Ingiustizie anagrafiche

27 02 2009

Perché ancora oggi, se una donna sta assieme a un uomo più giovane di lei (molto, poco, quanto?), si sente in dovere di chiedere scusa al mondo (se non deve nascondere la relazione), mentre per gli uomini il problema non si pone?

Perché si tende a pensare che colei che fa questa scelta sia in preda a un attacco di follia, e non nel pieno delle sue facoltà mentali?

Perché in questi casi ci si domanda ossessivamente qual è il limite di differenza accettabile (10, 12, 15… 20?), mentre da sempre gli uomini sposano ragazze di cui potrebbero essere padri o nonni?

E non mi si dica che il punto è la fecondità femminile: nei paesi ricchi anche le coppie anagraficamente più equilibrate non fanno figli. O ne fanno uno al massimo.

Guarda l’ultima uscita di Valeria Golino: pur avendo solo 14 anni più del monoespressivo Riccardo Scamarcio, si autorappresenta come fuori di testa (non legge più, passa il suo tempo a fotografarlo) e, pur consolandosi al pensiero che altre attrici facciano come lei, denuncia come esagerata la nuova relazione di Madonna (lei 50, lui 22).

Sembra gossip d’alto bordo, ma non cascarci: il problema è serio e riguarda tutte le comuni mortali.






La salubrità del Web

25 02 2009

Lo studente di biologia Marco, alias Ikitoki (che ringrazio per l’attenzione :-) ), mi ha appena segnalato un delizioso video realizzato dal professor Serafino Massoni, appassionato preside di scuola, scrittore e tante altre belle cose che puoi leggere sul suo sito www.massoniserafino.it e vedere sul suo canale YouTube.

Il video prende spunto dal post «Il virtuale fa male?», che avevo scritto un anno fa, a proposito delle connotazioni negative che purtroppo spesso accompagnano il concetto di virtuale. In effetti, l’articolo di Francesco Alberoni che abbiamo visto ieri mostra per l’ennesima volta come questo alone di ingiustificata negatività sia duro a morire.

Mi ero scordata di quel post.

E mi fa orrore l’autoreferenzialità.

Ma il video merita, e mi perdonerai se prende spunto da una mia cosa: il professor Massoni graffia, polemizza, dissacra, ma soprattutto prende in giro se stesso, me e il mondo intero in modo così simpatico e affettuoso che non potevo non dedicargli un post. Ho riso di cuore vedendo quel foglio spiaccicato davanti all’obiettivo della camera, caro professore. E la ringrazio per il buon umore che mi ha regalato.

Concludo con un consiglio per te che leggi: prenditi una pausa (dura 7′20″) e goditi il video fino alla fine. Se eri triste o arrabbiata/o, alla fine lo sarai meno.

Che esistano persone come il professor Massoni è un conforto per tutti. :-D

La salubrità del Web

Se ne vuoi ancora, qui c’è il commento all’articolo di Francesco Alberoni (7′17″). :-D

Web e Francesco Alberoni





Alberoni apocalittico

24 02 2009

Ma perché ancora, sempre e comunque questi toni apocalittici sui nuovi media? Ancora, sempre e comunque messi assieme a droghe, anaffettività, pratiche alienanti? Ancora, sempre e comunque affastellati senza distinzioni: da YouTube agli sms, e ora Facebook? Ancora, sempre e comunque… Francesco Alberoni?

Mi pare che, a non avere contatti con la realtà, sia in questo caso solo lui.

Tu che ne dici?

Dal Corriere di ieri.

Una moratoria per i giovani

Spengano YouTube e chat

Un modo per riprendere contatto con la realtà

di Francesco Alberoni

Parto da una notizia che ho appena avuto da due giornalisti che hanno intervistato numerosi adolescenti milanesi. Alcuni di loro hanno incominciato a usare l’eroina, ma non se la iniettano, la fumano. Dicono che gli dà un grande rilassamento, una grande serenità. Poi nel weekend, quando vogliono scatenarsi tutta la notte, passano alla coca. La coca li fa sentire onnipotenti. Come se le procurano? «In giro ne trovi quanta ne vuoi, anche su Internet e costa poco». «Non pensi che ti farà male?» «No, fa bene».

Questi adolescenti quando sono a scuola, in casa, quando si trovano con gli adulti non ascoltano. Comunicano solo all’interno del loro universo adolescenziale con mezzi che gli adulti non possono controllare: sms, Internet, chat, YouTube, altre web-tribù. Si incontrano di notte, nelle discoteche e nelle feste. Coi genitori recitano, e questi non sanno nulla della loro vita reale. Considerano i docenti dei falliti che insegnano cose inutili e guardano con compatimento gli psicologi. Fra loro parlano poco, piuttosto chattano e ascoltano musica.

È dalle canzonette che prendono le parole e i concetti filosofici che ispirano la loro vita: «Sii libero, fa quello che vuoi e ricorda che sei perfetto !». I loro modelli sono i personaggi dello spettacolo, chi va a Il Grande fratello, i calciatori miliardari, i bulli, e perfino chi si distingue su YouTube con qualche filmato da brivido. La separazione fra il mondo giovanile e adulto è incominciato negli anni ‘60 del secolo scorso con i figli dei fiori, il movimento studentesco, la rivoluzione sessuale. Molti di questi giovani hanno avuto problemi, ma perlomeno avevano radici e ideali. La nuova generazione non ha radici, non ha fondamenti etici, non ha cultura né classica, né politica. Alcuni pensano che, proprio perche è così vuota, sarà più aperta, creativa. È una illusione: senza radici, senza un rapporto reale e drammatico con la vita, senza capacità di confrontarsi e di riflettere e con l’illusione di essere perfetti, non si crea niente. A volte mi domando se a questi adolescenti non farebbe bene un periodo di moratoria, in cui si chiudano loro YouTube, le chat, le discoteche, si limiti l’uso di Internet e dei cellulari per consentire loro di ricominciare a parlare, di riprendere contatto con le altre generazioni, con i giornali e i libri. Una moratoria periodica di due mesi l’anno, una cura disintossicante.

23 febbraio 2009





Candidato arancio

23 02 2009

È da anni che l’arancio va di moda. Lanciato da grafici e designer lungimiranti nei primi 2000 per scaldare campagne pubblicitarie, immagini coordinate e arredi d’interni, oggi si vede ovunque. Pazienza per quelli che hanno aperto la strada: mica possono cambiare solo perché ormai lo usano tutti. Non subito almeno. Ma se oggi dovessi decidere la linea grafica di qualcosa, tutto farei meno che usare l’arancio. Splendido colore, ma abusato. E allora basta.

Queste considerazioni valgono a maggior ragione se si osserva che in Italia l’arancio impazza nel settore bancario. Dopo il successo di Conto Arancio, tutte le banche che volevano comunicare calore, allegria, vicinanza al cliente se ne sono dipinte. Pensa alle filiali di Unicredit, per esempio, e a quelle della locale Banca di Bologna, che da mesi ha incartato, finanziandone il restauro, le otto porte cittadine.

conto-arancio filiale-unicredit cuore-della-banca-di-bologna

Con questo, l’arancio ha un problema in più: il discredito che la crisi finanziaria ha gettato sul settore bancario ha sporcato anche l’arancio. Intendiamoci: preso in sé questo colore non rimanderebbe a crisi e problemi. Ma a furia di frequentare le banche, ha perso la sua originaria freschezza.

Tutto questo un buon comunicatore lo sa. Ma la cosa dev’essere sfuggita a quelli che hanno ideato la campagna affissioni di Flavio Delbono, candidato sindaco del Pd a Bologna. Poiché hanno eliminato ogni riferimento al partito per ragioni che ha ben spiegato Angelo sul suo blog, questi signori non potevano più usare né il rosso né il bordeaux, e allora hanno optato per l’arancio. Geniali.

Per rimanere sullo stesso lato dello spettro cromatico e far esprimere al candidato calore, allegria, vicinanza al clien… pardon, cittadino, avranno pensato.

Per farlo sembrare un bancario intristito dalla crisi, dico io. Specie in cravatta e maniche di camicia, specie con quella faccia un po’ così. Se poi ricordiamo che Delbono è un economista, l’associazione è ulteriormente rinforzata.

In conclusione, guarda il manifesto (clic per ingrandire) e domandati: i bolognesi, vedendo il candidato arancio, penseranno a calore, allegria, vicinanza al clien… pardon cittadino, o penseranno alle molotov contro i bancomat di Unicredit (10 novembre 2008) e agli studenti dell’Onda nella filiale di via Rizzoli (28 novembre 2008)?

La risposta è dentro di te. Ed è quella giusta.

delbono-per-web





Tv razzista

20 02 2009

La notizia che il New York Post, il tabloid di Rupert Murdoch, abbia pubblicato una vignetta che assimila il presidente Barack Obama a uno scimpanzé ha giustamente fatto scandalo negli Stati Uniti e nel mondo. D’altra parte, sapevamo tutti che il razzismo diffuso nella società statunitense, cacciato via dalla porta dopo l’elezione di Obama, sarebbe prima o poi rientrato dalla finestra. Né ci sorprende il fatto che la prima finestra sia stata aperta dal New York Post, noto per contendersi con il Daily News il primato di chi le spara più grosse (alla faccia di ogni mitologia sul giornalismo anglosassone).

Anche gli italiani non sono immuni da razzismo. Anzi, da questo punto di vista negli ultimi tempi – da quando cioè i flussi migratori verso il nostro paese sono cresciuti – sono persino un po’ peggiorati. E sapevamo pure questo.

Tuttavia, quando ho visto il modo in cui il TG1 ha trattato la notizia, sono saltata lo stesso sulla sedia. Che la nostra Tv generalista sia veicolo di porcherie è cosa detta e ripetuta. Ma il razzismo silenzioso e infido che passa dall’aver inserito un tema serissimo nel contesto ludico di un pettegolezzo sui sosia di Obama e pasa pure dal sorriso accomodante della conduttrice (come si trattasse di ragazzate)… be’ mi ha davvero sorpresa. Neppure il New York Post era arrivato a parlare di sosia.

Non so a te: a me questa roba fa schifo.






Vita da Facebook 6 – Cancellarsi è difficile

18 02 2009

Su segnalazione di Sergio ho trovato questo articolo di Zeus News, che tutti coloro che abbondano nell’inserire informazioni e foto personali su Facebook dovrebbero tenere bene a mente:

«Facebook ha modificato recentemente le Condizioni d’uso che gli utenti devono accettare al momento di creare l’account, arrogandosi in pratica il diritto di disporre a piacimento di tutti i contenuti (testi, immagini, filmati) inseriti dagli utenti, anche qualora questi decidano di cancellarsi definitivamente dal social network.

Chi si iscrive concede a Facebook il diritto “perpetuo, irrevocabile, non esclusivo, trasferibile” di usare in qualsiasi modo (“copiare, pubblicare, diffondere, conservare, rendere pubblico, trasmettere, modificare” e la lista è ancora lunga) le immagini, i testi e quant’altro possa essere catalogato sotto la dicitura “User Content”, ossia praticamente qualunque cosa. Non solo: Facebook può anche concedere i contenuti in sub-licenza.

“Pazienza” – qualcuno potrebbe dire – “ci si può sempre cancellare”. È vero, ma i contenuti potrebbero non scomparire insieme all’account.

Nella versione originale delle Condizioni d’uso c’erano un paio di righe che tutelavano certi diritti degli utenti: “Potete rimuovere i vostri Contenuti Utente dal Sito in qualunque momento.” – si poteva leggere – “Se scegliete di rimuovere i vostri Contenuti Utente, la licenza concessa scadrà automaticamente, ma riconoscete alla Compagnia il diritto di conservare delle copie archiviate dei vostri Contenuti Utente”.

Ora queste righe sono scomparse, la licenza non scade più e “The Company” non ha più bisogno di archiviare alcunché, dato che può fare quello che vuole con le informazioni immesse, che non saranno mai soggette all’oblio.

Per essere ancora più chiari, una lunga lista, rubricata sotto la voce “Termination and Changes to the Facebook Service”, elenca tutto ciò che non svanisce con la chiusura dell’account e comprende pressoché qualunque attività un utente compia tramite Facebook.

In pratica i nuovi iscritti si consegnano completamente al social network che va tanto di moda e così fanno anche quelli vecchi, che a suo tempo avevano accettato le Condizioni originali.

Da sempre, infatti, le Condizioni d’uso prevedono una clausola che ne consente la modifica da parte della società senza la necessità di avvisare gli iscritti. Anzi, “Continuare a usare il Servizio Facebook dopo tali cambiamenti costituisce l’accettazione delle nuove Condizioni”.

Esiste in realtà una possibilità per mantenere il controllo sulle informazioni immesse e sta nell’essere estremamente restrittivi per quanto riguarda le impostazioni sulla privacy.

Le Condizioni esplicitano infatti che l’unico limite che Facebook si autoimpone riguarda proprio quelle impostazioni: prima di cancellarsi, quindi, sarà utile regolarle. Dopo essere usciti dal social network tutto sarà di “proprietà” di Facebook.»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 16-02-2009)

LA RETTIFICA

Il giorno dopo, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parzialmente corretto la rotta. Questa è la notizia, sempre da Zeus News, che però non cambia la sostanza dell’attenzione che gli utenti devono sempre e comunque metterci:

«Alla fine è dovuto intervenire Mark Zuckerberg in persona per chiarire meglio la situazione che si è creata quando qualcuno ha cominciato a notare i recenti cambiamenti apportati alle Condizioni d’uso di Facebook.

“La nostra filosofia” – ha spiegato il Ceo del social network – “è che la gente possiede le proprie informazioni e controlla la loro condivisione con terzi”.

Per poter mostrare ad altri ciò che un utente vuole condividere, però, Facebook deve avere una licenza che gli permetta di farlo: ecco perché le condizioni d’uso chiedono che gli iscritti accettino la manipolazione dei loro contenuti. Altrimenti il servizio sarebbe impossibile.

Messa così potrebbe anche avere un senso, ma resta da capire perché mai Facebook debba essere in condizione di conservare per sempre i contenuti immessi dagli utenti.

È ancora Zuckerberg a spiegarlo: “Quando una persona condivide qualcosa, come un messaggio, con un amico, vengono create due copie di quel messaggio – una nella cartella di posta inviata e l’altra nella cartella di posta in arrivo dell’amico”. Se poi il mittente cancella il proprio account, l’amico deve poter conservare il messaggio inviatogli e ospitato sui server di Facebook: ecco il perché di quella clausola.

D’altra parte, scrivere un contratto richiede il rispetto di certe convenzioni: “Buona parte del linguaggio delle Condizioni è eccessivamente formale e protettivo nei confronti dei diritti di cui abbiamo bisogno per fornirvi il servizio”. Insomma: nessuno vuole sottrarre agli utenti il controllo dei loro contenuti; c’è soltanto bisogno di avere le autorizzazioni necessarie per lavorare.

Credere soltanto alla buona fede e alle questioni tecniche è tuttavia un po’ poco. Per questo Zuckerberg ricorda che le impostazioni sulla privacy sono vincolanti: “noi non condivideremmo mai le vostre informazioni in un modo che voi non volete”. Ciò che è esplicitamente dichiarato come privato resta privato.

Che però tutto ciò non emerga molto chiaramente dalle nuove Condizioni è evidente, tanto che anche il Ceo di Facebook deve ammettere che – forse – le cose si potevano fare un po’ meglio, specie considerata la natura delicata della questione: “È un terreno accidentato da percorrere e faremo qualche passo falso, ma [...] prendiamo questi problemi e le nostre responsabilità nel risolverli molto seriamente”.

Forse il post del padre di Facebook non avrà fugato tutti i dubbi, ma almeno è segno del fatto che la questione è stata notata e presa in considerazione. D’altra parte, come ha fatto notare a suo tempo anche il nostro garante della privacy, i primi a preoccuparsi delle proprie informazioni personali devono essere gli utenti: l’importante è che, se uno vuole mettersi in vetrina, sappia bene a che cosa va incontro»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 17-02-2009)





Le donne italiane su Meetic

17 02 2009

L’anno scorso, di questi tempi, dicevo che mi sarebbe piaciuto avviare una ricerca sul dating on line italiano (vedi Una ricerca tabù e Una ricerca tabù 2). Ti aggiorno sullo stato dell’arte.

A dicembre 2008 è uscito questo mio lavoro:

«Stereotipi femminili nel dating on line. Le donne italiane su Meetic» di Giovanna Cosenza, in C. Demaria, P. Violi (a cura di), Tecnologie di genere. Teoria, usi e pratiche di donne in rete, Bononia University Press, Bologna, 2008, pp. 233-264.

Per gentile concessione dell’editore e delle curatrici del volume, puoi scaricare il pdf dell’articolo QUI.

Nel frattempo, ho assegnato una tesi triennale che, sulla falsariga del mio lavoro sulle donne, ha indagato gli stereotipi maschili su Meetic. Francesco discuterà la sua tesi ai primi di marzo.

Avanti il/la prossimo/a.

PS. Il libro Tecnologie di genere sarà presentato e discusso in pubblico domani 18 febbraio, alle ore 18.00, presso il Centro delle Donne, in via del Piombo 5 a Bologna. Se sei interessata/o, scarica l’invito QUI.





What women can’t do in public

16 02 2009

A proposito di maschi, femmine e differenze di genere, Annamaria mi segnala un video non solo corretto – finalmente! – ma gioioso.

Per cominciare bene la settimana.

:-)





Proposta di modifica

13 02 2009

Non ho mai amato il giorno di San Valentino: consumistica parata di cuori rossi e pupazzi rosa – ma inadeguate parole.

Però è da mesi che volevo postare questi versi di Erri De Luca. Siccome parlano d’amore, è arrivato il momento: con un giorno d’anticipo, per darti il tempo di ricopiarli. Vedi mai ti ispirassero qualcosa.

Pregasi citare la fonte con serietà. :-)

Proposta di modifica

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,

con cui sostituisco il verbo innamorare

perché succede questo: che risente il corpo,

mi commuove una musica, passa corrente sotto i

polpastrelli,

un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,

in fondo all’osso sacro scodinzola una coda che s’è

persa.

Mi sono innaturato: è più leale.

M’innaturo di te quando t’abbraccio.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, p. 24).

Dedicato all’amore mio, perché mi fa sentire come dice Erri. Ancora, dopo più di quattro anni.





Una canzone in televisione

12 02 2009

Ieri Giulio mi ha fatto scoprire un video che risale alla fine del 2007, a quanto capisco.

Soggetto: Eleonora, che ha studiato con me alla triennale in comunicazione e ora prosegue al biennio in semiotica, duetta con la cantante Giorgia in uno di quei contenitori televisivi che mettono a confronto le star con i loro fan. Uno di quegli ambientacci da cui ti aspetteresti il peggio, insomma, in equilibrio fra la Corrida e gli Amici della De Filippi.

Invece, se superi le moine di Antonella Clerici all’inizio, fai un’esperienza molto diversa. Eleonora non arrossisce, né mostra deferenza. Ma neppure brandisce il microfono, civettando con la telecamera e il pubblico come se non avesse aspettato altro nella vita.

Semplicemente, canta.

Con la sicurezza di una che conosce la sua voce e ha studiato, con la felicità di farlo. Né più e né meno che se fosse a casa sua. Alla faccia dello star system e della tv.

È così che si usa il mezzo, e non ci si fa usare.

Una lezione di comunicazione, brava Eleonora.





Vita da Facebook 5 – La fotina

11 02 2009

Ti ricordi di Susanna, la facebook-addicted interpretata da Caterina Guzzanti, con cui ho aperto le nostre chiacchiere su facebook? Ti ricordi di quando lei si lamentava per l’assenza o bruttezza della “fotina” in qualche profilo?

In questi giorni riflettevo sull’importanza della fotina. Per sommi capi:

(1) Se non hai mai incontrato la persona che sta dietro a un profilo e non hai mai visto una sua foto, è il primo appiglio che il mezzo ti offre per costruirti aspettative e fantasie al suo riguardo: bello o brutto, biondo o moro, ma soprattutto, simpatico o antipatico, sorridente o scontroso. Certo, se alla fotina il gestore del profilo aggiunge decine di foto private – come molti fanno – gli appigli si moltiplicano. Ma la fotina è l’unica che appare sempre, mentre le fotone richiedono intenzioni e azioni mirate, spesso a prezzo di noiosi rallentamenti.

(2) Se già conosci la persona che sta dietro a un profilo, la fotina non serve a costruire da zero un’immagine corporea dell’altro, ma resta fondamentale: è da lì che la persona ci guarda ogni volta che scrive uno status, condivide un video, un link, una nota, è da lì che anche noi la guardiamo ogni volta che entriamo nel suo profilo. Il che capita più spesso, magari, degli incontri faccia a faccia.

Inoltre, proprio osservando le fotine di persone che conosco, ho registrato queste impressioni:

(1) alcuni cambiano spesso fotina (più volte alla settimana, se non di più): a ogni cambiamento mi sento a disagio, disorientata, perché mi pare di non riconoscere più la persona, di dover fare uno sforzo per riabituarmi (e quando l’ho fatto, quella magari zac, cambia di nuovo);

(2) altri mettono una fotina di quand’erano bimbi: non riesco a prenderli sul serio, neppure quando scrivono preoccupatissimi commenti su attualità politiche e sociali (il che mi porta a dire che la fotina infantile è accettabile se si usa facebook per scherzare con gli amici, meno accettabile se si vuole dire la propria su questo e quello);

(3) altri ancora optano per avatar simil-manga o simil-South Park di se stessi: poiché gli avatar si somigliano un po’ tutti (almeno per tipi), è come se il loro profilo perdesse spessore e unicità;

(4) altri infine mettono frammenti di fotografie o illustrazioni prive di figure umane: anche in questo caso, prima di abituarmi, vivo una sorta di spiazzamento, mi sento destabilizzata, perché se a parlarmi è una persona vorrei che le parole fossero accompagnate da sembianze umane, non da scorci di montagna o quadri astratti.

La mia conclusione è che la fotina di facebook andrebbe trattata – più in piccolo e senza esagerare – con la stessa attenzione e lungimiranza con cui le aziende progettano e gestiscono il loro brand: in fondo è la componente visiva del nostro marchio personale, è l’immagine con cui tutti i giorni ci presentiamo alla comunità di facebook (e oltre, se apriamo il profilo alle ricerche sui motori), dunque perché trascurarla? O meglio, se la trascuriamo, stracciamo, cambiamo di continuo, dobbiamo essere consapevoli che daremo di noi una rappresentazione (almeno un po’) stracciata e variabile: è davvero ciò che vogliamo?

A partire da queste osservazioni – per ora non esaustive né sistematiche – mi piacerebbe stimolare una tesi di laurea triennale.

Ulteriori dettagli a lezione di Semiotica dei nuovi media o ricevimento.





Pubblicità e stereotipi di genere

9 02 2009

Abbiamo già toccato altre volte questo tema. Per esempio qui, qui e qui.

Questa campagna della birra israeliana Gold Star Beer sta facendo molto discutere in Europa (e forse anche in paesi extraeuropei?). Ho ricevuto diverse segnalazioni in proposito, da Roberto a Londra, da Marcella e Monica in Italia.

La cattiva notizia è che la campagna ci propina la solita rappresentazione (ormai scontata fino alla noia) delle differenze di genere: mentre i maschi eterosessuali sarebbero più felici («Thank God you’re a man» è la headline) perché rudemente e direttamente orientati a una sessualità priva di sentimenti e preoccupazioni, completata da una “sana” bevuta di birra e da una visita al bagno, le femmine eterosessuali sarebbero più infelici perché inutilmente inclini a complicarsi la vita con vestiti diversi per occasioni diverse e con fantasie mal riposte su amore, principi azzurri, famiglia e bambini.

La buona notizia è che, per quanto orribilmente trita, questa campagna almeno non mette in scena né corpi femminili nudi né azioni di violenza esplicita fra i generi. Col risultato che molti commentatori (e commentatrici, ohimè) concludono sorridendo: «Che c’è di male, è carina!». (Di questo tenore sono la maggior parte dei commenti che ho letto nella blogosfera.)

Che dire? Non è affatto «carina» perché rinforza stereotipi e attribuzioni di valore (più furbi e felici gli uomini, più scemotte le donne…) che, al contrario, andrebbero scardinati.

Tuttavia c’è di peggio.

E dalla pubblicità non possiamo aspettarci rivoluzioni.

A questo proposito cito Annamaria Testa (che parla dell’Italia, ma il discorso può essere esteso):

«La pubblicità non si colloca mai all’avanguardia proprio perché la sua vocazione è farsi accettare facilmente, rispecchiando il sentimento medio del pubblico. Possono spingersi un po’ più in là prodotti d’élite che appaiono su mezzi di comunicazione segmentati e rivolti a un pubblico ristretto. Ma non si può chiedere alla pasta o ai sofficini che appaiono in prima serata su Rai Uno o su Canale 5 di proporre modelli non condivisi dalla maggioranza degli spettatori. O meglio ancora: di proporre modelli che il management delle imprese (costituito, nel nostro paese, da una stragrande maggioranza di maschi in età non giovanissima) ritiene non condivisi. [...]

Insomma, poiché la pubblicità, come ogni altra forma di discorso persuasivo, si fonda sul consenso, e poiché il consenso si guadagna essendo conformisti (e magari trasgressivi nelle forme, giusto per colpire e farsi ricordare. Ma difficilmente nella sostanza), non appena cambierà davvero il ruolo delle donne cambierà anche il ruolo delle donne negli spot. La pubblicità non mancherà di registrare il cambiamento, magari amplificandolo. Ma un attimo dopo. Di sicuro, nemmeno un attimo prima.»

(citato in L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 73-74).

Ecco le immagini (clicca per ingrandire).

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Miriam Mafai e gli errori di Benedetto XVI

6 02 2009

Ho trovato su YouTube questa intervista di Corrado Augias a Miriam Mafai, andata in onda ieri durante la trasmissione «Le storie. Diario italiano», su Rai 3 ogni giorno alle 12.45 (la tv generalista italiana trasmette le cose migliori quando nessuno può vederle, ovvio).

A parte uno scivolone iniziale (quando afferma di essere stata incuriosita dal caso Englaro innanzi tutto perché era una «così bella ragazza» :-o ), tutto ciò che Mafai dice sui gravissimi errori comunicativi (e politici) dell’attuale pontefice – dal caso Englaro alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani – mi pare equilibrato e condivisibile.

Incluso lo stupore (com’è possibile che Benedetto XVI «dotto, teologo eccetera» faccia errori di tale portata?) e la conclusione: così facendo, il papa finirà per alimentare nuove forme di anticlericalismo.

Porta pazienza per la lunghezza (10 minuti) e guarda l’intervista fino in fondo. Ne vale la pena.





Stage alla Fondazione Renata Tebaldi

5 02 2009

La Fondazione Renata Tebaldi, con sede a San Marino, è nata nel 2004 con l’autorizzazione della Tebaldi e organizza attività culturali e musicali per tutelare e rafforzare nel mondo il ricordo e la fama della grande cantante. La sua attività principale è un Concorso Internazionale di Canto, che ogni anno coinvolge artisti di altissimo livello e i più importanti teatri d’opera del mondo.

Per l’organizzazione dell’edizione 2009 del Concorso, che si terrà a San Marino dal 14 al 28 settembre 2009, la Fondazione cerca stagisti e offre:

1) ospitalità completa + rimborso viaggi a chi si rende disponibile solo nel periodo del concorso;

2) un gettone proporzionale all’impegno a chi è disposta/o a collaborare più ampiamente, a partire dalla primavera 2009.

Requisiti del/della candidato/a ideale: ottima conoscenza di almeno una lingua straniera (non solo inglese, anche altre lingue), padronanza dei principali applicativi di Microsoft Office e del web, predisposizione e passione per l’organizzazione di eventi culturali.

Sede: Palazzo dei Congressi Kursaal di San Marino.

Periodo: 14-28 settembre 2009, con disponibilità non continuativa nei mesi precedenti.

Prospettive di lavoro dopo lo stage: poiché la Fondazione non ha scopi di lucro e si sostiene con contributi, sponsorizzazioni, donazioni e aiuti volontari, il responsabile della Direzione Artistica – che conosco per ragioni professionali – al momento non può promettere nulla. Ma questo vale nella maggior parte delle offerte di stage, se formulate in modo corretto e onesto.

Questa offerta mi pare molto più seria e interessante di altre, perché la/lo stagista entrerà in contatto con aziende e istituzioni culturali di primaria importanza nel mondo. E se son rose… :-)

Per informazioni scrivi a: direzioneartistica chiocciola renatatebaldi.info

Ricorda di specificare che vieni da questo blog.





Simon’s Cat

4 02 2009

Un giorno di ritardo.

Causa: 24 ore consecutive passate a bivaccare in un aeroporto internazionale, aspettando il primo aereo che mi riportasse in Italia.

Causa della causa: centinaia di voli cancellati per la neve.

Effetto collaterale: questa mattina, per svegliarmi, ci voleva Simon’s Cat, il simpaticissimo gatto animato di Simon Tofield, illustratore e regista londinese che lavora per Tandem Films.

Ho scoperto questa animazione – che s’intitola «Cat Man Do» ed è realizzata in Adobe Flash – grazie a Micol Lavinia. La dedico a chi ama i gatti, e in particolare a Marina.