Archivio Mensile: febbraio 2011

La violenza in Libia vista dal salotto di Santoro

È un po’ che rifletto sulla spettacolarizzazione della violenza in tv e sulla sua particolare declinazione, che è la violenza in piazza.

Poiché il sangue e la morte sono un buon modo di fare audience – come dimostrato dai fatti di Avetrana, su cui la nostra televisione ha vissuto per mesi – ciò che sta accadendo in Libia, con centinaia e forse migliaia di morti al giorno, offre dovizia di spunti quotidiani.

Mentre le persone in carne e ossa vengono ferite, uccise, massacrate nelle strade e piazze libiche, la nostra televisione monta – in nome della notizia – le loro immagini, opportunamente ritagliandole, zoomandole, rallentandole in slow motion (così aumenta il senso di estraniazione), commentandole con musica (così aumenta l’impatto emotivo), inquadrandole come sigla di apertura o chiusura del talk show di turno, mentre i nomi di giornalisti, registi, conduttori scorrono in sovrimpressione.

È una strumentalizzazione che non mi piace, mi disgusta. Trovo che ci siano modi molto più sobri di mostrare e commentare le immagini tragiche.

Guarda per esempio la «Copertina» della puntata di Annozero del 24 febbraio scorso, dopo che Michele Santoro ha dato il via allo show («Annozero può cominciare!»), con tanto di gesto euforico.

Si noti, fra l’altro, la strumentalizzazione in chiave di politica interna dei giovani libici che manifestano davanti all’ambasciata libica a Roma, poi ospitati in studio, dove ripeteranno le invettive contro Berlusconi. Quanto è credibile la spontaneità delle loro parole?

 

Aggiornamento «Il corpo delle donne 2»

Aggiornamento del post di ieri: il video «Il corpo delle donne 2» è stato disponibile per qualche ora su YouTube, ma è stato subito rimosso «per una violazione della norma di YouTube sui contenuti di natura sessuale o nudità» (secondo la dicitura standard di YouTube). Curiosa motivazione, visto che il documentario è andato in onda su Canale 5: YouTube censura nudi che Canale 5 ritiene presentabilissimi?

Ora puoi vederlo solo sul sito di Striscia la notizia, seguendo questo link: Striscia la notizia: Il corpo delle donne 2.

Per completare il quadro, guarda anche la risposta alle polemiche in rete da parte di Antonio Ricci e dei suoi collaboratori, per bocca di Ezio Greggio e Michelle Hunziker, che è andata in onda ieri sera, durante Striscia la notizia. Gli autori di Striscia hanno ritenuto di dover «spiegare meglio» il significato del documentario: Striscia la notizia spiega «Il corpo delle donne 2».

Impliciti: le povere «veterofemministe», le giornaliste di Repubblica che non si sono mai ribellate, i «progressisti» non capiscono le nostre buone intenzioni e gliele spieghiamo meglio.

Io credo piuttosto che gli autori di Striscia stiano semplicemente dimostrando qualcosa che in parole povere si chiama «coda di paglia».

:-D

Ma ci torneremo, con più dettagli.

 

L’argomento fallace de «Il corpo delle donne 2»

Avevo in programma di scrivere un’altra cosa, ma ieri sera, a Matrix su Canale 5, è partita la contro offensiva di Mediaset contro il Gruppo editoriale L’Espresso sullo sfruttamento del corpo femminile: un calco del documentario di Lorella Zanardo dal titolo «Il corpo delle donne 2». E già intorno alle 19, mentre andava un trailer, ho ricevuto il primo sms. Poi, in serata, molte mail e messaggi su fb. Tutti da giovani disorientati, nauseati, preoccupati.

La tesi di fondo del «Corpo delle donne 2» è che la stampa cosiddetta «progressista» sfrutti il corpo delle donne ospitando da sempre immagini con donne nude o seminude – e si vedono copertine dell’Espresso degli anni ottanta e poi annunci stampa contemporanei – a fianco di articoli di intellettuali come Corrado Augias e Natalia Aspesi – per dirne due nominati esplicitamente – che mai si sono ribellati. E poi dovizia di video tratti da Repubblica tv, di annunci stampa e articoli di gossip e costume, in cui le donne appaiono puntualmente discinte, succubi e, quando va bene, valorizzate solo per il corpo.

Immagini analoghe a quelle del documentario di Lorella Zanardo, insomma. Accompagnate da un audio che ricalca pedissequamente (al 98%, dice la scritta finale) quello di Lorella.

Ebbene, ciò che il video denuncia è vero. Lo dicevamo anche su questo blog due giorni fa (I quotidiani e le donnine in prima pagina), prendendo come esempio proprio Repubblica. Ma, a differenza del documentario di Lorella, l’obiettivo de «Il corpo delle donne 2» non è rendere le persone più consapevoli per stimolarle a ribellarsi, ma assolvere Mediaset – e in particolare i programmi di Antonio Ricci – dal fatto di farlo. Leggi cosa scrive oggi Loredana Lipperini: Tecniche di rovesciamento.

Annamaria Testa, su In cerca di lei, ha commentato: «È una tecnica retorica consolidata: ribaltare sull’avversario, cucinandole a dovere, le sue stesse accuse. Operazione abile, e da trattare con le pinze».

Vero anche questo, ma attenzione: ciò che il video Mediaset denuncia non riguarda solo il gruppo L’Espresso, ma, in dosi maggiori o minori a seconda della testata e del periodo, moltissimi quotidiani e periodici. Riguarda quasi (e torneremo sul «quasi») tutti i media, inclusa la rete.

È il mercato che ce lo chiede, dicono i responsabili marketing dei giornali, le aziende e le agenzie pubblicitarie, innescando il circolo vizioso fra la domanda e l’offerta: più corpo la gente chiede, più gliene diamo. Ma più se ne dà, più ne sarà chiesto, naturalmente.

Perciò la tecnica retorica usata da Matrix non è solo ribaltare l’accusa sull’avversario, ma è quella che potremmo chiamare «così fan tutti», o anche «chi non ha peccato scagli la prima pietra».

Che è un tipico argomento fallace, usato spesso anche in politica, perché di solito ci cascano tutti. È quello che Jay Heinrichs chiama il «ricorso alla popolarità», illustrandolo con questo esempio:

«Bambina: Perché non mi accompagni a scuola in macchina? Tutti gli altri genitori accompagnano in figli in macchina» (Jay Heinrichs, L’arte di avere sempre l’ultima parola, trad. it. Kowalski, Milano, p. 179).

E poi spiega:

«Cosa rende il paragone fallace? Intanto, non tutti i genitori sono chauffeur; di sicuro alcuni mandano i figli a scuola con l’autobus. Poi, i suoi genitori non sono quelli dei suoi compagni; quello che va bene per gli altri bambini potrebbe non andare bene per lei» (ibidem).

Dunque, come si risponde all’argomento fallace? Senza mai cedere alla falsa generalizzazione, neanche per un nanosecondo, ma portando controesempi: il quotidiano x, il periodico y, la trasmissione televisiva z, la pubblicità w non fanno così e funzionano: vendono e fanno vendere un sacco di copie, sono in crescita, fanno audience. Più controesempi si riescono a portare, più forte è la risposta. E se non si trovano in Italia, possono venire dall’estero.

Mi viene in mente un buon controesempio italiano: Internazionale. Niente donnine nude, niente gossip, eppure è un successo.

Vogliamo moltiplicare assieme i controesempi?

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Aggiornamento SABATO 26 FEBBRAIO: il video è stato disponibile per qualche ora su YouTube, ma è stato subito rimosso «per una violazione della norma di YouTube sui contenuti di natura sessuale o nudità» (secondo la dicitura standard di YouTube). Ora puoi vederlo solo sul sito di Striscia la notizia, seguendo questo link: Striscia la notizia: Il corpo delle donne 2.

Per completare il quadro, guarda anche la risposta alle polemiche in rete che è andata in onda ieri, venerdì 25, su Striscia la notizia. Gli autori di Striscia hanno ritenuto di dover «spiegare meglio» il significato del documentario: Striscia la notizia spiega «Il corpo delle donne 2».

Greenpeace batte Forum Nucleare Italiano 2 a 0

Tutti ricordano lo spot del Forum Nucleare Italiano – passato in tv poco prima di Natale – per le accesissime polemiche che ha suscitato in rete, per i numerosi controspot prodotti dagli antinuclearisti e perché è stato denunciato allo Iap e all’Antitrust come pubblicità ingannevole. Ne L’autoscacco del Forum Nucleare Italiano sostenevo che, per varie ragioni, non solo lo spot ma tutta la campagna, incluso il sito, erano talmente mal concepiti che non ci sarebbe stato neanche bisogno di agitarsi tanto: si autodanneggiavano da soli.

Il 18 febbraio lo Iap ha accolto le denunce, dichiarando la pubblicità non conforme all’art. 2 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, in quanto ingannevole (leggi la pronuncia QUI):

La notizia è per me rilevante non tanto perché seppellisce quella che consideravo una campagna nata già morta, ma perché mi dà il pretesto di mostrare come, al contrario, Greenpeace Italia abbia saputo sfruttare a suo vantaggio tutta l’operazione, inclusa la pronuncia dello Iap.

Intanto ne ha dato subito notizia su sito. Così (clic per ingrandire):

Greenpeace, Bloccato lo spot del Forum Nucleare Italiano

Inoltre Greenpeace ha mandato a tutti gli iscritti questa newsletter (grazie a Irene per avermela segnalata e inoltrata). I corsivi e i grassetti sono originali:

Ciao Irene,

che si trattasse di una partita a scacchi truccata, te lo abbiamo detto subito. Ora arriva anche la conferma dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria che ha bloccato la messa in onda dello spot promosso dal Forum Nucleare, perché “ingannevole”.

Da quando a dicembre le tv nazionali hanno cominciato a bombardarci, abbiamo denunciato le informazioni ingannevoli dello spot su tutti i nostri canali. In particolare:

> Le scorie si possono gestire in sicurezza. E da quando? In sessant’anni l’industria nucleare non ha ancora trovato una soluzione per la gestione di lungo termine dei rifiuti nucleari;

> Tra 50 anni non potremo contare solo sui combustibili fossili. È vero, ma anche l’uranio è limitato;

> Le fonti rinnovabili non bastano. Sicuro? Uno scenario energetico 100% rinnovabile è possibile, come dimostrano analisi dell’Ue e dell’industria.

Intanto il nostro contro spot è rimbalzato sulla rete grazie anche al tuo passa parola, raggiungendo le 200.000 visite. Un buon risultato ma non basta. Tra pochi mesi (la data non è stata ancora fissata) si terrà un referendum che può fermare per sempre i nuovi progetti di centrali nucleari. Solo con il tuo forte coinvolgimento, possiamo contrastare la propaganda dell’industria nucleare da milioni di euro.

Non farti contagiare, opponiti al nucleare. Condividi la nostra campagna sul tuo profilo Facebook, inoltrala per e-mail ai tuoi contatti.

Salvatore Barbera
Responsabile campagna Nucleare
Greenpeace Italia

Trovo questo modo di comunicare semplicemente perfetto: multimediale (dallo spot al sito, dalla newsletter ai social network), adeguato nel cambiare registro linguistico e tono di voce a seconda del mezzo, opportuno nella gestione dei tempi.

Guarda infine come Greenpeace ha usato bene l’inversione ironica nel controspot:


I quotidiani e le donnine in prima pagina

Da tempo sono in molti a lamentarsi della contraddizione delle maggiori testate giornalistiche nazionali: ospitano articoli che denunciano i problemi delle donne italiane, lo sfruttamento del corpo femminile, il velinismo eccetera, ma li incorniciano – quasi tutti i giorni – con immagini che espongono nudità o seminudità femminili.

Che si tratti di scelte redazionali o di annunci pubblicitari, per i lettori il risultato è lo stesso. Per il quotidiano no: della scelta redazionale potrebbe – forse – fare a meno. Senza pubblicità non può vivere, specie negli ultimi anni, in cui le vendite del cartaceo continuano a calare. Ma anche la scelta redazionale della donnina senza veli in prima pagina, meglio se adolescente (ricordi la spaccata di Yara Gambirasio?), è sempre motivata dalla speranza di vendere più copie.

Peggio ancora sul web, dove in bella evidenza sulla home page dei principali quotidiani italiani le nudità femminili stanno sempre ai primi posti delle gallerie fotografiche più cliccate. Anche sul web il criterio è sempre economico: più il sito è cliccato, più si alzano le quotazioni degli spazi pubblicitari.

D’altra parte, dicono i responsabili marketing dei giornali, che la gente clicchi molto i nudi femminili e compri più volentieri il giornale con le donnine in prima pagina è un dato: noi che possiamo farci? Volete forse che il giornale licenzi o pre-pensioni altri dipendenti, come già è ampiamente accaduto, anche se i media, per ovvie ragioni, non ne parlano? E come al solito, non se ne esce.

Capisco.

Però qualche regola, sia le testate giornalistiche sia le aziende che acquistano il loro spazi pubblicitari, potrebbero darsela. Specie in questo momento storico, in cui la sensibilità sui problemi delle donne italiane si è acuita molto. In Italia e all’estero.

Esempio di regola: se i fatti di cui si parla in prima pagina sono particolarmente tragici, con centinaia di morti al giorno come sta accadendo ora in Libia, non è opportuno, né vantaggioso per l’immagine del giornale e dell’azienda inserzionista, circondare gli articoli con annunci stampa pieni di tette e culi.

Guarda invece come si presentava il sito web di Repubblica lunedì 21 febbraio. E a proposito di sensibilità: per denunciare la schifezza, a me sola sono arrivate in un giorno ben 18 mail, da studenti maschi e femmine, da lettrici e lettori di tutta Italia. Perciò chiedo ai giornali e alle aziende: non sarebbe ora di smetterla? (clic per ingrandire)

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Aggiornamento del post.

Giorgia Vezzoli mi segnala che su Facebook è stata avviata questa iniziativa, che mi era sfuggita (perdono!): Chiediamo coerenza a chi difende la dignità della donne. E che ieri, sul suo blog, aveva trattato l’argomento: Chiediamo coerenza: videomessaggio a Repubblica e Se Non Ora Quando.

Chiedo scusa, davvero: le segnalazioni che ricevo su questi temi sono ormai moltissime. E anche le iniziative, in rete, si moltiplicano. A volte qualcosa mi sfugge. Ma il fatto che le iniziative si moltiplichino è una bella cosa! :-)

Repubblica home page 21 febbraio 2011