Archivio Mensile: gennaio 2010

Spreaker

Elena mi segnala la community di Spreaker, una social web radio in cui tutti i contenuti sono prodotti dagli utenti.

Creare uno show o un intero palinsesto su Spreaker è facile, perché:

  1. da una dj console puoi realizzare i tuoi show senza dover scaricare alcun software;
  2. il servizio è completamente gratuito;
  3. gli utenti possono concentrarsi sulla creazione di show di qualità e ognuno è libero di definire un palinsesto personalizzato per aggregare gli show.

Spreaker mi pare interessante perché sposta il paradigma dalla produzione di una radio completa all’essere autori di un singolo show. Inoltre permette di creare qualsiasi tipo di show radiofonico live: audio blog, newscasts, entertainment, talk radio, dirette sportive e quello che ti pare. Anche inventando generi nuovi.

Ma soprattutto è organizzato come una community, perché sono gli utenti a promuovere il proprio show o quello degli amici, oltre che sul sito, anche su facebook e altri social network.

Per ulteriori informazioni puoi scrivere a Elena, community manager di Spreaker:

elena.artico chiocciola spreaker.com

Mi piacerebbe avere notizie e commenti da lettori di questo blog che frequentino la community o comincino a farlo dopo questo post.

Idea per la tesi: dopo almeno un mese di pratica nella community, è possibile venire a ricevimento per concordare una tesi di laurea triennale.

Delbono in tv 2

A completare il post di ieri, oggi su Repubblica Bologna è uscito un mio editoriale.

(E con questo, per un po’ la smetto su questo tema. Prego chi non vive a Bologna di immaginare quanto sia desolante, qui, la situazione. :-( )

Andare in tv in quel modo peggiora solo la situazione

Martedì sera Flavio Delbono era a “Otto e mezzo”, nella sua prima apparizione televisiva dopo il cosiddetto Cinzia-gate. La sera prima, Gad Lerner aveva annunciato che lunedì prossimo sarà anche a “L’infedele”. Forse sono previste altre apparizioni che non so.

Dal punto di vista comunicativo non è un’idea felicissima, né per il Pd locale né per quello nazionale, che Delbono entri nei palinsesti nazionali con la strategia comunicativa che ho visto in atto da Lilli Gruber.

Innanzi tutto, ha cominciato e concluso l’intervento lamentando come in Italia sia sempre più diffuso il costume di strumentalizzare a fini politici faccende “personali”, per trasformarle in questioni giudiziarie e impedire ai leader di amministrare la cosa pubblica. Ora, l’uscita non è affatto casuale, perché lunedì pomeriggio Delbono aveva detto cose analoghe anche ai giornalisti locali, subito dopo aver annunciato le dimissioni. È lampante lo stile berlusconiano di queste dichiarazioni. Il che non sarebbe in sé un male, dal punto di vista strettamente comunicativo (Berlusconi è un ottimo comunicatore), se non fosse che in questo  caso produce un triplo risultato negativo per il Pd.

Primo, fa un regalo non richiesto (e sicuramente gradito) al centrodestra, che si vede rinforzata da sinistra la posizione che da sempre il Presidente del consiglio tiene sulle sue vicende giudiziarie e personali.

Secondo, riproduce per l’ennesima volta l’errore comunicativo di base che tutti i leader del Pd fanno sempre: se non parlano di Berlusconi esplicitamente, vi alludono implicitamente, imitando tratti fondamentali della sua comunicazione o addirittura riproducendo alcuni suoi contenuti.

Terzo, uno stile smaccatamente berlusconiano in un leader del Pd disorienta la componente “dura e pura” dell’elettorato del partito, componente ancora forte soprattutto in Emilia-Romagna, dove si digerisce a fatica una separazione così netta delle questioni personali ed etiche dalla politica. Questa cattiva digestione, oltre ad addolorare i militanti della vecchia leva e molti giovani (basta leggere le reazioni in rete), contraddice il significati profondi che erano impliciti nell’atto di dimissioni: Delbono aveva dichiarato di dimettersi per il bene della città, e per potersi difendere con più tranquillità se rinviato a giudizio. Non per riapparire il giorno dopo sotto i riflettori della televisione nazionale, con una strategia comunicativa che per giunta porta acqua al mulino degli avversari.

Lo sconcerto che questo cumulo di contraddizioni produce in molti elettori Pd rischia di portar via voti al partito locale. La ribalta nazionale rischia di amplificare il problema anche fuori dall’Emilia-Romagna.

Delbono in tv

Ieri Flavio Delbono era da Lilli Gruber a Otto e mezzo.

Come dicevo, il Pd sbaglia a mandarlo in tv per molte ragioni. Ne dico solo due.

Innanzi tutto non ha una mimica facciale rassicurante (troppo nervoso, sembra abbia qualcosa da nascondere), né adatta a fare simpatia in quel contenitore: non sorride quasi mai, piega la bocca come fosse schifato dall’interlocutore, e si vede all’istante se una domanda lo sorprende, lo mette in difficoltà o se invece se l’aspettava. Si può imparare a esercitare un controllo sui propri muscoli facciali, ma non si fa in pochi giorni. Ieri era lievemente meglio del solito, ma solo lievemente.

Ma oltre alle questioni «di faccia» – che capisco possano fare storcere il naso a coloro che, specie nel centrosinistra, ancora credono che queste cose in politica non contino – ci sono errori fondamentali nei contenuti che Delbono porta in televisione.

Il più grave? Ieri dalla Gruber ha cominciato (e concluso) il suo intervento lamentando il fatto che in Italia sia sempre più diffuso il costume di strumentalizzare a fini politici questioni giudiziarie e personali per impedire ai leader di governo e amministrazione di fare il loro lavoro.

Immagino la soddisfazione e il godimento interiore di Silvio Berlusconi quando ha sentito o gli hanno riferito queste dichiarazioni. Probabilmente neppure lui – che pure queste cose è capacissimo di provocarle ad hoc – si sarebbe immaginato un regalo del genere dai suoi avversari politici.

Puoi vedere la puntata di ieri sul sito di Otto e mezzo. In ogni caso, la posizione di Delbono era più o meno quella espressa il giorno prima ai giornalisti di Repubblica Bologna.

Flavio Delbono: l’epilogo

Come tutti sanno, ieri pomeriggio Flavio Delbono ha fatto dietrofront rispetto a quanto dichiarato sabato (vedi il post di ieri) e si è dimesso.

A sinistra la mossa è già stata salutata – inevitabilmente – come un chiaro segno di trasparenza e «differenza» del Pd rispetto al Pdl.

Un esempio per tutti la dichiarazione di Romano Prodi, che aveva appoggiato Delbono durante la campagna elettorale: «Il suo è un gesto di grande sensibilità nei confronti di Bologna. [Le sue dimissioni] dimostrano un senso di responsabilità verso la comunità che va al di là dei propri obblighi e delle proprie convenienze. Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali» (Repubblica, 25 gennaio 2010).

Prevedo che dichiarazioni di questo tipo si moltiplicheranno nei prossimi giorni, per rincarare gli attacchi a Berlusconi: laddove questi non si dimette mai, i leader del Pd (da Del Turco a Marrazzo, fino a Delbono) lo fanno subito. Come per dire: noi guardiamo al bene comune e se sbagliamo paghiamo, Berlusconi no.

Purtroppo però non vedo le dimissioni di Delbono come un indice di maggiore trasparenza, né di maggiore attenzione al bene comune, ma come un segno di debolezza del sistema di alleanze economiche, sociali e politiche che lo ha sorretto.

In altre parole, il Pd e la sua rete economico-sociale non hanno né il potere né la cultura per seguire fino in fondo le strategie di tipo berlusconiano che pure, per qualche giorno, Delbono e i suoi avevano tentato. Neppure in Emilia-Romagna, dove il sistema è dominante da molti anni, con scarse o nulle alternative.

Ieri Gad Lerner ha annunciato che Delbono sarà ospite de «L’infedele» la prossima settimana. Spero che non ci vada.

Se il Pd vuole perdere altri voti, non ha che mandarlo in tv. Ma su questo torneremo.

Tristi analogie

Negli ultimi giorni le vicende di Flavio Delbono, sindaco di Bologna, hanno guadagnato le prime pagine nazionali. I bolognesi ne avrebbero fatto volentieri a meno, visto che è l’ennesimo scandaletto pubblico italiano, con figura femminile mestamente annessa.

Delbono è indagato da un mese per peculato e abuso d’ufficio assieme alla sua ex fidanzata e segretaria Cinzia Cracchi, e da qualche giorno anche per truffa aggravata. In questione sono alcuni viaggi che l’attuale sindaco avrebbe fatto, assieme alla sua ex compagna, ai tempi in cui lui era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e lei sua segretaria. Viaggi che dovevano essere di lavoro, ma vi fu aggiunta una non chiarita coda di vacanze. Poi c’è di mezzo pure un bancomat che lui diede alla ex fidanzata e altro su cui non mi dilungo.

Come nasce il caso? Dalla Cracchi che, mesi dopo la fine della relazione, durata sette anni, pensa bene di spifferare ad Alfredo Cazzola, avversario politico di Delbono, le presunte stranezze amministrative dell’ex fidanzato. Il quale Cazzola decide di usare politicamente le confessioni della signora, prima in campagna elettorale per le amministrative, ora in campagna per le regionali.

Detto questo, finché la magistratura non avrà fatto chiarezza, vale la presunzione di innocenza. Ma comunque vada a finire, è una storiaccia che fa già tanta tristezza così com’è, per almeno due motivi.

In primo luogo, perché rispecchia lo stato di endemica subalternità delle donne italiane: innanzi tutto economica, quindi sociale e poi, giù giù nel privato, anche affettiva e relazionale.

In secondo luogo per alcune sorprendenti somiglianze fra come Delbono sta gestendo la comunicazione sulla vicenda e alcune uscite del più recente Berlusconi. Il Berlusconi deteriore, intendo, quello che accusa i colpi e li para in malo modo. Lo aveva notato anche Michele Smargiassi domenica 17 gennaio:

«Il brutto regalo di Natale del gip, proprio perché inatteso, ha rischiato di trascinare il sindaco e i suoi sostenitori verso reazioni di tipo berlusconiano. Scartata appena in tempo la tentazione di attaccare i magistrati (il «perché proprio ora?» che circolava nello staff del sindaco nei giorni di fine anno e alludeva all’imminenza della campagna elettorale), sfiorata quella di invocare il consenso contro il controllo («Su questa vicenda si sono già espressi i cittadini eleggendo Delbono», dichiarò il segretario Pd De Maria), la scelta era stata alla fine di ripiegare su una ostentazione di tranquillità: «il sindaco non ha niente da dire e non parlerà neanche nei prossimi giorni», era diventata la litania dei portavoce» (Michele Smargiassi, Repubblica Bologna, 17 gennaio 2010).

Invece Delbono è uscito dal silenzio. Ma le cautele che una settimana fa Smargiassi metteva nell’accostamento («appena in tempo», «tentazione», «sfiorata») rischiano di cadere («rischiano»: un’altra cautela, mia stavolta, che dipende da come andrà a finire) di fronte all’ennesima somiglianza. Sabato 23 gennaio infatti il sindaco ha dichiarato:

«Non mi dimetto nemmeno se mi rinviano a giudizio».