Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?

«Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo, Ai Weiwei è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione.

Ai Weiwei è un cittadino cinese di 53 anni impastato dalla storia del suo paese e forgiato dalla storia globale più recente. Definito dai media internazionali come “l’Andy Warhol della Cina”, Ai ha iniziato a scuotere la pigra armonia dell’arte e della cultura cinesi a partire dal 1993, anno del ritorno in patria dopo un volontario esilio decennale a New York…» comincia così un bell’articolo di Sara Giannini – ex studentessa della magistrale in Semiotica – su Roar Magazine (continua a leggerlo QUI).

Ai Weiwei

Dopo di che Sara, che oggi vive in Germania, mi scrive chiedendomi di aiutarla a diffondere la notizia, a cui aggiunge il suo stupore e la sua indignazione per il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, il caso Ai Weiwei è del tutto trascurato dai media.

A parte infatti alcuni brevi interventi su stampa e tv (l’ultimo due sere fa su Rai News 24), la notizia circola – poco – solo su blog e testate on line: vedi per esempio questi articoli di Lettera 43 e Daily Wired, in cui Simone Pieranni si fa una domanda analoga a quella che mi faccio io: «Perché il mondo dell’arte italiano ancora non ha partorito almeno un comunicato di solidarietà?». Ma nemmeno la rete italiana – di solito pronta a scaldarsi per un nonnulla – fa tanto clamore (l’articolo di Pieranni su Daily Wired, per esempio, non ha nessun commento).

Continua Sara:

«Questi sporadici interventi sono del tutto imparagonabili alla copertura giornalistica di Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti (purtroppo non me la cavo bene con le lingue scandinave, ma mi sembra di aver capito che anche lì ci sia movimento). I giornali pubblicano quotidianamente articoli sul caso Ai Weiwei sia su carta stampata che online (basta digitare “Ai Weiwei” su Google News, può controllare lei stessa).

Oltre all’informazione, anche i governi di questi stati si sono esposti pubblicamente e hanno richiesto il rilascio immediato. La Germania si è addirittura offerta di pagare un’eventuale cauzione.

Riguardo alle manifestazioni di piazza, ebbene sì, sono arrivate anche quelle. Attraverso il gruppo Facebook 1001 Chairs for Ai Weiwei la comunità artistica internazionale ha organizzato un sit-in di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo tenutosi domenica 17 alle ore 13. Le 1001 sedie sono un riferimento all’opera “1001 Chairs and Chinese visitors” che Ai Weiwei ha realizzato per la scorsa edizione di Documenta nel 2007.

Picchi di 200-300 partecipanti a New York, Hong Kong e Berlino. (Il mio prossimo report per Roar Magazine tratta esattamente di questo.)

Vivendo in Germania, posso soltanto dirle che qui, per una lunga serie di motivi (i tedeschi sono molto sensibili al tema della libertà di espressione e dei diritti umani) la sparizione di Ai Weiwei è molto sentita e non soltanto da chi è impegnato nel mondo dell’arte.»

Perciò rilancio, chiedo a chi legge di rilanciare e domando a tutti: perché i media italiani – così pronti a indignarsi per la «mancanza di libertà di espressione» se permette di parlar male di Berlusconi – trascurano Ai Weiwei?

Troppo lontano? Poco riferito al piccolo mondo della politica nostrana?

Perché in Italia nessuno scende in piazza per Ai Weiwei? Non ce ne frega nulla dei diritti umani?

E perché gli artisti italiani tacciono?

45 risposte a “Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?

  1. La ringrazio per il suo contributo; non so perché in Italia manifestare per questi casi, e in genere per i diritti umani, ci venga così difficile..

  2. Penso che sia perché in Italia la situazione mediatica è ampiamente saturata dalla questione Berlusconi: poi contemporanemente c’è stata la brutta storia del volontario in Palestina e l’emergenza degli sbarchi: poco spazio per indignarsi o almeno raccontare) altre questioni.
    E figuriamoci se il Governo, impegnato com’è a non far nulla, prende posizioni. Lo potrebbero fare se si accorgono (o perbacco!) che in Cina ci sono i comunisti… Sempre ammesso che non ci siano in ballo questioni economiche rilevanti a tal punto che, comunisti o non comunisti, è meglio tenersi buona la Cina.

  3. Pingback: Forse perché non c’entrano gli americani e nemmeno Berlusconi? « sabatotrippa

  4. Ciao giovanna, tutt*.
    A me è arrivato questo, via galleriacontinua.com

    Cari amici, colleghi, amanti dell’arte …

    è arrivato il momento in cui dobbiamo essere uniti per sostenere un grande artista che in questo momento rischia non solo la propria libertà ma anche la propria incolumità, per difendere la libertà di tutti.
    Noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo personalmente e di lavorare con lui e ci uniamo volentieri all’iniziativa presa dal Guggenheim Museum, di sottoscrivere una petizione on-line per il rilascio di Ai Weiwei.
    L’iniziativa è stata presa a stretto contatto con l’avvocato Jerome Cohen, il massimo conoscitore delle leggi cinesi e dei diritti umani, che sta lavorando sul caso di Ai Weiwei e crede che questa iniziativa possa essere efficace. Subito è arrivato il sostegno del MoMA, della Tate, della Biennale di Gwanju, dell’AAMD.
    Per sostenere la petizione potete anche voi inserire un link sul vostro sito o sulla vostra pagina di Facebook e di Twitter, raggiungendo così in breve tempo milioni di persone.
    Sono già state raccolte più di 20.000 firme ma c’è bisogno del sostegno di tutti per raggiungere 100.000 firme.

    Vi preghiamo di aggiungere la vostra firma e di far girare il più possibile la petizione tra i vostri contatti.

    Questo il link che potete aggiungere al vostro sito, a Twitter e a Facebook:

    http://www.change.org/petitions/call-for-the-release-of-ai-weiwei#?opt_new=f&opt_fb=t

  5. Riguardo a queste notizie e a queste campagne mediatiche anti-cinesi, andrei con i piedi di piombo. In assenza di informazioni davvero accurate e attendibili, che io non ho trovato né nell’articolo né altrove. Pronto a ricredermi, naturalmente.

    C’è già stato il precedente della campagna sul Tibet. Come se i media cinesi avessero scatenato una campagna contro il governo spagnolo, accusandolo di un’infame repressione dei baschi.

    Le semplicistiche caricature della Cina attuale, ingenuamente euro e USA-centriche, che trapelano da molti di questi resoconti accusatori, li rendono assai poco attendibili, a mio giudizio.

  6. Da come la vedo io, è troppo lontano.

    La mia teoria è che internet riesce a colmare la distanza fisica, ma non quella culturale.

    E sempre seguendo il filo logico di queste “teoria” ne deriva che proposte come “internet per la pace” o baggianate del genere non hanno senso.

    Italia poi, non ne parliamo. Ci sono altri fattori, si è rinchiusi nel piccolo e astruso mondo, ma questo forse riguarda Europa e tutta la sua civiltà occidentale. Di cui, a volte, pure io mi ci ritrovo.. ad esempio, non avevo la minima idea di chi fosse questo weiwei.

    Grazie.

  7. In Cina artisti, scienziati e scrittori sono visti con sospetto e spesso censurati o arrestati. Ho letto un libro di fantascienza cinese, storie dagli anni ’80 in poi, il cui sia lo scienziato di cui trattava un racconto che la figlia subivano una sorta di damnatio memoriae. E la giustificazione era: tanto chi se ne accorge se sparisci, è come la goccia in un oceano.
    Per i cinesi conta l’aspetto quantitativo e la “massa critica”, per loro il concetto di individuo è praticamente inesistente: Su quale base si può fondare il rispetto dei diritti umani, tipicamente individuali in una cultura che almeno fino a poco tempo fa non conosceva il concetto di individuo? Anzi l’individualismo dell’artista, dello scienziato, dello scrittore è visto dai cinesi, dalle autorità come un fastidio da eliminare. Il dramma è che questo modello tenderà sempre più a imporsi in tutto il mondo: che cos’è la rinascita di regimi non democratici, anche in Italia in fondo, se non anche una forma di nuovo modello globale made in China? Resistere!

  8. @ Ben
    “Riguardo a queste notizie e a queste campagne mediatiche anti-cinesi”.
    Campagna mediatica anti-cinesi? Dove?Qui sul blog? Non mi pare.
    E poi beh, parliamo francamente cercando di considerare la realtà (o meglio, quella che ci è permessa di vedere). Non mi pare che la Cina sia un modello di riferimento dei diritti umani.
    Un esempio su tutti, la posizione di Jang Yu sulla possibilità di ricerca in rete: gli utenti possono fare quello che vogliono … ma coi filtri imposti dall’esecutivo.

    “Riguardo a queste notizie e a queste campagne mediatiche anti-cinesi, andrei con i piedi di piombo. In assenza di informazioni davvero accurate e attendibili, che io non ho trovato né nell’articolo né altrove.Pronto a ricredermi, naturalmente. ”

    Il problema, a mio parere è questo. “Non si hanno informazioni”. Quando non si possono avere informazioni su una cosa, il mio cervello automaticamente va a collegarsi alla parola “censura”.

    _________
    Ciò che mi lascia tanta amarezza è il comportamente “inqualificabile” dei media italiani …. impegnati evidentemente in cose più importanti….(so che può sembrare un commento qualunquista) ..però ..ecco..

  9. Non credo sia appropriato parlare di una campagna mediatica anti-cinese ma piuttosto di una mobilitazione in supporto di Ai Weiwei e simbolicamente in supporto di chi in Cina sta combattendo per far emergere il lato oscuro e anti-democratico del paese.

    Nell’articolo non ci sono link specifici ad articoli, in quanto sarebbe una lista poco idonea alla pubblicazione tanto sarebbe estesa. E’ possibile farsi un’idea digitando “Ai Weiwei” in google news (almeno nella sua versione internazionale).

    Ci tengo a sottolineare che le posizioni non sono unanimi e superficiali ma alimentate da un vivace dibattito che parte dalla storia e dall’attivismo politico dell’artista e che arriva anche a discutere la necessitá di instaurare un dialogo con le autoritá cinesi. Un chiaro esempio é la polemica scoppiata in Germania riguardo l’inaugurazione (parallela all’arresto di Ai) di una mostra sull’Illuminsmo tedesco nel nuovo Museo Nazionale di Pechino. I commentatori si chiedono da un lato se sia giusto cooperare con lo Stato Cinese (lungi dall’essere uno stato democratico), ma dall’altro percepiscono la feconditá di una piattaforma per lo scambio di idee.

    Il mio articolo vorrebbe soltanto suggerire che sbirciare al di lá delle farse nazionali quotidiane sarebbe oppurtuno, doveroso e di arricchimento culturale per tutti noi. Il confronto, il dibattito e la conoscenza potrebbero tornare utili anche per comprendere ció che accade in Italia.

    Questi commenti sono giá una vittoria sul silenzio.

  10. Ammettiamo pure, senza concederlo, che questo signor Ai Weiwei sia stato oggetto di qualche grave sopruso – non uno degli ordinari soprusi di cui sono quotidianamente vittime molte migliaia di cittadini anche nelle società più avanzate, Italia inclusa, per non parlare delle società arretrate (migliaia di casi al giorno è ultra-ottimistico.)
    Di soprusi gravi e gravissimi ne avvengono pure ogni giorno e dappertutto. Con quali criteri vengono selezionati?

    Il mio ragionevole sospetto è che la selezione, anche quando non sia consapevolmente pilotata a fini politici, risponda ai pregiudizi e ai luoghi comuni prevalenti al momento.
    La selezione si focalizza molto restrittivamente su pochi paesi (e personaggi politici) che, per varie e complesse ragioni, figurano come i cattivi di turno nell’immaginario collettivo locale.

    Esempi recenti: USA, Cina, Iran. Bush junior, Saddam Hussein, Gheddafi.
    Poi vengono selezionati, più o meno consapevolmente, i casi che si prestano a creare ondate emotive, quale che sia la loro rilevanza reale nel mondo reale, piuttosto che nell’immaginario collettivo. I diritti umani in Cina.

    Niente in contrario. Il mondo, l’immaginario collettivo e i media funzionano così.
    Però, tenere un po’ di distanza da questi meccanismi, pur sapendo che non possiamo starne fuori del tutto…

  11. Immaginario collettivo e media vs rilevanza sul reale? (non ho pienamente afferrato l’ultima parte dell’intervento).

    Davanti ai media c’è “giustamente” chi è più uguale degli altri.
    E’ più rilevante che vinca io una partita a golf o Tiger Woods?

    E, pesando le parole, non sto dicendo che ci sono morti più giuste di altre o vite che valgono più di altre (altrimenti cadiamo nella demagogia dell’11 settembre), sto dicendo che, se consideriamo la realtà un sistema integrato coi media ( e temo ahimè che sia così), è normale – e secondo me giusto – che il caso dell’architetto / papà dello Stadio a Nido (Olimpiadi 2008, per citarne una) crei un’onda emotiva.

    Oppure possiamo chiudere gli occhi, fingere la giusta(?) distanza e vivere nel nostro piccolo mondo perfetto.

    O forse stiamo negando il fatto che in ogni società si sviluppino credenze simboliche per ridurre il tutto ai “cattivi” vs “buoni” di turno?

  12. Divulgo come posso Giovanna.
    Per quanto riguarda eventuali questioni inerenti il silenzio nostrano. Vedo la cosa poco sorprendente. Intanto bisogna partire dal fatto che media e classe intellettuale in Italia sono largamente condizionati dagli schemi della vecchia sinistra – anche perchè quelli della nuova fondamentalmente non ci sono. Le destre dei diritti se ne fottono e quando se ne ricordano è per agganciarsi al carro di una voce più forte, l’attuale congiuntura economica poi fornisce un alibi di ferro. Ma le campagne di sensibilizzazione qui partono sempre dalle vecchie concezioni della sinistra in uno strano attrito con l’attuale realtà dei fatti. La Cina per molti anni è stata ottima, interessantissima e fichissima – e preoccuparsi delle malefatte del suo governo non è mai stata una priorità di giornali come il Manifesto – o anche della Repubblica. D’altra parte chi legge “Internazionale” sa che il mondo pullula di conflitti che non hanno alcun appeal presso la nostra collettività, la quale invece va pazza per guerre note – l’amatissimo conflitto arabo israeliano per esempio, che scatena tifoserie assassine, con una generica scelta del mondo arabo come proiezione collettiva del buono che si oppone all’occidente, del martire usurpato. Non voglio negare che il conflitto con il medio oriente, o il mondo islamico sia per noi quello della nostra epoca e anzi il peggio ha da venì – dico che tra classe intellettuale, media, e pubblico che fruisce dell’informazione c’è una generica immaturità politica e sociale, in alcuni casi spacciata per il suo contrario.

  13. @Ben “La selezione si focalizza molto restrittivamente su pochi paesi (e personaggi politici) che, per varie e complesse ragioni, figurano come i cattivi di turno nell’immaginario collettivo locale.

    Esempi recenti: USA, Cina, Iran. Bush junior, Saddam Hussein, Gheddafi.”

    Se i media italiani non ne hanno fino a ora parlato, del caso Wei Wei, evidentemente i “cattivi di turno” non lo sono abbastanza. Se la generalizzazione fosse davvero tale, i media ne avrebbero approfittato per scagliare molte accuse nei confronti del governo cinese.

    Certo è inutile negare che ciclicamente identifichiamo in qualcuno o qualcosa un nemico da combattere, ma io supererei questo fattore culturale e andrei oltre: un civile cinese, portavoce del fermento artistico cinese (di cui poco purtroppo si conosce) è stato arrestato, e di lui non si hanno più notizie.

    Questo desta scalpore in noi forse per la sua identità di artista, ma in generale la notizia ci deve far riflettere sulla realtà di un paese che è fortemente invischiato nella nostra economia, con cui dialoghiamo costantemente, ma che non rispetta i fondamentali diritti umani.

  14. @SPieranni

    Il link da te indicato sembra in down…..

  15. Gentile Sara Giannini,
    lei scrive “…un vivace dibattito che… arriva anche a discutere la necessitá di instaurare un dialogo con le autoritá cinesi… I commentatori si chiedono… se sia giusto cooperare con lo Stato Cinese (lungi dall’essere uno stato democratico)”.
    Sono frasi di questo genere che, a mio giudizio, suggeriscono un’immagine gravemente distorta della Cina attuale.
    La Cina ha un sistema politico diverso dal nostro, con pregi (largamente ignorati) e difetti (largamente enfatizzati) rispetto ai modelli occidentali. Credo sia molto azzardato giudicarlo sbrigativamente.
    Anche sulla base di valori che molto probabilmente lei e io condividiamo con gran parte della popolazione cinese.

    Un sistema politico che certamente ha contribuito, negli ultimi trent’anni, e tuttora contribuisce al più grande balzo in avanti economico e civile della storia dell’umanità. Per centinaia di milioni di persone, in prospettiva qualche miliardo, tenendo conto degli effetti a cascata sul resto del mondo sottosviluppato.

    Per questo parlarne con sufficienza – come perfino lei un po’ fa in un resoconto molto più cauto ed equilibrato di tanti altri – mi sembra stonato e ottusamente euro-centrico.

    (Non si offenda per “ottusamente”. A me capita di essere ottuso varie volte al giorno, e non mi dispiace se benevolmente qualcuno me ne avvisa. :-) )

  16. Grazie a Antonio Rossano e a questo blog, anche Linkiesta parla di Al Weiwei:

    http://www.linkiesta.it/blogs/smorfia/release-ai-weiwei

  17. Segnalo volentieri il contributo costante della testata Peacereporter.net, sempre molto attiva per la difesa dei diritti umani (Ben, questo il criterio che cercavi):

    http://it.peacereporter.net/articolo/27770/Cina%2C+arrestato+l%27architetto+Ai+Weiwei

    http://it.peacereporter.net/articolo/27843/Cina%2C+il+caso+Ai+Weiwei+tra+legalit%E0+e+arbitrio

    e anche, per la situazione generale

    http://it.peacereporter.net/articolo/28074/Polveriera+Cina+e+riflessi+condizionati

    Per la petizione da far circolare, qualcuno l’ha già detto, ma rilancio: http://www.laogai.it/?p=25583

    Personalmente sono d’accordo sulla lacunosa copertura media di molti media (scusate il gioco di parole) e sulla necessità di stimolare agende giornalistiche di ampio respiro, specie su temi di così urgente spessore sociale. Per questo è necessario il supporto ai media che vanno controtendenza, che al momento vanno forse cercati, ma esistono.

    Al contrario, non sono d’accordo con la locuzione “(i media italiani) così pronti a indignarsi per la “mancanza di libertà di espressione” ecc.”. Non vedo perchè virgolettare un problema così grave e presente, molto attuale, molto quotidiano per chi lo vuol vedere. La mancanza di libertà di espressione ha delle gradazioni, le possibili derive dipendono dal contesto (ecco il raccordo che secondo me andrebbe sottolineato), ma la logica è una. E quella va contrastata. Chi si occupa di queste tematiche, anche in ottica internazionale, è non a caso molto attivo anche sul fronte nostrano. Le due cose si tengono.
    Questo è molto utile anche, come diceva qualcuno, per evitare pericolosi luoghi comuni, che anzichè sensibilizzare fomentano la distanza e il senso di estraneità. L’Italiano medio non vede l’ora di poter dire “in Italia queste cose non potrebbero succedere”, per poi accomodarsi nel proprio cantuccio e guardare alle aberrazioni degli altri paesi “sfortunati” come se fossero film di animazione.

    Detto questo.

    In un momento così duro, con la morte di Vittorio Arrigoni così vicina (lo sarà stata davvero per tutti?) e così autoevidente su come funzioni la crudele giostra dei meriti, ci auguriamo almeno che la prontezza nell’indignazione sfondi i confini e diventi finalmente valore. A margine tutti gli altri discorsi quando sono in questione i diritti fondamentali.
    Quindi avanti tenaci, e che i toni siano fermi e sereni, sul qui E sull’altrove. Voce e presenza. Grazie.

  18. “Il concetto di diritto umano” è assai sconosciuto nel nostro Paese.

  19. Se gridi troppo al lupo al lupo poi le persone finiscono per disamorarsi dalla causa. È la legge economica di un’inflazione. Anche la voce di protesta più pugnace non può correre una maratona con il passo allegro di uno sprint.
    Se li fai marciare con il santino in mano di Sakineh e poi li fai sgolare per un discutibile premio Nobel per la pace dato a Liu Xiaobo, come farai mai a non trovarli spompati e demotivati quando citi loro Ai Weiwei?
    Forse l’artista e attivista non ha il delicato viso di Sakineh, volto della foto taroccata che ha fatto il giro del mondo, a differenza del volto vero che ha velocemente preso la via dell’oblio forse perché si prestava meno a affrescare lo stereotipo di una vietata passione galeotta e molto meglio a confermare lo stereotipo di una galeotta tout court, visto che Sakine non era certo imputatata (né condannabile alla lapidazione) per adulterio ma alla pena capitale o alla galera per concorso in omicidio per avvelenamento del marito. Sakineh che è finita nel dimenticatoio, forse perché i più non sanno che i cattivi iraniani le hanno comminato in primo grado una pena in termini di anni di prigione, a differenza dei nostri paladini per i diritti umani a stelle e strisce che pretendono di dare lezioni ad altri e in contemporanea hanno liquidato con iniezione letale Teresa Lewis, inferma di mente analogamente accusata dell’omicidio del marito.
    Sto cercando di informarmi meglio sulle ragioni dell’arresto e detenzione di Ai Wei Wei ma non posso certo fidarmi dei giornali online o dalle testate internazionali che non fanno parlare manco i corrispondenti e lavorano su notizie d’agenzia. Eh no, cari difensori dei diritti umani: con tutto il rispetto occorre un po’ più di lavoro per sostenere certe accuse e certi moventi. Il portavoce del ministro degli esteri cinese, non Topolino, Hong Lei ha rilasciato una comunicato ufficiale che dichiara che Ai Wei Wei è indagato per crimini economici.
    Può darsi che Pechino sia così gaffista da arrestare senza garanzie accessibili all’imputato un personaggio di tale notorietà solo per darsi la zappa sui piedi aumentando esponenzialmente il clamore e le ragioni di un’attivista che sarebbe stato arrestato proprio per zittire il clamore e la ragioni del suo parlare. Ma può darsi, come nel caso di Liu Xiaobo, che vi siano delle motivazioni giuridiche anche condivisibili per arrestare o detenere l’artista.
    Sarà forse il caso che i giornalisti delle tante testate internazionali vadano sul posto e seguano il caso da vicino invece di raccontare notizie frammentarie e tendenziose, come se il Governo Cinese fosse il Governo di Macondo e non la seconda economia mondiale, rispettata e venerata economicamente da tutti i paladini dei diritti umani?
    Possiamo mettere tra parentesi l’immagine di una nazione brutta e cattiva e cancellare per un momento tutta la propaganda interessata che l’Occidente riserva ai Paesi da mettere sotto pressione (anche militare)? Possiamo ragionare sui fatti e non sui loro echi esegetici che si moltiplicano in rete? Possiamo infine dedicarci ai diritti umani non rispettati in casa nostra, cosa ben più grave e inaccettabile, invece di andare a gettare accuse in casa altrui senza conoscere niente di niente di quell’indirizzo, di chi vi abiti, di come viva e di cosa pensi?
    Come se i nostri sbandierati diritti umani, dai più imparati sui libri, non fossero stati costruiti sulla negazione di quei diritti agli altri. Come se lo sfruttamento altrui non sia ciò che garantisce il tempo libero delle nostre appassionate invettive.
    Questa volta mi auguro di avere torto ma quando la maggioranza dei networks, e Governi, europei o statunitensi parla di diritti umani, capitanati da filosofastri mentitori da due lire come i tanti Henri-Lévi, ebbene, metto mano alla pistola.

  20. Caro Ugo.

    Su Sakineh: parla con degli iraniani ed entra in sintonia, per quanto ci è possibile facendo uno sforzo di immaginazione, con il dettaglio del loro contesto di vita. La nozione di “capo di imputazione” ti diventerà alquanto elastica, specie quando l’imputata è una donna. Vediti (esortativo) ancora una volta il video di Neda, la studentessa iraniana colpita alla gola da un proiettile, due anni fa, durante una manifestazione (http://www.youtube.com/watch?v=b5KBrsz1oxs). Tanto per ricordarsi la distanza fra la danza delle parole e la definitiva crudezza dei fatti.

    Sui giornalisti delle testate internazionali. Per ogni dieci che scrivono dai desk, ce n’è uno che va sul posto e rischia la vita per sentirsi poi dire da te che la sua notizia non è attendibile. Fare attenzione (esortativo) alle gaffe madornali che si fanno, specie dalla comoda postazione di chi deve solo muovere le falangi e i bulbi oculari per mettere mano alla pistola. I link postati, in particolare, vengono da una redazione di persone molto presenti nelle aree di crisi, con una consistente rete di inviati e di freelance embedded. Lo dico serenamente e con ferma sicurezza: li conosco e ci sono stata. Come dicevo prima, il problema della copertura e della manipolazione massmediatica esiste eccome, e va contrastato. Ma le alternative vanno supportate senza consolidare ulteriori pregiudizi.

    L’esito del tuo discorso, ha ovviamente degli elementi di verità, ed è per questo che richiamavo all’ “Et-Et”, a vedere nella negazione dei diritti umani un fattore trasversale (spesso strumentalizzato “col sangue e con la spada”, hai ragione!) e a non mollare la presa. Ripeto: nè sul qui, nè sull’altrove. Con un certo amore per il cavillo, anche, visto che come dicevo una è la logica, molti e variegati gli effetti e le derive.

    Fortunatamente il coinvolgimento al tema sociale, ma mi piacerebbe dire alle vite degli altri, non è una gara campestre, anzi è una risorsa che si autoalimenta se non ci si lascia affliggere dalla partenogenesi inquietante delle retoriche in più o meno esplicita controtendenza. Non occorre essere paladini, e nemmeno particolarmente intelligenti. Basta avere i ricettori ben sviluppati, e un ego che conosce la vergogna, cosa sempre meno scontata.

  21. @A.
    Se lei applicasse a se stessa gli stessi criteri che rimprovera agli altri, eviterebbe di pontificare con sicumera su coloro che non conosce.
    Invece di blaterare sciocchezze sugli iraniani o difendere il giornalista su dieci che definisce, con sublime mancanza del senso dell’ossimoro, freelance embedded, vada là sui luoghi della sua indignazione. Magari potrebbe fare meglio della pletora di giornalisti che da mesi girano in Libia pregando il Dio dello scoop di fornire loro uno straccio di foto, di prova dei civili bombardati, dei bambini uccisi dai cecchini, dei ribelli universitari, tutti Montesquieu e democratos.
    A ogni modo lei in Iran non c’era in quei giorni. Io sì.
    Ne vogliamo parlare o desidera continuare le sue (ri)petizioni di principio? Forse lei fa o vuol fare la giornalista e la sua è la difesa di una scelta di vita. Io invece mi diverto a depennare quotidianamente dalla mia lista i giornalisti cani che irresponsabilmente creano in noi pregiudizio, accanimento e odio nei confronti di quei popoli (mal o mai conosciuti) ai quali, paradossalmente, vengono imputati proprio il pregiudizio, l’accanimento e l’odio all’interno della propria cultura.
    Giornalisti cani che sempre hanno addentato l’osso delle decisioni governative per goderne il sapore e poi lo hanno sputato quando non c’era più nulla da succhiare, col solito copione dello sputare nel piatto dove si è mangiato fingendo di mordere la mano del padrone. Così gli ossi aumentano, come gli incassi.
    Inutile dire che quella lista non conosce la parola fine. Vuole farne parte anche lei in futuro?

  22. A tutti: se qualcuno ogni tanto visualizza inserzioni pubblicitarie, non ci faccia caso.

    Non sono io che le ho scelte, né tanto meno gradisco questa invasione di spazi: qualche marchignegno si è inflitrato nel blog, sto scrivendo a WordPress perché mi dicano come liberarmene… Scusate l’inconveniente.

  23. @A.
    Ps
    Tra l’altro è notizia delle ultime ore la morte violenta a Misurata (Libia) di due fotoreporters piuttosto noti, lo statunitense Chris Hondros e il britannico Tim Hetherington, raggiunti da un colpo di mortaio delle forze governative di Gheddafi – così dice la cronaca che difficilmente ipotizerebbe come responsabile, anche se lo fosse davvero, lo zelo del fuoco amico.
    Dispiace sempre criticare i morti. Tuttavia se i tanti corrispondenti e reporter di indubbia professionalità che lavorano in Libia avessero fatto il proprio mestiere documentando a tempo debito l’assenza di bombardamenti sui civili, invece di filmare cimiteri spacciandoli per fosse comuni o cavalcare i frames delle rivoluzioni mature in cerca di democrazie, le cose sarebbero andate diversamente. I giornalisti avrebbero giocato da contropotere: invitando i propri lettori/spettatori alla riflessione e alla constatazione dei fatti; frenando, per il tempo necessario a mettere a fuoco le cose e a sensibilizzare l’opinione pubblica europea, le mire di (re)conquista degli esportatori di diritti umani nostrani che prima hanno armato i ribelli di nascosto, poi hanno interpretato sui generis la risoluzione ONU 1973 bombardando a spron battuto, in seguito li hanno riarmati alla luce del sole e ora mandano gli istruttori a spiegar loro come si vince una guerra, in attesa della prossima geniale trovata tattica.
    Il problema è che la guerra la vogliono tutti, compresi quei giornalisti ambiziosi che vogliono il pulitzer e ogni tanto muoiono perché non sono riusciti a scattare le foto che cercavano.
    Ma quella foto, per cui si può anche morire, la cercano o la creano?
    Guardiamo questa (foto 21 dell’elenco: http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/20/foto/il_dramma_di_misurata_nelle_foto_di_chris_hodros-15190045/1/ ).
    Francamente se si vince un premio prestigioso come il World Press Photo
    con una foto del genere, vuol dire che la sensibilità generale si scalda per queste cose, desidera vedere queste realtà.
    Per favore, guardatela quella foto da diritti umani violati.
    Iraq. Un grandangolo ravvicinato, tagliato a metà in senso verticale: sulla parte destra una bimba avvolta in un bellissimo abito grigio, lungo, a fiori neri, accovacciata con le mani aperte imbrattate di sangue. La grandebocca aperta a gridare, straziata dal dolore e dalla paura. Lo stesso sangue le scende in un rivolo sulla fronte. Forse è suo, forse è di altre/i.
    Nella metà sinistra invece c’è un’uniforme militare inquadrata dai piedi fino al busto, sgranata in zona d’ombra, torcia montata su un fucile automatico con la canna rivolta in basso.

    Qualcuno si sarà domandato il senso raccontato da quella foto. Molti avranno applaudito al grande reporter capace di immortalare la parola in un fotogramma, dove l’immagine narra e la parola è muta. Distillare la Storia con i dettagli di una storia.
    Io invece mi chiedo un’altra domanda: cosa faceva quel reporter in quella stanza? Cos’è successo e cosa non è successo?

  24. Sì, ugo. Hai un eloquio da persona che mette mano alla pistola, e sulla tendenza a “ponteficare” (ora c’è questa moda, si ritrovano col saio cucito addosso anche gli atei) potrei dirti la stessa cosa e potremmo non uscirne mai. Trovo che la sindrome della primogenitura (“lei in Iran non c’era in quei giorni. Io sì!”) sia in primo luogo sintomo di cattivo gusto, visto il tema portante, che mi pare trattasse di questioni “sociali”. Puoi essere sicuro che le mie (ri)petizioni di principio continueranno, qui e altrove come ho ri-petuto diverse volte, e chissà che non mi apra la strada ad una splendente carriera da suora o da messia. In quel caso ti verrò a trovare e ti metterò una mano sulla testa, assolvendo i tuoi peccati. E i miei.

    Sul diversi passaggi del tuo post, così come di quelli precedenti, mi trovo in prudente accordo, credo che ci siano degli elementi di riflessione. Su altri sono in disaccordo, sento la responsabilità della persona che parla da seduta ma che ascolta -e bene- la viva voce di chi al contrario si muove, si trova nel mezzo di una sparatoria a Benghazi e si salva buttandosi a terra e portando le mani alla testa sperando di poterlo raccontare. E questo per lavoro, non necessariamente per vanagloria.

    Non conosco te, al momento, ma conosco loro, e mi pare doveroso tamponare gli strali quando cadono a pioggia con i consueti e abbondanti danni collaterali. In quanto al mio futuro (e dimmi quanto questo argomento sia pertinente al contesto in cui scriviamo), non ho idea di quale lista entrerò a far parte. Ma sono sufficientemente sicura di quali altre mi vedranno sempre, assolutamente, distante. Ora che ci siamo tolti il gusto di parlare di noi, galoppando sui sentieri battuti e stra-battuti degli also sprach correnti degli egoici e dei principini, direi che la possiamo chiudere.

  25. @A
    Guardi che il cattivo gusto è tutto suo quando ha presunto che i suoi interlocutori parlino dalla “comoda postazione di chi deve solo muovere le falangi e i bulbi oculari per mettere mano alla pistola”, ha esortato a “parla[re] con degli iraniani ed entra[re] in sintonia” , e ha salmodiato la sua saggezza “tanto per ricordarsi la distanza fra la danza delle parole e la definitiva crudezza dei fatti.”
    Io le ho semplicemente ribaduttuto che l’Iran l’ho visto con i miei occhi in quei giorni e con le persone ho parlato con la mia bocca. Tanto per dirle che oltre alle falangi e ai bulbi oculari ho anche un paio di gambe.

  26. Peccato per gli altri apparati mancanti. ;)

  27. Nessuno è perfetto. Immagini se avessi avuto anche un cervello… :)

  28. Tratto dall’articolo di Luca Galassi, Peacereporter.net (http://it.peacereporter.net/articolo/28145/Vik,+l%27ultimo+saluto)

    Egidia Beretta, madre di Vittorio Arrigoni, durante il funerale del figlio a Bulciago:

    “Vittorio non è nè un eroe, né un martire, ma solo un ragazzo che ha voluto riaffermare con una vita speciale che i diritti umani sono universali, e come tali vanno rispettati e difesi in qualsiasi parte del mondo, che l’ingiustizia va raccontata e documentata, perché nessuno di noi, nella nostra comoda vita possa dire ‘io non c’ero, io non sapevo’. Vittorio è stato un testimone, un grande attivista per i diritti umani. Da lui dobbiamo apprendere la forza della coerenza agli ideali. Dalla sua scelta radicale e non violenta attingere la forza per azioni concrete, per diventare ovunque, anche noi, attivisti per i diritti umani. Noi non immaginavamo, non sapevamo in quanti voi lo amaste, in tutte le latitudini e le longitudini. Credetemi, in questi giorni di dolore, questo è stato l’inaspettato soccorso ai nostri cuori feriti. Abbraccio voi e tutti i figli della Palestina. Con un abbraccio particolare e riconoscente agli amici gazawi di Vittorio. Là era la sua seconda casa. Continuate a lavorare per la vostra terra restando uniti, con coraggio e speranza. Ricordando che Vittorio aveva una sola arma: la parola e la testimonianza. Stay human, restiamo umani. Salam aleikum”.

    La parola, la testimonianza, il “restare umani”. Quelle che ci mancano sono parole semplici.

  29. @Sara Giannini
    Tu linki un articolo di Salman Rushdie. Non mi sembra molto utile continuare a leggere ciò che i media occidentali scrivono in merito a Ai Weiwei perché così si continuerebbe a leggere lo stesso articolo illudendosi di assimilare pareri diversi.
    Dal punto di vista del loro codice penale non ci sono illeciti nelle procedure di arresto e detenzione mentre i media occidentali hanno già deciso che l’artista è *sparito*, arrestato *illegalmente* con accuse *laughable* per motivi inerenti alla sua fama di *portavoce dei diritti democratici* in riferimento alla *jasmin revolution*. Chissà le torture.
    Ho qualche domanda anche per Giovanna. Per quali ragioni credi a questa interpretazione piuttosto che rimanere scettica e inquadrare la cosa all’interno di un codice penale cinese, che garantisce la convivenza e l’ordine in uno Stato con miliardi di persone? Quali sarebbero qui i *diritti umani violati* di un imputato per crimini economici quando anche nel nostro ordinamento l’articolo 275 c.p.p implica la custodia cautelare fino al termine delle indagini qualora vi sia pericolo di fuga e derivante sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini.
    I residenti di nazioni che praticano il common law potrebbero dirci che il nostro sistema viola i diritti umani per la mancanza della cauzione che libera subito l’indagato, lo dico a titolo di esempio.

  30. MariaGiulia: la mia è innanzi tutto una riflessione sulla piccolezza della prospettiva dei media italiani.

    Quanto all’«inquadrare la cosa all’interno del codice penale cinese», come tu giustamente chiedi, leggiti l’articolo di Battaglia su PeaceReporter linkato da A. e Ben, che mette la questione in termini più precisi del semplice appello per la «difesa dei diritti umani» (non sappiamo se siano stati violati):

    http://it.peacereporter.net/articolo/27843/Cina%2C+il+caso+Ai+Weiwei+tra+legalit%E0+e+arbitrio

    In ogni caso, con l’aiuto di Simone Pieranni, che sta in Cina, cercheremo di approfondire la faccenda e vi farò sapere.

  31. Il punto è che Ai Weiwei, così come tante altre migliaia di persone in Cina, sta(va) combattendo contro queste procedure autoritarie, che non salvaguardano i basilari diritti umani. Limitarsi al fatto che al momento sia legale sequestrare un essere umano, senza che nessuno sappia dova sia detenuto e quali siano le sue condizioni di salute, non mi sembra francamente un atteggiamento condivisibile. La realtà si cambia e la discussione (anche a livello internazionale) non mi sembra possa nuocere a nessuno. Il suggerimento quale sarebbe? Ignorare il fatto? Non riesco davvero a capire il fine delle polemiche.

    Un anno fa sono stata in Cina (Pechino) tre mesi per approfondire il lavoro di Ai Weiwei. E il suo ruolo nella giovano società cinese non è assolutamente da sottovalutare. Ai Weiwei è un simbolo per tutti coloro che sperano in una vita migliore. Basta essere puntualmente cinici e polemici e lasciarsi andare alla non-azione.

    P.S. Rushdie non è esattamente occidentale e mi sembrava interessante questa orizzontalità di posizioni dell’intellettuale non occidentale, ma in qualche maniera occidentalizzato.
    P.S.1. Thousands of protestors took to the streets this weekend to protest the continued detainment of artist Ai Weiwei. The demonstrations, held in the somewhat more liberal Hong Kong, saw students and artists carrying large figurines and wearing images of the beloved creator of the Tate Modern’s 2010 exhibition “Sunflower Seeds” and other internationally exhibited artworks. Ai, whose outspoken politics have run him afoul of strict public speech laws in China, was charged earlier this month with “economic crimes” and has been in captivity ever since. The movement to free Ai and other political dissidents has gained strong support from the international community, including statements from the United States and the European Union. Many Chinese, particularly those from the mainland, have not even had access to news of his arrest.

  32. Pingback: www.LiberaReggio.org » Appello di solidarietà all’artista cinese Ai Weiwei

  33. @Sara
    Aldilà delle tue riflessioni, condivisibili in astratto principio e figlie forse emotive della tua frequentazione intellettuale con l’artista, vorrei invitarti a riflettere su un paio di punti del tuo commento che mi portera a qualche tangente forse offtopic.
    I) Tu scrivi: “Limitarsi al fatto che al momento sia legale sequestrare un essere umano [...]“.
    Poiché hai una laurea semiotica non ti sono concedibili alibi linguistici. Come ti è venuto in mente di usare un verbo come “sequestrare” invece di “arrestare”, “detenere” “tradurre”? Ti rendi conto che questo predicato esplicita già un giudizio in una petizione di principio? Il verbo “Sequestrare” autorizza isotopie da Anonima sarda, mafia, squadroni della morte, desaparecidos, Pinochet… Più grave c’è solo il termine “deportare” nel dizionario.
    A cosa devi questa mancanza di cautela linguistica?
    Forse il problema è che si leggono troppi giornalisti che giocoforza si copiano tra loro, primo perché la quasi totalità non conosce né il mandarino né il cantonese, quindi è obbligata a leggere la stampa già tradotta, che è già filoccidentale, e a commentarla. Infatti se un ingenuo usasse google news per farsi un’idea cadrebbe in un circolo vizioso in cui Tizio si rifà a Caio, Caio a Sempronio e Sempronio a Tizio. Quindi non è questa la via giusta altrimenti poi si partoriscono illazioni a tutto andare tipo la mancanza di capi d’accusa, o l’idea che nel processo cinese sia bandita la tutela giuridica di una difesa professionale, etc etc.
    II) Tu scrivi: “Ai Weiwei è un simbolo per tutti coloro che sperano in una vita migliore.”
    È un simbolo nel senso dell’artista moderno, ricco, internazionalizzato e sotto i riflettori? Non capisco proprio come si possa anche minimamente sperare in una vita migliore senza giudicare il sistema cinese come un capolavoro unico nella Storia di emancipazione economica in pochi decenni di centinaia di milioni di persone. Cosa si sta sperando, scusa, sempre che non si pensi in termini di futuro anteriore, anzi, remoto? Nell’occidentalizzazione dei modelli di vita? Nel dare libertà da censura su internet a una popolazione che in maggioranza non possiede nemmeno un pc? Che etnocentrismo superbo! Un po’ come il Bobò che vuole vederti assegnata la libertà di stampa quando non hai i nemmeno i soldi per comprare il giornale altrui, sei analfabeta e la tua unica preoccupazione è che il tempo non ti rovini il raccolto per la cena.
    È fresca di ieri l’ammissione da parte del FMI che nei prossimi 5 anni l’economia cinese supererà lo statunitense in termini di PPP (GDP che tiene conto del differente livello dei prezzi nei vari paesi). Vogliamo capire la natura interessata della nostra propaganda sui diritti umani oppure vogliamo difende il diritto per il diritto, il principio per il principio?
    Hai riflettuto sul fatto che tutti gli articoli che si trovano in rete in lingua non mandarina rivelano lo stesso etnocentrismo da parte di coloro che sembrano totalmente ignari di quanto siano egocentrici nel loro considerare se stessi come lo standard, indipendentemente dalla differenze storiche, economiche e culturali? O vogliamo essere così stupidamente ottusi da ritenere che un modello che si attaglia, per esempio, a una Svezia benestante da 9 milioni di abitanti sia un criterio di riferimento con cui straparlare su una realtà di convivenze da quasi 1,5miliardi, che ancora 40 anni fa presentava una percentuale di analfabetismo rurale e lavoro agricolo da mettersi le mani nei capelli?
    A leggere il testo della Charta 08 non riesco a scaldarmi, devo ammetterlo.
    Leggilo. È un testo centone in cui si scimmiottano i principi dell’Occidente partendo da una posizione astorica nei confronti della lettura del proprio Paese. Un testo da Biancaneve, che può certamente accendere le giovani matricole ingenue che ancora ragionano per iperurani di possibilità ma che si spegne immediatamente una volta calato nei limiti di una realtà concreta.
    Sarebbe auspicabile che una testa pensante cominci a emanciparsi dal mantra della democrazia come kalòs kai agathòs. Occorre anche capire che la Cina non è assolutamente preparata per la democrazia, che non ne verrebbe alcun bene allo stato attuale. Se invece di leggere ciò che gli Occidentali pensano della Cina, si leggessero le parole dei suoi leaders, forse si ricomincerebbe a cogitare. Si scoprirebbe che Hu Jintao ha spiegato con inoppugnabile logica che se fossero concessi i diritti democratici in suffragio universale, ebbene, vincerebbero politiche a favore del mondo agricolo rispetto all’industrializzazione perché la maggioranza di persone afferisce ancora a questa collocazione produttiva. I risultati sarebbero disastrosi con scontri sociali inimmaginabili. Quindi occorre capire che determinati diritti sono concedibili solo se il sistema è adeguatò. Ma si danno i Nobel a un Liu Xiaobo che in termini tecnici è un sovversivo che incita al sovvertimento dello Stato, pagato da Occidentali. È chiaro di cosa stiamo parlando? Si è letta la sentenza? Certo che se si parte dal presupposto che il governo cinese è fanaticamente cattivo, dittatoriale, e ha come unico scopo la perpetuazione di se stesso in spregio al popolo e la repressione violenta dei propri oppositori, perché continuare a parlare?
    Del resto si ricorda ai dreamers che leggono che gli Stati Uniti hanno concesso il suffragio universale sostanziale, e non formale, solo nel 1966 tramite due sentenze della Corte Suprema che dichiararono incostituzionali gli obbligatori test per accertare i gradi di cultura e di alfabetizzazione necessari per concedere l’esercizio dei diritti politici.
    Quindi sveglia, cari pulcini. Non avrei critiche per i diritti umani sbandierati. L’ntenzione è buona. Tuttavia occorre capire che da almeno un ventennio l’intervento umanitario è il principale argomento retorico per dare avvio alle guerre, con morti e realtà che solo alcuni tra i giornalisti che scrivono a guerra in corso documenteranno a distanza di anni. L’Occidente guerrafondaio batte sui diritti umani per sensibilizzare il proprio elettore a considerare un’invasione futura, o ritorsioni di qualunque tipo,come la crociata del bene, giusta e auspicabile. Personalmente non ho voglia di essere manipolato e prestarmi alle invasioni altrui in nome del mio astratto principio, quindi anche su Wei Wei sospendo il giudizio e tratto la cosa con la giusta distanza.
    III) Tu scrivi: “Rushdie non è esattamente occidentale e mi sembrava interessante questa orizzontalità di posizioni dell’intellettuale non occidentale, ma in qualche maniera occidentalizzato.”
    L’Occidente ha sempre costruito ponti d’oro, concedendo premi Nobel, fama inernazionale e lauti guadagni a molti contestatori dei propri Paesi. C’è un infinita lista di mediocri scrittori e artisti che senza l’aureola dei perseguitati non avrebbe certo consegnato la propria prosa alla Storia. Bisogna apprezzarli e leggerli, per il coraggio e la testimonianza. Poi però occorre fare la tara alla loro prospettiva, visto che in teoria possediamo qualcosa di più complesso di un midollo spinale e la semplice lettura non garantisce la qualità del nostro pensiero. Leggere è come mangiare, bisogna imparare a ritenere ciò che è prezioso e cacare ciò che non lo è, la maggior parte quindi.
    Solo che la pancia sa già il fatto suo laddove il cervello invece lascia a te la responsabilità.
    Insomma, sarà paradossale ma il nostro rischio è di continuare a leggere troppo. Si prenda la Sinistra italiana, quindi buona parte di noi che scriviamo qui. Non è che la persona di sinistra non legga, anzi. È che legge sovente ciò che è consigliato dai suoi simili. La conseguenza è terribile: aumentando il numero di fonti che ripetono la medesima posizione, il lettore può essere indotto a pensare di essere nel giusto perché così tanti la pensano così. Perciò qualora ci si imbattesse casualmente in posizioni diverse, ecco, quelle posizioni ci parrebbero non solo insostenibili, ma faziose e insultanti. Con il risultato di diventare inconsciamente refrattari alla possibilità di cambiare idea ( e si prenda a mero titolo di esempio l’avversione al nucleare, sciaguratamente finita per motivi storicamente chiari ma filosoficamente oscuri tra i punti fermi della Sinistra solo italiana).
    Comprendo che ognuno di noi non possa dedicare giorni e giorni a ogni argomento su cui desidera formarsi un’opinione sensata, ma oggi è insostenibile affidarsi al principio di autorità o alla fonte già nota, fosse anche il collega o l’amico. Perché il modo in cui anche la nostra fonte in buona fede acquisisce informazioni può essere viziato dalla “catena della fiducia”, battezziamola così: io mi fido di te e te ti fidi di un altro che a sua volta si fida di un terzo. Delegando il proprio controllo a solo un paio di nodi di questa rete si rischia moltissimo in termini di acquisizione di un dato fattuale mentre si contribuisce d’altronde a inquinare le possibilità di bonifica di quel particolare ecosistema di verità.
    Quindi tu a chi deleghi il tuo giudizio? Alla Tate che scrive a bella posta “Release Ai Weiwei”? Ai familiari emotivamente comprensibili quando rilasciano le loro interviste? Ai collaboratori economici interessati?

  34. Pingback: Iniziative a sostegno dell’artista cinese Ai WeiWei · Global Voices in Italiano

  35. Ugo,

    innanzitutto non capisco tanto fervore. Ben venga il dibattito, ma quella tonalità bacchettona per favore no.

    E ora cominciamo dall’inizio.
    1) Tu scrivi: “figlie forse emotive della tua frequentazione intellettuale con l’artista”. Lasciamo l’emotività a questioni emotive. Mi occupo di arte contemporanea e di conseguenza mi sono occupata della produzione artistica di Ai Weiwei perchè incarna un esempio eccezionale di commistione paradigmatica tra due culture per millenni parallele e distinte. In maniera pressochè unica nel panorama globale dell’arte Ai riesce a innescare un dialogo virtuoso con entrambe, tessendo una rete fitta, interdisciplinare e transnazionale tra arte, politica e comunicazione. (Non voglio dare nulla per scontanto però immagino che pochi -in Italia- siano davvero a conoscenza della raffinata e iper-stratificata opera di Ai. Consiglio quindi una ricerca perchè è bene conoscere ciò che si critica)
    2) Sequestrare. Giocando con la semiotica potrei risponderti che il mio repertorio enciclopedico contempla anche: “la maestra ha sequestrato il libro”. Avrò forse calcato la mano ma l’arresto estemporaneo di un individuo all’aeroporto senza apparente motivazione (arrivata soltanto dopo diversi giorni), a cui fa seguito una totale sparizione dello stesso non stride poi così tanto con un SEQUESTRO. A pensarci bene, anche l’operazione d’urgenza al cervello subita da Ai nel 2009 va a braccetto con l’immaginario criminale che hai evocato. Settembre 2009 –> Ai è a Monaco di Baviera per una personale all’Haus der Kunst. Durante i lavori di allestimento della mostra, l’artista lamenta delle fortissime emicranie. All’ospedale i medici individuano un ematoma al cervello da operare immediatamente–> Agosto 2009. Sichuan –>Ai Weiwei avrebbe dovuto testimoniare in favore di un attivista che -come lui- si era occupato del terremoto del Sichuan (2008). Ai Weiwei non si è mai presentato davanti ai giudici poichè la notte precedente era stato prelevato dalla sua stanza d’albergo, trattenuto tutta la notte in caserma e picchiato dalla polizia. Internet è affollato di immagini, documenti e report sull’accaduto.
    3) Mi piace ciò che scrivi su Rushdie, Occidente, vittime strumentalizzate, guerre e quant’altro. Molto interessante e acuto. Ma credo abbia poco a che fare con il caso in questione. Nessuno in occidente spera una guerra contro la Cina.
    4) Concordo ovviamente sul miracolo economico. Ma è anche uno sviluppo cieco e sordo. Sono sicura che tu abbia già sentito parlare della cosiddetta “floating population”, lavoratori fluttuanti nei cantieri delle grandi megalopoli cinesi, senza casa, residenza, a volte senza identità, che vivono negli stessi cantiere in cui lavorano, “traslocando” a lavoro finito. Cito il China Daily: “China’s floating population of migrant workers reached a record 211 million in 2009 and will hit 350 million by 2050 if government policies remain unchanged”. Ho visto quei numeri in carne e ossa, soprattutto di domenica in bus o in metro quando (rarissimamente) possono raggiungere le loro famiglie per una visita fugace (se raggiungibili ovviamente). Si spostano con degli enormi sacchi di tela quasi più grandi di loro, che contengono materassi, vestiti e chissà cos’altro. Completamente bianchi di polvere, vernice, calcestruzzi. Con le orecchie letteralmente mangiate dal freddo. A Pechino vivevo in un bel grattacielo di ultima generazione, fresco fresco, e a volte di domenica avevo il disgusto quando tornavo a casa.
    5) Visto che bolli come visione occidentale e parziale il mio interesse per Ai Weiwei, non ti sembra che lo sviluppo economico cinese sia capitalista? E’ lo stesso stato cinese a definirlo “capitalismo con caratteri cinesi”. Quindi devo davvero dedurre che arricchirsi alla occidentale, idolatrare gli occidentali, assumere ritmi e stili di vita occidentali, rifarsi gli occhi alla occidentale etc etc etc può essere accettato, e invece sollevare dei dubbi sul rispetto dei diritti umani e soprattutto preoccuparsi della sorte di uno degli artisti più importanti al mondo è OTTUSO?????
    6) Amo le critiche, le discussioni e lo scambio. ma il nichilismo no.

    In ogni caso grazie per il tuo interesse.

  36. Appunto.
    Il nichilismo no.

  37. Lei ha cominciato dall’inizio ma non ha visto la fine.
    Vediamo di bacchettarla ancora, visto che sembra vedere bacchettate dovunque:
    1) Quindi? Da ciò che scrive in questo punto deduco che lei abbia già deciso che la natura geniale dell’artista Ai Weiwei lo qualifica come innocente dei reati a lui imputati. Conferma inoltre la sua frequentazione biografica con l’opera dell’artista, che le avrà certamente suscitato l’afflato difensivo a priori. Infine lei consiglia una ricerca sull’autore “perché è bene conoscere ciò che si critica”. Ma chi è minimamente entrato nel merito di una qualsivoglia critica, scusi?
    2) Giochi meno con la semiotica, altrimenti rischia di rimanere sulla giostra delle sue interpretazioni. La frase che mi propone (la maestra ha sequestrato il libro), lungi dal portare acqua al mulino della neutralità connotativa, peggiora la natura del suo pregiudizio. Infatti reificando la persona al livello di oggetto finisce per rinforzare incautamente nel lettore la natura del suo pregiudizio di partenza nei confronti del sistema penale cinese.
    Inoltre sembra continuare a giocare di insinuazione, suggerendo velatamente al lettore che l’aneurisma (accertato) di settembre sia connesso alla violenza (inaccertata) di Agosto. La prego inoltre di non insultare la sua intelligenza riproponendo ancora come argomento un generico Internet (affollato di immagini, documenti e report sull’accaduto). Spero non si riferisca alla messe di siti che contrabbandano le foto in ospedale post operazione come l’evidenza delle percosse subite. Su, conosce bene l’argomento, avrà materiale da mostrare. Lo faccia, per il bene di tutti. Sono molto interessato a non prendere cantonate anch’io, quindi si dia da fare. Convinca i suoi lettori con la forza dei fatti.
    3) Cosa fa il pesce in barile con i suoi stessi argomenti? È lei che ha tirato fuori Rushdie come valido interlocutore e io gliel’ho cortesemente fatto a pezzi. Tra l’altro quando scrive che “nessuno in Occidente spera una guerra contro la Cina” dimostra una certa ingenuità. Le guerre contro i deboli usano le bombe: contro i forti usano altri tipi di ritorsioni. Poi non mi sembra il caso di mettere limiti alla Provvidenza: il nostro penultimo premio Nobel per la pace potrebbe trarre ispirazione dall’ultimo per ridefinire l’agenda degli Stati e personaggi canaglia ora che è fresca la notizia che si è liberato un posto.
    4) Concordo con lei, Sara. Ovviamente il nostro maestro non era Pangloss. Ma per criticare i problemi di un sistema occorre avere un’idea chiara delle alternative. Se lei vuole provare a proporre qualcosa che non sia la solita solfa della democrazia faccia pure. Se invece ritiene ancora valido l’argomento, le consiglio di cominciare a studiare un po’ i teoremi dei Nobel (non per la pace, fortunatamente, ma in economia e vinti per questo) Arrow e Sen. Poi continui con Balinski Young sui limiti di sistemi di votazioni, estendendo il paradosso di Condorcet. Così facendo potrà cominciare a capire, attraverso l’inopinabile verdetto della logica, l’inconsistenza di questo vero e proprio concetto vuoto, illusione permessa dalle magie dei linguaggi naturali.
    4) Analizziamo la struttura che lei mi attribuisce: io bollerei come occidentale e parziale il suo interesse per Ai weiwei MA lo sviluppo economico cinese è capitalista, definito addirittura così da se stesso. QUINDI vivere o ambire allo stile occidentale può essere accettato A DIFFERENZA del sollevare dubbi sul rispetto dei diritti umani e SOPRATTUTTO del preoccuparsi della sorte di uno degli artisti più importanti del mondo.
    Provi ora a rileggere il mio intervento del post precedente e veda se riesce a notare una qual piccola differenza tra la sintesi che ne fa lei e quello che vi è scritto. Se ancora non vede la differenza, segua il motto dell’Accademia del cimento. Sarà un successo.
    6) Neanche io. Ma è lei che scambia la sua debolezza argomentativa per nichilismo altrui. Sta a lei trovare l’onere della prova e convincermi della sua tesi. Lei è la giornalista: io sono il suo lettore.

    Comunque se crede di essere utile alla causa di Weiwei, o alla libertà dei cinesi, qualunque cosa voglia dire, sappia che sta svuotando l’oceano col cucchiaino. E che se anche l’artista è stato ingiustamente sequestrato, come dice lei, non sarà certo con la sua strategia al chiaro di luna che otterrà qualcosa. Pensi se attraverso la sua purezza e sincera difesa dell’arte e della libertà di espressione facesse incazzare ancora di più i carcerieri.
    Vede, ragioni in questo modo: se i carcerieri sono buoni e onesti, Weiwei uscirà di prigione anche senza di noi. Se sono cattivi e disonesti non uscirà nonostante noi.
    Non si cura l’impotenza con l’insistenza.

  38. Sarà l’ora … ma sono troppo umana per attaccare l’uomo (in questo caso la donna) per banalizzare il suo ideale.

  39. @Sara
    Ho dimenticato l’ultima perla sul livello di autorevolezza e insospettabile incorruttibilità intellettuale di Salman Rushdie, da lei usato come appoggio per la sua tesi.
    Un vero pacifista del pensiero, che tra uno Ye De e un Ai Weiwei trova il tempo di sfornare questi freschi articoli (ieri) in cui ci distilla la sua vocazione neutrale e la sua ricetta di metodo su come affrontare il futuro mostrandoci quale colore abbia la sua difesa dei diritti umani in Pakistan, il suo nuovo papabile Stato canaglia.
    “[...] the time has come to declare it a terrorist state and expel it from the comity of nations.”
    Una vera e propria apertura al dialogo.
    Impari a conoscere le persone e i loro pregiudizi più o meno interessati. Ma sopratutto non usi dei boomerang per suffragare le sue idee.

    http://www.thedailybeast.com/blogs-and-stories/2011-05-02/salman-rushdie-pakistans-deadly-game/

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