Assenza giustificata

31 01 2009

Anche se il mio nome dice «non esigo vacanza»;-)   sparisco qualche giorno.

Ci rileggiamo martedì.





Vita da Facebook 4 – Consigli per la privacy

30 01 2009

Sergio – che ringrazio – mi segnala alcuni suggerimenti che il 28 gennaio, Giornata Europea per la Privacy, Francesco Pizzetti, Presidente dell’Autorità Garante italiana, ha dato agli utenti di Facebook per salvaguardare il più possibile la loro privacy.

Sono semplici raccomandazioni di buon senso, volte a un uso cosciente del mezzo. Ma ho deciso di riportarle perché, in questo mese di esperienza su Facebook, la cosa che più mi ha sorpresa – e ancora continua a sorprendermi – è la disarmante ingenuità con cui la maggioranza di utenti con cui ho fatto «amicizia» (quasi 200 ormai) affidano dati personali alla rete: opinioni politiche, convinzioni religiose, gusti sessuali… e chi più ne ha più ne metta. Per non dire dell’ostentazione di foto private, intime e intimissime.

:-(

Ecco qua (fonte: La Repubblica di Milano 28 gennaio 2009):

Autogoverno: pensarci bene prima di pubblicare propri dati personali (soprattutto nome, indirizzo, numero di telefono) in un profilo-utente.
Uso consapevole: ricordarsi che immagini e informazioni possono riemergere, complici i motori di ricerca, a distanza di anni.
Rispettare i terzi: astenersi dal pubblicare informazioni personali e foto relative ad altri senza il loro consenso. Ci potrebbero essere ripercussioni penali.
Login e password: usare login e password diversi da quelli usati su altri siti web (per esempio la posta elettronica e per la gestione del conto corrente bancario).
Essere informati: informarsi bene su chi gestisce il servizio e quali garanzie dà rispetto al trattamento dei dati personali. Usare impostazioni orientate alla privacy, limitando al massimo la disponibilità di informazioni, soprattutto rispetto alla reperibilità dei dati da parte dei motori di ricerca.

Inoltre, per i più giovani (fonte: ZeusNews, 29 gennaio 2009):

«Chi seguirà queste semplici regole – dice il Garante – non rischierà di vedersi rifiutato un lavoro a causa di ciò che ingenuamente ha scritto su Facebook (pratica ammessa dal 35% delle aziende intervistate nel corso di una ricerca pubblicata sempre in occasione della Giornata della Privacy), né dovrà fare i salti mortali per cancellare quelle informazioni che non desidera siano più disponibili.

Secondo una ricerca inglese ci sarebbero ben quattro milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni che “rischiano di subire ripercussioni negative sul proprio futuro lavorativo determinato dalle tracce lasciate in Internet”, ha affermato Mauro Paissan, componente dell’Autorità Garante. Quindi, massima attenzione su quello che si scrive, anche perché le mode passano».

Le mode passano, ma i dati restano sui server di Facebook.





La nuova Eva

28 01 2009

Avevo promesso che avrei postato i pochi capitoli che meritano di Nouvelles Mythologies, aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) di Mythologies di Roland Barthes.

Ecco – con grassetti miei e un’omissione – il capitolo di Pascal Bruckner, scrittore, filosofo dei «nouveaux philosophes», sessantottino deluso (così lo definisce la scheda biografica).

Sono d’accordo su tutta la prima parte. Sono però meno ottimista di Bruckner nelle conclusioni: per «giocare con i luoghi comuni», per manifestare la «singolarità interiore» che lui – nonostante tutto – attribuisce alla nuova Eva, per essere davvero libere insomma, occorrono una coscienza delle regole e una freddezza che forse si trovano nello star system. Forse.

Ma i milioni di ragazze che seguono quegli esempi? Controllano il gioco o ne sono controllate?

«Un tempo alla borghese e alla puttana si attribuivano ruoli ben definiti: alla prima correttezza e convenienza, all’altra volgarità e pacchianeria. Questa distinzione ormai non regge più; la scollacciata può essere raffinata e sobria, e l’elegante spendere una fortuna per vestirsi da “svergognata”. Vediamo quindi, ormai da anni, mogli inappuntabili, gran dame e brave ragazze che, da Rio a Mumbai, da Malaga a Stoccolma, mostrano il corpo, strizzano il seno e il sedere, fanno uscire le mutande dai pantaloni, insomma, ostentano un atteggiamento da pornostar con una naturalezza disarmante.

È il trionfo della troietta: con gli attributi esposti fino all’esagerazione, questa si impone nel momento in cui il macho, che mette in mostra i suoi simboli fallici, è in declino. La parola stessa, con le sue implicazioni peggiorative e vagamente scatologiche, testimonia della nostra ambivalenza al riguardo di questo fenomeno: come se un po’ della riprovazione tradizionalmente riservata alle prostitute si fosse trasferita sulle loro parodie mondane. Ce l’abbiamo con loro per il fatto di attrarci con tanta facilità, e tuttavia non riusciamo a staccare gli occhi dalle loro grazie in bella mostra.

È paradossale che le donne, dopo aver conquistato l’indipendenza, si autorappresentino così, come oggetti puramente erotici. Il diktat dell’esplicito comporta in primo luogo la fine dell’intimità: occorre mostrare il proprio pedigree libidinoso in pubblico. Come se oggi il peggior nemico non fosse il puritanesimo, ma l’anonimato, come se le persone fossero pronte a tutto pur di avere un’esistenza sociale: a spogliarsi moralmente in televisione, e realmente nella vita quotidiana. La sessualità non è stata tanto liberata, quanto piuttosto integrata tra le norme di valutazione degli individui. Perché per chi lo porta quell’abbigliamento significa soprattutto: sto al passo, per quanto riguarda le promesse erotiche non mi troverete impreparata.

La troietta mette insieme il modello dell’adolescente e dell’adescatrice: gioventù ed esperienza. Sottintende prodezze erotiche, illimitata distribuzione di piacere. Qualche anno fa un settimanale femminile titolava in copertina: «Sei una porca?». Lo stupore non veniva soltanto da questo titolo provocante, ma anche dalle risposte date dalle redattrici del giornale in questione: ognuna di loro rivendicava con fierezza quella definizione, si rappresentava come l’ultima delle prostitute, la regina delle bagasce, la vacca assoluta.

Dobbiamo ammetterlo: il sesso è diventato l’ultima forma di snobismo alla quale occorre cedere, pena l’esclusione sociale. L’internazionale delle troiette possiede le sue icone: Britney Spears, Paris Hilton, ragazzine scollacciate e portatrici di una sottocultura della femminilità aggressiva.

L’uniforme, evidentemente, inganna, ed è fonte di infiniti malintesi. Sbaglieremmo a pensare che le nostre compagne siano improvvisamente preda dei furori di una Messalina. Così come le donne di un tempo in crinolina, garza e corsetto non erano tanto oneste quanto parevano, quelle di oggi, accessoriate, insalsicciate, siliconate, non sono poi tanto infoiate quanto sembrano. L’impudicizia non sempre è sinonimo di ragazza facile, è un gioco con gli emblemi della volgarità.

Si tratta soprattutto di attirare l’attenzione del principe azzurro: ai suoi soliti attributi, Cenerentola aggiunge il tanga sul didietro, il reggiseno sporgente, la canottiera sopra l’ombelico e il pantalone aderentissimo. Rispetto a sua madre, deve offrire qualcosa di più: l’abilità amorosa, ovvero una infinita scienza del godimento.

[...]

Tuttavia, la troietta resta un enigma: è talmente ligia alle regole della moda, da essere sospettabile di trasgressione. Talmente offerta, abbandonata, da diventare inaccessibile. Comunica in modo troppo vistoso perché il messaggio non ne risulti oscurato. La sua ostentata provocazione somiglia a uno sbeffeggiamento dei pregiudizi, riproposti e fatti a pezzi nello stesso tempo. Come se si riappropriasse dello stereotipo della donna oggetto, dell’animale da letto, trasformandolo in un segno del potere, e non più di sottomissione.

«Volete ridurmi ai miei organi sessuali? Lo faccio da me, ma con una tale sovrabbondanza di accessori, di maschere, che vi sarà impossibile riconoscere in me le vostre fantasie.» Gioca con i luoghi comuni, e fa del suo corpo una sorta di teatro nel quale essi fioriscono e muoiono.

Più si adegua al conformismo generale, più manifesta una singolarità interiore. L’indecenza non è meno enigmatica della castità. Imbacuccata o nuda, la donna resta indecifrabile.

E se questa strategia dell’eccesso fosse una possibile strada verso la libertà, un modo per sovrapporre le maschere, per moltiplicare le identità?

Sotto il tanga della troietta, batte pur sempre un cuore.»

(«La nuova Eva» di Pascal Bruckner, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp. 40-43).





Per oggi solo un link

27 01 2009

A uno degli ultimi post di Luisa Carrada.

Imperdibile.

E con un titolo promettente: Obamania.

PS. Idea per una tesi specialistica o di dottorato: un’analisi linguistico-semiotica dei discorsi inaugurali dei 44 presidenti degli Stati Uniti, a partire dal sito linkato da Luisa (tesi difficile, per giovani tosti che conoscano bene l’American English e la storia degli USA).





Ancora Obama, fra politica, business e cause sociali

26 01 2009

Attentats è un marchio francese fondato da Jody Bouthillier (QUI una breve videopresentazione). L’azienda vende su Internet magliette e cappellini, con l’intento di diffondere consapevolezza sull’emergenza terrorismo in cui versa il pianeta e di manifestare solidarietà per le vittime di attentati nel mondo.

Il messaggio principale è condensato nel payoff: «Still Alive and Having Fun».

Così Jody Bouthillier spiega, sul sito, la sua filosofia:

«The Attentats (terrorist attacks) brand is not trying to justify terrorist attacks.
Wearing Attentats means breaking with a society that lives in fear and apprehension.
Wearing Attentats means asserting solidarity with all victims of terrorism.
Attentats  passes on part of the proceeds of sales to organisations WAR CHILD that assist the victims of terrorist attacks.
Nothing is stronger than an army of 6,500,000,000 survivors.
Peace.
Jody.»

Una comunicazione intelligente e spregiudicata, che punta sull’ennesima commistione fra business e temi politico-sociali e anticipa eventuali polemiche e dubbi etici dichiarando donazioni a War Child. Come fanno da anni le rockstar più “impegnate”, da Bono a Madonna.

Naturalmente, Attentats non si è lasciato sfuggire l’insediamento di Obama: il 20 gennaio ha distribuito un video su Internet, accompagnato da queste parole:

«Dear Obama,

CHANGE CAN HAPPEN. It is the slogan chosen with your team to celebrate the victory of the last elections in front of Mc Cain. And what a beautiful victory.

CHANGE CAN HAPPEN. A man of color leading the most powerful country in the world, which, helped who hardened councillors(advisers) gets ready to bring to a successful conclusion a lot of difficult task and fights .

CHANGE CAN HAPPEN. Your troops are going to withdraw according to Iraq (in spite of the new embassy which cost 565 million dollars) to go to inflate a little more the number of those already in place in Afghanistan.

CHANGE CAN HAPPEN. Then I would indeed be careful not to give you advices, however just one wish concerning your fight against the terrorism. Do not reproduce the same errors as your predecessor to avoid tens of thousand Afghan citizens to bear the same fate as tens of thousand Iraqi citizens. CHANGE HAS TO HAPPEN.

Jody Bouthillier.»

Il video è molto bello, l’uso dei media impeccabile. Come vedrai, tocca pure questioni di genere.

Scommettiamo che ti verrà voglia di comprare una maglietta?






Yes we can… You Kin’ Do It

23 01 2009

La logica del poter fare, dell’essere capaci di superare difficoltà da tutti considerate insormontabili, su cui è basata la comunicazione di Obama, è stata immediatamante ripresa dalla pubblicità americana – com’era prevedibile.

Ecco l’ultimo spot di Dunkin’ Donuts, grandissima catena statunitense di caffetterie.

Grazie a Cristian per la segnalazione.

Buon weekend!





Vita da Facebook 3 – I termini di ricerca più usati

22 01 2009

È un mese che sono su Facebook. Fra le tante cose che sto osservando, ho approfittato del backstage (diciamo così) di WordPress, per raccogliere le parole che in questo mese le persone interessate a Facebook hanno inserito nei motori di ricerca, finendo così (anche) sul mio blog.

Dalla mia lista emergono due desideri principali, mi pare:

(1) curiosare dentro Facebook senza l’obbligo di iscriversi;

(2) una volta iscritti, guardare i profili altrui senza essere nel novero degli «amici».

In una frase: guardare senza essere visti?

:-)

Questa è la lista (non ho incluso le ripetizioni di stringhe identiche):

Come entrare senza iscriversi in facebook
per entrare su facebook senza iscriversi
Entrare i facebook senza registrazione
Facebook vedere senza registrarsi
Come sapere chi mi vede in facebook
Facebook rifiuta ricerca amicizia
Facebook e ostentazione
Facebook foto private
Facebook esibizionismo voyeurismo
come faccio a non farm taggare su facebook
Comunicazione politica americana su facebook
Le cause negative del vivere su facebook
Sapere chi cerca il mio nome su facebook
Iscriversi a facebook con profilo privato
Perché non mi si apre facebook
Come si pubblica una foto su facebook
Vedere foto di profili privati su facebook
Guardare le foto dei profili
Profili privati facebook
Taggare facebook foto sconosciuti
Si possono non far vedere le foto su facebook
Come vedere profili privati su facebook
Perché vedo profili di sconosciuti su facebook
Vedere foto su facebook senza essere amici
facebook come vedere la chat degli altri
Fare un profilo commerciale su facebook
si possono taggare video su facebook

Idea per una tesi di laurea triennale: analizzare le pratiche su Facebook nei termini delle combinazioni di «regimi di visibilità» di Eric Landowski (La société reflexie, Seuil, Paris, 1989, trad. it. La società riflessa, Meltemi, Roma, 1999).





Il cappellino di Aretha

21 01 2009

È stato il momento per me più emozionante della cerimonia di ieri, poco prima del giuramento di Obama: Aretha Franklin che – con voce a tratti esitante per la sua stessa emozione – cantava «My Country “Tis of Thee”», celebre canzone patriottica statunitense, meglio nota come «America».

Un’emozione per nulla intralciata – come alcuni hanno malignato – ma anzi rinforzata dalla vistosità del cappellino grigio che Aretha indossava, sovrastato da un enorme fiocco.

Cattivo gusto americano? Ma per favore.

Aretha Franklin ha vinto 21 Grammy awards, è stata nominata da Rolling Stone la miglior cantante di tutta l’era rock, e nel 1987 è stata la prima donna a entrare nella Rock and Roll Hall of Fame. La sua carriera si è svolta in parallelo con il movimento per i diritti civili dei neri e la sua canzone «Respect» è un inno all’eguaglianza.

Con quella voce e quel carisma, Aretha può. Alla faccia di tutti gli snob del mondo.


Questo è il testo di «My country “Tis of Thee”»: Aretha ne ha cantato, con qualche variazione, solo la prima e l’ultima strofa.

My country, ’tis of thee’,
Sweet land of liberty,
Of thee I sing;
Land where my fathers died,
Land of the pilgrims’ pride,
From every mountainside
Let freedom ring!
My native country, thee,
Land of the noble free,
Thy name I love;
I love thy rocks and rills,
Thy woods and templed hills;
My heart with rapture thrills,
Like that above.
Let music swell the breeze,
And ring from all the trees
Sweet freedom’s song;
Let mortal tongues awake;
Let all that breathe partake;
Let rocks their silence break,
The sound prolong.
Our father’s God to Thee,
Author of liberty,
To Thee we sing.
Long may our land be bright,
With freedom’s holy light,
Protect us by Thy might,
Great God our King.




Anything is possible in America

20 01 2009

Oggi è il grande giorno: Barack Obama sta per entrare alla Casa Bianca. In attesa del discorso di insediamento, prenditi 7′26” di pausa per goderti – se non lo hai ancora fatto – il discorso che Obama ha tenuto due giorni fa sul palco del Lincoln Memorial.

Ricordo che i migliori discorsi di Obama nascono da una collaborazione fra lo stesso Obama, il consulente politico David Axelrod e Jon Favreau che, a soli 27 anni, è il più giovane speechwriter che sia mai entrato alla Casa Bianca.

«Anything is possible in America», dice a un certo punto Obama. Anche la collaborazione fra generazioni, per esempio.





Bellezze photoshoppate

19 01 2009

Che la perfezione dei volti e corpi ritratti in pubblicità si ottenga a colpi di fotoritocco, lo sappiamo da anni.

Tanto, che già nell’ottobre 2006 Dove Unilever usava questo argomento nella campagna «Per la bellezza autentica»: ricordo il celebre spot «Evolution» e la altrettanto celebre parodia «Slob evolution», di cui abbiamo parlato QUI.

Sullo stesso tema, oggi Roberto mi segnala una forma di contropubblicità: in questi giorni, nei sotterranei della metro di Berlino, stickers che riproducono l’interfaccia di Adobe Photoshop sono appiccicati sulle foto di Britney Spears, Leona Lewis, Christina Aguilera.

Il messaggio è sempre la stesso: questa bellezza non è autentica. Solo che Dove Unilever denunciava la non autenticità dei volti fotografati dagli altri, per salvare quella dei propri (per chi ci crede).

Nella contropubblicità, la denuncia è generalizzata: contro i media e lo star system, oltre che contro la comunicazione commerciale.

christina-britney-leona-photoshoppate

britney-photoshoppata

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(da Gizmodo.com)





Il primo archivio videoludico in Italia

16 01 2009

La Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Dipartimento di Discipline della Comunicazione – cui modestamente afferisco :-) – e il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, con le associazioni AESVI e AIOMI, con i partner privati ACTIVISION, CIDIVERTE, Microsoft Italia, annuncia oggi ufficialmente che entro la fine di marzo 2009 aprirà al pubblico presso la sede della Biblioteca Renzo Renzi (via Azzo Gardino 65/b, Bologna) il primo archivio videoludico in Italia.

Un progetto intelligente e lungimirante, per il quale dobbiamo ringraziare il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli, la direttrice della Biblioteca Anna Fiaccarini e, last but not least, Andrea Dresseno, giovane ma tosto collaboratore della biblioteca, appassionato videogiocatore ed esperto sul tema. È soprattutto Andrea che “sta sul pezzo”, come si dice a Bologna.

Data la collaborazione con il mio Dipartimento :-) , prevedo che il 2009 sarà un anno caldo per i temi videoludici. Se sei interessata/o a una tesi triennale o specialistica, se hai idee per scambi, conferenze, inviti, qualsiasi iniziativa sull’argomento, mettiti in contatto con me.

QUESTO è il sito dell’Archivio.

Archivio Videoludico

Una riflessione permanente sui rapporti tra cinema e videogiochi

Il passato dell’interattività, il suo futuro

Più di trent’anni di storia. Un archivio che ha l’obiettivo di rendere accessibile al pubblico di studenti, ricercatori, appassionati il patrimonio videoludico. Il progetto promosso dalla Cineteca di Bologna sfrutta gli ampi spazi della biblioteca Renzo Renzi per creare un luogo d’incontro e fruizione del videogioco. Presso apposite postazioni, seguiti da personale specializzato, gli utenti possono accedere al patrimonio storico videoludico interagendo con un fondo costantemente in crescita. L’Archivio Videoludico mira a diventare punto di partenza per la promozione di una consapevolezza del medium: incontri, rassegne cinematografiche, sviluppo dei rapporti con le scuole e l’Università, un dialogo costante con l’industria, partner privilegiato di quello che punta a diventare a tutti gli effetti un polo di studio e interesse sul videogioco.

Cinema e videogiochi: una relazione scontata?

Apparentemente la correlazione tra i due media è talmente evidente da risultare quasi scontata: cinema e videogiochi intrattengono una relazione prima di tutto cronologica, condividono i linguaggi visivo e sonoro, presentano analogie di messa in scena. Tuttavia l’elemento di differenza fondamentale è l’interattività del medium videoludico, che implica un’esperienza di fruizione totalmente differente.
Il film offre un percorso narrativo predefinito e compiuto; il videogioco è un’esperienza in itinere in cui il giocatore è artefice di scelte potenzialmente infinite all’interno di una struttura narrativa prefabbricata. Un altro aspetto da rilevare è che non esiste semplicemente una relazione di derivazione o di evoluzione da parte del medium videoludico nei confronti di quello cinematografico ma dalla comparsa del videogioco si assiste a uno scambio bidirezionato di natura tecnologica e linguistica. Non stupisce quindi l’aumento di adattamenti cinematografici – giochi che diventano film – e tie in – giochi tratti da film – che espandono l’universo narrativo di alcune opere.

Info
L’archivio verrà aperto al pubblico entro il mese di marzo 2009. I titoli potranno essere consultati in loco. I dettagli sulle modalità di accesso, gli orari e ogni notizia sugli eventi in programma saranno presto disponibili. Per ogni informazione: archiviovideoludico@comune.bologna.it





Canzoni e crisi economica

14 01 2009

Ieri Giulia Zonca, giornalista della Stampa, mi ha chiesto un parere da semiologa sulle canzoni che parlano di crisi economica. Scorrendo la lista che mi ha fornito, ho un po’ scoperto e un po’ ricordato che ce ne sono diverse, dagli anni ‘30 del secolo scorso a oggi.

La cosa non mi ha affatto stupita: si entra in crisi (non solo economica, ma personale, di coppia, famiglia) quando si perde qualcosa e qualunque perdita o mancanza – insegna la semiotica narrativa da Propp in poi – è uno stimolo potente per raccontare storie.

Mi pare che le canzoni abbiano sempre affrontato la crisi economica con tre scopi fondamentali:

(1) per denunciare disagi sociali e indurre alla ribellione, nel solco della tradizione rock;

(2) per consolare, condividendo le emozioni negative che accompagnano ogni crisi;

(3) per riderci sopra e dunque esorcizzarla.

Le tre funzioni – naturalmente – spesso si mescolano.

Riporto un esempio per ogni funzione, ma sono molti di più e l’argomento merita di essere approfondito in una tesi di laurea triennale.

Canzone per DENUNCIARE: “Radio Conga” dei Negrita (il singolo è uscito sabato scorso) (video amatoriale).

Canzone per CONSOLARE: “La crisi” di Ivano Fossati (1979) (video amatoriale).

Canzone per SCHERZARE: “Ma cos’è questa crisi” di Rodolfo De Angelis (1933)





Vita da Facebook 2 – Fare nuove conoscenze

12 01 2009

Se per strada, in un parco o nella metro di una città europea qualunque, un ragazzo vede una ragazza che gli piace e vuole conoscerla, spesso incontra serie difficoltà. Facile che la ragazza sia sospettosa a priori e lo cacci subito. Se poi lui insiste, chiedendole cose personali, raccontandone di proprie e sciorinando ovvietà come «Amo la bellezza, la natura e gli animali», la diffidenza della ragazza è destinata a crescere.

Ma che vuole questo da me? è matto? ubriaco? pensa la ragazza. E lo pensa anche se lui un po’ le piace, attenzione. Il problema è che così non si fa, o meglio, non si fa più. Non in un giorno qualunque né in un posto qualunque. Al massimo, in luoghi (la disco, il pub) e tempi (in vacanza, al weekend) deputati. Tutto il resto è out.

Questa stranezza fuori moda accade in un cortometraggio diretto da Hayley Stuart e Francesca Sophia, intitolato “How to say I love you”. Seduta sulla panchina di un parco a Manchester, l’adolescente Nicola se ne sta tutta sola a leggere la raccolta di poesie Free Stallion dell’attrice Amber Tamblyn, quando Sam, vedendola piangere, la abborda nel modo inconsueto che ho detto.

Cosa c’entra Facebook? Te lo spiega Sam a un certo punto. Ma è ancora più chiaro alla fine del video, se osservi attentamente cosa fa Nicola.

Ringrazio Giorgia per avermi fatto conoscere il corto. Come me l’ha segnalato? Postandolo su Facebook, naturalmente. :-)






Vuoi fare esperienza in Fabrica?

9 01 2009

Elena, che si è laureata in Discipline Semotiche un anno e mezzo fa, oggi lavora presso Fabrica, il Benetton Group Communications Research Center (no per favore, non è l’agenzia di Oliviero Toscani), che si propone come:

«an applied creativity laboratory, a talent incubator, a studio of sorts in which young, modern artists come from all over the world to develop innovative projects and explore new directions in myriad avenues of communication, from design, music and film to photography, publishing and the Internet» (dalla loro Mission).

Mi segnala che Fabrica sta cercando giovani sotto i 25 anni che parlino bene inglese, per inserirli (con contratto/borsa di studio) come collaboratori del magazine Colors, ma anche – più ampiamente – in diverse aree cosiddette “creative”.

Trovi tutti i dettagli per concorrere, inclusa la mail di Elena (anche per consigli e conforto, se le dici che vieni da questo blog), QUI.

Last but not least: Fabrica si trova in provincia di Treviso e ha sede a Villa Pastega Manera, una splendida villa del XVII secolo, restaurata e ampliata dall’architetto giapponese Tadao Ando. Questa.

villa-pastega-manera





La passione per i sondaggi

7 01 2009

L’anno scorso è uscita per ISBN Edizioni la traduzione italiana di Nouvelles Mythologies, una sorta di aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) dell’indimenticabile Mythologies di Roland Barthes.

Nel complesso il lavoro è molto deludente: niente a che vedere con l’acume e la capacità di scrittura del grande Barthes. Non comprarlo: posterò qui dentro le poche osservazioni degne di nota che contiene.

Questa è una.

«La curiosità quasi divinatoria che sottintende la richiesta di sondaggi – che è una curiosità nei confronti del futuro – si accompagna [...] a una curiosità nei confronti di noi stessi, che è una curiosità che concerne il presente. Perciò è necessario distinguere fra due diverse funzioni del sondaggio: una funzione prospettica e una introspettiva. Ciò che ci attendiamo dal sondaggio è che ci dica chi è il candidato maggiormente suscettibile di vincere in un momento specifico, e nel contempo ci riveli in che società viviamo, con chi dividiamo la decisione, quanti sono quelli che la pensano come noi, quanti coloro che la pensano in modo diverso. Insomma, che ci metta in scena come corpo politico che decide dell’avvenire, e gli oracoli del quale vengono letti regolarmente in attesa del suo verdetto.

Naturalmente, i sondaggisti, che sono persone esperte e abili nel difendere il loro mestiere dalle innumerevoli polemiche che esso suscita, rifiutano questo vocabolario. “Un sondaggio non è una predizione, – ripetono tutto l’anno. – È una fotografia dell’opinione in un momento specifico e in un luogo determinato”. E potremmo aggiungere: una fotografia sfocata, un po’ storta, dai contrasti spesso discutibili, sempre ritoccata e aggiustata prima di essere resa pubblica.

Non importa: a dispetto di queste precauzioni d’uso e di questi artifici, il sondaggio è ricercato come l’equivalente di una profezia e di una verità che elevano l’opinione del momento al rango di fatto compiuto e generalizzato. Molti di questi oracoli incerti non vedrebbero nemmeno la luce, se l’attesa del pubblico non fosse precisamente quella.

D’altronde, quando la “foto” compare finalmente sulla prima pagina dei quotidiani e sui principali siti internet, le dichiarazioni di virtù dei professionisti sono presto dimenticate. Il commento cambia tono, e una voce fuori campo sembra installarsi nel cuore dello spazio pubblico: “Nicolas Sarkozy parte in testa” (vincerà), “Ségolène Royal spera di rimontare” (ma perderà), “Chirac raggiunge Balladur” (è finito), “Le Pen al secondo turno” (bisogna credere ai sondaggi?).

Nella pratica, le due facce della libido sciendi democratica (curiosità per il futuro e curiosità per il presente) sono indissociabili. Perché, dalle nostre parti, l’identità collettiva non si riceve dal cielo o da una qualsivoglia tradizione superiore: essa si identifica con la manifestazione di un’intenzione comune. Somiglia molto, in questo, a una sorta di proiezione nel futuro. È il destino di un essere collettivo quello di non realizzare la propria unità se non nell’espressione della propria volontà.

Ma è forse la funzione introspettiva a spiegare meglio l’attuale passione dei francesi per i sondaggi. Perché, più delle altre, la società francese è diventata opaca a se stessa. Gli strumenti utilizzati per descriverla suonano falsi. [...] Non esiste più, come un tempo, un “mondo operaio” ben identificato, ma operai di condizione abbastanza variegata. Non esiste più una classe media conquistatrice, investita da una missione storica, ma categorie intermedie, una buona parte delle quali si interroga sul proprio avvenire e teme il declassamento per i propri figli. Accanto agli impiegati dell’amministrazione di ieri è cresciuto un piccolo proletariato dei servizi abbastanza disperso e poco cosciente di sé.

In breve, la maggior parte dei grandi racconti sociali che costituivano la trama complessiva della società francese si disfa, rendendo sempre più urgente la foto di famiglia, lo specchio in cui la loro sfinente varietà si troverà finalmente ricondotta a una media, razionalizzata, insomma semplificata

(“La passione per i sondaggi” di Thierry Pech, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp.117-119).