Un mostro di rifiuti

30 10 2009

In preparazione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, programmata dal 21 al 29 novembre, i paesi stanno avviando diverse iniziative per sensibilizzare le persone a ridurre la mole di rifiuti che generano ogni giorno.

Mi ha colpita la campagna francese, promossa dall’agenzia nazionale per l’ambiente Ademe: il sito www.reduisonsnosdechets.fr (visitalo: è fantastico!), ma soprattutto tre spot costruiti attorno a un gigante animato, bonario ma ingombrante e brutto, che rappresenta l’enorme quantità di rifiuti che ciascuno produce ogni anno (380 kg a persona è il calcolo francese, e gli italiani?).

Trovo l’idea del mostro di rifiuti (realizzato da MPC, che ha firmato anche le animazioni dell’ultimo Harry Potter, per intenderci) davvero azzeccata: il mostro ci accompagna nella vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto. Fa un po’ schifo, ma non possiamo separarcene.

Possiamo però ridurne le dimensioni, e non è difficile: basta cambiare alcune abitudini.

Gli esempi di Ademe:

Usa meno la stampante: in ufficio, in università, a casa.


Compra prodotti con meno imballaggi. Meglio ancora: non imballati.


Trasforma i rifiuti organici in composta per le piante.

Per saperne di più sulle iniziative italiane, questa è la pagina di Legambiente e questo il sito della campagna italiana.





Corpi normali

29 10 2009

All’estero (più che in Italia) la pubblicità riesce a rappresentare il corpo umano anche rispettando la sua normale e bella varietà.

Come nella campagna ideata nel 2007 dall’agenzia TBWA/London per Müller UK, e ancora in circolazione (a quanto segnala una lettrice in questo commento).

Uomini donne bambini giovani meno giovani… alti bassi magri grassi neri bianchi: tutti belli e gioiosi nella loro normalità.

Ma soprattutto, tutti in relazione gli uni con gli altri. Cosa che accade di rado in pubblicità, dove i corpi (perfetti, di plastica, ideali) sono quasi sempre isolati.

Müller Italia, nel frattempo, continua a infliggerci l’incubo di «Fate l’amore con il sapore».





L’uomo che fa ridere

28 10 2009

Lo Zoo di 105 – trasmissione pomeridiana di Radio 105 che non amo per i toni spesso misogini e omofobi, ma che è fra le più ascoltate d’Italia – lancia oggi una campagna su stampa, tv, web e cinema per festeggiare i suoi 10 anni.

I cinque protagonisti del programma – Marco Mazzoli, Fabio Alisei, Paolo Noise, Wender e Pippo Palmieri – si sono fatti fotografare in mutande, ostentando i loro corpi normalmente difettosi in posizioni e con smorfie che fanno il verso ai belloni della pubblicità.

Pur non particolarmente innovativa, perché ripropone il cliché dell’uomo bruttino ma redento dalla capacità di far ridere, la campagna è apprezzabile perché invita comunque a prendere le distanze dai corpi plastificati e photoshoppati.

Una vera novità sarebbe estendere il tono ironico e normalizzante a prodotti e marchi che nulla hanno a che fare con la comicità. Ancor più innovativo sarebbe applicarlo ai corpi femminili.

Questo è l’annuncio stampa (clic per ingrandire):

Lo Zoo di 105

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale





Il significato delle parole

27 10 2009

Un brillante esempio di intelligenza pubblicitaria nell’ultimo spot di Orange, il marchio con cui France Telecom gestisce la telefonia mobile e l’accesso a internet.

Perfetto anche a fini didattici, perché illustra in modo vivido come il significato delle parole dipenda dal contesto e dall’esperienza (percettiva, individuale, sociale) che lo nutre, al punto da esserne stravolto.

In uno spot, un’intera teoria semantica.

Agency: Publicis Conseil, Paris
Client: Orange
Director: Philippe Andre





La partenza in salita di Pier Luigi Bersani

26 10 2009

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. Qualcuno sperava in un risultato diverso? Io no. Qualcuno si sentiva confortato dal tam tam mediatico degli ultimi giorni, che parlava di un possibile «ribaltone»? Io no.

Il risultato era chiaro dall’inizio, come sempre nelle cosiddette primarie del Pd. E le chiacchiere mediatiche dell’ultim’ora servono solo ad aumentare il numero dei votanti, per dare più forza alla nomina del predestinato.

Anche questo, tipico del Pd.

Il problema fondamentale di Bersani è la comunicazione. (Qualcuno pensava un’altra cosa? :-D ) Anche gli altri due candidati, Dario Franceschini e Ignazio Marino, erano (sono) messi male, con una differenza: non sono capaci, ma ci provano (o hanno l’aria di provarci), mentre Bersani non ci prova nemmeno. È rimasto fermo all’era preberlusconiana. Il che può fare simpatia ai nostalgici pre-Pd, ma non lo aiuterà a costruire un’alternativa all’attuale centro-destra.

Fra l’altro, giusto una settimana fa il centro-destra ha mostrato di essere ben preparato all’avvento di Bersani, scippando al suo linguaggio – e, più in generale, a tutta la sinistra – uno degli ultimi temi di sua proprietà: il posto fisso.

È in quest’ottica che va letta l’unanimità con cui Berlusconi e Tremonti si sono all’improvviso profusi in dichiarazioni sull’importanza del posto fisso, blandamente corretti solo da Emma Marcegaglia. Un titolo a caso, dal Corriere del 20 ottobre: «Berlusconi: Io sto con Tremonti. Posto fisso e partite IVA sono un valore».

Come dire: verrà Bersani? e noi gli freghiamo i temi in anticipo.

Naturalmente il segretario neoeletto fa come se nulla fosse.

Da Repubblica di oggi:

«Pier Luigi Bersani è già attivo di buon’ora nonostante la lunga notte spesa ad attendere i risultati delle primarie. E in un’intervista radiofonica ai microfoni di Cnr, spiega che “il primo gesto da segretario sarà quello di occuparmi del lavoro e della precarietà, poiché credo che abbiamo bisogno di riportare la politica ai fondamentali”» (La Repubblica, 26 ottobre 2009).

Dal punto di vista comunicativo, cominciare sul terreno predisposto dall’avversario è una partenza in salita.

Spero che Bersani abbia fiato.





Le veline dell’Ateneo, «Domenica in» e l’identità

23 10 2009

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale:

«Prof, cosa pensa dell’università a “Domenica in?”», mi chiedono gli studenti in questi giorni. Magari non hanno visto la puntata di domenica scorsa (non rientrano nel target), ma gliel’hanno raccontata i nonni. E ci sono rimasti male, nonni e nipoti. Così me la sono fatta mandare e l’ho analizzata: in effetti c’era di che turbarsi.

Non avrei mai voluto tornare sulle cosiddette «veline della Romagna», le quattro ragazze in tutina da superwoman e guanti di gomma con cui, nel luglio scorso, il Polo romagnolo ha pubblicizzato le sedi di Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini, entrando in conflitto con il rettore e sollevando polemiche dentro e fuori dall’ateneo. Uno scivolone che speravo fosse dimenticato: non si deve mai usare il corpo (femminile, ma neppure maschile) per pubblicizzare l’università, ma bisogna puntare sull’eccellenza della didattica e della ricerca, e sugli sbocchi professionali.

La mente e non il corpo, insomma: un errore talmente grossolano che l’unica soluzione era dimenticarlo in fretta e guardare avanti.

Invece l’ateneo ci è caduto di nuovo, mandando due suoi rappresentanti nell’“Arena” di Massimo Giletti, una sezione di “Domenica in” di cui basterebbe il nome a capire che bisogna starne lontani. A favore della campagna c’era Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna e membro del cda universitario; contraria era Paola Monari, prorettore agli studenti. Nulla da dire sui loro interventi: certo volevano il bene dell’ateneo, ognuno con le sue ragioni, e hanno fatto il loro meglio.

Ma il contenitore televisivo se li è ingoiati in un boccone. Tralascio i dettagli della fossa in cui sono scesi. Basta dire che tutti, tranne loro, hanno vinto: dall’agenzia che ha ideato la campagna, per la quale vige il «si parli bene o male, purché si parli», alla studentessa che ha posato in foto perché «vuole fare la modella» e spera nella notorietà televisiva, finanche al conduttore che si è proposto come «assistente» universitario.

Tutti hanno vinto qualcosa, tranne l’ateneo e, più in generale, l’università italiana, che la rissa ha dipinto – per amor di polemica e audience – come poco qualificata, minata da conflitti interni, sessista e pronta a strumentalizzare il corpo delle donne.

Ma non sono tornata a parlare di «veline» per mettere il dito nella piaga. Ci sono tornata perché, se un errore simile è stato non solo fatto ma ribadito, vuol dire che ciò che per me è ovvio per altri non lo è. L’ovvietà è questa: chi trascura la comunicazione trascura la propria identità, che senza una comunicazione efficace rimane nascosta o fraintesa. Inoltre, se sei bravo ma non sai dirlo a nessuno, chi capirà che lo sei?

Per due ragioni, allora, la comunicazione dell’ateneo bolognese va curata nei minimi dettagli: perché è complessa, e dunque facile da sbagliare; e perché in ateneo ci sono molte eccellenze – a dispetto di “Domenica in” – e bisogna farle conoscere.

Ma curare la comunicazione non vuol dire affidarla a questa o quell’agenzia, magari abituata alla pubblicità commerciale ma incompetente su temi universitari. Né si possono mandare allo sbaraglio persone che, per quanto preparate nel loro campo, poco o nulla sanno di media e tv. Occorre invece affidare la comunicazione a persone che, dall’interno dell’ateneo, non solo ne condividano storia, valori e obiettivi, ma abbiano le competenze per comunicarli in modo intelligente e mirato, e siano dotati dell’autorità sufficiente perché nulla sfugga alle loro decisioni.

Inclusa quella di non mandare nessuno in tv, se non è il caso.

Repubblica Bologna 23 ottobre 2009.






Uno stage a Parigi (pagato)

21 10 2009

Antonio, studente della magistrale in Semiotica che si trova a Parigi in Erasmus, mi segnala che un’azienda per cui ha lavorato cerca stagisti.

A quanto pare, pagano il lavoro in modo sorprendentemente equo.

Questo è l’annuncio:

Wincomparator.com è un sito web che unisce l’informazione sportiva al gioco online. Presente a livello internazionale (inglese, spagnolo, polacco, tedesco, italiano e francese), il sito estende i suoi servizi in diversi paesi d’Europa.

L’azienda offre stage convenzionati (con l’università di provenienza) di almeno 6 mesi, per giovani che siano interessati a formarsi come redattori di contenuti sportivi on line.

Attività previste:

  1. redazione, integrazione e aggiornamento dei contenuti del sito per la versione italiana,
  2. affiancamento di personale esperto nella promozione del servizio e nel marketing online.

Sede: Parigi.

Profilo richiesto:

Lo stage è particolarmente indicato per giovani:

  1. entusiasti, creativi e propositivi,
  2. appassionati di calcio e sport in generale,
  3. appassionati di internet ed esperti nell’uso di social network, blog, ecc.,
  4. desiderosi di lavorare in un gruppo internazionale,
  5. che siano di madrelingua italiana, ma parlino bene anche il francese,
  6. che siano capaci di organizzare il proprio lavoro con autonomia, rigore e senso di responsabilità.

Se pensi di avere questi requisiti, puoi inviare la tua candidatura (cv + mail di motivazione con subject: «IT – Rédacteur Contenus Sports») all’indirizzo:

job chiocciola wincomparator.com

Fammi sapere come va, se va e soprattutto… se ti pagano davvero!

:-D





Risposte stereotipate per spot stereotipati

20 10 2009

Quando ai pubblicitari si chiede qualcosa come «Perché vi ostinate a riprodurre stereotipi e non fate sforzi di maggiore originalità e varietà?», spesso la risposta è a sua volta stereotipata: o negano il problema («stereotipi? dove?») o se la prendono con il mercato e il cliente («dobbiamo vendere, il mercato/cliente vuole questo»).

È successo anche per lo spot Calzedonia, che abbiamo commentato qualche giorno fa. Il mio punto non era l’uso dell’inno, ma la polemica che ne è nata e, soprattutto, la tristezza scontata degli standard femminili che lo spot ci propina.

Fabio Muzzio, direttore di Spot and Web, ha fatto a Micaela Trani (art director) e Antonio Gigliotti (copywriter) dell’agenzia Saatchi & Saatchi, ideatori della campagna, questa domanda (fra le altre):

«C’è chi ha sottolineato che le donne protagoniste rispondono comunque a canoni pubblicitari e poco della vita di tutti i giorni…

La famosa ragazza della porta accanto poi, vai a vedere bene, c’ha sempre i brufoli e i capelli sporchi… Ci sono dei settori merceologici in cui bisogna rispettare dei canoni estetici per vendere. La pubblicità è sempre un po’ aspirazionale. E comunque le donne che abbiamo scelto d’accordo col cliente sono certo belle ma di una bellezza vera e naturale.»

Come volevasi dimostrare.

Ma il punto non è mostrare «brufoli e capelli sporchi». Perché si cadrebbe in un altro stereotipo: di bruttezza e sciatteria, stavolta. E allora ripeto: in pubblicità gli stereotipi sono necessari – e lo sappiamo –, ma possono comunque essere moltiplicati in modo giocoso, interessante, vario. Non per rappresentare la realtà (nessun consumatore, nessuna consumatrice crede che la pubblicità faccia vedere il mondo reale, non siamo così sciocchi), ma per offrire più modelli «aspirazionali», più canoni di bellezza, più ideali di successo e felicità. Non sempre e soltanto uno.

Altrimenti, dove sta la creatività?

Leggi QUI tutta l’intervista.





Non basta mandare cv per trovare lavoro

19 10 2009

Da tempo aspettavo questo post di Luisa Carrada. Più volte lei e io ne abbiamo parlato, condividendo la stessa impressione su ciò che accade a un/a giovane neolaureato/a in campo umanistico che cerchi lavoro. Perché anche a Luisa, come a me, molti chiedono spesso perché, pur avendo inviato molti curricula, non ricevono risposte interessanti o, peggio, non ne ricevono alcuna.

Intanto bisogna capire cosa vuol dire «molti».

10 curricula non sono «molti». E neppure 20 lo sono: bisogna averne mandati dai 100 in su, come spiega anche Annamaria Testa su Nuovo e utile, nella sezione «Apri un’impresa/trova lavoro».

Ma ragionare solo in termini quantitativi è limitativo. Necessario ma non sufficiente.

Il cuore della posizione di Luisa – che condivido appieno – è un confronto fra gli anni ‘80, quando non c’era internet e il mercato del lavoro era tutto diverso, e oggi (i grassetti sono miei):

«[...] trovare lavoro nel campo della comunicazione è sempre stato molto difficile, anche per noi che eravamo tanti di meno. Io ho passato i miei quattro anni di Lettere nella piena consapevolezza che forse avrei fatto qualche altra cosa per vivere, perché i concorsi nei beni culturali non si facevano da anni e per anni dopo la mia laurea non si sono fatti.

Una volta laureata, ho fatto il giro delle direzioni comunicazione delle grandi aziende parastatali romane. Ne sono sempre uscita con un sacco di complimenti per il mio curriculum e… un pezzo di carta (giuro!) con l’organigramma interno e il partito e la corrente vicino a ogni nome. Così era più facile arrivarci, mi dicevano convinti di avermi fatto un gran favore. Non c’era da disperarsi? E infatti io spesso mi disperavo.

Però non c’era ancora internet, con tutte le sue opportunità ma anche con le sue false illusioni.

Qualche tempo fa un ragazzo mi ha scritto di non farcela più a stare dietro a un pc a mandare curricula.

Ecco, quello che la mia generazione non ha potuto fare era proprio starsene dietro a un pc. Molti di noi – anche le persone timidissime come me – sono state costrette a uscire allo scoperto, a chiedere, a bussare, a presentarsi. Non ho mai mandato un curriculum a una direzione del personale, ho sempre chiamato prima per chiedere chi fosse la persona giusta e poi era a quella persona che scrivevo. E poi magari telefonavo anche.

Non ho mai dato la mia disponibilità a scrivere e a collaborare senza mandare un pezzo, un articolo, una bozza di progetto. Non ti potevi nascondere dietro i master. Potevi solo presentare i tuoi testi o le tue idee. Qualcuno non mi ha mai risposto, ma parecchi sì.

Non voglio fare la vecchia zia – e per questo ho esitato tanto prima di scrivere questo post –, però forse ogni tanto bisognerebbe almeno provare a fare come se internet non ci fosse. E avere il coraggio di andare a bussare direttamente a qualche porta.

Sono convinta che, in mezzo a tanta virtualità, faccia, grinta, personalità e idee contino anche più di prima.

Oppure su internet starci e viverci davvero. Per realizzare le nostre idee direttamente senza chiedere niente a nessuno…» continua a leggere QUI.





L’importanza di dire «grazie»

16 10 2009

Grazie a questo post di Luisa Carrada, ho ripescato una conferenza TED del febbraio 2008.

La psicoterapeuta Laura Trice spiega quanto sia importante dire «grazie» per rinsaldare un’amicizia, riparare un legame, fare in modo che gli altri sappiano ciò che significano per noi.

In tutte le occasioni: dalla vita privata a quella pubblica, nello studio come al lavoro.

Sono solo tre minuti: guarda, ascolta e non scordartene più.

(Se hai difficoltà con l’inglese, fa’ clic su «vedi sottotitoli» e scegli «italiano». Se vuoi contribuire anche tu alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post).





La doppia tristezza dello spot Calzedonia

14 10 2009

È uscito dal qualche giorno l’ultimo spot di Calzedonia, che riscrive l’inno di Mameli al femminile: «Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta…», per accompagnare una scenetta che va da una ragazza appena sveglia («Italia») a un’altra che indossa il casco («l’elmo»), per passare a una mamma che pettina «la chioma» della figlia e finire su una neonata davanti a un panorama romano («schiava di Roma»).

L’idea è – ovviamente – quella di cogliere al volo gli oggetti polemici più in voga del momento: l’inno nazionale e le donne.

È ufficiale, dunque: in Italia la questione femminile va di moda.

Peccato che, come sempre, anche in questo spot le donne se la passino male. E perché mai, stavolta? si chiederanno le numerose commentatrici che hanno manifestato entusiasmo in rete.

Innanzi tutto perché lo spot propone le solite bellezze standard. Se vuoi magnificare le donne, tanto da introdurle nell’inno nazionale, rappresentale in modo più vicino alla realtà: mettici donne anziane, giovani rotondette, adolescenti col piercing, bambine di colore. Concediamo pure che siano belle, dolci, smaglianti, ma diverse perché no?

In pubblicità gli stereotipi sono necessari, ma possono comunque essere moltiplicati.

In secondo luogo, le donne se la passano male perché è scoppiata la polemica. Qualcuno considera scandaloso «usare l’inno nazionale per vendere calze», è stato detto. In realtà, credo ritengano scandaloso che nell’inno nazionale siano entrate le donne. Proprio in questi giorni, infatti, anche la Costituzione è usata da Ikea per vendere mobili, ma nessuno dice niente: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul riposo».

Tristezza doppia, dunque. Non a caso, la marcetta dell’inno si è fatta nenia.

 





The Melody of Life

13 10 2009

In questo periodo sto cercando pubblicità originali, intelligenti. Che esprimano valori «positivi», e cioè eticamente, socialmente, umanamente responsabili.

Sono un’inguaribile idealista, forse. :-)

Ho trovato questo spot tailandese, che ha vinto il premio Spikes Asia 2009. Fa un po’ impressione che il committente sia la Thai Life Insurance, una compagnia di assicurazioni sulla vita, per quanto impegnata in cause sociali. E qualcuno potrebbe storcere il naso per il genere Voglia di tenerezza – il celebre film del 1983 con Jack Nicholson e Debra Winger – che lo spot ricorda.

Ma ci sono squarci di Thailandia vera, qua dentro.


Advertiser THAI LIFE INSURANCE CO.
Product THAI LIFE INSURANCE
Entrant OGILVY & MATHER Bangkok, THAILAND
Type of Entry: TV/Cinema
Category: Corporate Image
Title: MELODY OF LIFE
Advertiser/Client: THAI LIFE INSURANCE CO.




L’appello delle donne su Repubblica

12 10 2009

Venerdì 9 ottobre Michela Marzano, Barbara Spinelli e Nadia Urbinati hanno lanciato su Repubblica l’appello «Quest’uomo offende noi donne e la democrazia, fermiamolo» . L’ho letto velocemente e firmato.

L’ho fatto per ragioni analoghe a quelle per cui avevo sottoscritto l’appello dei tre giuristi in difesa di Repubblica, pur riconoscendo – come avevo notato QUI – l’ambivalenza di una posizione del tipo «conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco»: poiché in Italia, al momento, non sono possibili giochi alternativi né meta-giochi, stare da una parte ha pur sempre un valore.

Detto in altri termini, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Stavolta, però, devo fare una precisazione. Più urgente – dal mio punto di vista – di quella che avevo fatto sull’appello dei tre giuristi, perché in questo caso è in gioco il corpo delle donne, come dice Lorella Zanardo. E l’appello delle donne può trasformarsi in un boomerang nel giro di pochi giorni. Anzi, temo lo sia già diventato.

Innanzi tutto, la questione delle donne non riguarda solo le donne, ma gli uomini e tutti i generi sessuali. Eppure – leggevo su Repubblica ieri – alla Casa delle donne di Roma, in nome di quell’appello, si è registrata «su 400 presenze una disciplinata decina di uomini, tra cui Valentino Parlato, direttore del Manifesto».

E gli altri uomini dove sono? Gli altri generi sessuali? E perché l’appello è lanciato solo da tre donne? Vogliamo chiusure, ghetti, barriere? Vogliamo riprodurre gli errori del femminismo storico?

Inoltre, legare troppo strettamente i problemi delle donne italiane alle uscite infelici del premier è:

  1. a ben pensare, miope;
  2. a mal pensare, cinicamente strumentale.

Miope perché, invece di parlare di donne, si sta mettendo ancora una volta Berlusconi al centro del discorso. La solita questione dell’elefante di Lakoff (ancora, ancora e ancora!). Basta rileggere l’appello per vedere quanto sia grosso l’elefante al suo stesso interno: comincia col premier («È ormai evidente che il corpo della donna è diventato un’arma politica di capitale importanza, nella mano del presidente del Consiglio») e finisce col premier («Quest’uomo offende le donne e la democrazia. Fermiamolo»).

Ma legare la questione femminile al destino del premier può anche essere cinicamente strumentale, perché tutti coloro che vogliono eliminare Berlusconi dalla scena politica ora possono usare il corpo delle donne come un’arma in più.

Credi che, se Berlusconi si dimettesse davvero – o fosse costretto a farlo (certo non grazie ai suoi guai con le donne) – le discriminazioni di genere in Italia sparirebbero per incanto? Io penso di no, perché riguardano la destra come la sinistra, i ceti intellettuali e quelli meno alfabetizzati, i ricchi come i poveri.

Dice l’appello su Repubblica – giustamente – che il corpo delle donne è usato dal premier «come un dispositivo di guerra». In realtà ora il dispositivo è rivolto contro di lui.

Ma è sempre uno strumento. Da usare finché serve. Da gettare nel dimenticatoio quando non servirà più. Comunque vada a finire.

———

Abbiamo già parlato della rilevanza della questione femminile per tutti i generi sessuali:

Non solo donne per le donne

I generi nell’orto

La Banca d’Italia e le donne

Sull’elefante di Lakoff:

Lakoff applicato a Veltroni





Corpi idratanti

9 10 2009

Per fortuna la pubblicità commerciale riesce ancora a regalarci eleganza e originalità.

Come in questo in spot della crema Vaseline Sheer Infusion (un marchio della anglo-olandese Unilever), realizzato dall’agenzia BBH.

Qui il corpo umano – anche femminile – è ben presente.

Ma è rispettato.

E valorizzato.





«It wasn’t rape rape»

8 10 2009

Ho ascoltato con grandissima perplessità le numerose difese d’ufficio che intellettuali, attori, gente di «cultura e spettacolo», come si dice, hanno fatto di Roman Polanski dopo il suo arresto in Svizzera.

Il regista scappò dagli Stati Uniti in Europa nel 1978, quando fu accusato di aver violentato una ragazzina di 13 anni dopo averla indotta a bere e assumere droghe.

È un’accusa pesantissima. Come fa, per esempio, Whoopi Goldberg a difenderlo con tale sicurezza? Era presente durante i fatti? Conosce la ex ragazzina oggi donna? Ha studiato le carte processuali?

«It wasn’t rape rape», dice per cominciare.

Mi pare il solito processo in tv, invece che in tribunale. Come tanti ne vediamo in Italia.





Il tricolore è di destra o sinistra? Ancora l’elefante

7 10 2009

Nei giorni di lutto nazionale per i paracadutisti italiani caduti a Kabul, ho ricevuto da Michele un spunto che mi è parso interessante da condividere. Lo pubblico solo ora perché una certa distanza dalle emozioni di quei giorni aiuta a mantenere lucida la riflessione.

«Volevo sottoporre alla tua attenzione, e al tuo parere, un manifesto del Pd Lazio che in questi giorni circola nel Lazio, e che mi ha lasciato basito.

PD Lazio

Repubblica si limita a notare il problema del tricolore sbagliato in alto a sinistra: rosso, bianco e verde, invece che verde, bianco e rosso. Quello che io invece vedo è una comunicazione che, se non leggessi quel simbolo, attribuirei a tutt’altra area politica. E soprattutto su un tema di stampo nazionalista quale il “culto” dei morti sul campo, tema su cui non mi addentro perché lascio a ognuno il proprio pensiero, e non è quello che mi preme sottolineare in questo momento.

Però vado al succo della faccenda.

Siamo davvero arrivati al punto in cui le prese di posizione/esternazioni della cosiddetta “opposizione” sono dettate dai temi dominanti promossi dalla destra e da questo governo. Un mio amico ha parlato, a proposito, di egemonia culturale.

Siamo al punto che la comunicazione e i contenuti si piegano e sviliscono una storia e una tradizione (a partire da questioncine come la non belligeranza) che faceva parte dei temi fondamentali di quel preciso schieramento – la sinistra.

I temi della sinistra, primi fra tutti l’uguaglianza sociale, sono fuori dall’ordine del giorno da anni ormai (dall’89?). E quando provano timidamente a venire fuori, finiscono ostaggio delle correnti e dei ricatti di questo o quell’altro.

Ma, in compenso, è su temi come l’immigrazione e l’ormai odioso problema sicurezza, che ci si sfida. E quindi c’è l’anomalia: un pensiero dominante, quello del governo e della maggioranza. Un’opposizione da parte della controparte presunta, inefficace, inesistente e che tenta, annaspando, di rincorrere i temi della maggioranza.

E addirittura un’opposizione interna alla maggioranza, quella di Fini scopertosi progressista e “europeo”. Forse mi faccio troppi viaggi a partire da un manifesto, però tra me e i miei amici è nato un ampio dibattito su questa faccenda.

Se c’erano dubbi che il Pd rappresentasse l’epitaffio della sinistra, ne abbiamo avuto, a mio avviso, un nuovo e colossale esempio.»

È il vecchio problema dell’elefante di Lakoff, caro Michele, chiaro e purtroppo ricorrente nel Pd fin dalla nascita. Finché continui a strillare «Non pensare all’elefante!», la gente pensa all’elefante e tu perdi terreno. E credibilità. E voti.

Ne abbiamo già parlato qui:

Lakoff applicato a Veltroni

I miei dubbi su Debora Serracchiani

I miei dubbi su Debora Serracchiani 2

Sull’uso del tricolore da parte del Pd, vedi anche:

Quando il logo non c’entra. E soprattutto non basta





Attenzione, fotoritocco

5 10 2009

Sappiamo tutti – si dice – che i corpi fotografati in pubblicità e sui rotocalchi ci appaiono belli, smaglianti, perfetti, grazie a Photoshop. Sarà, ma ogni volta che ne parlo in pubblico, trovo sempre alcuni – troppi! – che fanno la faccia stupita. E in parte hanno ragione, perché la forza dell’immagine fotografica è tale che t’illudi sia realistica anche se ti spiegano che è fittizia.

Il 15 settembre scorso la deputata conservatrice Valérie Boyer ha presentato all’Assemblea Nazionale francese una proposta di legge sulle fotografie di corpi umani ritoccate con strumenti digitali.

La legge, se sarà approvata, imporrà di accompagnare tutte le immagini in questione con questa dicitura: «Fotografia ritoccata per modificare l’apparenza corporea di una persona». Il non rispetto dell’obbligo sarà punito con una multa che va da un minimo di 37.500 euro alla metà del costo dell’intera campagna pubblicitaria.

La proposta di Valérie Boyer si inserisce in un lavoro complessivo di lotta contro la «rappresentazione erronea dell’immagine del corpo nella nostra societa» e di prevenzione dei disturbi alimentari (anoressia e bulimia, ma non solo) che in Francia affliggono fra 30.000 e 40.000 persone, soprattutto ragazze giovani.

Infatti – si legge nella motivazione della proposta (QUI il testo originale) – le immagini di corpi umani ritoccati in modo che appaiano innaturalmente perfetti «possono indurre alcune persone a credere a realtà che, spesso, non esistono». E queste credenze – spiegano da anni gli psicologi – unite a un complesso di fattori personali e familiari, concorrono a determinare molti disturbi alimentari, i più gravi dei quali possono portare a svariati problemi fisici e alla morte (per approfondire, scarica queste dispense).

Ovviamente, non basta inserire un avviso sotto le fotografie ritoccate con Photoshop per risolvere tutto. Ma è un primo passo concreto, e soprattutto, il segnale di un’attenzione più ampia al problema, perché la proposta vuole inserire la legge nel codice di salute pubblica, e in particolare nel capitolo «Alimentazione, pubblicità e promozione», da rinominare come «Alimentazione, rappresentazione del corpo, pubblicità e promozione».

Non credi al lavoro più ampio? Allora studiati il «Rapporto n. 791 della Commissione di affari culturali, familiari e sociali per combattere l’incitazione all’anoressia».

Non credi che con Photoshop si possa modificare un’immagine fino a farle contraddire la realtà? Allora guarda il video qua sotto, che mostra come si passa da Angela Merkel a Paris Hilton.

Abbiamo già parlato di questo argomento:

Bellezze photoshoppate

Nessuno vuol guardare la gente brutta





Identikit degli stagisti italiani

2 10 2009

La Repubblica degli stagisti sta organizzando un sondaggio sugli stage in Italia, per rispondere a queste domande:

  1. Lo stage riesce davvero ad aprire le porte del mercato del lavoro, serve per completare la formazione?
  2. Chi sono gli stagisti italiani?
  3. Quanti anni hanno, che studi hanno fatto?
  4. Cosa si aspettano – e cosa ottengono – dallo stage?

Se nella tua vita hai fatto almeno uno stage, puoi partecipare al sondaggio, completamente anonimo, per aiutare la Repubblica degli stagisti a tracciare, come dicono loro, un identikit degli stagisti italiani.

Ci vogliono solo 5 minuti e puoi farlo entro martedì 6 ottobre.

QUESTO È IL LINK.