Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

Comincia oggi la mia collaborazione con Nazione Indiana, che era stata anticipata dalla pubblicazione di Scienze della Comunicazione: amenità contro dati. Ringrazio Orsola Puecher, che mesi fa mi ha offerto questa possibilità e che ormai, pur non essendoci io e lei mai incontrate, considero una vera e splendida amica (il bello della rete!).

Ecco il pezzo di oggi, in contemporanea qui e su Nazione Indiana:

DIECI COSE DA RICORDARE QUANDO SI SCENDE IN PIAZZA

Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.

Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.

(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no. E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.

(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.

(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.

(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. Secondo gli ultimi dati di Internetworldstats.com, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.

(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing.

Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.

(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento. Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.

(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni. Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.

Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il World Economic Forum, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice uno studio della Banca d’Italia del 2008, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.

(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.

Quanto ai numeri, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.

Gli studenti sulla Torre di Pisa il 25 novembre 2010

Gli studenti nel Colosseo il 25 novembre 2010

Manifestazione Se Non Ora Quando 13 febbraio 2011: verso Montecitorio

 

22 risposte a “Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

  1. Allora… ne parliamo solo o ci organizziamo?

  2. Mi permetto solo una piccolissima osservazione, forse perché sono sgomenta dalle violenze che in queste settimane si sono verificate in Nord Africa, e soprattutto in Libia.
    Io comprendo che il fine del post era diversissimo, ma mi sembra un po’ fuori luogo paragonare la situazione italiana a quella nordafricana, e farlo, come al punto 1, liquidando la differenza come prettamente economica. E’ vero, il fatto di disporre di meno ricchezza costituisce una forte motivazione, ma mi pare che la differenza non stia proprio tutta lì. Per dirne una, si potrebbe osservare che noi, al governo, abbiamo Berlusconi, non un Mubarak, o un Gheddafi. Per quanto da noi ci si lamenti sempre della mancanza di democraticità della nostra legge elettorale, direi che viviamo in una situazione in cui democrazia e libertà d’espressione sono rappresentate ben più che nel Maghreb, o almeno, questa è la mia impressione.
    E questi motivi mi sembrano, insieme alle condizioni economiche, ben inteso, un forte propulsore a spingersi in piazza, e anche oltre.

  3. Ipazia Sognatrice: hai ragione, naturalmente. Ma avevo bisogno di sintesi (da questa prima bozza sto elaborando un articolo scientifico, che sarà ben più ampio, articolato e approfondito).

    Ma in questa primo rilascio, e per giunta nella forma del “Dieci cose da ricordare…” non volevo entrare nella questione del paragone (insensato! anche se si trovano solo differenze) fra Berlusconi e le dittature, paragone che pure molti fanno – a dispetto delle cose che dici tu – facendo un torto alle critiche più sensate che si possono fare e si fanno a questo governo.

    Pensa a tutte le volte che il chiacchiericcio mediatico accosta Berlusconi a dittatori che vanno da Mussolini a Ceaucescu, inclusi i dittatori nordafricani…
    Accostamenti scemi, come rilevi tu. Ma non volevo sollecitare polemiche al riguardo, visto che – se avessi toccato il tema – molti avrebbero comunque trovato il pretesto per esercitarsi sulle somiglianze e differenze fra Berlusconi e qualche forma di dittatura.

  4. Trovo che ci siano cara Ipazia molte forme di dittatura, alcune molto ” raffinate “, che non prevedono spargimenti di sangue ma lavaggi assurdi del cervello si. Perchè il notro caro presidente conta sull’ignoranza e sulla disorganizzazione.
    Sono addentrata nell’ambiente universitario e sono rimasta una Paperella addolorata quando ha detto che a fare casino in piazza erano i centri sociali e quelli di sinistra: a fare casino erano quelli che volevano far passare in secondo piano gli studenti, indipendentemente dal partito politico e alla prima manifestazione ci sono riusciti.
    Anche il non voler essere processato è altamente sospetto.. io un sospetto ce l’ho….morirebbe d’infarto anche lui se lo scollassero dalla poltrona!
    Una dittatura intellettuale è comunque da cambiare: non restiamo passivi, ci tolgono l’istruzione e il futuro per manovrarci.
    Non ci sparano addosso perchè ammazzano il cervello. Non siamo ricchi: stiamo meglio di altri, ma arriviamo a mala pena a fine mese: è giusto consolarci con le disgrazie altrui e lasciare che ci affossi?
    Riprendiamoci il diritto di dire la nostra in piazza pacificamente e lasciamo che internet serva a qualcosa.

  5. alcune brevi riflessioni…

    sul punto 1) anche io non credo che ciò che ha fatto muovere questa nuova soggettività sia una questione prettamente economica, sta nascendo un nuovo panarabismo di stampo non nazionalista (questo se vero mi rende felice). Lo dimostrano le rivolte nel Bahrain nazione ricchissima, il cui re all’inizio delle rivolte aveva detto che avrebbe regalato (veramente!!!) soldi per non scendere in piazza, ed in cui la rivoltà è prettamente rispetto ai modelli del potere. Ricerco la fonte e poi la passo…

    punto 3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata… Credo che in Italia non si sia più capito dove risiedono i poteri. Una manifestazione a Roma ha il sapore del rituale. Probabilmente una manifestazione a Cologno Monzese sotto Mediaset riuscirebbe ad inquadrare maggiormente i luoghi dei poteri in Italia.

    punto 5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi… il linea di principio è vero però credo che la prima manifestazione del popolo viola ruppe un po’ questo meccanismo. Che dietro c’erano il PD e altri partiti è vero, però almeno sui tempi qualcosa è cambiato. Fino all’anno prima per organizzare una manifestazione in autunno a Roma, partivano i dibattiti e le strutture organizzative in luglio.

    Per finire credo che il forte risalto che hanno avuto l’occupazione dei monumenti italiani durante il NoGelmini sia dovuto alla capacità di aver rovesciato di segno alcuni simboli del marketing del turismo.

    Un saluto a tutt* Chz

  6. Ciao a tutt*, a me sembra che questo articolo, nel tentativo di discernere, confonda…Va bene che la nostra situazione non è quella del Nord Africa, ma è anche vero che il loro uso della piazza non è paragonabile al nostro. Si tratta di due cose diverse. Tra la rivolta di Tripoli e il V-Day ci sta un abisso! E’ come dire che sdraiarsi su una spiaggia a prendere il sole e costruirci un albergo abusivo sono la stessa cosa, perché entrambi si fanno su una spiaggia. La mediatizzazione di una piazza diventa fondamentale se si rimane all’interno di un sistema politico come il nostro, che una rivolta spazzerebbe via. Questo può accadere da noi oppure no? Siamo irrimediabilmente intrappolati in una gabbia di Tg1 e Ballarò? Accidenti, io spero di no!
    Scusate la confusione, è che mi sembra che si rischi di essere più realisti del re…

  7. Ragazzi, mi trovo bene in questo Stagno, spero pubblicherete ancora altre idee, Ipazia, non temere, hai capacità di sintesi!

  8. Sarebbe bello vedere in quanto tempo realmente potremmo organizzarci e magari lanciare una sfida: farlo il più velocemente possibile.

  9. Premessa. Ciò che segue non è un’obiezione a nessuna delle cose già dette qui, tanto meno all’eccellente analisi di Giovanna.

    Se dovessi fare una lista dei dieci tipi di azione/comunicazione più rilevanti politicamente, in ordine di importanza, che mi è capitato di fare nella vita, scendere in piazza lo metterei all’ultimo posto.

    Al nono posto votare, alle elezioni o alle primarie, e dire il mio voto.
    All’ottavo, ragionare seriamente di questioni politiche con moglie, figli, parenti, amici e colleghi.
    Al settimo, postare su questo blog.
    Al sesto, mandare e-mail ai parlamentari per cui ho votato, o ad altri politici, per sollecitarli a fare o non fare certe cose.
    Al quinto, militare in un gruppo politico attivo (tanti anni fa)

    Ai primi quattro posti non so cosa mettere. :-(

  10. Chapeu!!! cazzo Chapeu!

    Il primo punto dice tutto.

    E il resto sono derivati, conseguenze dal fatto che siamo in Europa.
    L’unico fattore che poi mette in svantaggio l’Italia è che i media sono controllati proprio da chi è al governo, e l’opinione pubblica è assuefatta.

    Concordo pure col fatto che bisogni inventarsi simbolin nuovi, miti nuovi.

  11. Cara Adrianaaa: dici che l’articolo invece di discernere confonde, e poi sottolinei che le piazze nordafricane e quelle italiane sono MOLTO DIVERSE. Ebbene, ma io cosa ho detto? Esattamente questo.

    Sono partita da una introduzione sulle piazze nordafricane semplicemente perché, da più parti in questi ultimi mesi, ho sentito e letto paragoni (anche illustri) più o meno indebiti, ma comunque sbandierati: come se il contagio che viene dal nord Africa potesse in qualche modo incidere sulle manifestazioni italiane.

    È chiaro che psicologicemente anche in Italia molti, scendendo in piazza, possono in qualche modo sentire di appartenere a un movimento unico di ribellione. Ma le differenze sono tali e tante, che si tratta di pura suggestione. Questo mi pare emerga chiaramente dal mio scritto. Tutto qui.

  12. Ragazzi in realtà stiamo concordando, ieri Saddam Hussein ha dichiarato di non essere spaventato e di voler restare dov’è a costo di morire, i nostri politici lohanno incontrato spesso e dicono che è spaventato. Quello lì? I civili dicono che ormai spara sulla folla.
    Dalle nostre parti si preoccupano solo di quanto aumenterà il petrolio, lo trovo indecente! Ok, per l’economia è un casino ma per quei poveretti è peggio e nessuno ha avanzato una proposta di aiuti concreta. Forse nello Stagno certe notizie non arrivano, ma anche il Vaticano anzichè dichiararsi solo ” solidale ” potrebbe fare di meglio, quando c’era Giovanni Paolo II lo faceva.
    Per non parlare dell’ Unione Europea, tra poco dovranno darsi una mossa perchè qui continuano ad arrivare disperati.

  13. Quello che volevo dire (certamente in modo confuso, lo ammetto) è che mettere così tanto al centro la rappresentazione mediatica di una piazza ha senso se si prende come oggetto dell’analisi l’utilizzo che della piazza fanno, ad esempio, il Pd o la Fiom: un uso, boh, pubblicitario (non mi viene un altro termine). Ovviamente, quello che accade nel Maghreb è completamente diverso, l’idea è quella di uno scontro di forze vero, politico e anche, purtroppo, fisico. La copertura mediatica della piazza, in questo secondo caso, conta fino a un certo punto, visto che le rivoluzioni che ci sono state fino ad ora sono avvenute in un contesto dove la censura sui mezzi d’informazione è totale. In Italia è possibile una cosa del genere? Oppure qui non esiste altra modalità di utilizzo della piazza oltre a quella, diciamo, di “rappresentanza”? La manifestazione del 13 a me è sembrata andare in un’altra direzione.

  14. Adrianaaa: le piazze del Maghreb esistono in quanto tali, ma ci sono massacri, gente che muore, feriti a migliaia. È una situazione a parte. Molto diversa dalla nostra. Era questo che volevo sottolineare.

    Le piazze italiane non hanno senso se non sono mediatizzate. Tutte. Fidati. Inclusa quella del 13 febbraio, che non ha caso ha funzionato molto bene sui media, perché aveva in sé diverse componenti di quelle che ho analizzato.

  15. carissima,
    sono anni che vado in piazza con associazioni, partiti etc per lavoro, casa etc.
    Ecco perchè dedico a tutti le parole di una delle mie canzoni preferite:

    “Ti è mai venuto in mente che a forza di gridare
    la rabbia della gente non fa che aumentare
    la forza certamente deriva dall’unione
    ma il rischio è che la forza soverchi la ragione

    Immagina uno slogan detto da una voce sola
    è debole, ridicolo, è un uccello che non vola
    ma lascia che si uniscano le voci di una folla
    e allora avrai l’effetto di un aereo che decolla

    La gente che grida parole violente
    non vede, non sente, non pensa per niente

    Non mi devi giudicare male
    anch’io ho tanta voglia di gridare
    ma è del tuo coro che ho paura
    perché lo slogan è fascista di natura”

  16. Per favore. Questo articolo è assurdo. Liquidi rivoluzioni che hanno una carica umana impressionante, dalle quali avremmo da imparare _per i valori che esprimono e non certo per la comunicazione fine a se stessa_ a un puro pretesto per parlare di striscioni e originalità della comunicazione. Se fossi un egiziano che passa di qua, liquiderei questo post con una sonora risata, che poi è esattamente il modo in cui hanno liquidato Mubarak. Se vuoi analizzare la comunicazione, analizza il fatto che in Piazza Tahrir nei giorni della rivoluzione si rideva e si scrivevano barzellette, e qua tutti a fare gli inca++ati della situazione, e non da ora, ma da 15 anni almeno. Questo articolo è di una spocchia allucinante. E sto ancora aspettando una parola di denuncia dei vari bunga bunga accademici, da voi gente dell’Università che perde tempo a fare dis-utili analisi semiotiche delle questioni più secondarie.

  17. Scusa Flores, ma non vedo come un egiziano potrebbe “farsi una sonora risata” su quanto ho scritto, visto che ho parlato dello scendere in piazza in Italia, non certo nel nord Africa. E ho invitato proprio a NON fare paragoni, visto che le situazioni sono evidentemente MOLTO diverse. Paragoni che invece tu fai. Indebitamente, senza motivazioni né alcun fondamento storico-sociale-economico.

    Credo perciò che un egiziano che capisse l’italiano e avesse voglia di leggere il mio post potrebbe piuttosto “farsi una sonora risata” nel leggere il tuo commento. Perché la spocchia e i pregiudizi sono tutti tuoi, caro/a Flores: voglio infatti benevolmente pensare che tu sia dotato/a di una capacità di comprensione normale e siano stati solo spocchia e pregiudizi nei miei confronti (in quanto accademica? Ce l’hai con gli accademici? Con la semiotica? Con chi ce l’hai?) a impedirti di capire il senso di ciò che ho scritto.

    Trovi secondario parlare delle piazze italiane? Libero/a di pensarla così, ma allora sei pregato/a di riversare altrove i tuoi pregiudizi. Grazie.

  18. Ma ho letto male io o l’articolo comincia con le differenze fra noi e il Nord-Africa? E dire che due cose sono diverse non è fare paragoni? Se non si voleva fare paragoni, non si passava da piazza Tahrir per parlare dell’Italia, si parla dell’Italia e basta. IMHO senza alcun pregiudizio ma per quello che ho letto lì sopra parola per parola, e con grande attenzione e interesse, anche.

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