Archivio Mensile: ottobre 2010

Calzedonia risponde

Qualche ora fa ho ricevuto una risposta al mio post La mestizia Calzedonia è di nuovo con noi da Angela Picin dell’ufficio marketing di Calzedonia.

Picin non entra nel merito della questione principale sollevata dal post e dalla discussione successiva, ma si sofferma solo su due punti:

«Gentile Dott.ssa Giovanna Cosenza e gentili utenti del blog DIS.AMB.IG.UANDO,

Sono Angela Picin e lavoro all’ufficio marketing di Calzedonia.

In merito ai commenti generati dal post della Dott. ssa Giovanna Cosenza sullo spot Calzedonia desideravo precisare due soli punti:

• Calzedonia non ha alcun legame di natura commerciale, sociale od economica con il gruppo Omsa, che allo stato delle cose, altro non è che un nostro competitor dall’interno dello stesso segmento di mercato.

• Per quanto riguarda il canale Ufficiale Calzedonia su YouTube segnalo che abbiamo deciso,nel rispetto di tutti i visitatori, minorenni inclusi, di chiudere i commenti al video spot perché alcuni utilizzavano un linguaggio eccessivamente scurrile e volgare.

Ringraziandovi per lo spazio concesso vi saluto. Angela Picin»

Giovani talenti e TNT

Mi scrive Giulia, che si è laureata con me un anno e mezzo fa:

Ciao Giovanna,
un giorno che ti vuoi divertire potresti fare un post su TNT, il festival dei giovani TaleNTi italiani, www.festivaltnt.it.

Dal «video emozionale» (è proprio il titolo del video) fino al comunicato stampa (se vuoi farti due risate leggi «sintesi»), è tutto un fantastico susseguirsi di retorica inutile e incapacità comunicativa, il tutto nel nome della «meritocrazia» (la parola più «in» del momento, o no?).

Non varrebbe la pena di spenderci due parole se non fosse che, naturalmente, lo sovvenzioniamo noi tutti.»

In effetti è fin troppo facile smontare la retorica con cui il Festival TNT (l’esplosivo? il fumetto Alan Ford? l’album degli AC/DC?) del Ministro della Gioventù scimmiotta la creatività e i giovani mettendo in bocca un po’ di ovvietà a una manciata di testimonial più o meno privilegiati.

Allora facciamo così: fatti un giro sul sito www.festivaltnt.it, guardati il video cosiddetto «emozionale» e, se il gioco ti piace, divertiti tu.

:-D

Pronto? No che non mi disturbi, sto guidan…

Gli incidenti stradali sono determinati da tre fattori principali: l’infrastruttura stradale, il veicolo e l’errore umano.

Negli ultimi anni diverse ricerche americane, europee, e ora finalmente anche italiane, hanno identificato in particolare nella distrazione la causa fondamentale di errori per chi guida un veicolo.

La distrazione è definita dal National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) «una deviazione di attenzione dal compito primario, che è quello di guidare, a causa di altre attività visive, cognitive, uditive, o biometriche».

Secondo la «Ricerca demoscopica sui comportamenti alla guida» pubblicata quest’anno dalla Fondazione Ania, la distrazione alla guida porta a queste conseguenze:

  1. I tempi di reazione di chi guida e nello stesso tempo usa un dispositivo elettronico si riducono del 50%.
  2. A una volocità di 110 km orari chi parla al cellulare fa 14 metri in più prima di fermarsi.
  3. La distanza di arresto diventa di 39 metri se si guida col cellulare (8 metri se si usa l’auricolare o il kit vivavoce).
  4. Usare un dispositivo elettronico abbassa la soglia di attenzione rendendola simile a quella di chi guida con un tasso alcolemico di 0,8 g/l.
  5. Per chi parla al cellulare il rischio di fare incidenti aumenta di 4 volte.

In concomitanza con l’uscita della ricerca, la Fondazione Ania ha lanciato la campagna «Pensa a guidare» (agenzia McCann Erickson Italia), che ci accompagna da alcuni mesi.

È la prima campagna italiana per la sicurezza stradale che cerchi (lontanamente, molto lontanamente) di allinearsi con quanto fanno da anni i governi e le istituzioni di molti paesi nel mondo (dagli USA alla Francia, dall’Austrialia al Regno Unito), per mettere in guardia le persone dai disastri di morte e gravi menomazioni che può produrre una minima distrazione alla guida di un veicolo.

All’estero le campagne mostrano immagini molto esplicite delle conseguenze di incidenti stradali (sangue, funerali, disperazione): abbiamo visto l’anno scorso un video inglese che fu girato assieme ai ragazzi delle scuole superiori del south Wales e che da noi non passerebbe mai (vedi Comunicazione sociale e realismo inglese).

La campagna «Pensa a guidare» si ferma cinque passi in qua. Ma è sempre meglio di niente.

Questi gli annunci stampa/affissioni (clic per ingrandire):

«Pensa a guidare» annunci stampa e affissioni

Questi gli spot: (Per inciso: nota le differenze. Quello sul telefonino, che riguarda tutti, è il meno esplicito. Quello sul rossetto non solo è il più esplicito, ma finisce su una carrozzina… A te le considerazioni).

 

La mestizia Calzedonia è di nuovo con noi

L’anno scorso in ottobre uscì lo spot Calzedonia che declinava al femminile l’inno di Mameli: «Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta…», ricordi? Scoppiò la polemica, cui per diversi giorni contribuirono uomini politici, giornalisti, conduttori televisivi: tutti scandalizzati per il vilipendio all’inno. Lo spot fu denunciato allo IAP, che con pronuncia del 10 novembre 2009 ne ordinò la cessazione.

Allora parlai di doppia tristezza per le donne (La doppia tristezza dello spot Calzedonia). La prima perché, anche se formalmente l’accusa era quella di sfruttare l’inno per scopi commerciali, in realtà si era turbati dalla sua declinazione al femminile. Proprio in quei giorni, infatti, la Costituzione era usata da Ikea per vendere mobili («L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul riposo»), ma nessuno si lamentò.

La seconda tristezza a carico delle donne era più sottile, infida, tanto che molte commentatrici, su questo blog e in rete, la considerarono una mia esagerazione: a loro lo spot piaceva.

Dal mio punto di vista, invece, Calzedonia metteva in scena i soliti stereotipi femminili, il che era triste. Se vuoi magnificare le donne fino al punto di introdurle nell’inno nazionale – mi dicevo allora – rappresentale in modo più vicino alla realtà: mettici donne anziane, giovani rotondette, adolescenti col piercing, bambine di colore. Concediamo pure che siano belle, dolci, smaglianti, ma diverse perché no?

A questa domanda Micaela Trani (art director) e Antonio Gigliotti (copywriter) dell’agenzia Saatchi & Saatchi, ideatori della campagna, diedero la risposta che i pubblicitari danno sempre in questi casi: gli stereotipi ci sono perché li vuole il pubblico (vedi Risposte stereotipate per spot stereotipati).

E così, a distanza di un anno, Calzedonia ci propina di nuovo lo spot . Ovviamente privato dell’inno e accompagnato da femmineo lamento, mentre scorrono queste parole: «A chi sorride [sulla ragazza che all'inizio sorride], a chi segue una passione [sulla ragazza in scooter col ragazzo], a chi ha un sogno [sulla bambina che viene pettinata], e a tutte le sorelle d’Italia che non hanno bisogno di parole [leggi: convenzionalmente belle, sorridenti e... mute!].

Chicca finale e coda di paglia di Calzedonia: sul suo canale YouTube ufficiale, dove appare lo spot, i commenti sono stati disattivati.

La mestizia continua. :-(

 

Vendola e la retorica dell’accumulo

Ho seguito i discorsi di Nichi Vendola al primo congresso di Sinistra Ecologia Libertà, che si è tenuto a Firenze dal 22 al 24 ottobre e si è concluso acclamandolo presidente. Confermo quanto detto nei miei post precedenti:

(1) La sua novità (e forza) principale è introdurre nel discorso politico i temi fondamentali della vita umana: le relazioni fra le persone, il corpo, le debolezze psicologiche e fisiche, l’invecchiamento, l’amore, il dolore, la morte, il lavoro visto nella sua quotidianità, l’ambiente, anche questo visto nelle conseguenze quotidiane che curarlo o danneggiarlo comporta (vedi Il linguaggio di Vendola (3)).

(2) Il suo difetto principale sta nell’usare troppo spesso un lessico colto (senza spiegarlo) e una sintassi logica e grammaticale involuta, a tratti simile a quella del burocratese tipico della vecchia politica: troppi incisi, troppe proposizioni subordinate, troppe citazioni e riferimenti impliciti, troppe divagazioni fanno perdere il filo del discorso anche a chi lo segue con attenzione e conosce tutti i riferimenti dotti che Vendola sciorina. Figuriamoci chi non li conosce. Figuriamoci chi si distrae (vedi Il linguaggio di Vendola (2)).

(3) Ottima la sua capacità di produrre metafore, ossimori e altre figure retoriche: va riconosciuta a Vendola un’abilità linguistica superiore alla media, che però dal mio punto di vista andrebbe incanalata e sfruttata per produrre pochi slogan semplici e densi, invece di continuare moltiplicarli come fa ora (vedi Il linguaggio di Vendola (1)).

Aggiungo un’osservazione che riguarda proprio quest’ultimo aspetto: l’accumulo. Vendola moltiplica e affastella simboli, oltre che parole. Li accumula, ne fa mucchi contraddittori. Mette assieme Cristo in croce e «Bella ciao», Aldo Moro e il subcomandante Marcos, Feuerbach e Vandana Shiva, Marx e la Bibbia, gay pride e femminismo, taranta pugliese e social network, Sud Sound System e melodramma italiano, favole di provincia e prospettiva globale.

Contraddittorio? No, movimentista: la logica non è diversa da quella con cui, dopo Seattle a fine 1999, i movimenti No Global dei primi anni 2000 hanno portato in piazza persone di diverse culture, etnie, provenienze geografiche, ideologie. Nel caso dei movimenti, però, la cancellazione delle differenze era tutta legata a quel NO della dizione «No Global»: tutti accomunati dal dire no alla stessa cosa (un po’ come oggi fa il Popolo Viola con i No B-Day).

Nel caso di Vendola, invece, tutto si tiene negli equilibrismi delle sue parole. Lui solo ci riesce: a chi lo ama non resta che applaudire o, quando può, abbracciarlo, toccarlo.

Il rischio, allora, è il feticismo del capo e l’afasia di chi lo segue. E dietro gli afasici ci può stare di tutto: gente capace ma anche incapace, mediocre. Gente pronta a far riesplodere le contraddizioni appena lui si allontana.

Discorso finale di Vendola al congresso di SEL, Firenze, 24 ottobre 2010, prima parte:

Discorso finale di Vendola al congresso di SEL, Firenze, 24 ottobre 2010, conclusione: