Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.
Volendo sfumare anche il 2008 in versi, scelgo Erri De Luca. Nella raccolta L’ospite incallito, pubblicata quest’anno da Einaudi, ho trovato questa meraviglia. È un’indicazione di scrittura, ma anche di vita.
Consiglio
Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta
nell’evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di
Nei giorni scorsi mi ha colpita un flash del TG2: Obama che – in vacanza alla Hawaii per la pausa natalizia – fa colazione con le figlie Malia e Sasha (più tre loro amichetti) in un grocery store.
Così, come una persona comune. Fra la gente comune. Sorprendendo i paparazzi e mettendo in agitazione le guardie del corpo, commenta il tiggì italiano.
Mi è parsa una mossa fantastica, come al solito: vuol dire «Sono come voi nei più infimi dettagli, fin dalla mattina appena sveglio». (Per inciso: non credo affatto che le body guards fossero turbate più di tanto, perché non credo che Obama faccia nulla i cui rischi non siano calcolati.)
Allora ho cercato il video su diversi canali YouTube statunitensi: da quelli ufficiali di Obama alle testate di gossip, passando per la CNN. Niente. In compenso, ho trovato lunghi spezzoni dedicati ad altri dettagli della vacanza del President-elect: il lussuoso appartamento in cui la famiglia Obama risiede, il torace muscoloso e il ventre piatto che Barack sfoggia (invariabilmente definito sexy! dai commentatori), il blackout elettrico che per oltre 4 ore ha oscurato l’intera isola di Oahu il 27 dicembre, mettendo in agitazione (questo sì) il sistema di sicurezza del President-elect.
Ma sulla colazione al centro commerciale, nessuna enfasi da parte dello staff di Obama. Nessuna attenzione dei media americani. Allora mi chiedo: ho fatto male io le ricerche o vuol dire qualcosa?
La mancata attenzione da parte dello staff di Obama può voler dire: «Sono come voi in modo spontaneo, naturale. Non c’è nulla da rilevare».
Ma la mancata attenzione dei media statunitensi cosa vuol dire? Che in America questi comportamenti presidenziali sono già dati per scontati?O che – per una volta – il loro spirito di osservazione è meno fine del nostro?
PS: oggi il blog compie un anno. In questo momento il contatore dice 148.120 visite.Mi dicono che, per un blog così giovane, non è male. Soprattutto se tieni conto che WordPress, nell’arco di 24 ore, conta una volta sola ogni numero IP che si collega.
Avrei già molte cose da raccontare, sulla mia pur breve vita dentro Facebook, ma preferisco aspettare un po’ e lasciarle sedimentare. È anche un fatto di serietà: mica si può capire tutto subito, no?
Ti dico una cosa sola, per ora: in questi giorni mi sento un po’ come Susanna, la facebook-addicted impersonata dalla meravigliosa Caterina Guzzanti. (Per inciso: in questo periodo mi pare sia meglio Caterina di tutti gli altri Guzzanti messi assieme… speriamo non scada come loro!)
Ecco il video, per chi avesse perso la puntata del 12 novembre, segnalato da Roberta.
Da qualche giorno sul canale YouTube di Mariastella Gelmini è stato linkato – e commentato con la scritta «Finale strepitoso» – un video in cui appare l’imitazione di Caterina Guzzanti.
È la gag andata in onda a “Parla con me” due domeniche fa, con la Guzzanti che metteva in scena un presunto backstage del primo video, in cui Gelmini faceva le prove di presentazione del canale YouTube.
Evidentemente, qualcuno nello staff del ministro deve aver capito che una regola fondamentale, nella comunicazione di un personaggio pubblico, è fare buon viso al cattivo gioco delle imitazioni e caricature.
Se non hai visto quel pezzo in tv, goditelo qui: è tutto strepitoso, non solo il finale.
Ho resistito per quasi un anno, limitandomi a parlarne con amici e colleghi. A leggere montagne di articoli e persino un instant book. Però ne stavo alla larga. Ho già il blog, mi dicevo, non ho tempo per Facebook. Ero dubbiosa. Insofferente.
Qualche volta sono entrata con profili di amici, giusto per sbirciare, cominciare a capire. Dovevo pur farlo: studio i nuovi media.
Infine sono entrata: è l’unico modo per capire davvero.
Prima impressione?Mi turba l’ostentazione di foto private. Finché mi limitavo a guardare quelle di perfetti sconosciuti (è ciò che accade se entri col profilo di un altro) l’esibizionismo/voyerismo di cui tutti parlano erano solo due parole. Adesso hanno un sapore diverso. Piuttosto sgradevole, per i miei gusti.
Faccio un esempio: non sono felice di aver visto su Facebook le foto del figlio o della figlia di tre anni del collega o della conoscente che finora a stento me ne avevano parlato. Non mi piace aver pensato: che bellino o che bruttino così, a freddo. Senza averne mai sentito la voce, senza averlo abbracciato una volta. Avrei preferito conoscerlo prima di persona, il piccolo. O vedere la sua foto estratta dal portafoglio, come nella più tipica delle sceneggiature, perché in quel caso la visione sarebbe stata accompagnata dalle emozioni del genitore o parente. E un po’ di quelle emozioni mi avrebbero contagiata, guidata.
Invece mi sono ritrovata a fare la guardona, ecco. Una guardona autorizzata, ma pur sempre guardona.
E poi è solo un bimbo… Un minore, accidenti. Certo, se i genitori hanno deciso di ostentare il figlio, fatti loro. Ma il bimbo è stato interpellato? Bah. Certo, quelle foto possono essere viste solo dai cosiddetti «amici». Amici? Ri-bah.
Una cosa è certa: su Facebook non metterò foto private.
Con freschezza e semplicità, questi ragazzi hanno colto alcuni tratti di impostazione e artificialità nei gesti e nelle espressioni facciali del ministro, e li hanno trasformati in una simpatica caricatura.
Non mi entusiasma lo stereotipo che il libro propone: maschio eterosessuale italiano, borghese, sposato con moglie che ama e dotato di bimba che va alle elementari (Caos calmo ?); ma anche poligamo, sessuomane e privo di sensi di colpa. Pare fatto apposta – lo stereotipo – per suscitare polemiche: quelli a favore diranno: «Il libro rappresenta la cruda verità, per questo è difficile digerirlo»; quelli contro: «Ma io non sono fatto così, i maschi non sono così!» (uomini), oppure: «Il mio uomo non è così, orrore!» (donne).
D’altra parte, negli stereotipi qualcosa di vero si trova sempre. Ma anche no. Per questo l’idea di costruire un intero romanzo attorno a uno stereotipo è un po’ furbetta, come osservava Loredana Lipperini un mese fa. Specie se lo stereotipo include scene di sesso.
Ma Francesco Piccolo è abile scrittore e fine osservatore di umanità italica, come ben si capiva dal reportage narrativo L’Italia spensierata. E allora redime il protagonista con riflessioni, dolcezze, malinconie e verità per nulla scontate. Dettagli che valgono la lettura del libro.
Prendi questo passaggio sulla bellezza:
«Sono convinto [...] che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così.»
(F. Piccolo, La separazione del maschio, Torino, Einaudi, 2008, p. 185)
È apparso sabato 13 dicembre, con qualche giorno di ritardo rispetto alle promesse (accanto al primo video – discusso QUI – c’era scritto: «Raccoglierò le videodomande fino a mercoledì e poi giovedì risponderò»).
Perdonabile il lieve ritardo (sabato e non giovedì). Meno perdonabile che Gelmini non abbia usato il video per dare le risposte che aveva promesso. Mi spiego.
È vero che, nella settimana fra il primo e secondo video, era stata pubblicata una lista di FAQ, ma ora non c’è più (a proposito, qualcuno l’ha conservata? mi mangio le mani per non averlo fatto…) ed è stata sostituita dal copiancolla di un’intervista sul Giornale. Inoltre, su YouTube si dovrebbe comunicare per video e non per iscritto, no?
Insomma, Gelmini avrebbe dovuto come minimo:
(1) rivolgersi ai cittadini e alle cittadine: agli insegnanti, ai genitori, agli studenti («Ho deciso di aprire un canale su YouTube perché intendo confrontarmi con voi sulla scuola e sull’università», aveva annunciato la settimana scorsa);
(2) chiarire i punti più controversi delle sue leggi (o comunque quelli su cui il Ministero vuole essere più persuasivo), costruendo ogni affermazione e argomentazione come fossero la risposta a una domanda scelta fra le più frequenti e significative;
(3) organizzare le risposte in blocchetti tematici da rilasciare su YouTube a episodi, costruiti in modo tale che ciascuno faccia venir voglia di vedere quello successivo.
Invece Gelmini che fa?
(1) All’inizio ringrazia chi le ha scritto, ma – brutto segno! – lo fa in terza persona, senza rivolgersi a loro direttamente: «Vorrei innanzi tutto ringraziare coloro che mi hanno fatto pervenire proposte, video di risposta, insomma moltissimi messaggi su come migliorare la scuola e l’università».
(2) Poi esalta il mezzo: «Credo davvero che YouTube rappresenti un canale per un confronto costante e costruttivo sul mondo della scuola e dell’università stessa», confermando così le migliori aspettative sul dialogo con i cittadini che vorrebbe avviare.
(3) Detto questo, la prima delusione: è ai giornalisti che si rivolge, non ai cittadini: «Ma vorrei tornare sul fatto del giorno: oggi i giornali parlano di una presunta marcia indietro del governo sul tema del maestro unico e del tempo pieno. Vorrei rassicurare tutti [i giornalisti e i cittadini, ancora una volta chiamati in causa con la terza persona] sul fatto che il maesto unico rappresenta il modello educativo per la scuola elementare [...] e il governo non ha nessuna intenzione di cambiare idea».
(4) Per quanto riguarda uno degli interrogativi più spesso sollevati – come si concilia il maestro unico con il tempo pieno? – seconda delusione: Gelmini non spiega, ma si appella al principio di autorità: «come sempre sostenuto dal presidente Berlusconi, questo modello educativo [il maestro unico] è perfettamente compatibile con il tempo pieno».
(5) Dopo aver detto – in pratica – che dobbiamo fidarci di lei perché lo dice Berlusconi, arriva la terza delusione: ancora una volta Gelmini ci trascura e si rivolge «alla sinistra»: «Per sei mesi abbiamo assistito alle polemiche della sinistra che gridava alla chiusura del tempo pieno, al fatto che dovrebbero essere le famiglie a pagarlo; in realtà nulla è cambiato: grazie a un migliore impiego delle risorse siamo in grado di aumentare il numero delle classi a tempo pieno».
(6) Dopo la sinistra, tocca al sindacato: «Quindi mi fa piacere che al tavolo coi sindacati sia pervenuta ieri un’apertura, una disponibiltà al confronto che il governo assolutamente incoraggia».
(7) Infine, dopo aver ribadito per l’ennesima volta di credere nel dialogo («da quando mi sono insediata credo nel dialogo, nella necessità di cambiare insieme la scuola»), Gelmini si smentisce propinandoci un monologo in politichese su alcuni punti del suo programma, fra cui «una riforma del sistema di reclutamento degli insegnanti, a cui dobbiamo un avanzamento di carriera per merito e non per anzianità» e una revisione del «sistema della governance per affermare una reale autonomia».
Ma l’attenzione ai cittadini dove sta?
E le loro domande?
Perché nessuno ha spiegato al ministro che su YouTube vige il modello della conversazione? E che le persone si interpellano direttamente?
Domani 13 e dopodomani 14 si potrà votare a Bologna per il candidato sindaco del Pd alle prossime amministrative. Possono votare i residenti a Bologna che abbiano compiuto 16 anni e i cittadini stranieri, comunitari e non, purché in possesso di regolare visto e permesso di soggiorno. Se non sei residente, dunque, puoi votare solo se sei iscritto a un circolo bolognese del Pd o hai già votato a Bolognaper le primarie del 14 ottobre 2007.
Chi si presenterà al voto dovrà versare un contributo di 2 euro e firmare una dichiarazione in cui, oltre ad autorizzare il trattamento dei dati personali, «s’impegna a sostenere alle prossime elezioni amministrative il candidato che uscirà vincente da questa consultazione».
I candidati sono, in ordine di apparizione sulla scheda elettorale (dicono per sorteggio): FlavioDelbono, Maurizio Cevenini, Andrea Forlani, Virginio Merola.
Parte favorito fin dall’inizio Flavio Delbono, inneggiato e sostenuto dagli apparati di partito (assessore al bilancio del Comune di Bologna dal 1995 al 1999, assessore regionale alle finanze nel 2000 e vicepresidente della Regione dal 2003, riconfermato in queste ultime cariche nel 2005).
Non a caso, un sondaggio della Dmt Telemarketing su un campione di 1.055 bolognesi, diffuso tre giorni fa dall’emittente televisiva 7Gold, conferma i pronostici di partenza: Delbono risulta in nettissimo vantaggio, con il 59,62% dei voti, ed è seguito, a grande distanza, da Cevenini con il 19,23%, Merola con il 13,46% e Forlani con il 7,69%.
COME COMUNICANO SUL WEB I CANDIDATI?
Un giornalista di 7Gold mi ha chiesto di esprimere un parere su come questi candidati usano Internet per comunicare. A un giorno dal voto, dopo aver esaminato i loro siti per qualche settimana, posso dare una risposta unica: tutti e quattro usano Internetpiù che altro perché “si deve farlo”- specie dopo Obama – per apparire giovani, nuovi, alla moda.
Ma i loro siti sono:
(1) troppo istituzionale e dunque freddo quello di Delbono;
(2) inutilmente ammiccante (specie in certi video), per quanto semplice e ben organizzato, quello di Forlani;
(3) talmente arretrato rispetto agli attuali standard di comunicazione web da far quasi tenerezza quello di Cevenini.
(4) Solo il sito di Merola, seppure non innovativo e a tratti ingenuo, mi sembra oggi – ma solo dal 20 novembre, come vedremo – più adeguato degli altri rispetto agli obiettivi minimi che siti come questi dovrebbero prefiggersi: integrare con informazioni utili la comunicazione off line dei candidati e fornire un archivio ben organizzato e facilmente consultabile di queste informazioni (testi, immagini, video).
BLOG
Solo Delbono e Merola hanno un blog: si chiamano Delbono Vox (che fa tanto “gggiovane”) e Bologna cambia faccia (si noti la retorica della faccia di cui abbiamo detto QUI). In entrambi i casi riportano notizie di appuntamenti col candidato, resoconti di eventi, commenti ufficiali, stralci di programma.
Delbono ha aperto il blog il 22 ottobre e non lo aggiorna in modo assiduo: ha postato in ottobre solo 3 volte, in novembre 11, in dicembre 7. Merola ha aperto l’8 luglio, postando 1 sola volta in quel mese, poi 2 volte in settembre, 10 in ottobre, 14 volte in novembre, prima di incorporarlo, il 20 novembre, nel sito Bologna cambia faccia.
Da quel giorno, il blog di Merola è migliorato: buona l’integrazione con le pagine statiche, quasi quotidiano l’aggiornamentto dei post, più leggera e fruibile l’impaginazione (frequenti a capo e interlinee doppie, pagine ariose, parole chiave in grassetto).
Nel complesso, tuttavia, dietro a questi blog non si sente la persona. Infatti i cittadini non vi partecipano e i blog restano spessosenza commenti o ne ottengono pochissimi:1, 2 o 3 commenti, solo eccezionalmente qualcuno in più (ne ho contati al massimo 8 in un post di Merola). Laddove invece, quando ad esempio Repubblica Bologna riporta interviste ai candidati, i commenti – spesso polemici – fioccano a centinaia (vedi ad esempio QUI).
FACEBOOK
A quanto pare, i candidati godono di maggiore successo su Facebook, dove tutti hanno aperto un profilo personale: qui il numero dei loro amici cresce di ora in ora e si attesta, mentre scrivo, a 1214 per Delbono, seguito da Merola con 1138, Cevenini con 602, Forlani con 529 (qualche giorno fa la classifica vedeva Forlani al penultimo e Cevenini all’ultimo posto).
Ma cosa vogliono dire gli amici su Facebook? Non maggiore o minore vicinanza dei candidati ai cittadini. Casomai, maggiore o minore familiarità con Facebook dei volontari che sostengono questi candidati. D’altra parte, è molto più facile animare un profilo su Facebook che rendere credibile un blog, specie se si usano gli stessi testi, immagini e video nei due ambienti.
Fra l’altro, ciò che in un blog è lungo, noioso o vacuo, su Facebook deve per forza essere eliminato o abbreviato, col che sparisce il difetto più comune. Inoltre Facebook è un mezzo molto più agile per dare informazioni sugli appuntamenti e appendere foto e video quando gli eventi sono passati: soprattutto alle immagini gli utenti non negheranno una sbirciatina, data il voyerismo imperante su Facebook.
YOUTUBE
Tutti i candidati tranne Maurizio Cevenini hanno aperto un canale su YouTube. Nel caso di Cevenini, un suo (suppongo) sostenitore si è preoccupato di rendere disponibili alcune riprese amatoriali di eventi cui il candidato partecipa.
I video migliori? Sicuramente quelli di Virginio Merola: sono brevi e preceduti da una sigla, hanno un commento musicale, un montaggio gradevole e persino un filo di regia.
I video peggiori? Sicuramente quelli di Delbono: spesso sono soltanto riprese buie, e con pessimo audio, degli eventi a cui il candidato prende parte. Anche il video cha sta in homepage su www.flaviodelbono.it, in cui Delbono presenta la sua candidatura, è privo di regia e montaggio, e il candidato vi appare rigido e monotono.
In generale il problema di questi video è che mostrano in modo impietoso i difetti che i candidati hanno quando parlano in pubblico. E, purtroppo per loro, questi difetti sono davvero molti. (Ne parleremo più avanti.)
Unica eccezione è l’ultimo video di Forlani, costruito per essere irriverente e fuori dagli schemi, con tanto di risatine da sit-comamericana. Nel complesso il video suscita simpatia (a parte qualche battuta un po’ da “spirito di patata”), ma temo che sarà un boomerang per il candidato.
Chi mai voterebbe seriamente (cioè non per protesta) un candidato che si presenta così?
Leggo su Gawker, magazine di gossip newyorkese, questa notizia di ieri:
«Now that Obama has been elected, a tipster [se non lo sai, è un introdotto che spiffera informazioni riservate] inside a PR firm tells us, clients are demanding “an increased number of African Americans added to the guest list” at their holiday parties. In the spirit of hope! The email can’t really be “verified,” but appears genuine and is just too important not to share. This firm has even assembled an official internal “Diversified Holiday Guest List,” in which they rank the top 10 acceptable black socialite attendees, in order of desirability. Uh… yes we can?»
Segue la lista dei primi 10 afro-americani che andranno a ruba nei vari parties a Manhattan per le prossime feste. Li trovi, in ordine di desiderabilità decrescente, QUI.
Ma non è una novità! Che le persone di colore belle, ricche ed eleganti siano un ornamento gradito negli ambienti upper class è vero fin da Josephine Baker. Il che non implica aver superato pregiudizi razzisti, anzi.
È accaduto il 3 dicembre a mezzanotte, anche se il canale era aperto (ma silente) da maggio scorso: Mariastella Gelmini ha inserito un video (che promette di essere il primo) su YouTube.
I giornali ne hanno dato notizia fra il 4 e il 5 dicembre, sempre evidenziando l’esplosione di contatti e commenti che il video ha subito ottenuto: «Quasi 300 gli iscritti poco dopo le 14 [del 4 dicembre], centinaia i commenti postati» (L’Unità, 4 dicembre); «Alle 14 [sempre del 4] erano 15mila le visualizzazioni della pagina (La Repubblica, 4 dicembre); «già 100mila contatti in 30 ore» (Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale, 5 dicembre). Mentre scrivo, siamo a oltre210mila visite e 6610 commenti.
Sono piovuti gli insulti, naturalmente: molti, per ammissione dello stesso Ministero, vengono cancellati, ma diversi ne restano, a testimoniare l’intenzione aperta e democratica dell’iniziativa. E ci sono anche i complimenti: ovvi anche questi e certo non censurati.
La mossa è ardita, per tanti motivi:
(1) perché i tagli alla scuola e all’università sono stati (e sono tuttora) pesantemente contestati;
(2) perché Gelmini è un soggetto politico e comunicativo debole, in quanto donna (più facile bersagliarla con commenti fisici e accusarla di essere manipolata da uomini), ma anche in quanto Gelmini, purtroppo, visto che finora non ha dato prova di saper compensare, con doti personali, il fatto di essere donna;
(3) perché su YouTube circolano da tempo le imitazioni di Caterina Guzzanti e Paola Cortellesi, comunicativamente molto più forti (specie la Guzzanti) dell’immagine del ministro;
(4) perché il sospetto che Gelmini-soggetto debole sia mandata allo sbaraglio per distogliere l’attenzione da altri temi e problemi con una riforma-che-non-riforma-ma-solo-taglia è sempre più forte: cosa c’è di meglio che piazzare un fantoccio proprio dove è più facile che la gente gli spari addosso?
Ma il bello deve ancora venire. Da subito infatti è apparsa la scritta: «Raccoglierò le videodomande fino a mercoledì e poi giovedì risponderò. Intanto inizio a rispondere alle domande più frequenti nei commenti inviati finora, e proverò a farlo ogni giorno». Segue una lista di FAQ.
Che il soggetto debole possa o meno riscattarsi dipende in parte da come userà YouTube. Con un avvertimento: per quanto magistrale possa essere la comunicazione politica su questo canale, non può mai sostituire (né tantomeno “salvare”) quella sui media tradizionali. Almeglio, YouTube potrebbe trainare un cambiamento nella comunicazione del ministro su altri fronti. Al peggio, finirà per riprodurre i suoi attuali difetti. Teniamola d’occhio, sarà interessante.
Love for all è un sito di dating on line di proprietà dell’azienda svedese che produce ed esporta abiti, abbigliamento intimo, calzature, borse, occhiali e profumi con il marchio Björn Borg.
Il sito promette che «In just a few moments you will find true love» e si autodefinisce «The dating site with 100% guaranteed success». Dopo di che, come in tutti i siti di incontri personali, ti puoi iscrivere come «man» o «woman» che cerca un «man», una «woman» o «anyone I can get» per trovare «eternal love», «a one-night stand», «friendship», «hot sex», «platonic love» o «something on the side».
Niente di nuovo sotto il sole: è così che ci si registra anche su Meetic, il sito di incontri personali che ho studiato mesi fa (a proposito: un mio primo articolo sta per uscire) e su cui ho proposto (e in parte ottenuto) ricerche e tesi di laurea QUI e QUI.
È interessante, tuttavia, paragonare gli spot che pubblicizzavano Meetic l’anno scorso in Francia e Italia (li trovi QUI), con quello che sta andando in onda ora in Svezia (su segnalazione di Alberto: grazie!).
Se li guardi in sequenza, ti rendi conto all’istante di quanto siano diversi gli stereotipi sui generi sessuali, l’amore e la coppia nei tre paesi europei.
Il concorso si rivolge a studenti/esse delle scuole secondarie di secondo grado di Bologna e a studenti/esse dell’Università di Bologna, iscritti/e ai corsi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione e Discipline Musica e Spettacolo, o ai corsi di laurea Magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale e Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale.
Gli studenti possono partecipare al bando gratuitamente, singolarmente o in gruppo.
Saranno scelti due filmati, su supporti DVD, MiniDV o DVCam, che verranno premiati in occasione delle manifestazioni dell’8 Marzo 2009.
Il premio consisterà nel gonfiaggio in pellicola 35mm, finanziato dall’Assessorato Scuola, Formazione e Politiche delle Differenze per un costo di 1.200 €, e nella proiezione presso le sale cinematografiche di Bologna aderenti alla FICE Emilia-Romagna.
I lavori potranno essere usati per scopi didattici e divulgativi, purché non a scopo di lucro, anche su Internet.
Gli spot e i filmati dovranno pervenire entro il 20 febbraio 2009 a questo indirizzo:
Concorso “Contro la violenza alle donne”
Cineteca di Bologna
via Riva di Reno, 72 – 40122 Bologna
Ho appena finito di leggere L’università truccata di Roberto Perotti, la migliore diagnosi dei mali dell’università italiana che mi sia mai capitato di incontrare. (Devi devi devi, non dico leggerla, ma studiarla.)
Per quanto io condivida la pars destruens del libro (e per questo lo consiglio), alcune affermazioni della pars construens (cap 5, «Una proposta di riforma»), mi hanno fatta saltare sulla sedia. In generale, mi pare che Perotti ecceda nel voler applicare anche in Italia, senza mediazioni né adattamenti, il modello americano. Ma su questo per ora non mi soffermo.
Inoltre, qua e là Perotti tradisce una bassa considerazione delle discipline umanistiche che trovo inaccettabile, non tanto perché lavoro in questo campo e mi tocca difenderlo, ma perché mi pare più pregiudiziale che basata su dati o argomentazioni razionali.
Quando ad esempio sostiene – giustamente – che, in un sistema universitario che funzioni, gli atenei non sono affatto uguali, perché alcuni sono migliori in un settore, altri in un altro, alcuni nella didattica, altri nella ricerca, alcuni sono eccellenti in generale, altri scadenti da tutti i punti di vista (il che si dovrebbe riflettere in differenze di tasse universitarie e stipendi ai docenti, come da noi invece non accade), a un certo punto dice:
«Corsi di laurea diversi hanno costi diversi, e portano a carriere diverse, alcune molto remunerative altre meno. È dunque perfettamente efficiente ed equo che le rette per fisica, medicina o veterinaria (che costano molto) [per la presenza di laboratori, strumenti e attrezzature, n.d.r] o per legge o economia aziendale (che in media portano a carriere ben remunerate) siano più alte che le rette per la laurea in storia e filosofia, che costano relativamente poco [perché uno studente di filosofia ha bisogno di buone biblioteche e poco più, n.d.r.] e il cui sbocco professionale è tipicamente l’insegnamento in una scuola secondaria» (R. Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008, p. 99).
Questa frase deprezza in un sol colpo gli umanisti e le scuole secondarie. Il che non solo rispecchia, ma alimenta la svalutazione delle scuole di tutti gli ordini e gradi (dalle materne alle secondarie) che dagli anni Settanta si perpetua in Italia, innanzi tutto in termini di remunerazione e di conseguenza anche in termini di apprezzamento sociale del ruolo dell’insegnante.
Il che è particolarmente grave, in un libro che propone soluzioni per l’università italiana, perché questa non mi pare possa essere separata – senza peccare di astrattezza – dal sistema educativo che la precede. Né si possono aggirare i problemi dello specialismo, per cui si formano fisici semianalfabeti e medici che sanno trattare un menisco o un polmone, ma dimenticano le persone.
D’altra parte lo stesso Perotti, parlando del rapporto fra università e imprese, dice:
«È noto che le grandi banche di investimento spesso preferiscono assumere laureati in matematica o filosofia che dimostrano una mente curiosa e aperta, piuttosto che laureati in finanza che conoscono già tutto degli strumenti del mestiere ma non hanno interessi al di là di questo campo» (ibidem, p. 133).
I commenti più recenti