Dopo aver rilevato l’ennesima difficoltà dell’ennesimo/a studente/ssa con la lingua inglese, copio e incollo un intervento di Tullio De Mauro sull’Internazionale del 19 febbraio 2009.
Do you speak English?
Il vantaggio dell’inglese come lingua straniera è forte in tutta Europa
Anni fa un volenteroso linguista americano intervistò parecchi italiani. “Sai l’inglese?”, chiedeva. In maggioranza gli risposero candidamente: “No, l’ho studiato a scuola”.
Dal 2001 Eurobarometer censisce le conoscenze di lingue straniere tra gli europei adulti. Nel 2005 sono saliti al 56 per cento quanti conoscono almeno una lingua straniera e al 28 per cento quelli che ne conoscono due. Sono scesi al 44 per cento quelli che non ne conoscono.
Le maggiori percentuali di incompetenti, lasciando da parte irlandesi e britannici (66 e 62 per cento), si trovano tra turchi (67), rumeni (47), spagnoli (44), ungheresi e portoghesi (42), italiani (41). Gli italiani che parlano almeno una lingua straniera dichiarano che l’inglese è quella che usano meglio conversando (29 per cento), seguita dal francese (14 per cento).
Il vantaggio dell’inglese come lingua straniera è forte in tutta Europa, lo usa il 38 per cento, contro il 14 che usa francese o tedesco. Tedesco e russo, con l’allargamento dell’Europa a 25, hanno rafforzato la loro posizione. Quasi la metà di chi sa usare l’inglese lo pratica ormai quotidianamente e con più scioltezza.
Per chi sa lingue straniere la fonte maggiore di apprendimento è dappertutto la scuola: la secondaria superiore per il 59 per cento, la primaria per il 24 per cento. Solo a grande distanza, per ora, seguono internet, spettacoli e studio privato.
L’indicazione di studiare due lingue straniere fin dalle elementari, introdotta in Italia nel 2001, è stata ora abrogata. Protestano l’associazione di insegnanti Lend e gli istituti stranieri di cultura.
Internazionale 783, 19 febbraio 2009
E tu come sei messo/a?
Cosa hai fatto, cosa stai facendo e cosa farai per il tuo inglese?

Questo è un discorso troppo eterogeneo per essere così semplificato. In Italia si puo’ benissimo essere “laureati” in lingue con inglese come lingua specialistica e… non saperlo!
E non certo per colpa (o almeno non tutta) dello studente…
Concordo con Forrest Gamper. Ho amiche alla specialistica in traduzione inglese che hanno alcuni prof che spiegano in Italiano, per fortuna non tutti e per fortuna hanno anche vari lettori madre lingua.
Le scuole dove si imparano meglio le lingue, a mio avviso, sono le scuole superiori (se si incontrano prof. competenti) e le Scuole Superiori per Interpreti e Traduttori.
Dal canto mio, ho fatto il linguistico e dal secondo anno la mia prof. ha comunicato e voluto sentire solo espressioni inglesi. Poi l’esame di Taylor lì a Bologna nun me pare roba da poco… e infine ho scelto la Danimarca per l’erasmus. Nella penisola scandinava tutti sanno perfettamente l’inglese e mi era sembrata una buona alternativa, dato che per l’UK non c’erano posti per scienze della comunicazione (mentre era pieno per il dipartimento di storia antica (!)..why?).
Diciamo che non sono al livello di Proficiency, ma cerco di mantenere attivo il livello da First Certificate
concordo con Alienor, per l’inglese è importantissima la formazione di base che ti danno dei buoni docenti alle superiori e/o una scuola per interpreti… il resto è, ahimè, fuffa.
Io non vanto un inglese scioltissimo, 6 mesi orsono di permanenza in francia non aiutano, ma ad ogni modo un bel periodo di studi in inghilterra come quello che feci a folkestone anni fa lo consiglio a tutti!
secondo il livello europeo, per quanto valgono lettere e numeri, dovrei essere un c1 abbondante in francese, un b2/c1 in inglese e un b2 in spagnolo… ma son sempre titubante rispetto questi pseudo risultati…
@Alienor: “Ho amiche alla specialistica in traduzione inglese che hanno alcuni prof che spiegano in Italiano”.
E chi ce li aveva i soldi per andare in Inghilterra?!Guardare in faccia la realtà, anche se è dura, cantava qualcuno
Strano. Devo dire che, dal mio punto di vista, è meglio il contrario. Se all’ultimo iperfantamegaesame orale di inglese mi avessero interrogato in lingua credo che… sarei ancora là!
Lasciate perdere i livelli europei, come il CV europeo. Quella è aria fritta
Guardano ben altre cose à l’étranger…
@Fleur.n0ir: Anche io ho vissuto in Francia. Non hai rimarcato differenze fra i due sistemi universitari?
beh io sono un caso un pò particolare…..
fin da piccola ho sempre avuto una naturale e spontanea avversione per l’inglese a cui ora ho dato un nome “dislessia”; questa mia avversione mi ha portato a scegliere francese alle medie (quando frequentavo io si studiava solo una lingua straniera), poi alle superiori il caso ha voluto che scegliedo un istituto sperimentale ho proseguito esclusivamente con la lingua francese; l’inglese mi manca, ho cercato mille volte di studiarlo ma per me utilizza schemi talmente diversi che è veramente “una selva oscura” anche se poi vagamente traduco testi semplici, quando viene parlato in modo chiaro comprendo, capisco le parole nelle canzoni ma ho difficoltà a parlarlo…mi consolo perchè in inghilterra i dislessici sono più o meno il 10% della popolazione contro il 4/5% degli italiani, proprio per le caratteristiche della lingua inglese…
di questo però se ne parla troppo poco…anzi quasi mai…
Come sono messo? Un testo tecnico (fisica, matematica, informatica e relativa saggistica) scritto lo capisco. La pigrizia, unita all’ignoranza, mi impedisce di affrontare un testo di letteratura (e sì che la fantascienza mi piace molto e Asimov in originale mi intriga).
Scrivere in inglese, al di là di frasi semplici e macceroniche, neanche a parlarne.
Sul versante orale sono un disastro, anche se mi accorgo che persone con le mie stesse conoscenze, ma molta più faccia di tolla di me, si fanno capire. Il problema è che io non capirei la risposta!
Il mio inglese è quello che si definisce inglese scolastico. Ho studiato alle medie anche il francese, di cui è rimasto qualcosa.
Ritengo che l’unico modo per imparare una lingua sia di fare un mese o due di vita nel paese giusto, lontani da connazionali.
Per me le lingue straniere sono una fatica e una necessità e penso che l’italiano sia già sufficientemente complicato e bellissimo, tanto da non desiderare altro!
@Silvia: Conosco bene il pianeta dislessia. Quando stavo in Francia mi sono trovato ad insegnare italiano ed inglese (sic) ad un gruppo di adolescenti dislessici! Serviva un solo insegnante che sapesse sia l’inglese, sia l’italiano ed avesse nozioni di neurolinguistica. Purtroppo per loro, al momento, c’ero solo io disponibile che soddisfasse i requisiti
L’apprendimento dell’inglese scritto per i dislessici di lingue neolatine è sconsigliato proprio per la struttura peculiare della lingua. Tuttavia, all’orale i progressi erano notevoli. Per l’italiano, invece, i problemi erano minimi.
Io sono tra quelli “messi bene”, sono in grado di lavorare in inglese, francese e spagnolo. Il merito (in ordine drecrescente) è: tanti soldi ed energie dati alla British school e all’Alliance francaise negli anni del’università; dell’Eramus e del Leonardo, impari davero una lingua solo vivendo nel paese; studio matto e disperatissimo di latino, greco antico e semiotica sono un’ottima base. Concordo che buoni docenti e disponibilità economica sono decisivi.
Segnalo che se le lingue di lavoro in Europa e nelle Nazioni Unite sono inglese e francese, a seguire sono ufficialmente richiesti spagnolo, russo, cinese, arabo.
ciao a tutti!!
l’inglese è una lingua che va studiata minuziosamente e non va solo ascoltata e parlata. E lo dico sulla base delle mie esperienze scolastiche passate. Mi diplomai nel 2006 in un istituto tecnico a indirizzo linguistico e vi posso assicurare che senza grammatica o meglio senza una buona conoscenza di base delle strutture grammaticali, non si può andare oltre il proprio limite e non ci si può migliorare. Non bisogna credere che una lingua si possa apprendere solo ascoltando e immergendosi nel contesto culturale della lingua di riferimento: non tutti sono geni in questo!! Per non portarsi dietro grosse lacune ad esempio legate alla fonetica e alle irregolarità grammaticali è giusto sfogliare un libro di teoria e… che soddisfazione poi avrete!! il binomio teoria ed esperienza permette la sedimentazione di una data lingua in voi. sembrerà una cosa zen, ma vi assicuro che è vera.
ho appena concluso un corso alla anglo american school di bologna conseguendo il C1 avanzato e mi preparerò da sola al TOEFL. circa una settimana fa sono tornata dall’irlanda nella quale ho trascorso circa tre giorni. Immagino già i commenti:”ma questa qui di che si lamenta! guarda che livello!!”. pur avendo conseguito una discreta padronanza dell’inglese sono tornata da questo soggiorno molto scossa!! mi sono resa conto che la perfezione in questa lingua è molto lontana! il che significa che una lingua richiede un percorso di studio, sperimentazione assai lungo… però non bisogna demoralizzarsi: NON esiste il non imparare.
ciao,
Morge.
Ciao a tutti, io sono una di quelle/i che ha sostenuto l’esame di composizione testi in inglese, esame di scienze della comunicazione a Bologna. Faccio un passo indietro. Ho studiato inglese, oltre che alle elementari e medie, al liceo scientifico della mia città per 5 anni. Poi, all’università, un’esamone tosto tosto con il buon Taylon e il texano Verzoni; quest’ultimo talmente fuori dalle righe (se così si può dire) che lui stesso si definisce “stronzo”. Beh, che dire? Io non so l’inglese. Non so tenere una conversazione e so capire a stento un testo di media difficoltà. Dopo tutti questi anni dovrei sapere l’inglese a livello “buono” come minimo, e invece mi tocca scontrarmi quotidianamente con le mie difficoltà-incapacità. Ciò è particolarmente evidente ora che frequento la specialistica. Moltissimi saggi delle varie discipline sono in lingua inglese; soprattutto il materiale più recente si trova solo in lingua originale. I siti internet sono in inglese e non mi aspetto di trovarne certo la traduzione!
Alla fine di questo breve excursus mi vien da dire poche cose con molta perplessità.
1- la qualità dei miei docenti di medie e superiori è stata medio-bassa. Concordo con chi ha parlato dell’importanza di avere buone basi, e quelle mi sono mancate. Quale ragazzo/a inizia a studiare l’inglese da solo a quell’età???! ma soprattutto:PER COSA ANDIAMO A SCUOLA SE NON PER IMPARARE??
2- Per quanto riguarda i miei studi universitari, con rammarico, dico che la realtà è ancor più triste. Ricordo che uno dei primi giorni che ebbe inizio quel famoso corso (famoso almeno per chi ha frequentato il mio ex corso di laurea) Verzoni ci disse che quello era un corso di inglese avanzato e quindi chi non sapeva bene la lingua poteva annaspare da solo nel suo mare. Ora non so se il prof allora, con quelle parole e il suo atteggiamento, avesse avuto l’intenzione minima di stimolare lo studio, ma ricordo solo che per me e tanti altri fu un trauma. Ok, parliamo di me che è meglio. Non ero affatto stimolta, zero. Infatti quello fu il mio ultimo esame. Avevo il terrore al solo fare quelle maledette esercitazioni con quel prof. poi…oddio, se ci ripenso! tra l’altro lui, a tal riguardo, aveva tanti preguidizi sui suoi studenti, sarete d’accordo. Probabilmente teneva anche ragione. L’inglese bisogna saperlo, è importante per chi fa comunicazione e non solo, ma a questo punto risulta più importante far capo alla situazione, individuare gli errori e trovare soluzioni. Non basta parlarne, le cose si ripeteranno domani come sempre.
3- Se io personalmente, studente dell’università di bologna, volessi imparare bene l’inglese i modi sono: fare un corso al cilta, 200 euro a modulo. Si parte da una selezione iniziale per essere poi collocati in una fascia di livello che va da A a I. Dunque, se il mio livello attuale è D dovrei pagare 200 euro per passare al livello successivo che mi permetterebbe di avere accesso ai corsi più avanzati e ri-pagare. (un corso di livello dura 2 mesi, 4 ore a settimana). Questo è quello che offre l’università di bologna. Seguire altre vie significherebbe fare un corso di studi all’estero organizzato dall’EF ( una spesuccia, tipo 1000 euro per 2 settimane a Londra, spese di viaggio escluse…). Oppure potrei fare altri corsi privati a pagamento, o ancora potrei fare l’erasmus. Beh, credo che quest’ultima sia la migliore scelta e opportunità che noi studenti ci troviamo davanti. Comuqnue, si tratterebbe di partire per un periodo di tempo, lasciare l’Italia dove l’inglese non lo si impara. Ritengo che sia abbastanza deludente per chi ha delle aspettative di stud la prospettiva di dover lasciare l’Italia per imparare l’inglese.
Ovviamente, uno studente universitario dovrebbe cercare di studiare l’inglese da solo, sia per colmare certe lacune della didattita universitaria stessa, sia perchè fare l’università significa anche questo, autonomia e maturità scolastica. Però è troppo facile marcare questo punto, è una storia che ho sentito troppe volte. Perchè, allora, gli studenti universitari in media non sanno l’inglese? Perchè non abbiamo le migliori opportunità davanti per farlo e prima ancora di questo, credo che in Italia manchi la cultura, mentalità, l’idea (chiamatela come volete) nei confronti della lingua inglese e nell’importanza dell’apprendimento di una lingua straniera in genere.
Ripeto, non basta criticare però. Semmai, questo deve essere l’inizio di una riflessione costruttiva e partecipativa, nel senso di agire per cambiare uno stato di cose. Sono molto amareggiata e non ho il tempo di prendere ogni giorno di libri di inglese in mano perchè devo fare altri esami, perchè devo lavorare, perchè è svilente.
Vorrei il suo parere professoressa.
Enza.
Io ho avuto la gran fortuna di aver conosciuto insegnanti di inglese dalle scuole medie in poi molto competenti, che mi hanno saputo conquistare prima di tutto sul piano umano. E questo mi ha stimolato a rendere sicuramente di più.
Personalmente, così come la maggior parte dei miei amici,sono molto appassionato di serie TV rigorosamente in originale e quindi riesco a tenere un certo allenamento almeno sull’ascolto della lingua.
E’ quando assisto a concerti di gruppi stranieri (o a musical in lingua originale) che mi rendo conto di quanto sia poco utilizzato l’inglese da parte delle persone: emblematica la volta in cui, ad un concerto di Mary J Blige, lei ha raccontato di quando ha subito una violenza sessuale da giovane. Tantissima gente, che non capiva cosa stesse dicendo, la interrompeva con applausi e ovazioni varie, creando un certo imbarazzo (in lei e anche in me), tanto che ha smesso di parlare lasciando la storia a metà ed è passata subito alla canzone successiva.
La questione è molto semplice e biologica: le lingue vanno imparate da piccoli. Già dopo i 13 anni ci si scorda una padronanza da madrelingua, intesa nel vero senso del termine (e quindi anmche l’attività onirica è bilingue). Inoltre il listening non è sostanzialmente migliorabile dopo i 18-20 anni, momento in cui i neuroni cominciano a scemare e l’apprendimento ha piùa che fare con l’organizzazione dei dati che con la plasmabilità delle strutture primitive.
Ci sono poi persone geneticamente dotate, molto predisposte per il ricnoscimento fonetico, che è poi il vero grande problema di ogni lingua, aldilà della memorizzazione dei termini e della dimensione evoluta dell’uso retorico.
Purtroppo l’istruzione universitaria in materia di lingue è un’arma spuntata perché ha successo solo con quei soggetti geneticamente predisposti che imparerebbero comunque da soli.
Schematizzando, questo è l’ordine d’importanza delle esperienze fortunate che occorrono per imparare una lingua:
a) Essere figli di genitori madrelingua;
b) Frequentare le medie inferiori all’estero;
c) Almeno un anno di superiori overseas;
d) Visionare film e programmi rigorosamente in lingua originale fin dall’infanzia.
e) Corsi estivi; Erasmus, Leonardo, etc.
Inutile farne una questione di metodo, occorre rassegnarsi.
Cara Enza, le tue argomentazioni a difesa del tuo scarso apprendimento dell’inglese somigliano molto a quelle che mi ripeto io in relazione alla matematica…
Però io sono convinta che l’apprendimento dell’inglese non si può paragonare a quello delle altre lingue o delle altre materie di studio scolastico. Il nostro sistema massmediatico è talmente inzuppato di cultura americana e anglosassone che non c’è giorno che non si ascolti non dico una parola, ma un’intera frase in inglese. Tra dvd, Mtv, Cnn (su LA7), website, pop music varia io in verità mi chiedo come possa un giovane non avere ancora imparato l’inglese a 20/25 anni.
Come Beppe Severgnini ha spiegato, ormai un bel po’ di anni fa, nel suo divertente manuale/romanzo “L’Inglese – lezioni semiserie” (Rizzoli), esistono molti metodi artigianali per apprendere questa lingua e in particolare cita l’esempio di persone che hanno imparato la lingua anglosassone anche solo ascoltando e imparando il significato dei titoli delle mille canzoni in inglese che ogni giorno entrano nelle nostre case.
Correva il 1992, e quindi non era forse così facile reperire anche i testi delle canzoni. Ma oggi io mi sento di affermare che una persona volenterosa possa imparare tranquillamente la struttura e un buon numero di vocaboli della lingua anglosassone stampandosi le “lyrics” di una canzone, traducendole col dizionario e seguendo la voce per imparare la pronuncia.
Il tanto criticato prof.Verzoni, che ha l’ingrato compito di dovere traghettare verso l’esame persone con un buon livello della lingua insieme agli anlfabeti del 2000 (e che infatti per questa ragione ha creato il corso propedeutico pre-esame, forse Enza non lo sapeva), sarebbe già soddisfatto di un livello del genere.
Mi si obietti pure che è la scuola che dovrebbe mettere a disposizione gli strumenti, che è il sistema marcio, che nel resto dell’Europa sono più organizzati…Ma mentre ci si lamenta passa il tempo e intanto gli altri l’inglese lo sanno e noi strafalcioniamo a destra e a manca.
Certo si potrebbe anche ammettere candidamente che l’inglese non lo si riesce a imparare – non ci sarebbe nulla di male, abbiamo una lingua meravigliosa che sopperisce quasi sempre – e così non mi toccherebbe assistere ancora a lezioni universitarie dove l’oratore di turno dopo avere accennato ai suoi trascorsi statunitensi (sigh) parla per ore di “redirect” (pronuniciato come è scritto, redirèct invece di ridàirect), quando dicendo semplicemente “reindirizzamento” eviterebbe l’imbarazzo generale.
Può capitare, per carità. Però è sintomo di come un po’ di amore per la lingua italiana aiuterebbe anche l’apprendimento generale dell’inglese!
Pensavo a quello che scrive Francesca. Non vorrei fare le veci del solito vetero-marxista patetico, il che non è vero. O meglio, nel senso “patetico”, forse, marxista no.
Fare degli studi universitari ha già un costo non indifferente. Mettiamo il caso che uno abita, che so io, a Longarone o, per par condicio, a Sala Consilina. Di già non potrà fare il pendolare; se, per studiare le lingue all’università, dovesse anche integrare British school, Alliance française e, magari l’Eramus, questo ipotetico studente dovrebbe essere figlio di Roman Abramovich… Meditate gente, meditate
Vivo con una ragzza erasmus (olandese) e ogni volta che la sento parlare inglese provo vergogna per noi italiani. Purtroppo, in Italia l’inglese è una lingua ancora poco conosciuta ma soprattutto poco usata. Mi racconta della loro tv, dove i programmi sono rigorosamente in inglese, con sottotitoli olandesi e mi viene da pensare alla tv italiana, dove per guardare un programma in inglese puoi solo scegliere Mtv e costringerti a “cercare la migliore amica di Paris Hilton”….
In Italia per chi non sa usare internet o non ha la possibilità di avere canali televisivi diversi da quelli offerti non c’è modo di migliorare il proprio inglese o iniziare a interessarsi a questa lingua. Io pur conoscendo l’inglese, credo che ho ancora molto da imparare, almeno per essere a un livello pari a quello delle altre nazioni europee.
nella scuola dove insegno (liceo classico) le docenti sono affiancate da una madrelingua, e preparano il pet e il first, in genere superato da tutti gli alunni. questo per fare capire che esistono più realtà, in italia…
ciao
Giovanna sarà contenta. Questo post attira molto interesse. Mi permetterei di aggiungere una cosa. Forse bisognerebbe anche rammentare che, fino a pochi anni fa, la formazione della scuola secondaria superiore e dell’università erano rivolte all’inserimento in un mondo che non aveva ancora assimilato i cambiamenti intercorsi con Internet. In breve, in un mondo globalizzato si necessita di gente sempre più specializzata e questo, a maggior ragione, vale anche per le lingue.
Un esempio: A fine anni 70 una ragazza straniera viveva un brutto periodo, senza soldi, genitori che si erano appena separati… Voleva andare in vacanza al mare in Italia con le amiche ma lei non poteva permetterselo. Un giorno vede sul portone di un ufficio che cercavano del personale ed entra. Il capo le chiede: “Lo sai usare il fax?”. Lei rispose: Certo! Non aveva mai visto un fax nella sua vita… Ebbene, appena assunta, la stessa mattina era riuscita a farsi spiegare il funzionamento del fax dalle colleghe ed aveva imparato subito. Grazie ai soldi guadagnati con quel lavoro, la ragazza è potuta andare in vacanza in italia, ha conosciuto suo marito ed ora “è comu ‘na gran signura”.
Morale della favola: Pensate che oggigiorno un ufficio potrebbe permettersi di assumere del personale così?
Qualcosa sarà ben cambiato in trent’anni…
“Forrest Gamper: @Fleur.n0ir: Anche io ho vissuto in Francia. Non hai rimarcato differenze fra i due sistemi universitari?”
…devo sparare sulla croce rossa elencandole!?
mi piace e sono molto contenta che nei licei funzioni tutto così bene…visto che il prossimo anno dovrò scegliere con mio figlio cosa andrà a fare…
peccato che però ci dimentichiamo delle elementari e medie…
e dei sacrifici ovviamente economici che fanno i genitori per avere i risultati di cui parla laura…
un grazie a Forrest Gamper per la sua solidarietà….ma l’esame di inglese lo so sarà la tomba della mia laurea…ma intanto vado avanti e non ci penso…un po come la mitica Rossella che diceva ” tanto domani è un’altro giorno…” guardando l’orizzonte….
@Fleur: Spara! Spara!
A parte il fatto che lo studio delle lingue nelle università francesi non è nemmeno lontanamente paragonabile al nostro V.O. (con tutti i suoi difetti). Ma le differenze permangono anche dopo la riforma. In Francia la fac la chiamavo il DLF (il Dopo Lavoro Ferroviario), contrairement à ce que l’on peut imaginer…
Non saprei la situazione, ad esempio, in Gran Bretagna. Da quel che ho sentito dire, credo che sia very “tosta”. Isn’t it?
Dopo tanta lettura, ecco il mio primo commento su questo bellissimo blog.
Sono uno studente di Lingue, secondo anno di specialistica. Sinceramente credo di avere un buon inglese, ma posso assicurare che per quanto riguarda il parlato, scuola e università mi hanno insegnato veramente poco. Così qualche anno fa sono partito, da solo, per Londra. Con soli tre mesi di esercizio “sul campo” (pochi i contatti con altri italiani) ho acquisito una sicurezza senza precedenti.
Lo stesso poi ho fatto per il francese. Grammatica, lingua e cultura… sì, ok, in facoltà. Ma poi per esprimersi decentemente si deve partire, non c’è alternativa. Per finanziarmi entrambi le esperienze ho lavorato comunque.
Consiglio a tutti di trovare il modo per partire, anche per breve tempo (in estate o tra la triennale e la specialistica ad esempio).
ciao a tutti, sono Gabriele, temporaneamente ad Atlanta.
Tre considerazioni:
1) prima di tutto, la grande soggettività delle auto-valutazioni linguistiche. La prima volta che, anni fa, sono venuto qui negli Stati Uniti per studio ero convinto di parlare un inglese più che buono. L’impatto con la vita vissuta ha subito fatto calare la mia generosa auto-valutazione da “più che buono” a “capisco tutto, ma che fatica parlare senza accento emiliano”. La difficoltà più buffa: ordinare un caffè da Starbucks, un “double espresso”, pronunciando “espresso” con accento adeguatamente americano, la pronuncia italiana non veniva capita. Per fortuna, ora che sono alla seconda esperienza, va molto meglio.
2) nonostante sia importante curare al meglio il proprio inglese per non fare la figura dei cialtroni, devo dire che almeno in ambito universitario sono tutti molto attenti a capire e farsi capire. Nel mio campus, dove coreani, turchi e sudamericani costituiscono una notevolissima percentuale della popolazione, gli anglofoni sono abituati a sentirne di tutti i colori. Lo dico senza razzismo e con tutta la solidarietà possibile tra parlanti inglese come seconda lingua.
3) tra tutti gli stereotipi possibili e fastidiosi (mafia, pizza, spaghetti e mandolino), l’unico che gli italiani che ho conosciuto all’estero si meritano davvero è quello dei piagnoni e lamentoni. L’inglese è insegnato da schifo in un sacco di paesi. Un brillante collega turco che ho conosciuto qui ha fatto per quasi due anni dopo la laurea dei lavoretti del cavolo, tra cui il cassiere al supermercato, per pagarsi i corsi di inglese e raggiungere il livello per fare il dottorato qui.
Eccheccavolo, se molte persone che ho attorno si danno una mossa e ce la fanno anche a partire da sistemi scolastici pari o peggiori del nostro, noi italiani non abbiamo davvero tanti alibi.
Segnalo un paper econometrico di Jan e Jarko Fidrmuc sull’impatto della conoscenza dell’inglese sul commercio internazionale, le cui conclusioni sono:
“If knowledge of English in all European countries increased by ten percentage points, European trade would rise by up to 15% on average. Bringing all European countries up to the level of language proficiency enjoyed by the Dutch could increase European trade by up to 70%.”
Link qui: http://www.brunel.ac.uk/9379/efwps/0914.pdf
Grazie a tutte/i.

Avete dato contributi interessantissimi e utili. Spero che questo post, e soprattutto la discussione, siano di incoraggiamento per chiunque abbia ancora timidezze con l’inglese.
Pazienza per dislessia e carenze del sistema scolastico: si parte da quel che si ha e si è, l’importante è buttarsi. Fregatevene della pronuncia e degli errori e parlate.
È solo parlando parlando parlando (e scrivendo), che poi si migliora.
Ciao!
Un italiano in vacanza….
Hai ragione Giovanna, tante volte basta buttarsi: io dopo 5 anni di inglese al liceo (fatto male con una prof. incapace e purtroppo molto depressa), sono andata in erasmus in Scozia (forse non proprio ottima per migliorare la pronuncia – mitico il “buuut” per il BUT) e poi mi messa a leggere saggistica in inglese (è più facile della narrativa). Non pensavo di riuscire ad affrontare un intero libro e invece me la cavo bene, dopo qualche libro mi sono accorta di scorrere il testo in lingua senza passare (mentalmente) all’italiano.
Secondo me i problemi con l’inglese sono:
- a scuola si fa troppo poca pratica in pronuncia e ascolto (che sono i modi principali per entrare in una conversazione). Non dico che si debba abolire la letteratura, ma a mali estremi…
- al lavoro non sempre lo si usa anche quando si lavora in una multinazionale: c’è chi realizza dei paper in italiano che poi vengono tradotti, e quando ci si ritrova a fare corsi aziendali internazionali si fa una pessima figura: magari si è più preparati degli altri, ma ora che metti insieme due frasi hai perso la loro attenzione.
ciao
@cate: “Senti, mula, un par de bàle la multinazionale!”

Magari ci fosse perché vorrebbe già dire portare a casa qualcosa, lo stipendio, anche con il minimo di dispendio…
se no la depresion la ciapo mi…
Bisogna prenderla in ridere se no diventa tragica la situazione.
@Gabriele: Il cassiere al supermercato un lavoretto del cavolo?! I lavoretti del cavolo, allora, non li avete mai visti…
Ma magari ti assumessero al supermarket!!!! “Ce vò subito.” A volte, prima di parlare bisognerebbe verificare che la chiavetta USB sia ben inserita nella scatola cranica, io compreso, per carità…
Immagino che, per questa come per tante altre cose, a fare la differenza sia sentirsi motivati. Io ho parlato/scritto un inglese banalmente scolastico per molti anni, poi ho iniziato d’improvviso a coltivare un nuovo interesse, quello per il teatro musicale, che mi ha condotta ad iscrivermi a forum e mailing list frequentate per la stragrande maggioranza da utenti inglesi, americani e australiani. Da lì si sono moltiplicate le amicizie, i viaggi, le rimpatriate, quindi la necessità (e il piacere) di migliorare ulteriormente. Alla fine, per soddisfazione personale, ho dato da privatista l’esame del First Certificate con un buon risultato, che ha avuto piccole ma piacevoli conseguenze anche sul lavoro.
Naturalmente il mio più grosso limite rimane il listening, visto che per ragioni di lavoro e/o famiglia non posso trascorrere lunghi periodi all’estero (avrei dovuto farlo quando ero studentessa!), ma con una buona motivazione alle spalle, migliorare spudoratamente il mio inglese è stata cosa piacevole e non troppo difficile. Come nota di colore, posso aggiungere che fra le varie attività online (chiacchiere, mail, forum, chat…), nessuna è stata linguisticamente più produttiva dei giochi di ruolo.
@Giulia: “Correva il 1992, e quindi non era forse così facile reperire anche i testi delle canzoni”.
Ricordo che a 16 anni una mia compagna di classe mi aveva imprestato due cassette dei Rockets ed una dei Kraftwerk. Inutile dire che all’epoca i testi delle canzoni non c’erano nelle musicassette. Devo dire che, sembra una cosa stupida, ma una cosa così banale come un paio di cassette ha poi influenzato in maniera indiretta tutta la mia vita.
Ebbene, nella cassetta dei Kraftwerk c’era una canzone di cui mi ero innamorato, “The Model”; l’ascoltavo dalla mattina alla sera per cercare di capire cosa diceva. Il dizionario alla voce ‘model’ diceva: Modello. Sì, ma in che senso? Alla fine ero arrivato a capire: “She has a model and she’s looking good. I’d like to take her on. That’s understood”, l’inizio del brano. Quindi interpretavo: “Lei ha un modello e sta guardando bene”… E che senso ha? E To take her on? “E “a camera” che cos’è? Mi dicevo. Allora, c’erano sulla spiaggia due ragazzine inglesi in vacanza che avevano un ministereo in cui ascoltavano sempre la cassetta di “Enjoy the silence” dei Depeche Mode. Non parlavano neanche una parola di italiano ma con il mio inglese da sedicenne scolastico non ci era voluto molto, arrivando con cassetta dei Kraftwerk, penna e foglio a chiedere a queste di ascoltare e scrivere il testo per me. Bene, era “She’s a model and she’s looking-good”, lei è una modella ed è molto bella. Ed era “take her home”. Comunque la canzone parlava di uno che si innamora di una modella che fa delle pose. Tutto questo per dire che io feci una fatica enorme per capire quel testo ed ora ad un ragazzino basterebbe un clic sullo schermo.
Ma non è che è proprio il piacere della scoperta che è andato perduto?
Che diamine, ha ragione Giovanna. Il ricatto della pronuncia giusta è intollerabile. Ciò che fa ridere è che sono proprio i connazionali italiani a snobbarsi tra loro per una ortodossia mancata, dove uno guarda l’altro dall’alto in basso fiero dei suoi certificates presi all’estero. E’ tempo di finirla con questa pedanteria sanzionatoria verso colui/colei che non possieda la “giusta” pronuncia. Comprendo che la vanità sia ineliminabile da tutti noi e che perciò il frequentatore di campus estivi all’estero o lo pseudo cosmopolita fresco di Erasmus siano orgogliosi della loro esperienza linguistica, senza dubbio utile.
Ma il mito del parlare l’inglese da madrelingua è molto provinciale – oltre che paralizzante per chi matura negli anni il complesso d’inferiorità di non riuscirvi.
E’ provinciale perché l’inglese non è, diciamo, il giapponese, l’ungherese, il finnico, tutte lingue che rimangono perlopiù confinate all’interno della comunità che le ha generate e che, indipendentemente dagli inevitabili dialetti che le declinano, posseggono uno standard – ed è difficile che chi le padroneggi subisca la spiacevole sensazione di capire ed essere capito a Buda ma non a Pest, a Tokio ma non a Kyoto, a Uusikaupunki e non a Oulu.
L’inglese è la seconda lingua che ogni etnia deve imparare per interagire con l’Altro, perciò il pidgin è la sua natura più autentica, il più rispettoso dei suoi usi possibili.
Ora, fa ridere che uno mi dica che un termine “si deve dire” in un modo e non in un altro. Non è solo l’eccentrico tema di una canzone di Sting la reciproca incomprensione linguistica di un inglese a New York. E’ che solo restando nell’alveo degli Stati Uniti non si capiscono nemmeno tra loro; un residente a Nashville potebbe mettere in scacco buona parte delle docenti che insegnano inglese, così come uno scozzese delle highlands o un irlandese di Dublino – per non dire di Cork. Vogliamo forse enumerare ciò che a noi pare linguisticamente bizzarro? Vogliamo parlare dell’inglese australiano o neozelandese, incomprensibile a chiunque abbia studiato in college? Perché non invece ammettere che per capire un dipendente londinese del Tube ci vuole un traduttore a chi abiti a più di 100 miglia dalla City?
Ammettiamolo con un sospiro liberatorio: le esperienze che più ci hanno rassicurato, in cui il nostro seconda idioma si è sempre sentito dispensato dall’imbarazzo, sono quelle con stranieri il cui inglese fosse anche per essi l’apprendimento civile di una seconda lingua.
Nessuno oggi propone più realisticamente l’adozione di un democratico e neutro Esperanto – per ovvie ragioni di diffusione dell’inglese e perché una lingua deve essere viva e non morta nei secoli o nell’alambicco dell’alchimista.
Bene che la lingua inglese sia lo standard dei nostri colloqui internazionali, nessuna bruciante rivincita da consumare, non siamo francesi e non dobbiamo chiamare il mouse “raton” per riconoscerlo quando lo usiamo.
Ma non tollero assolutamente l’atteggiamento dell’anglofono che conosca solo la sua lingua e di conseguenza la sua cultura, in un vertiginoso etnocentrismo classista. Si rischia di fare come quel senatore del Tennessee che alla richiesta di impartire l’insegnamento di una seconda lingua nelle scuole del suo Stato replicò che poiché anche la Bibbia e il Nuovo Testamento erano stati scritti nell’inglese di NostroSignoreSempreSiaLodato non ne capiva l’utilità.
Lunga vita al pidgin, al diverso modo di parlare inglese, ché il giusto modo non esiste e l’ortodossia pedante è solo la frustrazione di un insegnante che sopravvaluti il suo ruolo e la sua materia. Meglio passare per una caricatura che inseguire il conformismo dell’apparire un figlio di Berklee piuttosto che Harvard, con parlanti nostrani così compiaciuti dell’idea da imitarne addirittura i difetti, con i loro incipit e le loro interiezioni a base di “So” e “Well”, come un italiano che fosse fiero di infilare mille “cioè” all’interno della frase, o chiosarle tutte con l’interrogativo “no”.
Si migliori l’inglese, come tutte le esperienze, ma si abbia la fermezza di chiedere all’anglofono di turno di ripetere se non si è inteso, senza patire disagi e paturnie, perché se non si è capito la responsabilità è sua. In quanto parlante madrelingua del suo idioma, dispensato per ragioni storico-militari dal capirne altri per girare il mondo a suo piacere, gli attribuisco l’onere di sforzarsi a capire chi anglofono è solo per seconda natura, sforzo tra l’altro ben meno impegnativo di chi non habli la première tongue naturaliter. Se non lo fa lo considererò un barbaro ignorante che non merita di amministrare il privilegio del possesso della mondolingua.
@ Ugo “Vogliamo parlare dell’inglese australiano o neozelandese, incomprensibile a chiunque abbia studiato in college?”
secondo me non è affatto così: i madrelingua inglese, si capiscono benissimo tra di loro (a meno che non vogliano farsi capire!). Se prendiamo 1 americano, un neozelandese e un gallese si capiscono benissimo tra di loro anche perchè sono cresciuti vedendo gli stessi film e telefilm e ascoltando le stesse canzoni.
Anche secondo me Ugo ha esagerato estremizzando il suo punto di vista.
@Ugo: Come al solito, l’equilibio sta nel mezzo. Non si chiede a nessuno di parlare con un perfetto accento britannico, nè di non scazzare mai una “S” nel verbo in terza persona, ecc ecc , ma dato che questa benedetta lingua franca serve per parlare soprattutto con i non anglosassoni, proprio per questo ci si aspetta una standardizazione che non includa tutte quelle storpiature, approssimazioni e inflessioni proprie di ogni singola nazionalità non anglofona.
Quando dici che non ha senso difendere la pronuncia corretta dell’inglese fra italiani,
citando il fatto che anche gli inglesi non si capiscono fra loro fai un paragone alquanto grossolano dimenticando di specificare che l’inglese ha tre livelli d’uso molto diversi fra loro che combaciano in parte con aree geografiche: 1) l’uso nei paesi dove l’inglese è una lingua nativa (UK, US, Australia, Nuova Zalanda, parte del Canada…), 2) gli usi nei paesi dove l’inglese ha un importanza storica riconosciuta ufficialmente (India, Pakistan…insomma il Commonwealth suppergiù) e 3) gli usi dell’inglese come lingua franca (tutti gli altri).
E’ evidente che quando un italiano o un tedesco cercano di imparare l’inglese lo fanno per uniformarsi all’uso della lingua franca, non per comprendere i turpiloqui di un tassista sikh che gira per il Queens.
Tu dici “le esperienze che più ci hanno rassicurato, in cui il nostro seconda idioma si è sempre sentito dispensato dall’imbarazzo, sono quelle con stranieri il cui inglese fosse anche per essi l’apprendimento civile di una seconda lingua”. A ben guardare queste esperienze ci hanno rassicurato proprio perchè tutti si cercava di convergere verso quello che sapevamo essere l’inglese internazionale standard, che ha una sua grammatica e, ahimè, una sua pronuncia che va imparata e difesa da chi la stravolge. Non per fare i fichi, ma perchè in quanto lingua franca deve essere intelleggibile a tutti. Nel frattempo i Filippini a Manila possono parlare l’inglese che vogliono, saranno affari loro se poi dovranno apprendere anch’essi la lingua internazionale inglese per lavorare con l’estero.
In parole povere: se non ci mettiamo d’accordo su uno standard comune col cavolo che io lo capisco un giapponese che parla un inglese, se non maccheronico, sushizzato. E sarebbe bene che gli altri giapponesi che sanno l’inglese lo aiutino ad esprimersi, senza sentirsi provinciali e senza imbarazzi da parte di chi viene corretto, accettando così anche il semplice fatto che non è la fine del mondo essere corretti dagli altri.
Insisto nel dire che in patria sarebbe meglio utilizzare la propria lingua finchè sopperisce alle mancanze (e ben vengano il ratòn francese e il computador spagnolo, non capisco quale sia il problema), mentre all’estero è bene sforzarsi – senza patemi, si badi – di seguire il modello dominante dell’”english as international language”(EIL). Se poi non si riesce, amen.
Non vedo, Giulia, come la tua critica si riferisca minimamente a ciò che dico. Grossolana sarà la tua analisi.
Sorry.
O forse dovrei dire sori, che per te è uguale dato che forse un aborigeno lo dice così.
Infatti è uguale perché uguale è l’effetto l’inguistico che mi permette di comprendere le tue scuse attraverso il meccanismo chiamato relazione parentale. La pronuncia della lingua inglese è come un hotel con tante entrate; tu prendine una e quando sei entrata non stare a sanzionare chi ne ha imboccata un’altra imbracciando il censorio Tommaseo di turno; è come un solido geometrico irregolare con un numero molto elevato di facce, del quale ognuna è una particolare pronuncia differente ma che non per questo non appartiene a quel peculiare solido e non ad un altro. Magari non tutte le entrate dell’hotel convergono alla sala congressi in egual tempo, forse non tutte le facce del solido mi permettono di capire istantaneamente di quale solido si parli, ma il mondo è complesso e occorre flessibilità e indulgenza, in quel principio di carità che deve essere la propria bussola interpretativa.
Ed è lo stesso principio che applico al tuo intervento, Giulia.
E a tema insegnamento della pronuncia inglese aggiungo per i curiosi frequentatori del Viennese atto II° la sua più bella e poetica analogia: “Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito”.
Vediamo di non cascare di sotto, eh?
In primis: Chi è che vi ha insegnato il francese a Voi, Topo Gigio?!
Il mouse in francese è “la souris”. “El ratón” è il mouse ma… in spagnolo! 
But seriously. Troppa psicologia. Come diceva Carletto Mazzone: “Veniamo dar niente. C’abbiamo le palle!”.
Entrambi avete fatto osservazioni giuste ma nell’apprendimento dell’inglese (come in qualsiasi altra lingua) conta, oltre al mezzo, pure il fine…
@Forrest “GUMP”
Scusa ma chi ti autorizza a pensare che io abbia scritto che raton sia francese?
Mi si scusi la bulimia. Aggiungo che solo un anglofono può aver intitolato “The italian who went to Malta” un caso di pidgin fonetico che italiano non è per niente. L’accento di quel video non è foneticamente compatibile con la lingua italiana ma è la parlata inglese che avrebbe forse un kenyota, di sicuro, per esperienza personale, di un parlante di lingua Swahili.
Quindi il video va interpretato con ben più amara ironia ovvero come un extracomunitario, probabilmente africano, che non abbia trovato molta comprensione e fortuna linguistica in Italia, che sia andato a Malta credendo di emanciparsi e che, non senza rammarico, decida di ritornare sui suoi passi perché tutto il mondo è Paese.
Purtroppo è proprio Forrest GAMPER; è una crasi, credevo si capisse
L’aveva scritto Giulia, non è un problema, si sarà confusa. Capita. “Se stava a scherzà” eh
@ Giulia se una persona ha incontrato (per hobby o per lavoro) molte persone madrelingua inglese, sa benissimo che si capiscono benissimo tra loro. (Anche noi italiano abbiamo degli “slang” cittadini e regionali, ma vuol dire che non ci capiamo tra di noi?). Se poi uno conosce l’inglese solo dai libri di grammatica, allora può farsi idee sballate…
Hamlet, è bello sapere che per lavoro o per hobby hai incontrato molte persone madrelingua e che non conosci l’inglese solo dai libri di grammatica, ma non capisco come tu mi abbia attribuito l’opinione che i madrelingua non si capiscano tra loro.
Davvero io non l’ho mai detto.
Sicuro di non avere sbagliato nick?
Giulia, è ora di fare la nanna, da brava
Giulia, io parlavo a te ma non parlavo di te!
Ave Giovanna e salute a tutti.
Porto la mia esperienza:
+ una solida conoscenza della propria lingua
+ amore per il rigore linguistico e la creatività d’espressione
+ validi insegnanti (italiane!) alle medie ed all’istituto tecnico superiore per 2+2 anni di lingua
+ buon orecchio
+ memoria efficiente
+ molti interessi nel tempo libero coinvolgenti la lingua inglese: fumetti, videogiochi, libri, GdR, informatica, film, musica e canto, teatro
+ crescente affermazione dell’inglese nel lavoro
+ un buon dizionario sempre a portata di mano, dal cartaceo ad Internet
+ interesse per le principali emanazioni della cultura anglosassone
+ pratica quotidiana della lettura e frequente della conversazione
= ad sono in grado di padroneggiare la lingua in un’ampia varietà di contesti, usando diversi sinonimi, espressioni gergali e letterarie, con giochi di parole e riferimenti d’attualità.
L’approfondimento scolastico, di tipo letterario, permette di entrare nella mentalità, esplorare i topoi, arricchire il vocabolario, rendere sfumature e formare anche uno stile ed un registro di scrittura e conversazione, e via discorrendo …
Debbo comunque constatare come molto spesso chi ha un’alta scolarizzazione linguistica si dimentica di “vivere” la lingua, assumendo di averla già imparata e non seguendo i mutamenti – e non intendo le storpiature o gli adattamenti puramente etno-geografici – perdendo polso e spontaneità/freschezza, specialmente nella conversazione.
My 2 cents, spero di non suonare borioso ma l’argomento mi stimola.
Grazie Giò!
Il Danese cercava alleati femminili madrelingua e ha riconfermato che alla prima non ci si intende neppure nel nostro idioma
Non vorrei sembrare petulante, Hamlet, ma vedo che non hai perso l’abitudine di interpretare le frasi altrui con la rigidità di uno stoccafisso. Quando dico che i madrelingua statunitensi non si capiscono tra loro non sto dicendo che TUTTI i madrelingua statunitensi non si capiscono tra loro. Figuriamoci. Eppure sembra che la tua confutazione si basi su questo equivoco, falso bersaglio.
Mostrare che due connazionali americani, per non parlare di madrelingua di nazioni diverse, caso limite, possano avere una buona percentuale di perdita informazionale dovuta alla pronuncia è un dato di fatto e serve solo a mostrare la vitalità magmatica di una lingua in divenire che muta e che rifugge la fattibilità di uno standard. Non vuol significare che non si capiscano mai, ma che a volte la comprensione (pronuncia) deve passare attraverso rinforzi e feedbacks, così come il tuo discorso a Giulia voleva indicare altro ma non è stato giustamente capito perché l’ambiguità (semantico-pragamtica) era elevata.
Sull’inglese imparato sui libri di grammatica non commento neppure, anche perché il mio intervento era agli antipodi da ogni codifcazione imposta, quindi al massimo sono io che avrei potuto brandire quell’argomento contro chi criticava la mia posizione.
E non sono minimamente entrato sulle considerazioni sintattico-semantiche, in cui i pidgin sguazzano in una continua festa della creatività. A scanso di equivoci sono un convinto assertore che qui lo standard sia necessario perché fattibile. La pronuncia rimane invece così condizionata dalle differenti fonetiche articolatorie proprie di ogni etnia linguistica da risultare impossibile da standardizzare prescrittivamente. Questa è la mia argomentata persuasione. L’inglese come lingua franca tollera la riconoscibilità tra i parlanti di molte pronunce diversissime tra loro. Inutile forzare l’adeguamento ad un modello specifico, Cambridge o Oxford che sia – tra l’altro pratica non esente da una certa dittatura culturale.
Occorre avere una certa sensibilità verso la realtà fattuale che l’inglese come lingua non nativa è parlata da molti più individui di quanti siano invece gli anglofoni, e quindi proporre un impossibile standard (ripeto, impossibile tecnicante) diventa arbitrio unilaterale che anche demograficamente non restituisce il diritto di un minoranza a insegnare la mondolingua ad altri Paesi.
Che poi mi si venga a dire che lo scopo specifico di un emigrante è andare a vivere nel Greenwich integrandosi al meglio, e quindi confondendosi con gli autoctoni, questo è un altro paio di maniche.
Sono persuaso che quando sanzioniamo l’american Berlusconi di turno, la pronuncia maccheronica sia solo la spia di una lingua solo millantata e mai appresa, presunzione che ci mette a disagio accendendo l0indignazione di chi la lingua la conosce. Ma è la dimensione sintattico-semantica che sanzioniamo della quale -attenzione!- la pronuncia non è un indice semiotico, per dirla con quel Peirce che a Giovanna dovrebbe tanto garbare.
Spero che la discussione si svolga con argomenti un po’ più raffinati del cercare obliquamente sodali. Amleto non l’avrebbe mai fatto.
@Valerio: Il mio di insegnante di inglese delle medie non parlava neanche correttamente la lingua italiana (credo fosse di Pescara ed aveva un forte accento). In compenso, si dilettava a leggere la Gazzetta dello Sport in classe.
“E alùra; l’è colpa mea?”
@Valerio II: “Molto spesso chi ha un’alta scolarizzazione linguistica si dimentica di “vivere” la lingua, assumendo di averla già imparata e non seguendo i mutamenti – e non intendo le storpiature o gli adattamenti puramente etno-geografici – perdendo polso e spontaneità/freschezza, specialmente nella conversazione”.
Ciccio, io i mutamenti nella conversazione posso anche seguirli ma l’inglese con chi lo parlo quotidianamente? Con le nigeriane nel vialone?! (Che, fra l’altro, ti fanno anche la multa se ti fermi?!) Inoltre bisogna stare attenti anche a non confondersi perché le camerunensi sono francofone…
@ Ugo noto la tua impossibilità di esprimerti senza offendere gli altri (peccato per te)
Tu hai espresso la tua opinione, va benissimo; però secondo me la tua opinione non corrisponde al vero: diversi parlanti madrelingua (di diversi Paesi) riescono a comunicare in inglese perchè la lingua è la stessa e le differenze (che riguardano le parole usate e la pronuncia) sono minime. Evidentemente tu hai incontrato persone che facevano fatica a comprendersi, altre persone hanno incontrato persone che non facevano fatica. Non è che tutti devono essere d’accordo con te su tutto
Per Ugo: l’affermazine che “Nessuno oggi propone più realisticamente l’adozione di un democratico e neutro Esperanto” è scorretta. Ugo può ritenere che il progetto sia sbagliato (eventualmente indicandone i motivi) ma l’informazione che riporta non tiene conto dei dati.
La Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha tenuto un convegno a Firenze nel 2008, con il patrocinio dell’Accademia della Crusca: “2008: Anno Internazionale delle Lingue: Diritti Umani e Diritti Linguistici”, in cui è stato proposto l’esperanto (http://www.coscienzasvizzera.ch/docs/ProgrammaFirenze251108.pdf).
L’europarlamentare Ljudmila Novak ha recentemente proposto al parlamento europeo l’adozione dell’Esperanto per i lavori delle Commissioni parlamentari (http://www.ljudmilanovak.org/166275448663f42154af1800bf52e02196151d869d.html).
Su migliaia di proposte sul sito lanciato dall’amministrazione Obama “Ideas for Change in America”, l’introduzione dell’esperanto nelle scuole americane è stata selezionata tra le prime 25 proposte (http://www.change.org/ideas/view_idea/introduce_esperanto_as_a_foreign_language_subject_in_schools).
La Conferenza delle Organizzazioni Non Governative (CONGO), organizzazione consultiva dell’ONU, , ha raccomandato che le Nazioni Unite e nello specifico la Commissione Economica e Sociale mettessero all’ordine del giorno di una successiva assemblea generale il tema “Lingua e diritti umani”, per discutere di politica linguistica normale ed affrontare la possibile soluzione offerta dall’esperanto.
Per inciso lo stesso Tullio De Mauro (citato quale autorità a proposito dell’inglese nell’intervento che ha originato il dibattito) ha difeso l’esperanto e scritto la prefazione al “Manuale di esperanto” di Bruno Migliorini. La prefazione di Tullio de Mauro può essere letta al seguente indirizzo: http://www.allarmelingua.it/Approfondimenti/AP%2029.htm
Infine, l’attuale Presidente dell’Accademia della Crusca, Sabatini, ha proposto l’esperanto come lingua ponte per l’informatica. L’intervista a Sabatini può essere letta al seguente indirizzo: http://punto-informatico.it/1346503/PI/News/esperanto-puo-cambiare-informatica.aspx
@Paolo
“Nessuno oggi propone più realisticamente l’adozione di un democratico e neutro Esperanto per ovvie ragioni di diffusione dell’inglese e perché una lingua deve essere viva e non morta nei secoli o nell’alambicco dell’alchimista”.
Motivi talmente evidenti dal minare qualsiasi riuscita del progetto da qui all’eternità. Il mio intervento inoltre era chiaramente a favore di una lingua neutra, idealmente la più rispettosa dei diritti linguistici di tutti. Che l’Accademia della Crusca si erga a difesa dell’Esperanto inoltre è la ratifica che la questione ha finalmente raggiunto il grado della masturbazione e dell’irrilevanza assoluta. L’intervento di De Mauro è la prefazione ad un libro del 1995 di Bruno Migliorini dal titolo – indoviniamo un po’ ? – “Manuale d’Esperanto. De Mauro si lancia in un’improvvida profezia sulla bontà dell’Esperanto all’interno dell’ Unione Europea. Vaticinio sul quale stendiamo un velo per rispetto ad altri successi dell’illustre linguista. Glissiamo sulla proposta della rondine europarlamentare Novak. Infine riportiamo il numero dei sostenitori dell’idea for changing America: 3845, no, dico, tremilaottocentoquarantacinque. Imbarazzante, dai.
3845 sono i supporters del blog NON i votanti. Il numero doveva insospettarti dato che, secondo le ricerche del prof. Sidney S. Culbert dell’Università di Washington, 1,6 milioni di persone parlano l’esperanto a “livello 3 di lingua straniera”.
E’ legittimo ritenere che il progetto sia destinato al fallimento (anche se le motivazioni “evidenti” ancora non sono state indicate, dato che non comprendo cosa voglia dire lingua “viva” se non parlata da una comunità; forse volevi dire che la struttura morfosintattica dell’esperanto è di per sé inadatta a funzionare come lingua, e se credi, possiamo parlare di tale struttura, ma non a priori).
Comunque non vorrei portare il blog a discutere di Esperanto (si può fare, ma forse non è il luogo adatto).
Contestavo, ed è una questione di metodo, l’affermazione “Nessuno oggi propone più realisticamente l’adozione di un democratico e neutro Esperanto”, che continua a sembrarmi sbagliata. Un’idea può apparirti assolutamente autoevidente ma non mi pare metologicamente corretto esporla dicendo “nessuno sostiene il contrario”. Che nessuno sostenga il contrario è falso, anche se chi sostiene il contrario non gode del tuo rispetto (come, mi pare di capire, nel caso dell’Accademia della Crusca, della Commisisone dell’UNESCO o della Conferenza delle Organizzazioni Non Governative). Immagino che conterai, tra le istituzioni culturalmente irrilevanti, anche le università. Quindi, per portare acqua al tuo mulino, ti informo che l’Akademio internacia de la Sciencoj (AIS) di San Marino propone insegnamenti nelle lingue europee di più lunga tradizione scientifica (francese, inglese, tedesco, italiano) e in esperanto, con conferenzieri scelti all’interno dell’Internacia Scienca Kolegio (ISK, che raccoglie 466 scienziati di 48 paesi), mentre gli esami di di abilitazione e le dissertazioni finali sono obbligatoriamente in esperanto . La Eötvös Lérand Technical University di Budapest, consente, per il conseguimento del diploma di laurea, di utilizzare una fra tre lingue: inglese, tedesco o esperanto. L’Università “Lucian Blaga” di Sibiu, in Romania, ha recentemente attivato un nuovo Dipartimento Accademico Internazionale di Critica della Scienza, Pedagogia universitaria ed Eurologia, con docenti provenienti dall’Akademio internacia de la Sciencoj, e, ancora, l’Università polacca di Poznan, ha attivato un programma di Interlinguistica (con insegnamento dell’esperanto). Per limitarci alla situazione italiana, presso l’Università di Torino è attivo, dal 1994, un corso di Interlinguistica ed Esperantologia (tenuto da Fabrizio A. Pennacchietti, già docente di Filologia semitica). Per un elenco completo (che comprende Israele, Corea, Messico, Polonia, Svezia, Giappone, etc…) cfr. http://www.uea.org/agadoj/instruado/pirlot.html
Infine, tra le organizzazioni di pura “masturbazione”, per usare il tuo lessico, andrebbero contate anche la comunità Bona Espero in Brasile e l’ONLUS Changamano in Africa, che usano l’esperanto per coordinare le attività di microcredito e di miglioramento del territorio.
Ripeto: non voglio convincerti che la strada dell’esperanto sia percorribile, ma zittire opinioni contrarie, anche se ti sembrano ridicole e non degne di discussione, non mi sembra un buon metodo.
mi scuso per il refuso: insospettarti al posto di insospettirti
Eh no, Paolo, non diciamo corbellerie, per favore. Io ho tradotto supporters con sostenitori, poi mi sono registrato al sito e ho scoperto che i sostenitori sono i votanti ed infatti cliccando sull’iniziativa il counter aumenta. E i votanti sono al momento – teniamoci forte – 3849. Quindi inutile citare siti peraltro insignificanti da un punto di vista statistico per avvalorare la propria tesi. Molto difficile inoltre che le ricerche del professor Sidney S. Culbert abbiano qualche attendibilità visto che lo psicologo è morto nel 2003.
“Nessuno propone…” è chiaramente una iperbole usata in una discussione che verteva su tutt’altro argomento, e perciò va presa per quello che è. Non è necessario essere Gödel per sapere che “tutti” e “nessuno” sono quantificatori che estrapolati dalla logica non andrebbero mai presi alla lettera ma contestualizzati nella loro vis retorica.
Più in generale il suo metodo fa acqua ma non basta trovare un argomento a favore della propria tesi per far girare le pale del proprio mulino. Ed è appropriato parlare di mulini quando il protagonista è l’Esperanto, redivivo Don Chisciotte.
Con tutto il rispetto possibile per le sparute Università che mi ha citato siamo sempre nel campo delle iniziative simboliche. Lei può trovare corsi universitari anche per il benessere del cane e del gatto, le scienze equine, o per il Turismo alpino. Corsi legalmente approvati dal Ministero. Quindo o lei mi cita numeri significativi e università di pregio internazione o i suoi argomenti sono da considerarsi alla stregua di passioni esoteriche.
Io non zittisco propro nessuno, ci mancherebbe! Probabilmente lei è un grande appassionato dell’Esperanto e posso apprezzare l’afflato umanistico dell’idea di fondo. Tuttavia continua a non comprendere le ovvie ragioni per le quali una lingua artificiale non potrà mai imporsi in una comunità internazionale di parlanti. Le lingue artificiali hanno successo in ruoli specificatamente tecnici, ove necessiti uno standard improntato magari alla minima ambiguità semantica e alla massima economia espressiva e non vi siano alternative di pari potenza espressiva già consolidate dalla pratica. Una lingua che non sia parlata continuamente da una comunità non può riflettere il continuo cambiamento semiotico dei suoi usi. E’ ovvio anche ai linguisti di primo pelo. Aggiungo che in un mondo nel quale si è faticato e si fatica per insegnare l’inglese dappertutto come lingua internazionale, e nel quale la comunità anglofona per la stragrande maggioranza non ha mai imparato una seconda lingua, né ha intenzione di imparare qualcos’altro dato il proprio predominio, proporre addirittura l’adozione di una lingua artificiale da laboratorio è un’utopia tra le più ambiziose sulla quale sorridere con la saggezza che si riserva alle imprese impossibili.
La confronto estas sufiĉe enuiga.