Archivi del mese: gennaio 2011

Qualche riflessione su Egitto, Tunisia… e noi

Della rivolta in Egitto si potrebbero dire molte cose. Comincio da quelle che finora mi hanno più colpita.

Innanzi tutto l’ambivalenza del rapporto fra Stati Uniti e Egitto: inevitabile dal punto di vista diplomatico, inquietante per i comuni mortali. Le relazioni formali di Obama con Mubarak sono sempre state eccellenti – l’Egitto è un alleato strategico in medio oriente – ma numerosi dispacci su WikiLeaks hanno mostrato che, dal suo insediamento, Obama ha sempre appoggiato i dissidenti egiziani. E nelle sue dichiarazioni, due giorni fa, è riuscito a essere coerente sia con il comportamento sotterraneo che con quello ufficiale.

(Leggi per esempio, sul New York Times, «Cables Show Delicate U.S. Dealing with Egypt’s Leaders», by Marc Landler; o consulta i dispacci di WikiLeaks, facendo una ricerca con “Egypt” nell’apposita (e splendida!) sezione del Guardian: US Embassy Cables: the documents+Egypt.)

In secondo luogo sono andata a guardarmi alcuni dati.

Il reddito medio dell’Egitto è 4665 euro lordi all’anno (vedi la puntata de L’infedele del 17 gennaio 2011), ma secondo Internetworldstats ben il 21,2% della popolazione accede a internet: molti, rispetto alla povertà media, il che spiegherebbe il ruolo importante che internet ha avuto nel diffondere e incanalare lo scontento popolare.

Se poi facciamo un confronto con gli altri paesi del Maghreb in cui sono scoppiate le rivolte, scopriamo che in Tunisia il reddito medio è 7100 euro all’anno e il 34% della popolazione usa internet: più ricchezza più internet più proteste, verrebbe da pensare. E invece no, perché in Algeria il reddito medio è 5568 euro, ma l’accesso a internet riguarda solo il 13% della popolazione.

Internet è importante, dunque, ma non basta. E la relazione fra uso della rete e rivolte popolari non è mai lineare, né semplice (leggi cosa ne ha scritto Vittorio Zambardino QUI e QUI).

Altre considerazioni emergono dal confronto con l’Italia. Alcuni sono infatti tentati di paragonare i moti nordafricani con le piazze italiane di fine 2010: dagli studenti alla Fiom. Ma vediamo.

In Italia l’accesso a internet, per quanto più basso della media europea (che è del 58,4%), è comunque molto più alto che in nord Africa, perché riguarda il 51,7% della popolazione. Ciò indubbiamente favorisce l’organizzazione delle piazze.

Ma il reddito medio che gli italiani dichiarano al fisco (dati 2008) è intorno ai 18.000 euro lordi all’anno. Ora, poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che in realtà sia superiore. Ma poiché le statistiche fanno sempre torto ai più deboli (se io mangio un pollo e tu niente, risulta che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa), andiamo a guardare anche i redditi più bassi degli operai Fiat: ebbene, vanno da 11.000 a 14.000 euro annui lordi.

Insomma, l’italiano medio sta molto meglio di un egiziano, tunisino, algerino medio. E persino gli italiani che stanno peggio, in realtà stanno meglio dei nordafricani (per quanto ancora?).

Infine, per capire una differenza cruciale fra le piazze algerine, tunisine, egiziane e le nostre, pensiamo a questo. L’età media delle popolazioni del nord Africa è 27 anni. L’età media degli italiani è circa 50 anni e i giovani fra 15 e 24 anni, quelli che dovrebbero trainare proteste e rivolte, sono solo il 10% della popolazione. Il che vuol dire 6 sparuti milioni. Di cui il 28,9% sono disoccupati. Molti, dal nostro punto di vista. Pochissimi dal punto di vista di un maghrebino, dove in certe aree la disoccupazione giovanile supera il 70%.

Al Jazeera: «In pictures: Egypt in Turmoil»

President Obama on the Situation in Egypt

Perché Berlusconi e i suoi ripetono sempre le stesse cose

In questi giorni coloro che difendono Berlusconi sui media si ripetono più del solito. C’è un piccolo elenco di argomenti a favore del premier che vengono ripetuti ossessivamente:

  1. Berlusconi è vittima di una persecuzione da parte della magistratura;
  2. i media mentono e fanno solo gossip (su di lui come su tutti: non a caso si sollevano scandali anche su Gianfranco Fini e Ilda Boccassini);
  3. lo stile di vita privato di Berlusconi non c’entra con le sue capacità politiche;
  4. le intercettazioni sono una violazione della privacy che «potrebbe capitare anche a voi»;
  5. la presunzione di innocenza va rispettata, per lui come per tutti, fino a che non ci sarà una sentenza in tribunale.

Non occorre entrare nel merito dei vari punti (né completare l’elenco se ho dimenticato qualcosa): è il semplice fatto di ripeterli a renderli sempre più forti. Sempre più veri.

Che ripetere un argomento serva ad aumentarne la credibilità può sembrare banale, ma molti studi psicologici lo dicono da anni: le persone credono di più a ciò che hanno già sentito ripetere più volte (vedi per esempio questo articolo del 1992 su «The Journal of Experimental Psycology»).

Alcuni studi hanno addirittura verificato quante volte un messaggio debba essere ripetuto per ottenere la massima credibilità: non troppe – pare fra le 3 e le 5 – perché altrimenti si corre il rischio di ottenere l’effetto contrario (vedi The Illusion of Truth, ringrazio Paolo Leonardi per avermelo segnalato).

Dopo un po’, insomma, occorre fare variazioni sul tema. Nel nostro caso, ad esempio, basta mandare nei talk show persone diverse (oggi Gelmini, domani Santanché o Bernini, vedi Donne che difendono Berlusconi), o far scrivere su testate diverse da giornalisti diversi la stessa cosa.

Ecco perché – fra l’altro – non è furbo che i leader dell’opposizione ripetano gli stessi argomenti che vogliono combattere: non fanno che rinforzarli.

Nello stesso talk show, poi, vince – ancora! – la persona che ripete: secondo questo studio pubblicato nel 2007 sul «Journal of Personality and Social Psychology», le persone credono di più a chi, in un gruppo, ripete più volte la sua opinione, rispetto a chi la dice una sola volta. Il ripetitore sembra più sicuro di sé e perciò più convincente; inoltre, alla fine, molti penseranno che la sua opinione rappresenti l’intero gruppo.

Tutto ciò per fortuna è vero solo per destinatari distratti e frettolosi: se un interlocutore è attento e si prende tempo per ragionare, un argomento debole non riesce a convincerlo neppure se ripetuto. Il che è abbastanza intuitivo, oltre che dimostrato sperimentalmente (vedi Moons et al. 2009).

Ma quanti guardano la tv in modo attento? E quanti argomenti in difesa di Berlusconi sono davvero deboli? La presunzione di innocenza, per esempio, è un argomento forte. E come non essere d’accordo sul fatto che anche i giornali più seri puntino ogni giorno sul gossip per aumentare le vendite?

Le italiane sono messe male e non lo sanno

A Ballarò spesso si proiettano i risultati dei sondaggi che il programma commissiona a Ipsos Italia. Quelli esposti nella puntata del 25 gennaio mostravano che lo scandalo Ruby sta tutto sommato riducendo di poco il gradimento e la fiducia che gli italiani riservano al premier e al PdL.

Stavo scorrendo svogliatamente le varie percentuali – non diverse da altre già viste in questi giorni – quando mi ha colpita questo cartello.

Alla domanda «a confronto con gli altri paesi, la figura femminile in Italia è…», gli italiani intervistati hanno risposto così:

L'immagine femminile in Italia

Detto in altre parole, l’Italia è al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico.

Cioè veniamo dopo (prevedibilmente) Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, che stanno ai primissimi posti, ma siamo più in basso anche di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera (anche questo, abbastanza prevedibile) e più in basso persino (meno prevedibile) di paesi come Thailandia, Filippine, Sud Africa, Mozambico, Argentina, Slovenia, Cile, Bulgaria, Cina (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Insomma in Italia le donne sono messe male. Molto male. Eppure il 51% degli italiani si illude ancora che siano né più e né meno come negli altri paesi, dove per altri paesi – suppongo – intervistatori e intervistati avranno pensato a qualche vicino di casa.

Ma nessuno – neppure a Ballarò, dove pure si è proiettato il cartello – si è preoccupato, in questi giorni, di commentare questo sondaggio. Né di farne altri per approfondire l’argomento.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

La telefonata di Berlusconi a Lerner in 10 punti

Il 24 novembre scorso, dopo l’ultima telefonata di Berlusconi a Ballarò, avevo evidenziato gli elementi che ormai hanno codificato, in quella trasmissione, la telefonata di Berlusconi come un rituale di conferma del capo: il volto di Floris che all’inizio si illumina, le riprese in campo lungo dall’alto (come dire: Berlusconi sopra, gli altri sotto), i primi piani sui gesti impacciati e nervosi degli ospiti che Berlusconi accusa di mentire (il tema è sempre quello) e sulle facce gongolanti di quelli consenzienti.

Puntualmente, poi, Floris cerca di interromperlo e non ci riesce, di fargli domande e non ci riesce, gli dice di stringere e l’altro continua; infine Berlusconi riattacca e l’impaccio di Floris, anche dopo, resta evidente per molti secondi.

Ben diversa è la telefonata di Berlusconi a L’infedele il 24 gennaio:

  1. Il conduttore è sempre ripreso dal basso, il che lo mette in posizione dominante, e sta ben dritto con le braccia dietro la schiena (un po’ troppo impettito per non apparire teso: era meglio più rilassato, magari con le braccia conserte).
  2. Non c’è alcuna gigantografia di Berlusconi in studio, ma una sua piccola foto, sorridente, accompagna la scritta «in collegamento telefonico l’on. Silvio Berlusconi» (onorevole, non presidente).
  3. Quando Berlusconi accusa la conduzione di essere «spregevole», «turpe», «ripugnante», il mezzo piano su Gad Lerner silenzioso ne mostra il volto accigliato e contratto, come di uno che sta dignitosamente accusando i colpi; e tuttavia guarda dritto in camera, come se stesse fronteggiando alla pari l’avversario: bene, è ciò che ieri a Ballarò quel genio semiologico di Maurizio Crozza ha definito un «incrocio fra Clint Eastwood e un mastino napoletano». :-)
  4. Purtroppo, quando Lerner risponde «Lei ha già insultato abbastanza», distoglie lo sguardo e lo rivolge ai suoi in studio: sarebbe stato meglio avesse risposto continuando a guardare in camera.
  5. Il regista e l’operatore colgono la difficoltà di Lerner e passano al campo lungo, sempre dal basso, mentre Lerner dice «Perché non va dai giudici, invece di insultare»: bene, gli dà il tempo di riprendersi.
  6. Infatti Lerner si riprende, rilassa le braccia, le porta davanti, si prepara a reagire. E reagisce, guardando sempre in camera: «Essendo lei anche il mio presidente del consiglio, la prego di moderare i termini». Ottima frase, ma sarebbe stato meglio che lo sguardo in camera e la posizione della testa non fossero lievemente dal basso verso l’alto, ma allo stesso livello della camera, per parità con l’avversario.
  7. Mentre Berlusconi tesse le lodi di Nicole Minetti, Lerner è di nuovo impacciato (tenta una frase ma la interrompe) e la camera torna in campo lungo (bravo, il regista!); poi riprova col mezzo piano ma l’impaccio di Lerner continua, e allora torna in studio (ri-bravo!), dove Lerner si muove un po’ nervosamente urlando sopra Berlusconi, riferito alla Minetti «E questo le consente di saltare la gavetta della politica?»; nel frattempo un cenno di fischio e un applauso accompagnano le parole di Berlusconi: è gazzarra, nessuno segue più le parole di nessuno.
  8. Quando Berlusconi dice «le cosiddette signore presenti», Lerner risponde alzando un braccio e protendendosi in avanti «Le signore non sono cosiddette…», la camera allora torna al mezzo piano (bravo!) e infatti Lerner è in pieno attacco, col braccio teso e il dito puntato: «… e lei è un cafone se le chiama così!».
  9. Per alcuni secondi Lerner guarda dritto in camera, sempre con l’espressione a metà fra Clint Eastwood e il mastino napoletano: bene; infine dà le spalle alla camera, ma solo per rivolgersi a Iva Zanicchi mentre Berlusconi la invita ad andarsene, cosa che lei non farà.
  10. Il tutto si chiude fra urla e fischi, che però Lerner quieta subito.

In conclusione, mentre le telefonate a Ballarò finiscono puntualmente con 2 a 0 per Berlusconi, la telefonata a Gad Lerner è un dignitoso 1 a 1.

L’ossessione del link

L’ultimo numero di Multiverso, la rivista dell’Università di Udine edita da Forum Editrice Universitaria Udinese, è dedicato al LINK e sarà presentato sabato 28 gennaio al conservatorio Tomadini di Udine.

Il progetto culturale Multiverso è molto interessante e sicuramente destinato a crescere.

Ma la rivista è anche un gioiello di progettazione grafico-visiva, un oggetto prezioso da conservare e collezionare, realizzato da Susi Grion e Laura Morandini per lo studio cdm associati. Infatti è stata selezionata per la pubblicazione sull’ADI Design Index 2010, che raccoglie i prodotti che concorreranno alla XXII edizione del Premio Compasso d’Oro ADI, il più prestigioso riconoscimento per il design italiano.

È perciò con vero onore e piacere che, invitata da Laura Morandini, ho accettato di partecipare a Multiverso 10/2010, assieme a: Alberto Abruzzese, Amir D. Aczel, Alfredo Altobelli, Alberto Bassi, Giuseppe A. Botta, Stefano Coletto, Lucio Cottini, Andrea Csillaghy, Gianpiero Dalla Zuanna, Derrick De Kerckhove, Alberto F. De Toni, Daniele Fedeli, Patrizia Fiore, Elio Franzini, Gianluca Garelli, Renzo Guolo, Sabino Matarrese, Alessandro Minelli, Jürgen Moltmann, Loretta Napoleoni, Mario Piazza, Sergio Polano, Andrea Trincardi, Roberta Valtorta, Angelo Vianello, Giancarlo Zizola, Luigi Zoja.

Questo è il mio pezzo:

Chi ha un blog sa bene cosa vuol dire, sul web, l’ossessione del link. Vuol dire che ogni tanto arrivano mail come questa: «Gentile Giovanna, complimenti per il blog eccetera. Anch’io ne ho uno: lo trovi all’indirizzo eccetera. Facciamo uno scambio di link?».

Tutta colpa di Google e di PageRank, l’algoritmo che calcola l’importanza di una pagina web in base al numero di link che vi puntano: più la pagina è linkata da altre, più conta, nel senso che aumenta la probabilità che chi fa una ricerca su Google la trovi fra i primi risultati. Inoltre, se il link che porta a quella pagina proviene da un’altra che a sua volta è molto linkata, esso vale di più, e così via.

In poche parole, è come se a ogni link corrispondesse un voto, un punto di qualità per la pagina linkata. In realtà il funzionamento di Google è più complicato, ma ciò basta a spiegare perché i gestori di blog e siti se ne inventino di tutti i colori per moltiplicare i link in ingresso.

L’idea originaria di Sergey Brin e Larry Page, fondatori di Google, era che se una pagina è molto linkata vuol dire che molte persone la trovano interessante. Idea non peregrina, visto che anche nel mondo accademico gli articoli scientifici hanno tanto più credito quanto più sono citati da altri: fu infatti al mondo accademico che nel 1998 Brin e Page – all’epoca dottorandi a Stanford – si ispirarono per mettere a punto il PageRank.

Il problema è che non sempre ciò che le persone segnalano è davvero intelligente e interessante. In università, per esempio, gli articoli dei cosiddetti «baroni» sono spesso citati solo per piaggeria. Oppure perché, se tutti li citano, ci sarà un motivo, e allora si cita anche senza aver letto. Inoltre, fuori dal mondo accademico (a volte anche dentro) le persone possono trovare interessanti alcune porcherie: dalle barzellette trash ai siti pornografici, dai cinepanettoni al pettegolezzo maldicente.

D’altra parte, che la quantità non facesse la qualità si sapeva già prima del web: succede nel mercato di massa, dove il prodotto più venduto non è per forza il migliore; succede in televisione, dove l’auditel non premia sempre i programmi di qualità; succede pure in democrazia, dove la maggioranza non vota necessariamente il governo migliore per un paese. Non si vede perché, allora, quantità e qualità dovrebbero coincidere su internet, se altrove ciò non si dà.

Eppure sul web, più che altrove, si fa come se coincidessero. Il che si può anche sopportare, come più in generale sopportiamo i problemi del mercato di massa, della tv e della democrazia. Ma negli ultimi anni l’ossessione del link è andata ben oltre la necessità che il proprio sito sia facilmente reperibile su Google, perché ha contagiato anche chi un sito non ce l’ha.

Da quando esistono i social network, infatti, l’ossessione del link è diventata ossessione per il numero di «amici» su Facebook, di «contatti» su Linkedin, di «followers» su Twitter, e via dicendo. Anche se di fatto un maggior numero di questi link non dà al profilo che li possiede nessun vantaggio di reperibilità e visibilità, la sensazione diffusa in questi ambienti è che una persona sia tanto più importante quanti più contatti ha. Che sia più cercata, benvoluta. Che faccia più tendenza. Mentre chi ha soli 50 o 100 link, be’, forse è un poveretto.

Non sto dicendo che gli «amici» di Facebook non sono «veri amici», come gli apocalittici della rete amano ripetere: anche fuori da internet quelli che chiamiamo «amici» non sempre lo sono, e viceversa gli amici veri stanno pure su Facebook.

Né sto dicendo che ci si debba sottrarre a queste cose, visto che internet è un fattore imprescindibile per l’alfabetizzazione e lo sviluppo di un paese. Dico solo che a volte l’ossessione del link ci prende un po’ la mano.

E allora è il caso di chiedersi se tutta questa moltiplicazione ha senso per noi, oltre che per il nostro sito o profilo sul web. Magari trovando la voglia, il tempo e l’energia di andare a vedere la pagina da cui proviene un link e il profilo che sta dietro a un «amico». Per trasformare il link da punto di merito a occasione di approfondimento. E a volte, perché no, di vera amicizia.

Che senso ha l’appello del Pd?

Dal 1 febbraio il Pd ha promesso di invadere l’Italia con 10.000 gazebo: vogliono raccogliere 10 milioni di firme per «mandare a casa Berlusconi».

L’appello si intitola «Berlusconi dimettiti» e continua così:

«Presidente Berlusconi, lei ha disonorato l’Italia agli occhi del mondo, non ha più la credibilità per chiedere agli italiani un impegno per il cambiamento e con la sua incapacità a governare sta facendo fare al paese solo passi indietro.

Lei dunque se ne deve andare via. L’Italia ha bisogno di guardare oltre, per affrontare finalmente i suoi problemi: la crescita, il lavoro, un fisco giusto, una scuola che funzioni, una democrazia sana.

Noi dobbiamo dare una prospettiva di futuro ai giovani. Con la sua incapacità a governare e con l’impaccio dei suoi interessi personali lei è diventato un ostacolo alla riscossa dell’Italia. Per questo presidente Berlusconi lei si deve dimettere.

L’Italia ce la può fare, dispone di energie e di risorse positive. È ora di unire tutti coloro che vogliono cambiare. È ora di lavorare tutti insieme per un futuro migliore. Firma per cambiare l’Italia».

Ora, un testo che si vuole rivolto a 10 milioni di persone con «energie e risorse positive» dovebbe essere un gioiello di scrittura e persuasione. Questo invece fa acqua da tutte le parti. Lascio a Maurizio Crozza il lavoro di fino, e dico solo che:

  1. come al solito (per il Pd) è generico: parla di cambiamenti, ma non dice né come né quali;
  2. la crescita, il lavoro, il fisco giusto, la democrazia sana non sono «problemi» per il paese: è la loro mancanza a esserlo;
  3. non si dice «incapacità a», ma «incapacità di» («incapacità a» si trova solo in certi testi burocratici e giuridici).

Ma lasciamo da parte il lavoro linguistico. E tralasciamo pure il fatto che il Pd, pur predicando di voler passare dal «contro» Berlusconi all’«oltre», con l’appello sta facendo l’ennesimo «contro». Lasciamo da parte ogni pedanteria – mi sono detta – e consideriamo l’operazione complessiva: è troppo grossa per pensare che non segua nessuna strategia.

Mi sono a lungo interrogata sul senso di questa mossa, ma finora non l’ho trovato. Perché:

  1. Posto che circa 50 milioni – se conto male, qualcuno mi corregga – sono gli aventi diritto al voto in questo paese, 10 milioni di firme sono il 20%. Più o meno l’elettorato di un Pd in calo. Cosa si vuol fare, allora, con questo appello? Un anticipo di campagna elettorale, ma giocata al ribasso, per verificare che almeno uno zoccolo duro di 10 milioni ci sia e sia pronto a superare la genericità della proposta?
  1. Posto che Berlusconi non si dimetterà certo per questo appello, perché dirà, come al solito, che 10 milioni non sono la maggioranza – e già dire questa cifra significa anticipare la sua risposta – non sarebbe meglio che il Pd impiegasse soldi, energie e persone per fare proposte concrete di riforme e tessere relazioni per realizzarle?

Insomma non capisco. Davvero. E credo sia un mio limite. Qualcuno mi aiuta? (clic per ingrandire)

L'appello del Pd

 

Donne che difendono Berlusconi

Fra le mosse comunicativamente più astute nella costruzione mediatica che Berlusconi ha messo in scena questa settimana per rispondere alle accuse della procura di Milano, c’è l’aver affidato la sua difesa quasi esclusivamente a donne.

Per fare qualche esempio: lunedì a «Porta a porta» c’era Mariastella Gelmini, martedì a «Ballarò» Anna Maria Bernini, ieri da Santoro Daniela Santanché, poi nell’approfondimento del Tg2 «Il punto di vista» c’era Nunzia De Girolamo, già più volte intervistata durante vari Tg.

Tutte molto convinte, aggressive e indignate. E tutte con le stesse argomentazioni: la persecuzione di Berlusconi da parte della magistratura, le menzogne reiterate dei media, la violazione della privacy con le intercettazioni (il «potrebbe capitare anche a voi» che lo stesso Berlusconi ha ribadito nel videomessaggio di mercoledì), la presunzione di innocenza da rispettare fino a che non ci sarà una sentenza in tribunale.

Sono le stesse argomentazioni addotte dagli uomini, ma metterle in bocca a figure femminili permette di arricchirle con testimonianze personali sul Berlusconi «premuroso, gentile e corretto con le donne» che non avrebbero la stessa forza e lo stesso significato se dette da uomini, e con commenti sul non sentirsi affatto offese, come donne, dai comportamenti del premier.

La mossa serve cioè ad anticipare e controbilanciare proteste di stampo femminista e post-femminista, come quella che mercoledì hanno messo in atto alcune donne del Pd, fra cui Paola Concia, Giovanna Melandri e Rosy Bindi, che hanno manifestato sotto palazzo Chigi con slogan come «La nostra dignità non è in vendita», «Vecchio porco», «Mia figlia non te la prendi…», «Sono italiana e mi vergogno di essere rappresentata da un “vecchio porco” – per la dignità delle donne dimissioni».

L’idea è insomma mettere donne contro donne: per alcune che si dicono offese, altre negano di esserlo. E siamo punto e daccapo.

Anna Maria Bernini martedì a Ballarò:

Daniela Santanché ieri a Annozero:

QUI Nunzia De Girolamo a Tg2 Punto di vista.