogni bando ha le sue regole).

Al vincitore spetta il premio in denaro, ma tutti i partecipanti hanno comunque la possibilità di farsi notare, di entrare in contatto con altri appassionati e imparare da chi è più bravo, chiedendo consigli all’interno della community.

L’azienda, a sua volta, ricava un feedback prezioso sulla percezione del proprio brand da parte dei consumatori, e ottiene spunti per elaborare future campagne, per correggere, migliorare, cambiare linee di prodotti e servizi, per entrare nella testa dei propri clienti.

Mi scrive Donatella: «Girovagando nelle pagine di Zooppa ho avuto l’impressione che sia uno spazio frequentato da molti ragazzi/e che si sentono creativi, che sono incuriositi dalla comunicazione e hanno voglia di mettere in gioco le loro abilità, competenze, idee».

Può essere un percorso interessante per una o più tesi di laurea, che includano la partecipazione a qualche bando proposto da Zooppa. È necessario – naturalmente – che tu sia già abile nella produzione digitale di audiovisivi e abbia competenze sociologiche e/o semiotiche nel campo della pubblicità e dei mass media.

Fatti sotto!





Con la faccia di cera

26 11 2008

Con la faccia di cera è l’ultimo libro di Girolamo De Michele (scrittore già noto per la trilogia Tre uomini paradossali, Scirocco e La visione del cieco). È un romanzo breve (o racconto lungo, come preferisci) avvincente e ben scritto. Ma non lo segnalo solo per questo. È anche un atto di denuncia. Di comunicazione ambientale. È un gesto politico.

Oggi alle 17.00 De Michele ne parla con Wu Ming 5 presso la sede di Legambiente, Piazza XX settembre 7, 40121 Bologna (tel. 051-241076).

Ecco uno stralcio di «Inventori di favole», un’intervista all’autore di Emiliano Angelelli (Punto Sostenibile, la newsletter di Edizioni Ambiente, numero 9 – 09/2008):

Con la faccia di cera è il dodicesimo volume della collana VerdeNero di Edizioni Ambiente. Un romanzo ambientato interamente a Ferrara, la città in cui vivi. Presentiamolo ai lettori.

Con la faccia di cera è una ghost-story con evidenti debiti verso Il segno del comando, ma anche verso Blow-up e Lost. Inseguendo le apparizioni di una misteriosa ragazza, un giovane fotografo scopre un archivio sulla Solvay raccolto da un anziano ex-operaio ora in pensione, gonfaloniere della neonata Contrada della Vergine Maria. La storia si svolge l’ultima settimana del Palio di Ferrara, mentre tra le vie della città compaiono personaggi venuti dal passato. Un ulteriore elemento è il condominio in cui il fotografo vive: un agglomerato in preda alle peggiori passioni, avvitatosi in una spirale di autodistruzione che sembra avere le stesse dinamiche di un corpo invaso dagli agenti patogeni derivanti dalla produzione del PVC.

Nel tuo racconto si parla di tumori provocati dal CVM (cloruro di vinile monomero), un composto organico estremamente tossico che la città di Ferrara conosce bene, visto che rientrava nei processi di lavorazione della Solvay. Questa parte del racconto nasce da un’esperienza da te realmente vissuta?

No. Io patisco disturbi respiratori che mi rendono ipersensibile all’inquinamento atmosferico – e Ferrara è una delle città più inquinate d’Europa. E vengo da una famiglia che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma di quelli che una volta si chiamavano omicidi bianchi, e che oggi sono stati declassati a morti sul lavoro. L’insalubrità dell’aria e gli omicidi bianchi sono due elementi che potrebbero unire la mia città di nascita e la mia città d’elezione, Taranto e Ferrara, in un macabro gemellaggio. Questo mi rende particolarmente attento ai temi della nocività, sia diretta che indiretta, del lavoro.

Ferrara che «non ama la chimica, ma ama i posti di lavoro» è un po’ il paradigma del Nord – in particolare il Nordest – che lavora, che produce, che cresce economicamente, ma a quale prezzo?

Ferrara ha molti elementi per essere eletta come un’allegoria del paese in cui viviamo, sia in positivo che in negativo. È la città di Bassani, nella quale i turisti vanno a cercare la famosa finestra sopra la farmacia, quella della notte del ‘43. E magari non sanno che un ragazzo è morto dopo mezz’ora di agonia, alle 4 del mattino, circondato dagli agenti di polizia che aveva avuto la sventura di incrociare, senza che nessuno – meglio: nessun ferrarese, perché l’unica testimone è un’immigrata con permesso temporaneo – si affacciasse alla finestra. Come in molti altri luoghi cresciuti sul profitto di processi industriali sporchi, dei quali in apparenza nessuno sospettava la pericolosità. In questo assomiglia certamente al Nordest. E oggi che la Solvay non c’è più, si può parlare del pedaggio di morte che Ferrara ha dovuto versare, dal momento che nessuno pagherà per questo. Si parla meno, e se si può si tace, della condizione dell’aria e dell’acqua, come se il CVM si fosse dissolto nel nulla. Si preferisce non parlarne perché altri veleni vengono or ora aggiunti ai vecchi, si preferisce fingere di non sapere che le nanopolveri non vengono rilevate, ma esistono. Ci si volta dall’altra parte, ci si nasconde dietro la persiana della finestra: come fa il Nordest quando commercia e si arricchisce con la camorra che apre outlet e porta via i rifiuti.

[...]

Continua QUI.





Perché il rosa è femminile

25 11 2008

Ti propongo una breve ricostruzione del perché il rosa è femminile, tratta dal libro La donna perfetta. Storia di Barbie (Laterza, 2008 ) di Nicoletta Bazzano, libro che la settimana scorsa ho avuto il piacere di discutere in pubblico, assieme all’autrice e a Chiara Rapaccini, per iniziativa dell’associazione PerWilma e dalla Libreria Trame di Bologna.

Abbiamo già parlato di simbolismo dei colori in questo post. Trovi tutto su questo argomento nei lavori di Michel Pastoureau, dal Dictionnaire des couleurs de notre temps. Simbolique et société (Bonneton, Paris, 1992), a quelli tradotti in italiano da Ponte alle Grazie: Il piccolo libro dei colori (scritto assieme a Dominique Simonnet, 2006), Blu. Storia di un colore (2008), Nero. Storia di un colore (2008).

Per capire il rosa, Nicoletta Bazzano parte dal rosso:

«Il rosso è il colore per eccellenza. Per la cultura cristiana, il rosso richiama il sangue, ossia ciò che dà la vita, che purifica e che santifica. Rosso è il sangue versato sulla croce da Gesù Cristo; rossa la fiamma dello Spirito Santo. Rosso inoltre è il colore del dinamismo: le sua vibrazioni sono tali che un oggetto rosso sembra più vicino all’occhio di chi lo guarda di quanto lo sia in realtà. Per la cultura progressista, rosso è il sole dell’avvenire, speranza per gli sfruttati che sognano un mondo migliore. Rosso acceso è il colore dell’infanzia, dei giocattoli, delle confetture e dei frutti più golosi. Rosso, soprattutto, è il colore del lusso e della festa. [...]

Tuttavia, il rosso ha un valore ambivalente. Le sfumature scarlatte indicano l’errore, il pericolo: in rosso sono sottolienati gli errori sui compiti scolastici; utilizza il rosso la segnaletica stradale, ferroviaria, marittima, aerea per indicare i divieti; rossa è una zona piena di insidie; rossa è la linea di attacco durante i conflitti…

[...] Il rosa è parente stretto del rosso, appartiene alla medesima scala cromatica ed è, nella cultura occidentale, il colore per antonomasia delle femminucce appena nate, così come l’azzurro lo è per i maschietti. L’uso di attribuire ai bebè, rispettivamente, l’azzurro se maschi e i rosa se femmine era una pratica nata nell’Ottocento tipica dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. [...]

La coppia azzurro/rosa può essere [...] una declinazione della coppia blu/rosso. Si tratta di colori pastello, ovvero bianchi leggermente colorati, in cui il bianco richiama la purezza e l’innocenza, legate alla nascita di un nuovo individuo, mentre il viraggio diverso rispetto al sesso riprende una distinzione nata alla fine del Medioevo: il blu è maschile e il rosso è femminile. [...]

E mentre il celeste, malgrado indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine, senza tema che l’indentità sessuale ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, indica lo scherno, è beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentrameto nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba. [...]

Se nella sfumatura più tenue esso comincia a fare capolino nel guardaroba dei gentiluomini degli anni Ottanta, è per testimoniare una sorta di anticonformismo; ma in effetti il rosa continua a essere colore femminile, in qualsiasi modo si interpreti la parola “femminilità”.»

(N. Bazzano, La donna perfetta. Storia di Barbie, Laterza, Roma, pp. 100-103.)





Marketing, web e mamme

24 11 2008

Da diversi mesi Tes – cioè Cristian, mio ex allievo di master – sta seguendo un interessante caso di web marketing, che ha ottenuto un grande successo negli Stati Uniti. Per condividerlo con me e con i lettori di questo blog, ha scritto una breve presentazione, che volentieri pubblico.

«Il marketing più recente tende a trasformare i consumatori in cosiddetti “consumAttori”: non solo destinatari passivi ma veri e propri protagonisti, se non addirittura creatori, della comunicazione.

Suave, azienda americana di prodotti di bellezza pensati per mamme, assieme all’operatore telefonico Sprint, sotto la supervisione dell’agenzia MindShare e in collaborazione con Msn, hanno creato il sito In the Motherhood (tag-line: “For mums, by mums and about mums”), in cui le madri americane sono invitate a raccontare le esperienze più strane e buffe che hanno avuto coi loro bambini.

Questi racconti sono sottoposti al giudizio dei lettori: le storie che ottengono l’indice di gradimento più alto diventano cortometraggi di circa 5 minuti, pubblicati in streaming video sul sito stesso e interpretati da note attrici del piccolo schermo, tra cui Chelsea Handler, volto noto della commedia americana stand-up, e Jenny McCarthy, vista anche sul grande schermo in qualche film degno di nota come Scream 3.

Il materiale è visibile a tutti ma, per votare, postare commenti o inviare le proprie storie, occorre registrarsi, il che permette all’azienda di crearsi un database. L’iniziativa mira ovviamente a colpire il target femminile, sempre più importante negli USA, dove le donne navigano il web e acquistano on-line con maggior frequenza degli uomini (cfr. “InformationWeek”).

La prima stagione è stata un successo clamoroso: i suoi 5 episodi sono stati visti da oltre 5 milioni di utenti. Il risultato ha convinto le aziende a dar vita a una seconda stagione – da poco conclusa e anche questa premiata dal pubblico – che ha permesso al sito di raggiungere la ragguardevole cifra di 15 milioni di utenti complessivi. Certo, sotto il profilo artistico non ci sono i meccanismi perfetti delle commedie di Billy Wilder, ma la serie è comunque piacevole e di buona fattura.

L’esperimento è interessante perché mostra come, in un’epoca in cui i consumatori tendono a essere refrattari e diffidenti, il marketing più indiretto e meno invasivo può essere la risposta giusta: nella serie i marchi non compaiono mai né sono citati, ma svolgono solo un ruolo di cornice esterna.

In the Motherhood è un esempio eccellente di quello che oggi si chiama “brand entertainment”, in cui le aziende offrono intrattenimento ai consumatori per migliorare la percezione del brand. Inoltre il sito offre uno spazio di discussione, in cui le visitatrici possono scambiarsi opinioni ed esperienze. Si crea cioè una forma di comunicazione-intrattenimento che non si rivolge a un pubblico passivo come quello degli spot tv (ormai a basso impatto e costi elevati), ma coinvolge le consumatrici nella stessa costruzione del messaggio pubblicitario.

È infine interessante, dal punto di vista mediatico, che i contenuti web, se di successo, si vadano serializzando come quelli televisivi. In America la fortuna della serie è stata tale, che presto diventerà cross-mediale: la ABC ha annunciato di voler trasmettere sulla tv nazionale 13 episodi della serie» Tes.

Il caso merita di essere approfondito.

Idee per una tesi specialistica o più tesi triennali: inquadrare In the Motherhood nelle più recenti tendenze di brand entertainment e web marketing; confrontarlo con casi analoghi (per cross-medialità, categoria merceologica, target…); analizzare la serie dal punto di vista delle storie che racconta e degli stereotipi di genere che propone: come sono rappresentate le mamme? quale nesso fra bellezza e maternità? quale rappresentazione del corpo? che ruoli narrativi giocano?





Spiritual Seeds

21 11 2008

Donmo è il nick di un prete cattolico appassionato di web e tecnologie informatiche.

Spiritual Seeds è il titolo del suo blog, che ha per sottotitolo «Le religioni e il mondo. Il mondo e le religioni» e affronta temi e problemi del dialogo fra le religioni, dai più disparati punti di vista: sociali, economici, storici, culturali, finanche artistici.

Notevole è l’attenzione che Donmo riserva al marketing e alla comunicazione religiosa. Ebbene sì: anche le religioni, oggi, devono fare i conti con queste competenze, per entrare (e rimanere) in contatto con i fedeli. Il che solleva – è inevitabile – problemi di etica. E anche di questi si occupa Spiritual Seeds.

Seguo il blog di Donmo da diversi mesi e trovo che sia uno dei più seri, accurati e affidabili che ci sono in rete. Se anni fa mi avessero raccontato che esiste un prete cattolico capace di:

(1) curiosare ogni giorno nelle religioni di tutto il mondo,

(2) trattarle con la stessa passione e serietà che riserva alla propria fede,

(3) raccontarci le sue riflessioni e scoperte con una semplicità e chiarezza degne del giornalismo professionale…

… be’, forse non ci avrei creduto.

Grazie alla rete, ho scoperto che non solo esiste, ma scrive tutti i giorni su Spiritual Seeds.





La mia prima mail dallo staff di Obama

20 11 2008

Mi sono iscritta al sito Change.gov, lasciando i miei dati (nome e cognome, professione, indirizzo postale e mail) per essere aggiornata sul periodo di transizione di Obama verso la Casa Bianca.

Ieri sera mi è arrivata la prima mail.

Subject: Take a Look.

Testo: semplice, diretto, colloquiale ma non ammiccante. Concreto. Mi è venuta voglia di mandargli davvero i suggerimenti che chiedono… :-)

Qui in Italia non sono capaci di fare cose del genere neppure le amministrazioni locali, per le quali dovrebbe essere più facile mantenere un rapporto con i cittadini che simuli – senza scimmiottarla – l’immediatezza delle relazioni private.

Ancora una volta, la grande comunicazione si vede dalle minuzie.

——

Dear Giovanna,

62 days. That’s how much time we have left to prepare for the Obama-Biden Administration that will bring the change Americans demanded so strongly in this past election.

President-elect Obama has set a high bar for the Transition team: to execute the most efficient, organized, and transparent transfer of power in American history. As a co-Chair for the Transition, I want to tell you about a few steps we’ve already taken to achieve this goal.

First, we adopted the strictest ethics guidelines ever applied to any transition team. President-elect Obama pledged to change the way Washington works, and that begins with shifting influence away from special interests and restoring it to the everyday Americans who are passionate about fixing the problems facing our country.

Opening up the Transition means listening to your ideas and stories and providing a window into how the process works.

To give you a look at how we’re approaching some of the nation’s most pressing issues, we filmed this meeting of our Energy and Environment Policy Transition Team and interviewed team member Heather Zichal.

Watch the video and submit your ideas on energy and the environment.

President-elect Obama and Vice President-elect Biden have set an ambitious agenda, and we are going to make Change.gov a source of information, as well as a place to participate in the decisions being made about your government.

Since the decisions we’re making affect all Americans, we’re counting on citizens from every walk of life to get involved. You can help us right now by making sure your friends and neighbors know about Change.gov and give their input, too.

We’re continuing to develop new ways to open up the process, and we’ll keep you posted along the way.

Thanks,

John

John Podesta
Obama-Biden Presidential Transition Team





Etica e finanza: un dibattito del 1987

19 11 2008

In questi giorni, mentre discutevamo di attualità varie, Alessandro ha citato una vecchia battuta del cardinal Biffi che più o meno suonava così: «Il denaro è lo sterco del diavolo, ma se serve a concimare i campi del Signore, allora va bene».

Poiché il mio amico non ricordava quando esattamente il cardinale avesse pronunciato queste parole, ho fatto una ricerca su Google, scoprendo un articolo di Mauro Alberto Mori su Repubblica, che risale addirittura al 3 aprile 1987. Dall’articolo si evince che Biffi avesse detto la frase durante un convegno su «Denaro e coscienza cristiana», che si sarebbe tenuto a Bologna in quei giorni.

Fra gli invitati Romano Prodi, allora presidente dell’IRI.

Al di là della posizione di Biffi – interessante versione cattolica del più generico «il fine giustifica i mezzi» – leggi bene tutto l’articolo: scoprirai che nel 1987 molte persone e problemi di oggi erano già tutti lì.

ENTRANO IN CHIESA TANTE BUONE AZIONI

di Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.

BOLOGNA. «Il denaro è lo sterco del diavolo», commenta, sorridente come sempre, Romano Prodi. «È vero» ribatte, con lo stesso tono, il cardinal Giacomo Biffi, «ma può servire a concimare i campi di Dio».

La Chiesa affronta il tema della vil pecunia, chiama fior di professori, industriali e sindacalisti a discutere di dollari e azioni e offre, in un salone austero della Curia di Bologna, questo stuzzicante antipasto. L’economista e il cardinale, faccia a faccia, a parlare di «Danaro e coscienza cristiana». Titolo un po’ spudorato per un convegno organizzato da noi, dice Biffi, il prelato arrivato tre anni fa nella rossa Bologna a portar il verbo di papa Wojtyla.

Ma argomento più che legittimo perché la fede e l’eucarestia entrano in tutti gli aspetti della vita dell’uomo: nell’amore, nel dolore, nella gioia, nella morte, nel lavoro, nell’economia e nella politica, spiega l’arcivescovo. E il messaggio di una Chiesa che vuol discutere di tutto, che vuol parlare non solo delle buone azioni, ma anche di quelle di Piazza Affari risuona alto.

Mentre Prodi, cattolico praticante e presidente dell’IRI, auspica un sussulto etico nel gran mondo della finanza, Biffi esorta il suo gregge a non considerare più il denaro come il demonio. Alle spalle di questo faccia a faccia, convocato per presentare il convegno «Danaro e coscienza cristiana» che si terrà a Bologna venerdì e sabato della prossima settimana, aleggiano il nome di Marcinkus, il viaggio in Cile del Papa, le dure parole dei vescovi emiliani per l’Emilia sazia e disperata.

Il cardinale, però, non divaga e rivendica il diritto-dovere dei cristiani di parlare anche dei soldi. Non più e non solo come obolo di San Pietro o come semplice necessità materiale per la sopravvivenza.

Interiore coerenza. La comunità cristiana ritiene, dunque, di avere il diritto, quello civile, incontestabile, che «la nostra costituzione riconosce a tutti i raggruppamenti, di riflettere, di valutare, di scegliere in tutti i campi in cui sia coinvolto l’uomo» sostiene con voce sottile e tono fermissimi Biffi, «compreso quello dell’economia e del lavoro. Ma questo è anche un nostro dovere come cristiani, un dovere di interiore coerenza».

Prodi, che sarà uno dei relatori al convegno insieme a Beniamino Andreatta, Guido Carli, Carlo D’Adda, Achille Ardigò, Franco Marini, Agostino Giovagnoli e al cardinale Carlo Maria Martini, annuisce alle parole dell’arcivescovo di Bologna. E aggiunge: «Da due o tre anni, dopo questa sbornia di sviluppo, in tutti gli ambienti economici e finanziari, e in particolare negli Stati Uniti, si fa un gran parlare di problemi etici. Tutti oggi si chiedono se è possibile un sistema economico mondiale senza una etica di base».

Prodi cita il Vangelo, la parabola di Matteo seduto al banco delle imposte e chiamato a seguire Gesù, il problema morale delle tasse e riconosce che la Chiesa, finora, ha avuto troppa diffidenza di fronte al problema danaro. Credo che ci si sia pensato troppo poco, ne parliamo nella vita quotidiana, sì, ma abbiamo quasi il pudore a farlo in modo schietto, esplicito, dice l’economista. Saluta come una cosa molto positiva questa ricerca di valori reali tra i cattolici e gli economisti.

Sarà il nodo centrale del convegno perché Biffi, ricordando San Paolo, dice che i cristiani devono esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Anche nel mondo dei soldi c’è il buono e il cattivo. Perché i soldi possono servire per l’elevazione della condizione dell’uomo o per la sua corruzione. «Bisogna saper scegliere», continua, sempre più deciso, il prelato che siede sul seggio che fu di Lercaro e Poma.

Abbandonata l’immagine del danaro che attenta alle virtù umane, anche la ricchezza della società d’oggi, per il cardinale, è un sintomo positivo. «Il consumismo è contro la dottrina cristiana. Il consumo no», ammonisce. Poi, quasi come in una predica dall’altare, tuona: «Non è detto che la ricchezza di per sé sia peccato».

Una battuta su Marcinkus. Di fronte a queste parole i ricordi del catechismo traballano. L’immagine del poverello d’Assisi sembra lontanissima. Ed è a questo punto che, al paragone di San Francesco tra denaro e sterco, riportato da Prodi, Biffi replica giustificando e rivendicando l’uso buono del denaro. Il match, molto più approfondito, verrà ripreso nella due giorni della Curia bolognese che celebra il congresso eucaristico diocesano. Ora c’è solo il tempo per una battuta su Marcinkus: «Aspettiamo a giudicare dice Biffi perché la magistratura italiana non ha sempre dato esempi di obiettività», e un veloce commento sulla crisi delle casse vaticane: «Quello della cattiva amministrazione dei nostri soldi è un luogo comune», dice il cardinale. «Io so solo che dopo duemila anni la chiesa non è ancora fallita».

Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.





A Thousand Words

18 11 2008

Negli ultimi giorni mi sono lasciata prendere dall’urgenza dell’attualità. Oggi ti propongo una pausa di ottimismo sentimentale.

Fra i cortometraggi presentati al Pangea Day, c’è quello di Ted Chung, regista e sceneggiatore di Los Angeles. S’intitola «A Thousand Words» ed è – come l’hanno definita – «una storia d’amore e creatività, raccontata senza parole».

C’entra la comunicazione? Moltissimo.





La donna in croce

17 11 2008

L’associazione Telefono Donna, una onlus nata nel 1992 per dare ascolto e consulenza a donne e famiglie in difficoltà, ha commissionato alla Arnold WorldWide una campagna affissioni per il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il manifesto raffigura una ragazza seminuda, sdraiata su un letto sfatto, in una posa che ricorda la crocefissione di Cristo; mentre la headline domanda «Chi paga per i peccati dell’uomo?», sotto si spiega: «Solo il 4% delle donne denuncia il proprio carnefice, le altre pagano anche per lui».

Telefono Donna, che lavora con il patrocinio del Comune di Milano, chiede allo stesso 500 spazi pubblici per le affissioni. La polemica infuria.

Ecco l’immagine (clicca per ingrandire):

telefono-donna-croce

L’ACCUSA

L’assessore al Decoro Urbano, Maurizio Cadeo (An) dice no al manifesto negli spazi del Comune. «Perché rispondere alla violenza con violenza?», domanda Cadeo. Della stessa opinione il capogruppo di An, Carlo Fidanza: «Il manifesto strumentalizza il simbolo della cristianità. In una città dove giustamente si sanziona chi viola il decoro pubblico, è giusto opporsi a questo tipo di campagne» (Il Corriere della Sera, Milano, 14 novembre 2008).

Il sindaco Letizia Moratti non si sbilancia, ma appoggia l’assessore: «È difficile dare giudizi, perché rischiano di essere personali. Lascio che sia Cadeo a decidere» (La Repubblica, Milano, 15 novembre 2008).

Alessandra Kusterman, ginecologa e responsabile del soccorso violenze sessuali della Mangiagalli: «Non avrei scelto un’immagine che ha a che fare con la sensibilità religiosa delle persone» (ibidem).

LA DIFESA

Si difende Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna e amica del sindaco Moratti: «Io sono cattolica praticante. La crocifissione vuole solo essere l’immagine della sofferenza estrema» (Il Corriere della Sera, Milano, 14 novembre 2008).

La senatrice del Pd Marilena Adamo: «Non trovo offensivo accostare alla sofferenza la figura di Cristo. A meno, naturalmente, che qualcuno non pensi che il problema sia proprio la sofferenza femminile. E poi, al di là del moralismo, dov’è tutta l’efficienza della giunta che si accorge sempre in ritardo delle cose collezionando brutte figure?» (La Repubblica, Milano, 15 novembre 2008).

Molto più drastico Oliviero Toscani: «Non ho visto le foto, ma non importa: censurare è subumano. Punto. non esiste peggior violenza della censura» (ibidem).

Vittorio Sgarbi si fa vivo da Salemi, dov’è sindaco: «Sono pronto a ospitare la campagna. La giunta milanese dovrebbe dimettersi, invece di continuare a menarla con queste stupidaggini» (La Repubblica, Milano, 13 novembre 2008).

RICAPITOLANDO

Non mi convincono né l’accusa né la difesa.

L’accusa di blasfemia era prevedibile. Penso a una vecchia copertina de L’Espresso, che nel gennaio 1979, per parlare della legge sull’aborto, raffigurava una donna incinta in croce. La copertina fu censurata e il numero ritirato. Ecco un’immagine (a scarsa definizione, ma è l’unica che ho sotto mano):

copertina-espresso-19-gennaio-1979

Penso alle polemiche suscitate in tutto il mondo da Madonna, che nel Confessions Tour del 2006, cantò Live to Tell su una croce per attirare l’attenzione sugli orfani per Aids in Africa.

madonna-in-croce

Si sa che la chiesa cattolica e altre chiese cristiane non tollerano che una figura femminile stia sulla croce: dimenticano – hanno sempre dimenticato – che durante le rivolte giudaiche del I secolo d.C. anche le donne furono crocifisse. Dimenticano che esiste una tradizione iconografica di sante crocifisse, come Santa Librada (spagnola, II secolo d. C.), Santa Vilgefortis (portoghese, XV secolo) e Santa Giulia (da Nonza, in Corsica, V sec. d.C.).

Ora, la Arnold WorldWide e il suo committente non potevano non sapere queste cose. L’hanno fatto apposta, naturalmente. Il principio è sempre questo: parlino bene o male, purché parlino. Non a caso, a difendere la campagna, s’alzano Toscani e Sgarbi, entrambi maestri nell’applicare il principio.

Per questo non mi piace il manifesto. E neppure i suoi paladini.

Non penso affatto che l’immagine sia blasfema. Non è la croce, infatti, a essere strumentalizzata, ma il corpo femminile. Ancora una volta – per l’ennesima volta – si raffigura una ragazza bella, scomposta e nuda. Spogliata, ostentata, usata per attirare sguardi e far parlare. Che la causa sia buona o cattiva, il corpo femminile è sempre strumentalizzato.

È così che si combatte la violenza sulle donne?





Pubblicità e stereotipi di genere

14 11 2008

Il 29 maggio scorso Eva-Britt Svensson, vicepresidente svedese della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, presentò una «Relazione sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini». Già altre volte, negli ultimi quindici anni, l’Europarlamento ha denunciato le pratiche pubblicitarie sessiste, senza che ciò abbia portato a nulla. La relazione Svensson, stavolta, è stata approvata dal Parlamento con ampia maggioranza: 504 voti favorevoli, 110 contrari e 22 astensioni.

La Svensson – come ben sintetizza la tesi di laurea di Elisa, discussa martedì scorso – proponeva di:

(1) lanciare campagne di sensibilizzazione sulle immagini degradanti della donna nei media;

(2) istituire organi nazionali per il monitoraggio dei media, con una sezione dedicata alla parità di genere;

(3) eliminare immagini stereotipate e sessiste da videogiochi, testi scolastici e Internet;

(4) evitare che i media usino immagini di modelle troppo magre, optando per rappresentazioni più realistiche del corpo femminile;

(5) far sì che la Commissione Europea e gli stati membri elaborino un «Codice di condotta» per la pubblicità, che preveda il rispetto del principio di parità fra uomini e donne ed eviti gli stereotipi sessisti e le rappresentazioni degradanti di uomini e donne.

Mi domando che conseguenze abbia avuto l’approvazione della rapporto Svensson, visto che – perlomeno in Italia – non se ne sa più nulla. La sua copertura mediatica, fra l’altro, è stata minima: ricordo solo un articolo di Andrea Tarquini su Repubblica, il 6 settembre scorso, peraltro vagamente ironico. Come se di questa iniziativa non ci fosse bisogno.

Silenzio anche nella blogosfera, a parte questo intervento di Loredana Lipperini, molto perplessa (giustamente) sul collega Tarquini che storce il naso; e questo post sul blog Viralmente.

Certo, l’attuazione della proposta Svensson avvierebbe un percorso lungo e tortuoso; certo, alcuni suoi punti sono problematici, altri addirittura utopistici, come l’eliminazione di immagini degradanti da Internet (come si fa…). Ma allora?

La verità è che di queste cose, in Europa, a nessuno frega nulla.

Perciò, nel frattempo, persino la belga Organ Donor Foundation, per convincere le persone a donare gli organi, fa pubblicità con quest’immagine (via Marco Valenti) e l’accompagna con una headline che recita «Becoming a donor is probably your only chance to get inside her». Clicca per ingrandire.

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Agenzia: Duval Guillaume, Bruxelles
Executive Creative Director: Katrien Bottez, Peter Ampe
Creative Director: Katrien Bottez, Peter Ampe
Art Director: Katrien Bottez
Copywriter: Peter Ampe





Il linguaggio della crisi economica

13 11 2008

Gaël – che ringrazio – mi segnala questo articolo del Sole 24 ore di ieri, sugli eufemismi che la crisi economica ha introdotto nelle imprese americane:

LA CRISI CAMBIA LE «LETTERE» PER I LICENZIAMENTI

di Monica D’Ascenzo

«Dear employee, you are simplified». Suona di certo meglio del celebre «You are fired» che Donald Trump gridava in faccia agli sfortunati partecipanti al reality finanziario «L’apprendista» che ha spopolato sulla tv americana. L’enfasi è diversa, ma la sostanza non cambia: «semplificato» è solo uno dei nuovi termini con cui le imprese americane stanno cercando oggi di addolcire la pillola delle ristrutturazioni aziendali.

Con la recessione che avanza, il problema di come comunicare i tagli al personale è diventato talmente frequente che le società hanno iniziato a creare un nuovo linguaggio per preservare un’immagine positiva nei confronti dei dipendenti e del mercato. Così la scorsa settimana il ceo di American Express, Kenneth Chenault, ha preferito parlare di «re-engineering plan» per annunciare 7mila tagli al personale, pari al 10% della forza lavoro della società. C’è chi invece preferisce «cost improvement plans», cioè piano di miglioramento dei costi che tanto piace agli analisti e agli investitori in Borsa: come nel caso di Rodger Lawson, presidente di Fidelity Investment, quando ha descritto 1.300 tagli in una nota al suo staff.

Ma la lista degli eufemismi continua ad arricchirsi con termini come «rightsizing», letteralmente in finanza la riallocazione delle azioni di un aumento di capitale non sottoscritte. Oppure «reduction in force» o «workforce reduction», riduzione della forza lavoro. Ma anche «streamlining», nel senso di ottimizzazione.

Non manca per altro chi vuole dare all’azione un senso più alto. Lo scorso mese Elon Musk, ceo di Tesla Motors, in un post sul sito della società ha definito i tagli del 10% del team che opera sull’auto elettrica come parte di una «special forces philosophy», ovvero una filosofia di azione rapida. Da eBay preferiscono, invece, parlare di «simplification» (semplificazione) riferendosi a 1.500 posti di lavoro in meno. Le metafore sono comunque varie: Jerry Yang, ceo di Yahoo, in una mail ai dipendenti ha definito i tagli del 10% del personale un modo «to became more fit», per snellire la società. Lo stesso Yang in un’altra occasione aveva parlato di «riallineamento del personale ai risultati».

Coloro che perdono il posto di lavoro poco apprezzano questa ricerca dell’eufemismo giusto, ma i manager ritengono ugualmente indispensabile per il bene della società comunicare al mercato che i tagli fanno parte di un piano e che la situazione è sotto controllo.

Di giorno in giorno si moltiplicano gli annunci di tagli al personale e negli Stati Uniti si è già raggiunto quota mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi due mesi. Nella sola giornata di ieri hanno superato quota 11mila i licenziamenti annunciati: 2.200 Virgin Media, 1.300 Yell, 900 Volvo, 1.900 Gm oltre i 3.600 di venerdì scorso e 1820 Nokia Siemens. Questo forse si tradurrà anche in un ampliamento del vocabolario usato per l’occasione, di certo non c’è eufemismo che possa consolare quanti si trovano senza uno stipendio e magari con famiglia e mutuo a carico.»

Monica D’Ascenzo, Il Sole 24 ore, 12 novembre 2008





Quando le facce sono arte e denuncia

12 11 2008

Dopo il post di ieri, mi è arrivata una mail di Sarah che, qualche ora dopo aver discusso la tesi triennale (ottenendo il massimo… brava!), mi segnalava un altro uso di facce nel mondo.

È quello del progetto Women are Heroes, in cui il giovanissimo fotografo JR ritrae i volti induriti dalla sofferenza di donne che vivono nei paesi poveri e disastrati del quarto mondo. Le sue fotografie vengono poi riprodotte in formato gigante su case, mezzi di trasporto, interi quartieri, negli stessi paesi delle donne ritratte. E arriveranno anche nei paesi ricchi, a quanto pare.

Questa è la descrizione del progetto Women are Heroes che si legge sul sito:

«The Women project wants to underline their pivotal role and to highlight their dignity by shooting them in their daily lives and posting them on the walls of their country.

On the other hand, by posting the same images of these women in Western countries, the project allows everyone to feel concerned by their condition and connects, through art, the two different worlds.

Kenya, South-Sudan, Sierra-Leone, Liberia: The violence suffered by women there is the extreme expression of discriminations. The ethnic wars in Africa are a source of the worst crimes on women. When meeting them, JR wants to testify of their force, their courage and their noble struggle: first to live, then to exist.

Right now JR is in Rio de Janeiro, Brasil where the context of favelas has encouraged to meet women for whom crime, violent lost of loved ones and arbitrary repression are part of everyday life.

In 2008/2009, JR plans to visit India, Cambodia, Laos, Marcs, then return to Kenya.

To the limits of contemporary art: the goal is once again to reach the limits of Art in a closed social and cultural environment and watch the reaction of the local population. What is at stake here is the assessment of the possibilities of intervention in the different environments. The success of such a process allows drawing a status of women in their countries. Proof by action is chosen.

In the Western countries, the exhibitions of the project will recall this artistic adventure, committed and committing.»

Ma queste facce sono molto diverse da quelle di ieri. (A proposito: urge una tesi di laurea. Anche specialistica, data la varietà dei casi.) I volti fotografati da JR sono splendidi e inquietanti al tempo stesso.

Sono arte, denuncia, monito.

Guarda come trasformano una favela di Rio de Janeiro (clicca per vedere meglio):

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Facce di supporto

11 11 2008

Da un paio d’anni va di moda la faccia. Quella della gente comune, intendo.

I precedenti sono molti (e qualcuno mi aiuterà a fare un elenco), ma è più o meno dalla fine del 2006 che nella comunicazione l’uso delle facce sta impazzando: nella pubblicità commerciale e sociale, in politica, nei social network (vedi Facebook, il “libro delle facce”, appunto).

A Madrid, nel giugno 2007, una banca rivestiva i palazzi così (clicca per ingrandire):

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Voleva dire che la banca è coinvolgente, avvolgente, fatta di tanti come te. (E quale banca ormai dice di non esserlo?)

Nello stesso periodo, i distributori di benzina Erg hanno cominciato a ornarsi delle facce dei loro gestori, accompagnate dalla headline «Noi di Erg ci mettiamo la faccia». Così:

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Vuol dire che se entri in un distributore Erg, trovi una persona in carne e ossa, la stessa della gigantografia. E se la persona ci ha messo il faccione sorridente, sarà perché è contenta di vederti e non ha niente da nascondere, e allora di lei, come di Erg, ti puoi fidare.

Dopo le pubblicità, sono piovute le iniziative sociali e politiche. A tempesta. Fra le tante mi piace solo quella – come ho già detto qui – dei ragazzi del Mattei di Caserta, che hanno composto la faccia di Roberto Saviano con i volti di cittadini qualunque:

manifesto-saviano-provincia-di-caserta

Perché mi piace? Perché per persone che sono nate, vivono e resistono in quei luoghi, mettere la propria faccia a sostegno di Saviano comporta rischi, significati e valori che non hanno equivalenti in altre parti d’Italia (e forse del mondo).

Significati che non trovo nell’iniziativa «Saviano continua», appena nata a Milano, a cui tutti mandano la propria foto dicendo di chiamarsi Maria Saviano, Luigi Saviano e così via, con la speranza che sia ingigantita e affissa sui muri della città. Fra le tante facce, c’è pure quella di qualche vip (per il momento ho riconosciuto Lella Costa) (sempre clic per ingrandire):

saviano-continua

Come non bastasse, ieri Falcon82 (ambasciator non porta pena) mi segnala Not Speaking in My Name, in cui i vari Mario Rossi che lo desiderano possono mandare una foto, che li ritrae con la scritta «I’m Italian and Mr. Berlusconi is Not Speaking in My Name!», per dissociarsi dalla battuta di Berlusconi su Obama abbronzato.

Perché le ultime non mi convincono? Innanzi tutto, che noia. Inoltre, non c’è niente di coraggioso nel mettere la propria faccia su quei siti web o sui muri di Milano. Infine, mi pare una faccenda di piccolo esibizionismo. Il vecchio gioco di farsi fotografare con i vip, tradotto in impegno politico o sociale (guarda come sono impegnato!) per farsi vedere dalla mamma e dagli amici.

Idea per una tesi di fine triennio: un’analisi semiotica dei vari significati, valori e obiettivi di queste campagne e analoghe.





Postcards to Obama

10 11 2008

Negli Stati Uniti la comunicazione di Barack Obama, e la mole di finanziamenti che l’hanno sostenuta, gli hanno permesso di vincere le elezioni, anche innalzando (lievemente) il numero dei votanti. Nel resto del mondo, la sua figura ha suscitato entusiasmi ai limiti del fanatismo delirante. Lo stesso che si riserva alle popstar, per intenderci.

Molti commentatori democratici si stanno preoccupando, ora, di ridimensionare le esagerazioni che Obama ha scatenato. Alcuni lo facevano anche prima delle elezioni, ma era molto difficile fare commenti equilibrati, senza passare per guastafeste o filo-repubblicani.

Qualche giorno fa la Reuters ha distribuito una serie di video intitolata «Postcards to the U.S. President». Sono brevissime interviste a “uomini e donne qualunque”, girate nelle strade di queste città: Londra, Parigi, Nairobi, Havana, Tel Aviv, Gaza, Sydney, Pechino, Mosca, Baghdad, Teheran.

L’iniziativa è interessante: da un lato riprende l’attenzione al «people in the middle» di tutta la campagna per le presidenziali americane, repubblicani inclusi; d’altra parte serve a ricordare, a presidente eletto, che in tutto il mondo le aspettative più ingenue sono ancora lì, pronte per essere bruciate.

Riprendo solo due, fra le varie cartoline che mettono in scena speranze a rischio. Puoi vedere le altre qui.

Cartolina da Teheran (ora che il presidente Ahmadinejad ha già inveito contro Obama).

1. (English) UNIVERSITY STUDENT, MASSOUD AHMADI SAYING: «To Mr. Obama I like to say that he should fulfil his promise to negotiate with Iran and resolve the problems.»

2. (English) UNIVERSITY STUDENT, HOSSEIN NAZARI SAYING: «My message to Obama, to Barack Obama is that, if you want your country actually if you want to have a good relationship with our country (Iran), with our politicians and with our government; you have to rapidly change your formal policies towards Iran.»

3. (English) UNIVERSITY STUDENT, MEHDI KADKHODAII SAYING: «I want to speak to Mr Obama. You said you need change, in the case of Iran, I want to advise you that first of all you must change your mind about Iran.»

Cartolina da Baghdad (che farà Obama con le truppe americane in Iraq?)

1. (English) BAQEE NAQED, JOURNALIST, SAYING : «I as an Iraqi, I am asking Obama to keep his promise about withdrawing the U.S. security forces here from our land and we want friendly ties with Iraq people and government. We do not need an occupation here, we need people to help us to improve security situation and services.»

2. (Arabic) MOHAMMED AL-SHABIKY CITIZEN, SAYING: «We hope from Obama to hold talks with eighbouring countries and represent new U.S. policy in Middle East and more specifically in Iraq.»

3. (Arabic) FADHIL AL-SHAMREE, BANKER, SAYING: «We call upon Mr. president Obama to hold good relations with and pullout U.S. and multi-national forces from Iraq as soon as possible.»





Le battute di Berlusconi

7 11 2008

Dal 1994 Berlusconi è il leader politico che comunica meglio in Italia.

Vale la pena ricordarlo, a poche ore di distanza dalla sua uscita di ieri, quando in conferenza stampa da Mosca ha detto che Obama ha tutto per andare d’accordo col presidente Medvedev, perché «è giovane, bello e anche abbronzato».

Non è la prima volta che Berlusconi fa gesti sconvenienti o cosiddette «gaffe»: nel 2002 fece le corna dietro il ministro degli esteri spagnolo; nel 2003 diede del kapò all’eurodeputato della SPD Martin Schulz, che lo aveva criticato; lo stesso vale per le barzellette, la bandana esibita, le revisioni storiografiche all’acqua di rose.

Malgrado la sistematicità di questi episodi, molti si ostinano a considerarli sviste, errori più o meno gravi. La domanda che viene spontanea (se non ti fermi a riflettere) è questa: come si fa a dire che comunica bene uno che infila una gaffe dietro l’altra?

Ma Berlusconi non fa gaffe. Berlusconi dice e fa solo cose che alla maggioranza degli italiani piacciono. In questo senso, la sua comunicazione è efficace: è sempre magnificamente adatta alla maggioranza degli italiani.

Alcuni si vergognano? Altri si indignano? Sono la minoranza. Il resto degli italiani – e sono di più – ridono, ammiccano, si danno di gomito. La solita sinistra barbosa e moralista, pensano.

Ricordo che già nel 2002 Michele Serra commentava le corna al ministro spagnolo con queste parole:

«Un mucchio di gente, in Italia, troverà geniale questa informalità, questa franchezza, questa spontaneità. E si dirà: già, perché fin qui tutti quei noiosi barbogi incravattati hanno perso tempo con quei ridicoli cerimoniali? Non sarebbe meglio, molto meglio, una sana pacca sulle spalle, una barzelletta sui negri o sui finocchi, un lancio di molliche di pane a tavola, proprio come tutti noi (ipocriti) facciamo normalmente, quando non siamo imbalsamati dall’etichetta? E la buona vecchia gara di peti, da quanti anni, da quale caserma, da quale rifugio alpino non abbiamo più lo spirito per farla, la buona vecchia gara di peti?» (Michele Serra, La Repubblica, 2 febbraio 2002).

E all’estero? Trafiletti sui giornali, due minuti su qualche notiziario (vedi questa carrellata): la consueta fugace compassione per il folclore italiota. Come sempre, da 14 anni, perfettamente rappresentato da battute grossolane.

Ecco l’ultima.





Mentre Obama vince, Greenpeace risuscita JFK

6 11 2008

Le tecniche digitali nella produzione video permettono di simulare che personaggi del passato parlino e si muovano come fossero vivi oggi. In pubblicità è stato fatto con Fred Astaire e Steve McQueen, tanto per fare due esempi.

Qualche giorno prima delle elezioni americane, Greenpeace, scommettendo sulla vittoria di Obama (spesso associato a JFK), ha distribuito un video per promuovere la seconda edizione del rapporto Energy [R]evolution, dopo la prima pubblicata nel 2007. Il rapporto (che puoi scaricare, anche in italiano, qui) mostra che fronteggiare i cambiamenti climatici investendo in efficienza energetica e fonti rinnovabili aiuterà anche a stabilizzare l’economia globale.

Il video si apre con la simulazione di un discorso del presidente John Fitzgerald Kennedy (le immagini sono di repertorio, anche se ritoccate, l’audio è artefatto), che pronuncia queste parole:

When man first walked, upon the moon
It defined a generation

As this new millennium dawns, we face a greater challenge
Climate change threatens our very existence

What further disasters will convince world leaders
That the existing technology
In renewable energy
Offers the last remaining hope, for a sustainable future?

Hollow words and spineless resolution have failed us
Now is the time for an energy revolution

Will we look into the eyes of our children and tell them
That we had the opportunity, but lacked the courage?
Will we look into the eyes of our children and tell them
That we had the technology, but lacked the vision?

Or will we look into the eyes of our children and tell them
That we faced our challenge

Like our fathers, before us

And fought,

For the Energy [R]evolution!

Le polemiche sulla verosimiglianza storica di questa simulazione sono già scoppiate, con considerazioni di vario tipo e livello sulla reale attenzione che JFK aveva per le questioni ecologiche (leggi questo articolo, per esempio).

Ma lo spot, pur non particolarmente innovativo, è molto azzeccato in questi giorni e fa centro nell’attuale immaginario di massa.






The best campaign team in the history of politics

5 11 2008

Ore 23.00 circa, East Coast statunitense (ore 5.00 in Italia): la Cnn, la Fox, la Nbc e l’Abc annunciano ufficialmente che Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

Ore 24.00 circa, Chicago, Grant Park (ore 6.00 in Italia): col viso un po’ tirato per la commozione, Obama sale sul palco assieme alla moglie e le figlie che, dopo aver salutato la folla, lo lasciano solo.

«Hello Chicago! Se c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia il posto in cui tutto è possibile, qualcuno che si chiede se i sogni dei nostri fondatori siano ancora vivi oggi, qualcuno che ancora si interroga sulla forza della nostra democrazia, stanotte ha trovato la vostra risposta…»

Comincia così il discorso di Obama, che durerà più o meno 17 minuti ed entrerà in tutti i libri di storia. Su questo discorso – equilibrato, commovente, perfetto – si spenderanno fiumi di parole e inchiostro. L’unica osservazione che mi pare sensato fare, a caldo, in un blog che si occupa di comunicazione, è questa.

Obama, dopo aver richiamato all’unità, dopo aver gridato al mondo che gli Stati Uniti non sono una semplice «collection of individuals or a collection of red States and blue States», dopo aver reso l’onore delle armi a McCain, annunciando che lavorerà con lui per rinnovare il Paese, dopo aver ringraziato il suo vice Joe Biden, dopo aver dedicato la vittoria alla moglie Michelle, alle figlie Sasha e Malia («vi amo più di quanto immaginiate») e alla nonna Madalyn appena morta…

Ebbene, dopo 5 minuti da quando ha preso la parola, Obama ringrazia David Plouffe, il suo campaign manager e David Axelrod, il suo chief strategist e tutti coloro che definisce gli «eroi di questa campagna», coloro «che hanno costruito la migliore campagna politica nella storia degli Stati Uniti d’America», e a questo scopo hanno composto – come dice senza falsi pudori – «the best campaign team ever assembled in the history of politics».

È proprio mentre ringrazia queste persone che – facci caso – Obama, prima serio, finalmente sorride.

Questo magnifico staff (che nel 2004 già sostenne Obama nella campagna per il Senato) ci ha insegnato come si fa comunicazione politica oggi. Dalle loro lezioni nessuno potrà più prescindere. Ma il loro livello è talmente alto che la cosa più frequente e stupida a cui assisteremo, prevedo, saranno tristi tentativi di imitazione. Come in parte è già capitato.

Un ultimo esempio di quanto sono bravi? La grandezza si vede nelle piccole cose, come sempre.

Ore 07:30 circa (ora italiana): lo staff di Obama invia un sms sul cellulare dei milioni di persone che lo hanno sostenuto. Testo: «Abbiamo appena fatto la storia. Tutto ciò è potuto accadere perché hai dato il tuo tempo, il tuo talento e la tua passione a questa campagna. Tutto questo è accaduto per merito tuo. Grazie. Barack» (fonte: La Repubblica).

Trovi dettagli sul team di Obama su NationalJournal.com, a questa pagina.

Ma ora goditi la prima parte del suo discorso. I ringraziamenti allo staff sono dal minuto 6:35.





L’Unità, vista da dietro

4 11 2008

Il 25 ottobre, lo stesso giorno della manifestazione del Partito Democratico al Circo Massimo di Roma, è uscita in edicola la nuova Unità. La campagna di lancio è stata affidata a Oliviero Toscani.

Come ha dichiarato l’amministratore delegato Giorgio Poidomani, il lancio è costato 400mila euro e riguarda soprattutto le regioni del centronord, con puntate nelle stazioni ferroviarie di tutta Italia e sui bus di Roma, Bologna e Milano. Obiettivo della campagna è il «rinnovamento nel solco della tradizione», mentre il target sono «i giovani e quella metà del Paese che ‘non ci sta’».

Che? Stai pensando a gruppi di giovani che discutono, facce sorridenti, ambienti metropolitani, motorini e libri? Ma no… è Toscani, baby.

Guarda qua (e clicca per vedere meglio).

unita-toscani2

14 aggettivi che galleggiano sul fondoschiena di una ragazza, che dovrebbe essere «intelligente», «rivoluzionaria», «coraggiosa», «impegnata» eccetera (il «rinnovamento»?), solo perché indossa la solita minigonna, sulle solite gambe perfette ed è, come al solito, fotografata da dietro (il «solco della tradizione»?).

Ma… legge anche l’Unità, per caso? Bah, da quel che vedo si limita a tenerla in tasca, giusto per mostrare che il nuovo formato è davvero «mini» (uh, che doppio senso!). Come dire: un fatto di tendenza, non di contenuti. D’altra parte la ragazza è ritratta, come al solito, senza testa.

Insomma, ero già arrabbiata a vedere la foto, figuriamoci a leggere il duetto che Concita De Gregorio, da agosto direttore dell’Unità, e Oliviero Toscani, direttore della campagna, hanno inscenato per la stampa (dal Corriere del 23 ottobre 2008).

Concita: «Anche Gramsci lo avrebbe fatto. L’immagine scelta non deve destare scandalo. Il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto oppure un detersivo per i piatti.»

Oliviero: «Non ho mai pensato a un’Unità femmina perché ha sempre avuto una connotazione maschile. Dobbiamo partire dal concetto di mini, ma anche della donna che questa volta non è in una posizione di sottomissione ma in un atteggiamento forte, non viene strumentalizzata, ma strumentalizza in una posizione di comando.»

Forse qualcuno potrebbe accusarmi di moralismo, perbenismo e finanche oscurantismo. Come se fossi scandalizzata. Lo ammetto, sono stanca di vedere usato il corpo delle donne (peggio ancora se a pezzi) per vendere qualcosa. (Fosse per me, introdurrei un divieto, mica per censura… nooo, solo per mettere alla prova la fantasia dei pubblicitari e dei loro committenti). E comincio a essere stanca di vedere a pezzi anche il corpo maschile.

Ma il punto non è lo scandalo. Usare il fondoschiena di una ragazza in pubblicità non fa scandalo da almeno trent’anni. (E non lo fa neppure se interviene un censore, beninteso.)

Il problema è la noia.

Il problema è che non si sia trovata neppure un’ideuzza nuova (bastava «mini», no?), per pubblicizzare una presunta novità.

Ma un problema ancor più grande è il modo in cui l’Unità, con questa campagna, ha immaginato i suoi lettori: talmente sciocchi da lasciarsi abbindolare da 14 parole scontate e una minigonna dall’aria perbene. Talmente vacui da comprare il giornale per ostentarlo come un telefonino, un borsa griffata, un gadget di tendenza.

È a questi (e)lettori che si rivolge la nuova sinistra?





American Stories, American Solutions

3 11 2008

Ieri Tes – in cui riconosco Cristian, mio brillante ex allievo di master (ciao! :-) ) – ha regalato a questo blog una mini-analisi dello spot di 30 minuti “American Stories, American Solutions”, mandato in onda dallo staff di Obama la settimana scorsa. L’intervento di Tes è talmente ricco, che mi pare giusto dedicargli il post d’inizio settimana, ultimo giorno prima delle elezioni americane.

Aggiungo solo un’osservazione, fatta da Piero in una conversazione che abbiamo avuto sullo spot: l’allestimento presidenziale della stanza in cui Obama parla ricorda una vecchia idea di Jacques Séguéla, che già nel 1981 aveva fatto fotografare e riprendere François Mitterand in contesti «presidenziali» prima che fosse eletto. È sempre una mossa efficace, perché conferisce al candidato tutta la forza che proviene dalla certezza di vincere (fra l’altro, lo slogan allora coniato da Séguéla per Mitterand era «La force tranquille»).

Quando gli allievi superano la maestra… :-)

Ecco l’intervento di Tes:

«Colgo l’occasione offerta dal post della Professoressa Cosenza sulle elezioni americane per analizzare il mega spot (30 minuti complessivi) con cui Barack Obama ha sostanzialmente chiuso la sua campagna elettorale “above the line”.

In primo luogo la collocazione temporale è stata accuratamente scelta: prime time (ore 20 della costa est) di mercoledì (in mezzo alla settimana, quando la gente è prevalentemente a casa), prima dell’inizio delle World Series (le finali del campionato professionistico di baseball).

Lo spot, o meglio, come è stato ribattezzato, l’infomercial è costato, solo per l’acquisizione dello spazio sui maggiori network nazionali, oltre 3 Mil $ ed è stato diretto dal regista documentarista Davis Guggenheim, già premio oscar per An Inconvenient Truth girato insieme ad Al Gore.

La scelta è stata premiata dal pubblico (vedremo poi se anche dall’elettorato), che ha seguito lo spot con indici d’ascolto impensabili per la comunicazione politica: 21,7%, che si concretizza in 33.6 Mil di telespettatori (rilevazioni Nielsen).

L’infomercial è, a mio avviso, una pietra miliare nella comunicazione politica contemporanea, che ne sarà, inevitabilmente, segnata negli anni a venire. Lo spot sarà uno spartiacque di cui non si potrà non tener conto.

Cerco di analizzarne forma e contenuto (velocemente, altrimenti anziché un post mi viene fuori una bozza di tesi).

L’apertura è nel segno del grano, che vuol dire terra e natura, ma anche radici e America profonda (Midwest), il tutto accompagnato dalla voce narrante di Obama che infila subito le parole del sogno americano: ottimismo, speranza e forza.

Subito dopo il candidato democratico fa la sua apparizione in un interno allestito in modo “presidenziale” e parla dello “state of our union”, facendo chiaro riferimento al discorso che il Presidente degli USA tiene davanti al Congresso. In tal modo Obama si presenta al pubblico come se fosse già capo dello stato, tranquillizzando al contempo l’elettorato: l’enormità del cambiamento (un presidente di colore a meno di 50 anni dalle grandi battaglie per i diritti civili agli afro-americani) è presentata in maniera semplice e naturale .

La comunicazione è accuratamente positiva (non attacca in nessun modo Bush o McCain) e ha come obiettivo il ceto medio americano e le questioni economiche, il che è evidente in uno dei primi passaggi di rilievo: “We measure the strength of our economy not by the number of billionaires we have or the profits of the Fortune 500, but by whether someone with a good idea can take a risk and start a new business, or whether the waitress who lives on tips can take a day off and look after a sick kid without losing her job – an economy that honors the dignity of work”.

Ciò è reso ancor più evidente dalla forma stessa del mini-documentario, che ospita le storie di 4 famiglie americane, ognuna centrata su un tema sociale (famiglia, pensione/sanità, educazione, disoccupazione) e ambientate nell’America profonda dei piccoli centri urbani, con un sottofondo musicale che alterna momenti di melò ad altri di energia blues.

Nelle sequenze in cui il candidato si rivolge direttamente ai telespettatori guardando in camera, due sono le cose da notare: lo sguardo sereno che pare “guardare oltre”, verso un futuro meno conflittuale e di maggiore tranquillità economica per il paese (tutt’altra cosa rispetto alla foto elettorale di Veltroni, giustamente criticata su questo blog qualche mese fa) e il testo scritto “d’appoggio” (in sovrimpressione), che potenzia e semplifica il messaggio orale sulle proposte più rilevanti del programma politico di Obama.

Ma la vera e propria chicca dell’infomercial sta nella sua parte finale: la sezione documentaristica dura 27 minuti, ma l’adv si chiude con un’appendice di circa 3 minuti andata in onda in diretta dalla Florida, dove il candidato chiude con enfasi un suo comizio. Scelta assolutamente innovativa che mischia registrato e live, offrendo una forma di comunicazione politica tra la gente (il pubblico realmente presente al comizio) anche quando è in tv, e che riesce a trasmettere un forte senso di immediatezza (assenza di post produzione televisiva), vicinanza (il pubblico intorno) e comunanza tra leader e popolo (quando il candidato chiude con enfasi il suo discorso, la folla risponde aumentando il volume della propria approvazione sonora) che non ha precedenti nemmeno nell’evoluta comunicazione politica a stelle e strisce.

Ciò porta a pensare che anche sui media tradizionali si sia imposta una forma di comunicazione più orizzontale e meno verticale, e quindi più democratica e coinvolgente, ma anche più umana, come dimostrano le ultime parole del documentario (prima del passaggio alla parte live): “I’m reminded every single day that I am not a perfect man. I will not be a perfect president. But I can promise you this – I will always tell you what I think and where I stand. I will always be honest with you about the challenges we face. I will listen to you when we disagree. And most importantly I will open the doors of government and ask you to be involved in your own democracy again.”

La battaglia sui media è stata stravinta da Obama, vedremo tra qualche ora se questo porterà (come di solito avviene) a un successo nelle urne.» Tes

American Stories, American Solutions: 30 Minute Special