A cosa serve lo sciopero di oggi?

Non è una provocazione. E nemmeno una domanda retorica. È un dubbio che mi assale da anni, sugli scioperi, e a maggior ragione su questo di oggi, indetto dalla Cgil e dalla Fiom, ma contestato dalla Cisl e Uil, sostenuto dall’Idv, da Sel, dalla Federazione della sinistra e dal Pd di Bersani (mentre altri nel Pd non sono d’accordo), ma contrastato da Fli e dall’Udc.

Camusso con cappellino rosso

Osserva giustamente Polisblog:

«Per ragioni che andrebbero analizzate a fondo, lo sciopero sembra svuotato del suo significato più profondo, e sembra essere sempre meno un’effettiva possibilità di ottenere qualcosa quando le concertazioni falliscono.

Anche perché i precari, i contratti a progetto, il popolo delle partite IVA, i lavoratori atipici, tutti coloro che, per prassi e per fatti compiuti, di fatto, non sono più tutelati dallo Statuto dei lavoratori – e che, prima del diritto a non essere licenziati senza giusta causa, dovrebbero conquistare il diritto al lavoro stabile – hanno un’oggettiva difficoltà a scioperare.»

In tema di diritti vanno poi considerati – come sempre si fa in questi casi – anche quelli di coloro che subiscono disagi più o meno gravi per lo sciopero. È in nome di diritti negati, per esempio, che oggi Ferruccio de Bortoli contesta la Cgil, che gli ha impedito di uscire col giornale cartaceo: Effetto sgradevole dello sciopero generale.

Ma il sacrificio di alcuni diritti sarebbe accettabile e pure sacrosanto, se lo sciopero servisse a qualcosa. Intendo: se avesse obiettivi precisi e portasse a risultati concreti.

In realtà, diciamocelo francamente: sono in dubbio proprio i risultati. I sindacati – uniti, e non a spizzichi e bocconi – non potevano trovare modi più efficaci di contrattare la manovra?

Sto assumendo una posizione conservatrice? Sto affondando nel ventre molle del centrismo più moderato? Al contrario, sto cercando di guardare oltre, sto cercando una posizione più innovativa e radicale.

Lo sciopero di oggi è un atto di protesta ritualizzato e irregimentato, che segue ancora codici del primo Novecento. Una forma di comunicazione per dire al governo: «Guardaci, ci siamo» e «Non ci piace quel che fai, vattene a casa». Con l’aggiunta di qualche parolaccia.

È a questo che serve. Anche in un’ottica internazionale: in tutte le capitali europee la gente protesta, e noi? Che figura ci farebbero un sindacato e un’opposizione che non portassero la gente in piazza? Perciò tutti in piazza. Ne parleranno i media oggi e domani. Inizierà il balletto dei numeri: 2 milioni diranno gli organizzatori, 200 mila la questura.

Più grosse saranno le cifre, più potente il simbolo.

E speriamo non ci siano violenze. Tranquilli, non ci saranno: non siamo a Londra e neppure nel Maghreb. Perché non siamo ancora abbastanza poveri, come ho detto più volte. Non oggi. Domani chissà.

61 risposte a “A cosa serve lo sciopero di oggi?

  1. Prima o poi molti si accorgeranno che c’è ancora qualcuno che, inalberando un inutile cappellino rosso, continua a parlare il linguaggio dei suoi bisnonni.
    A cosa serve lo sciopero oggi?
    A far perdere una giornata di lavoro ai soliti creduloni!
    A far perdere una giornata di produzione in una economia in discesa!
    A far perdere qualche ora in mezzo al traffico ai Romani vitttime incolpevoli!
    E domani, il cappellino rosso potrà dire: Hai visto come sono forte, ho portato in piazza un milione di persone. Ma non si renderà conto che il restante 99,999% degli italiani ha pensato che quel cappellino rosso era proprio infantile.
    Tiremm’innaz!

  2. “Lo sciopero di oggi è un atto di protesta ritualizzato e irregimentato, che segue ancora codici del primo Novecento”

    Beh, era prevedibile. Una che negli anni ’70 studia per diventare archeologa alla Statale di Milano e a 20 tresca già col sindacato (preferendo il matrimonio di convenienza a 22 anni con la FIOM piuttosto che il nubilato impegnativo con la Stele di Rosetta) quale posizione innovativa e radicale potrà mai maturare?
    I matrimoni possono essere coronati da successo ma dopo 36 anni di unione non possiamo certo chiedere ai coniugi di essere diversi da quello che sono sempre stati.
    La Cgil è un marito fedele che per principio preso non lascerà mai la coniuge. E Susanna Camusso non ha mai chiesto il divorziato.

  3. Divorzio, divorzio, scusate l’errore.
    Qui di divorziato c’è solo il senso del ridicolo.

  4. Ps
    Dirò di più. Per fortuna che la Camusso si è limitata a riproporci una soluzione anni ’30 perché la vocazione archeologica avrebbe potuto ispirarle la soluzione secessionista dei plebei romani sul Monte Sacro.
    Leggo che era il 494 Avanti Cristo. Una data coeva alla modernità delle idee dei nostri sindacati.
    La laurea in archeologa mancò ma noi ammiratori della Camusso abbiamo comunuqe colto la filosofia che ispira i suoi atti: il futuro non va cercato nel passato remoto.
    Ma nel trapassato.

  5. I primi due commentatori mi sembra non siano proprio da ascrivere tra i supporter di Cappellino Rosso……ma chi andrà al suo comizio?
    E le 100…1000…10000 bandiere rosse che sventoleranno, chi le terrà bene in alto?
    Cappellino Rosso è sicuramente capace di difendersi da sola, ….ma non è gentile lasciare una signora sola chiusa nel suo archeologico chiacchericcio!

  6. D’altronde, lo sciopero è talmente regolarizzato che una sua assenza verrebbe usata per dichiarare un implicito accordo generalizzato sulla manovra. E visto dalla base della CGIL e della FIOM come una resa, il fazzoletto bianco dei sindacati militanti che tutti attendono con orrore. Risultati? Non è nei poteri dei sindacati. Né in quello dei partiti, beninteso. In questo momento bisognerebbe organizzare pulman a Bruxelles e Francoforte, non a Roma.

  7. Questo sciopero serve a illudere chi aderisce o simpatizza che la CGIL stia facendo qualcosa per risolvere la crisi, nascondendo che invece non fa nulla.

    Fare che cosa? Ovvio. Proporre misure operative che convincano Trichet, Draghi e i mercati, più di quanto ci riescano quelle del governo.
    E siano nello stesso tempo più lungimiranti e rispondenti agli interessi di medio e lungo periodo dei lavoratori italiani.
    E poi semmai usare anche lo sciopero per farle passare.

    Niente di tutto questo, neanche l’ombra. Solo le urla scomposte di Susanna Camusso che mi arrivano in questo momento dalla finestra.
    Nessuna proposta seria neanche da parte del PD, la cui ‘contro-manovra’ è stata ridicolizzata persino dal più autorevole economista/editorialista di Repubblica, cioè dalla voce più amica su cui il PD possa contare: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/27/il-pd-la-cgil-la-contro-manovra-quant.html

    Ci si può allora chiedere: per quali ragioni — certamente ci sono e sono forti — hanno deciso di non fare nulla, di fare solo finta di fare?

  8. Guarda Giovanna, mi fa piacere che tu ( come spesso accade…ma se non ne parli tu dei cambiamenti evolutivi del “senso delle cose” chi meglio potrebbe? :-) in modo giustamente provocatorio poni la questione dell’adeguatezza o meno, negli anni del declino ( o presunto tale) delle tute blu… e anche dei colletti bianchi , dello sciopero come strumento di pressione e di lotta sociale, di rivendicazione di diritti e come forma di protesta verso iniquità ed ingiustizie sociali, nonchè sempre più essenzialmente finalizzato allo spostamento di attenzione dei media verso la rabbia e l’indignazione delle classi più tartassate negli ultimi anni.
    Non la considero una discussione fuori tema, nè tanto meno di riflusso o di assuefazione alla crescente demonizzazione e presa di distanza (anche all’interno di buona parte del mondo politico e sindacale) come ricordavi.
    E’ questione di sostanza interrogarsi oggi sulle nuove forme di pressione e di “rivendicazione”; è moderno e direi quasi rivoluzionario trovare nuovi e più incisivi metodi per realizzare quelle che si possono definire le nuove frontiere della “lotta di classe” nelle accezioni nuove e originali con cui si possono oggi inquadrare le classi sociali ( diverse dal passato ma non meno interessate ad una diversa redistribuzione dei pesi di reddito, ricchezza, risorse materiali ed intellettuali ecc.) che si stanno sempre più definendo in occidente ed in particolare in Italia. Ma direi di più.
    E’ decisivo oggi stabilire quali potrebbero essere le nuove frontiere del conflitto e delle alleanze necessarie per renderlo adeguato ed incisivo rispetto ai nuovi assetti sociali, culturali e mediatici. In questo per esempio possono giocare un ruolo sempre più decisivo i nuovi media ed i SN, senza però enfatizzarne troppo l’efficacia, stante il linguaggio e l’uso che ancora ne viene fatto.
    Ho il sospetto che tale ricerca però dovrà comunque evitare i rischi dei duri attacchi ( sempre molto presenti, talvolta manifestamente evidenti talvolta opportunamente mascherati) di coloro che in questa transizione giocano ogni carta per ottenere un vero riflusso da ogni forma di rivendicazione, per ricacciare indietro di decenni diritti e principi sacrosanti. Che per questo ancora oggi temo che dovranno quotidianamente essere presidiati dalla società civile e democratica ( pure se vetero). Di questo oggi si parla a proposito delle norme incoerenti sulla manovra inserite da Sacconi.
    Se insomma le vecchie manifestazioni potranno passare la mano a modelli più efficaci ( con un giusto e intelligente rapporto costi-oppurtunità modernamente riesumato dalla sinistra in un nuovo contesto ambientale) ciò che più dovrebbe essere messo al centro di un moderno sindacalismo è senza dubbio “l’attore nuovo” dei bisogni da tutelare.
    Oggi è il precario intellettuale (non solo il giovane perchè fino ai cinquantenni oggi sono di nuovo a rischio tutti), colui che sta rischiando di perdere ogni speranza in un futuro; il giovane ed il meno giovane che hanno oggi da ricrearsi delle opportunità di vision per un modello dignitoso di vita, oltre che di lavoro. Un precario molto spesso istruito superficialmente, sicuramente scarsamente professionalizzato, ancora troppo distaccato per molti aspetti dalle vicende politiche e sociali di questo tempo e,quindi, solo.
    Una figura per troppi aspetti originale. Forse troppo per un vecchio sindacato di pensionati e di “tutelati” del pubblico impiego come oggi è diventata la CGIL. Figuriamoci per le altre sigle che hanno oramai ceduto al richiamo della pura e semplice co-gestione del potere ed al ruolo di collocatori di risorse umane.
    A questa persona-lavoratore fin troppo atipico, rispetto ad un secolo di lotte e di scioperi tradizionali, nessuna forza politica o sindacale adesso sta pensando in modo serio ed analitico per metterlo al centro di un necessariamente attuale e non futuro modello di rivendicazione sociale, nè tantomeno in un progetto di diverso assetto di relazioni sociali.

  9. “Proporre misure operative che convincano Trichet, Draghi e i mercati,”. Tagli e austerità, tagli e austerità, tagli e austerità. Qua non entro nel merito di questo sciopero in particolare, ma possiamo capire che c’è gente che non vuole perdere i suoi diritti di lavoratore per “convincere i mercati?”. Chi sono i mercati? Parliamo di entità astratte e sovraumane, circondate da un’aurea mistico-scientifica che ci fa credere che non abbiamo diritti come cittadini e non abbiamo potere come collettivo.
    Sono d’accordo: questo sciopero è un casino, concordo con Cosenza che sia simbolico e non pratico, ma ripeto che i risultati non sono alla portata né dei sindacati né dei partiti. Che la guerra della CGIL in questo momento sia per non sparire, e che non sparire serva a poter lottare per salvare, per esempio, la contrattazione collettiva, nella quale assenza i ceti bassi si impoveriscono. Non so se sia bene o un male, è una lotta di potere simbolico e il potere simbolico a suo modo serve sempre.
    Tornando alle misure: stringiamoci la cinta, già che ci han detto che i Mercati reagiranno positivamente (tanto poi tra un mese si ricomincia). Però chi ce l’ha detto? Il dibattito è tutto aperto e ci sono dei premi Nobel là fuori (Stiglitz e Krugman per dirne due) che dicono che la politica che sta chiedendo la BCE è un’assurdità che ci porterà alla rovina. Che bisognerebbe spendere di più e non di meno. Chi ha ragione? Nessuno di noi è in grado di discutere di modelli economici con un Nobel, ma il punto alla fine è: non dovremmo difendere i nostri diritti a prescindere da quello che dicono i modelli economici?

  10. @ Lorenzo Marini.
    Piaccia o non piaccia, i mercati stabiliscono quale interesse dobbiamo pagare sul nostro debito pubblico, a questo non c’è rimedio. Se non li convinciamo, alzano il prezzo, il debito aumenta e le risorse diminuiscono per tutti noi.

    Per questo è imperativo convincere i mercati.
    Per questo conviene farlo con le misure operative che meglio corrispondono agli interessi dei lavoratori italiani, in primis quelli non tutelati.
    Dire solo dei no (“difendere i diritti”) è il modo peggiore di difendere i propri interessi.

    Volere qualcosa senza dire come arrivarci, è infantile.
    Oppure è un modo per non arrivarci — forse la CGIL NON vuole arrivarci.

  11. Forse in molti se ne sono già accorti – che la CGIL parla il linguaggio dei bisnonni, che mancano proposte concrete, che è una forma di protesta ritualizzata e così via. Anche se il prelievo sullo stipendio è tutt’altro che trascurabile, per chi campa con poco più di mille euro al mese. Ed è vero che le riflessioni su nuove forme di rivendicazione sono assenti o ancora allo stato embrionale, e poi c’ è la questione dei precari. Ma in questo quadro sconfortante di assenza di rappresentanza (chi mi tutela come persona, come cittadino, come lavoratore?) e nell’attesa che la gente si decida a fare la rivoluzione coi forconi e l’i-coso in mano, spinta dalla fame (quando?) non scioperare non è ancora peggio che scioperare?

  12. @Ben
    Ma che senso ha parlare quando la platea è completamente analfabeta, in senso tecnico e in fondo senza colpe?
    Ieri sera Lerner ha inaugurato la sua decima edizione dello stesso narcisistico bla-bla invitando in studio un tipo azzimato che con tutta serietà sosteneva l’utilità di fare una patrimoniale a fondo perduto del 10% sopra cifre, che pur sbrocciolando un po’ e detto a mezza bocca, si è capito quantificare a partire da circa 300000 euro, per beni mobili e immobili. Un tipo del genere non possiede la chiara nozione del fucile e della pallottola e che non bastano leggi per riforme del genere: ci vogliono i militari. Quello capiva d’economia ma non capiva un’acca di sociologia.
    La merdina Lerner, oltre a invitare, aizzandoli, questi Lenin da boudoir, rimanendo fedele al suo narcisismo da socialista borghese à la Santoro, ha dato la parola, per mezzo del suo corrispondente esagitato in diretta, a qualche manifestante operaio esasperato che picchettava la sede della Borsa italiana. Questi, con totale e candida ignoranza, suggeriva l’azzeramento del debito senza rendersi minimamente conto che non onorare l’obbligazione vuol dire fine.di-mondo: non pagare stipendi e pensioni dal trimestre successivo e non creare sviluppo economico di alcun tipo per decenni, volendo tralsaciare altri effetti collaterali piuttosto violenti.
    La domanda da farsi è chiedere a quali fonti si siano abbeverati tutti quanti per tirar fuori delle soluzioni da bar dello sport perché qui siamo al livello di ignoranza pura; roba da terra piatta, da macchina perpetua. Non stupisce quindi che il sindacato CGIL continui a parlare la stessa lingua antiquata del dizionario Tommaseo, così come non deve stupire se gli aderenti più ortodossi non sappiamo capire che quell’idioma.
    Di chi è colpa se un commentatore (Lorenzo Marini) arriva a chiedersi se “non dovremmo difendere i nostri diritti a prescindere da quello che dicono i modelli economici”?
    Un diritto è erogabile solo se ha una copertura economica. Prendiamocela con gli ultimi 30 anni dei sindacati che non hanno saputo leggere che il passato e ora pretendono di applicare al presente la loro miopia da diritti insostenibili chiudendo la stalla a buoi fuggiti. Dove’rano quando venivano erogate pensioni con 15 anni 6 mesi e 1 giorno?
    Meglio che a Roma il popolo dei precari e delle partite iva sia esiguo perché se il numero fosse elevato qualcuno col cervello lucido lo troveresti e probabilmente sarebbe quello che qualora partecipasse alla manifestazione della CGIL lo farebbe per farli fuori tutti.

  13. Faccio presente che in questo sciopero ci sono dei fatti nuovi. Prima di tutto s’è rivista tutta la sinistra, insieme, unita, fatto non poco positivo. In secondo luogo anche i comuni sono d’accordo con questo sciopero. Credo che lo sciopero, poi, non solo abbia diritto di cittadinanza ma che conservi ancora necessità ed efficacia:considerate che la Ryanair sta chiedendo all’Europa di vietare gli scioperi. Altre forme di protesta siano le benvenute e affianchino lo sciopero: vedo difficile ad ora sostituirlo. Il popolo delle partite IVA e i lavoratori atipici secondo me possono solo beneficiare se la cultura dei diritti dei lavoratori è nutrita e difesa nel nostro paese. Considerate, infine, il clima politico di forte avversione al governo Berlusconi e considerate anche la manifestazione “piazza pulita” del 10 e 11 settembre prossimi. Invito a meno scetticismo e a maggiore ottimismo, fiducia nel cambiamento.

  14. @Ben.

    Senza dubbio i mercati decidono, ma non abbiamo risposto alla domanda, chi sono i Mercati? E se non c’è altra uscita che lasciare che siano i mercati a stabilire quali politiche dobbiamo seguire, come le nostre risorse vadano usate, quali siano i nostri diritti di cittadini, allora suggerisci che dovremmo adottare un approccio alla Washington Consensus e deregolarizzarli completamente?

    Quello che cercavo ci dire è che il modello è perverso ai massimi sistemi. Siamo in caduta libera perché il mondo dei mercati è disconnesso dal pianeta reale, una serie di regole create per permettere la distanziazione spazio-temporale del consumo e del commercio è diventata più importante della gestione delle risorse materiali, dei dirtti di base, e del consenso collettivo.

    Ne consegue che sì, se non vogliamo affondare adesso come adersso dobbiamo obbedire ai mercati, ma l’esistenza di gruppi che ribadiscono la priorità dei diritti dei cittadini (e quindi di chi è parte di un contratto sociale non basato su crediti e bolle speculative, ma sull’appartenenza a una comunità) l’esistenza di tali gruppi dicevo è utile a ricordare, all’interno di una battaglia di potere simbolico che comunque i mercati stanno stravincendo, che non si può delegare a priori l’organizzazione delle nostre vite a modelli economici astratti che, tra l’altro, sono generalmente fallimentari in quanto a generare benessere per la comunità.

    Quindi chi sono i mercati? Quali grandi e piccole figure stanno dietro ai mercati? Chi dice cosa pensare a queste figure? E perché tutto questo circolo ideologizzato di piccoli e grandi poteri ha più potere dei nostri rappresentanti democraticamente (o meno) eletti?

    Se ci dimentichiamo di farci queste domande, abbiamo già rinunciato al potere del popolo.

  15. @Ugo. Il commentatore in questione non è un esperto di economia, ma ha una certa idea del fatto che i mercati finanziari non sono nati insieme agli alberi e le farfalle, ma sono il preciso prodotto di una serie di accordi e politiche economiche portate avanti negli ultimi due secoli. In particolare la situazione attuale deriva da decisioni prese negli ultimi decenni.

    Il modo in cui ti esprimi ribadisce il concetto che la società lavora per i mercati e non viceversa. “Un diritto è erogabile solo se ha una copertura economica.” Questo sarebbe giustissimo se basato solo sulle risorse, e ricorda che il denaro è stato creato per facilitare lo scambio di risorse, che sono quello che mangi bevi e muove la tua macchina – ma essendo basato su modelli speculativi la cui scientificità è più o meno quella delle corse di cavalli, si, la gente ha il diritto di protestare e difendere i suoi diritti.

    Ho già detto che son d’accordo con te che adesso come adesso dobbiamo abbassarci i pantaloni davanti ai mercati, ma la protesta serve anche a ricordare che altri modelli sono da ricercarsi.

    Ho anche già detto che se basta leggere Paul Krugman per sapere che neanche l’establishment economico è unanime nel dire che il modo di convincere i mercati sia tagliare con una falce, ridurre i diritti dei cittadini e deregolare il deregolabile.

    Sempre è meglio portare avanti i propri argomenti senza mettersi a dare dell’ignorante a destra e a manca, ci si fa sempre la figura dell’arrogante, che tu abbia ragione o no, cosa che né tu né io sappiamo chi abbia.

    Saluti.

  16. @ Lorenzo Marini (2)

    Stiglitz e Klugman forse hanno ragione.
    Ma anche secondo loro è imperativo che chi ha un debito come il nostro riesca a convincere i suoi creditori a continuare a prestarci denaro a un prezzo sostenibile per noi.
    Il problema non è il se, ma il come. E comunque, l’ultima parola ce l’hanno i mercati, mica Stigler o Krugman.

    Noi siamo messi così male che abbiamo inoltre bisogno che anche Trichet, cioè la Banca Centrale Europea, decida che vale la pena di aiutarci.
    Quindi dobbiamo convincere anche lui, giusti o sbagliati che siano i suoi criteri.
    Se no finiamo come la Grecia.
    E i soldi ce li mette la BCE — principalmente la Germania — mica io o te.

    Se Stigler e Krugman, o la Germania e la Francia, o il corso delle cose, persuaderanno la BCE a modificare i criteri attuali, dovremo attenerci ai nuovi criteri.

  17. @Ben. Beh, la Grecia ha fatto tutto quello che le hanno detto ed è finita come è finita. Nel frattempo, oltre alla crisi hanno perso pure un sacco di diritti.
    E si, dobbiamo convincere i mercati, ma purtroppo chi influenza davvero i mercati è malato di ideologie socialmente distruttive.

  18. @ Lorenzo Marini (3)

    “Convincere i mercati” significa trovare chi ci presti le migliaia di miliardi di euro di cui abbiamo bisogno a un interesse del 5% piuttosto che del 10%.

    Meno i nostri creditori si fidano di noi, della nostra capacità di restituirgli il prestito, più alzano il prezzo. Preferiscono prestare a gente più affidabile. Come dargli torto? :-)

  19. Sul senso dello sciopero vi segnalo il botta e risposta tra il direttore del Corriere di Bologna (http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/politica/2011/5-settembre-2011/orologio-fermo-1901451745979.shtml) e il segretario della CGIL bolognese (http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2011/6-settembre-2011/cgil-sciopero-invade-centro-1901454521460.shtml)

    Aggiungo che se questa è la prima generazione che si attende (a ragione) di stare peggio dei propri padri, i codici (e le lotte) del Novecento svettano come giganti su quelli del XXI secolo

  20. @Ben.
    Il concetto di cosa ‘convincere i mercati’ voglia dire è chiarissimo, quello che è meno chiaro è cosa pensate succederà dell’Italia e dell’Europa una volta che i mercati li abbiamo convinti. A parte ovviamente rottura sociale, inuguaglianza ai massimi storici, disaffezione totale dalla politica e dalla cosa pubblica, e un difetto sistemico che ci rimetterà un giorno nella stessa situazione.
    Trovo semplicemente che il conetto di ‘un altro modello è da ricercarsi perché i nostri diritti vengono prima di tutto’ non sia uno tanto strano da scandalizzarcisi.

    http://www.social-europe.eu/2011/09/a-plan-b-for-the-world-economy/

  21. @ Lorenzo Marini (4)

    I mercati sono poi, in ultima analisi, i comportamenti dei risparmiatori che investono in titoli di stato.
    Tu a suo tempo, avendo 5.000 euro di risparmi, li avresti investiti in titoli di stato argentini, che allora rendevano il 20%?
    Avresti fatto bene ad avere dei dubbi e dire al tuo agente finanziario “Troppo rischioso; per correre un rischio così, come minimo il 25%”.

  22. @ Lorenzo Marini (5)

    Ok, siamo d’accordo che convincere i mercati è imperativo.
    Il punto è che ci sono strade molto diverse per ottenere la loro indispensabile fiducia.

    Per questo ho sostenuto che è importante avere proposte operative al riguardo, che corrispondano il più possibile (tenuto conto della dura realtà) agli interessi di medio e lungo periodo dei lavoratori italiani.
    Proposte operative alternative quanto si vuole, ma convincenti per i mercati, scusa l’insistenza. ;-)

    Se no, se si fa come stanno facendo PD e CGIL, si va al traino di interessi diversi.

  23. @Lorenzo Milano
    Ragazzi, non ci scaldiamo. Molti continuano a non capire che il mercato non è un’entità divina che viva di vita propria e che vada blandita o assecondata pena subirne la sua collera; ci immaginiamo fantomatici speculatori che attentato all’integrità degli Stati; scarichiamo sulla finanza le colpe dell’economia. Insomma, siamo tutti qui a chiederci perché a livello comunicativo il PD sia afasico e i sindacati parlino un linguaggio da ottantenne.
    La risposta è in fondo semplice. Il mercato siamo noi. Il mercato è il risparmio di ciascuno, la propria previdenza privata, il proprio fondo d’investimento, il bot da mille euro per difendere l’inflazione, etc.
    Non esistono speculatori, esistono soggetti che perseguono individualistici obiettivi.
    Vedo che citi Stiglitz e Krugman, vati del pensiero Liberal. In sostanza cosa dicono questi neo-keynesiani? Che lo Stato dovrebbe emettere moneta senza timore e con questa innescare una crescita forzata. Cosa fattibilissima il cui successo però ha un prezzo esagerato per tuitti coloro che possiedono qualcosa: la diretta proporzionalità con la creazione d’inflazione.
    Ora, se si vuole redistribuire denaro tra le classi sociali questo è il modo più indolore perché a pagare saranno coloro che posseggono beni mobili di capitale finanziario: costoro si vedrebbero erodere il patrimonio a velocità notevole. Come sai benissimo la politica europea funziona al contrario e non per uno scellerato patto tra avidi paperoni. La sua linea è proteggere il risparmio dall’inflazione. Perché? Semplice: essendo Stato ricchi di welfare sociale, con un’inflazione galoppante sarebbe impossibile controllare l’equilibrio tra presente e futuro nell’erogabilità di quei diritti nel senso di definire l’età della tua pensione e la sostenibilità valutaria del suo indennizzo. Quindi l’Europa, a cominciare dalla Germania, vota no a questa soluzione (e si veda dove si collochi il fronte dei contrari alla creazione di un’obbligazione come l’eurobond, che in soldoni equivarrebbe a stampare moneta distribuendo collettivamente il rischio, di fatto impoverendo il contribuente tedesco che ha perseguito una politica a bassa inflazione e a alta protezione del risparmio).
    Sposiamo quindi le tesi di questi due Nobel? Dipende da quanti soldi e proprietà tu possegga. Il punto è che in Italia non c’è più il proletario senza un soldo e il borghese ricco ma la società è stratificata in una quantità di posizoni socio-professionali che non riflettono in modo univoco le posizioni di capitali dei singoli (che sono nodi di una rete di relazioni). Puoi avere il precario che non ha proprietà di beni ma la cui famiglia sì (la prima casa o un fondo previdenziale di categoria) e attraverso l’esercizio di questa proprietà gli permette di integrare il basso reddito con qualcosina o vivere ancora sotto lo stesso tetto a costo nullo, solo per fare qualche esempio. Ma se proteggi il precario pensando di poterti emancipare dal mercato dei capitali, evitando di pagare le tue obbligazioni, in qualche modo punisci un’altra categoria a cui insonsapevolmente sei legato e che appartiene a quel mercato e che vedrebbe scomparire il credito prestato di quell’obbligazione.
    I partiti e i sindacati parlano dunque un linguaggio spaesato perché il loro elettorato non è monolitico e non è fuori dal mercato. Al contrario è sfaccettato e non completamente indigente. Per questo la loro comunicazione è un ibrido incompiuto tra socialismo dei valori e conservatorismo delle proprietà. Con la conseguenza di non riuscire più a formulare proposte precise e proprio perché il proprio elettorato porta in sé quelle contraddizioni: criticare il mercato appartenendovi senza sospettarlo.

  24. Pingback: Uno sciopero per stare insieme | Giuseppe Vitale's web site

  25. Salve prof.

    Gran parte delle forme di lotta è di fatto ininfluente poiché si usano ancora pratiche che erano funzionali ad articolazioni di potere sorpassate ormai da quasi mezzo secolo, e non c’è bisogno di essere Foucault per capirlo.

    Riguardo al sindacato, per esempio, i terreni di scontro/confronto si sono duplicati. Una vertenza sindacale vede oramai due piani.
    1) quello della vertenza classica fra capitale e lavoro
    2) quello della rappresentazione della vertenza stessa.

    Prendiamo la vertenza fiom di mirafiori dello scorso anno. La fiom ha fatto scioperi, cortei e tutte le azioni classiche di lotta che si mettono in moto durante una mobilitazione, ma non si è mai posta problema di attuare una vertenza sul diritto di rappresentazione in tv, quando in quei periodo sui tg e su programmi di approfondimento si diceva di tutto.
    Se oltre ad un corteo occupi anche Bruno Vespa, e contratti una tua presenza in trasmissione forse riesci ad essere veramente incisivo.

    Si considera il piano mediatico ancora come un ambito neutro e irriformabile, senza comprendere che anche quello è un battleground in cui si misurano rapporti di forza.

    un saluto a tutt*
    Francesco

  26. Io credo che lo sciopero di oggi sia molto utile per varie ragioni.

  27. Un pensierino alquanto naif: a chi stamane non era in piazza probabilmente l’attuale governo PIACE.
    Altrimenti, senza tanti tormenti intellettuali, non capisco perché perdere un’occasione per manifestare in modo pubblico, chiaro e inequivocabile il proprio dissenso!
    E magari farlo proprio anche per conto di coloro che NON POTEVANO ESSERCI. E sono tanti, troppi. Li conosco bene, anche personalmente molto vicini. Non sono soltanto lavoratori atipici, ma anche, ad esempio, regolarissimi dipendenti di micro-aziende private che…proprio non possono, se non vogliono rischiare ritorsioni…
    Gli altri, quelli che POSSONO, avrebbero dovuto esserci, con o senza cappellino.
    Purtroppo, lamentarsi soltanto al bar o al blog non basta.

  28. Veramente io non solo non ho capito a cosa dovrebbe servire ma non ho nemmeno capito i motivi per cui è stato indetto.
    Contro la manovra? quale manovra di preciso, che ogni giorno c’è una proposta diversa che viene smentita il giorno dopo?

  29. Riprendo la parte finale del pezzo di C. Galli su Repubblica perchè mi sembra riporti con semplicità al significato che nella stagione odierna si può dare alla parola.

    “…Da parte sua, lo sciopero generale – che da decenni ha perduto le sue valenze mitiche e rivoluzionarie – benché oggi reso più difficile dalla rottura dell’unità sindacale, acquisisce sempre più spesso il significato di una rivendicazione di istanze di democrazia, di giustizia, di uguaglianza, di nuova centralità del lavoro, che vanno al di là del tradizionale mondo dei salariati per coinvolgere anche donne, giovani, precari, uniti in una richiesta di cambiamento che la politica fatica non poco a esprimere e a realizzare”.

    http://www.repubblica.it/rubriche/la-parola/2011/09/06/news/sciopero-21305365/?ref=HRER3-1

  30. Magari ci hai ragione – ma sinceramente – io sono piuttosto contenta che non siamo ancora abbastanza poveri, e mi piacerebbe che rimanessimo a non esserlo. Non mi passa per l’anticamera del cervello di invidiare chi crepa e chi non ha una storia e una tradizione democratica che sostiene, come una contingenza politica ben ben diversa – come è il caso del nordafrica e di una serie di paragoni impropri.E confido sempre in un risveglio di consapevolezza democratica, di un uso cosciente dei mezzi democratici, o della scoperta di nuovi che siano meno obsoleti e più efficaci. Perchè su questo concordo in pieno – lo sciopero non serve più, è svuotato di senso, ed è anche abusato e troppo frequente, e non completamente seguito. E’ rituale e non mette sotto scacco niente.

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  32. Questo sito si occupa di comunicazione. Quindi, nella manifestazione della Cgil di ieri (cui, lo dico subito, io ho partecipato), bisognerebbe distinguere tre elementi: sciopero, corteo, comizio.
    Comincio dal secondo: per un soggetto politico, non solo in Italia, la piazza è un modo tradizionale e ineliminabile di esprimere la propria “voce”. Lo fa il popolo viola, lo fanno le donne di “Se non ora quando”, lo fa la Cgil. Non capirei perché, se lo fa la Cgil, questa modalità è “vecchia”, mentre non lo è se lo fanno gli altri. In ogni caso sarebbe utile proporre cosa sostituire al “vecchio”: non credo che un gruppo su Facebook (gruppo che sicuramente già esiste) sia sufficiente, e anche salire sui tetti non va più tanto di moda. Ovviamente le piazze non sono tutte uguali, e di questo si può discutere. Questa ad esempio era molto rossa, e per chi nella propria storia politica ha molto usato il rosso, può essere consolante ritrovare i propri simboli, oggi fuori corso in altri contesti.

    Io ho deciso di partecipare non tanto per dire no alla manovra (inevitabile), o a “questa” manovra (che fino a ieri non si sapeva quale era), quanto per l’art.8, che non migliorerà di un solo euro il debito pubblico italiano, ma peggiorerà lo status di tutti i lavoratori italiani (precari compresi). Se è una norma priva di conseguenze, non si capisce la caparbietà del Governo Berlusconi a volerla inserire per forza, in un momento in cui bisognerebbe volere la massima coesione fra tutti, e in cui non glielo chiede neanche la Confindustria, che dovrebbe rappresentare gli interessi delle imprese.

    Infine, anche se oggi non c’è più Trentin e dobbiamo contentarci di Angeletti, vorrei aggiungere che gli studi di archeologia di Susanna Camusso non mi sembrano più rilevanti degli studi di filosofia di Marchionne, che Stiglitz si chiama così e non Stigliz, che Modiano non è solo “un tipo azzimato”, ma un importantissimo exbanchiere, che Lerner non so perché venga definito “merdina”, e in ogni caso tutto ciò ha più a che fare con i gusti di chi lo scrive, (e con l’educazione, anche la netiquette) che non con la sostanza della discussione.

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  34. Mara, tieni presente che è piuttosto normale che in rete il dibattito sia molto acceso. E a volto le parole finiscono raso terra. Anzi, ti dirò: i commenti sul mio blog sono in media molto più civili, documentati e articolati di quelli che si leggono in giro.

    Resta vero che negli ultimi 50 anni il significato e la funzione degli scioperi sono molto cambiati. E oggi la funzione principale degli scioperi e delle manifestazioni di piazza è eminentemente comunicativa e simbolica. Non faccio in questo distinzioni fra una manifestazione capitanata dalla Cgil o di altro colore.
    Vedi questo post, per esempio:

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/02/22/dieci-cose-da-ricordare-quando-si-scende-in-piazza/

    Ciò non implica necessariamente sminuire questo tipo di rituali: la comunicazione, se ben progettata e gestita, puà generare molti effetti concreti. Se mal concepita e realizzata, no. Dipende.

    Ciao e grazie per il contributo.

  35. @Mara scrive:
    “Infine, anche se oggi non c’è più Trentin e dobbiamo contentarci di Angeletti, vorrei aggiungere che gli studi di archeologia di Susanna Camusso non mi sembrano più rilevanti degli studi di filosofia di Marchionne, che Stiglitz si chiama così e non Stigliz, che Modiano non è solo “un tipo azzimato”, ma un importantissimo exbanchiere, che Lerner non so perché venga definito “merdina”, e in ogni caso tutto ciò ha più a che fare con i gusti di chi lo scrive, (e con l’educazione, anche la netiquette) che non con la sostanza della discussione.”

    Sembra che lei si riferisca polemicamente a qualche mio commento.
    I) Non so dove lei abbia letto il nome errato Stigliz al posto di Stiglitz. Non sono certo io a permettermi di sbagliare i cognomi dei Nobel. Rileggere prego.
    II) Nessuno si è limitato a dire che Modiano sia “solo” un tipo azzimato Da un punto di vista comunicativo possiamo scommettere su una sua sicura candidatura a ruoli politici dati gli ingredienti della sua ricetta: squisitamente, demagogicamente, populista. In quanto ex banchiere il suo discorso può piacere all’ingenuo credente che apprezzerà la formula francescana professata da un cardinale. Poiché però la sua soluzione è assimilabile al furto di proprietà privata, l’ateo politico sa che è l’ultima cosa che un banchiere possa scientemente proporre. Staremo a vedere altri ex banchieri candidati cosa proporranno, visto che vanno di moda. Vedi Profumo.
    III) La battuta sugli studi della Camusso era un alibi che le concediamo volentieri. Altrimenti potremmo dire che la causa delle sue uscite anacronstiche sia una certa stupidità. Se per lei è più accettabile, prego.

    Ma questi sono dettagli. Arriviamo al sodo. Lei scrive:
    “per un soggetto politico, non solo in Italia, la piazza è un modo tradizionale e ineliminabile di esprimere la propria “voce”. Lo fa il popolo viola, lo fanno le donne di “Se non ora quando”, lo fa la Cgil. Non capirei perché, se lo fa la Cgil, questa modalità è “vecchia”, mentre non lo è se lo fanno gli altri.”

    La differenza sostanziale è che l’andare in piazza di un’organizzazione neonata è una pratica essenziale per dare il via a un progetto che poi si articolerà altrove, su altri media e con altri mezzi; è assimilabile al varo di una leggera fregata e un varo richiede un luogo di investitura e di battezzo. Poi la bravura dei navigatori si vedrà più avanti.
    Invece un’organizzazione dinosauro come la CGIL non può permettersi né disinvolti errori di gioventù né sopratutto gli entusiasmi senili del com’eravamo. La CGIL è una portaerei di lungo corso e se si muove deve sapere sempre dove va e cosa fa. Perché muovere una portaerei è impegnativo e per la stazza e per cosa contiene. Non puoi usarla per la gita al lago della domenica. Altrimenti l’hai già degradata a nave da crociera e se la mandi in acque agitate poi magari affonda. E con lei il suo carico.

  36. Sono io che ho scritto prima correttamente Stiglitz e poi due volte sciaguratamente non Stigliz, ma assai peggio: Stigler. :-(
    Ho poca familiarità con Stiglitz, avendo letto solo un paio di articoli suoi e ascoltato una sua conferenza in rete. Aggiungete a questo una certa senilità mentale. Vergogna. :-( :-(

  37. Ps
    Lungi da me difendere l’operato di Marchionne ma vedo che l’inclita e l’habitué del circolo Pickwick di Sinistra tendono a credere e avvalorare la favola del Marchionne manager di fama internazionale eppure laureato in filosofia.
    Sempre per svegliare il dormiente dalla sua ipnosi sarebbe opportuno spiegare che, sì, Marchionne è laureato in Filosofia. Ma per dimostrare che non v’era alcuna connessione tra filosofia e management industriale è rientrato diligentemente in carreggiata laureandosi in legge alla Osgoode Hall Law School of York University e specializzandosi successivamente nel più classico dei Master in Business Administration (MBA) presso l’University of Windsor.
    Anche la Camusso è stata coerente nel suo percorso: da archeologia (accademica) a archeologia (sindacale)

  38. @Ugo.

    Due punti veloci.
    Il mercato siamo tutti: sì e no. Prima di tutto, lo siamo senza capirlo perché lo siamo senza volerlo. I tuoi punti sono abbstanza ineccepibili (o meglio, sicuro che qualsiasi economista comincerebbe a dibatterli giacché è ciò che gli economisti fanno tutto il tempo, poi nessuno vede le bolle speculative arrivare e dici “mah” ‘ scherzo) se ci atteniamo alla pura disciplina economica. Ma questa, attenzione attenzione, non è l’unica adetta al governo delle cose umane e dello Stato. Se per convincere i merceti ti togliessero il voto, non portesteresti? Spesso l’instabilità democratica è un deterrente all’investimento di capitale straniero (stiamo parlando di quello, non dei tuoi mille euro di bot – lo sappiamo entrambi). Quindi uno potrebbe uscirsene tranquillamente con che una riduzione delle prerogative democratiche potrebbe in un determinato frangente salvare un paese dal default.
    Non protesteresti?
    La domanda è retorica, perché no, la maggior parte della gente no portesterebbe. Abbiamo già perso ogni potere sull gestione dell’economia di stato, delegata quasi totalmente a BCE e FMI. Io poi lo dico da europeista convinto, per cui ci vorrebbe non un ritorno alla sovranità monetaria statale ma un vero sistema di accountability e democrazia a più strati a livello pan-europeo, ma non apriamo il capitolo. Quello che rimane è che un gruppo di sedicenti esperti che lavorano principalmente per imprese private a livello europeo e globale, ha il potere di decidere le manovre finanziarie che riguardano milioni di persone, il potere di distruggere nel loro nome diritti sindacali conquistati in decenni la cui funzione era garantire stabilità economica ai cittadini, e tra l’altro ha una certa influenza sui mercati stessi.

    Il punto che non stiamo considerando, ripeto, è la democrazia. Questa consiste più o meno in cercare il modello più ampio possibile di distribuzione di risorse politiche (decisionali) tra un determiinato gruppo di persone. La democrazia non è solo uno sfizio moderno, senza quella i popoli vanno repressi perché quando il popolo non è contento e il governo non è considerato legittimo in quanto non compie le richieste dello stesso il popolo protesta (o diventa obeso dall’altro lato dell’oceano). Tu ti concentri tanto sulla stabilità finanziaria, ma nel difendere questo sciopero e la difesa dell’articolo 8 e soprattutto nella lotta simbolica che portano aventi i sindacati io vedo il polo impegnato un’altra stabilità, quella sociale, la cui importanza è ancor più fondamentale giacché alla fine siamo prima individui, poi conti correnti.

    Obiezione: Senza stabilità finanziaria si va in crisi, bail-out e finisce come in Grecia. Indi senza stabilità economica niente stabilità finanziaria.

    Controbiezione: In Grecia le strade si sono infuocate perché il governo ha preso misure drsatiche per convincere i mercati, con conseguente rivolta. In Irland ail governo è caduto e la manovra verrà ribaltata. I mercati non sono contenti di questi. D’altronde, senza stabilità sociale, niente stabilità economica.

    Che brutta situazione no? Forse il problema è stao dal principio creare sistemi di debito così complessi e disconnessi dal vero mercato delle risorse materiali ed umane. Purtroppo le mie conoscenze amatoriali di economia non mi permettono capire dove e quando nella continuia ricerca di crescita economica globale e personale l’umanità si è ficcata in una situazione insostenibile, ma mi sembra abbstanza chiaro che o si riformano le basi, e sicuramente qualcuno ci perderà un sacco di soldi Ugo, sicuramente, o stiamo mettendo cerotti sul fondo di una barca bucata. O spogliandoci dei nostri diritti per convincere i mercati, che è lo stesso.

  39. @Ugo. Dimentica la prima fase del precedente commento :)

  40. @ Mara

    Al di là di errori e toni, il punto è che CGIL e PD si sottraggono a un compito che spetta al maggiore sindacato italiano e al principale partito di opposizione: fare proposte operative all’altezza dei problemi.
    Senza queste, lo sciopero non serve a niente.
    O meglio, serve a interessi di corto respiro di queste organizzazioni. Non agli interessi dei lavoratori e cittadini che pretendono di rappresentare. Lavoratori e cittadini che partecipano e aderiscono sempre meno, proprio perché manca una linea chiara e concreta.

    Le ragioni non si possono discutere qui, non è la sede. Ma Ugo ne ha indicate lucidamente alcune. Mi riferisco agli intrecci di interessi di cui sono portatori tantissimi iscritti CGIL e elettori PD.
    Ciò rende difficile adottare una linea chiara senza scontentare molti.
    Però, se i leader CGIL e PD non lo fanno, lo faranno altri. E altri ancora prenderanno il loro posto.
    Più presto di quanto si aspettino, prevedo ottimisticamente. :-)

    Anche questo intervento è una microscopica spinta in questa direzione, per quel che può spingere il capire.

  41. @Lorenzo Marini
    Hai messo troppa carne al fuoco perché possa darti una globale risposta esauriente. Ti do un suggerimento e un paio di precisazioni che forse puoi far tue: come te mi abbevero anche a Krugman e Stiglitz, sopratutto perché sono ospiti fissi al circolino del gruppo l’Espresso*De Benedetti* e quindi mi servono per capire come si formano le opinioni tra gli elettori della mia parte politica. Tuttavia è un grosso errore leggere due volte lo stesso pensiero. Quando hai compreso su cosa si basi la linea argomentativa di una persona, e una volta assimilata, poi devi evitare di farci l’abbonamento. Fosse anche un Nobel. Altrimenti finisci per leggere la stessa idea per tutta la vita e rischi di perdere la capacità di criticarla sopratutto dall’interno di un pensiero che ti vede solidale con lei.
    “Spesso l’instabilità democratica è un deterrente (NOTA MIA: ma forse intendevi un coadiuvante) all’investimento di capitale straniero (stiamo parlando di quello, non dei tuoi mille euro di bot – lo sappiamo entrambi). Quindi uno potrebbe uscirsene tranquillamente con che una riduzione delle prerogative democratiche potrebbe in un determinato frangente salvare un paese dal default.”

    Non funziona così. Il capitale straniero si alloca preferenzialmente in economie a statuto democratico solo quando interessa quel mercato di CONSUMO. Per quanto riguarda i mercati di PRODUZIONE, il capitale adora gli stati autoritari non democratici. I motivi sono pacifici: gli Stati tendono a diventare democratici una volta che la ricchezza generale ha superato la soglia minima per la creazione di bisogni di consumo e non solo di sussistenza (prima di quella soglia uno Stato non può permettersi di evolvere per suffragio universale altrimenti rischierebbe la paralisi e l’indecisione tipica dei sistemi parlamentari a composizione partitica che hanno come scopo primario la propria sopravvivenza, quindi gli interessi dell’elettorato di riferimento; oltre naturalmente al problema degli investimenti di lungo e lunghissimo periodo che richiedono decisioni non compatibili con il bonus malus elettorale da sondaggio per le prossime elezioni che affligge ogni partito e la sua sopravvivenza: naturale che in democrazia qualsiasi sviluppo di lungo periodo sia deciso da entità non soggette a votazione (Banca Mondiale, FMI, BCE, etc.) e proprio perché un partito politico è geneticamente miope mentre non può mai essere presbite).
    In quel caso un mercato è una mucca da mungere oltre che da far riprodurre.
    D’altro canto, quando si tratta di produzione la democrazia ostacola l’allocazione di risorse per una gran parte di manodopera dura e pura (diverso il caso della specializzata e della ultra), in quanto in democrazia il diritto sindacale sviluppato nonché il welfare mediamente alto rappresentano un costo che il capitale deve sostenere, riducendo l’appetibilità di quel mercato del lavoro.
    Per capire il nostro dramma occidentale basta leggere i romanzi rosa. Come nella vita di relazione se entra in gioco l’amante uno dei due coniugi diventa il terzo leso alla stessa maniera colui che ha goduto di un diritto lo ritiene eterno mentre dovrebbe ammettere che la sua godibilità è purtroppo mobile, e in un’economia di mercato se una quota di popolazione mondiale acquisisce nuovi diritti, un’altra ne perde: un amante implica sempre un cornuto.
    È un problema produttivo che può essere esmplificato nel fatto che se il cinese sta progressivamente meglio l’italiano non può che peggiorare. Intercambiabilità di vite. E di diritti. :(
    Arriviamo al tuo secondo rovello:

    “Il punto che non stiamo considerando, ripeto, è la democrazia. Questa consiste più o meno in cercare il modello più ampio possibile di distribuzione di risorse politiche (decisionali) tra un determiinato gruppo di persone. La democrazia non è solo uno sfizio moderno, senza quella i popoli vanno repressi perché quando il popolo non è contento e il governo non è considerato legittimo in quanto non compie le richieste dello stesso il popolo protesta (o diventa obeso dall’altro lato dell’oceano). ”

    Non mi ripeterò mai abbastanza ma ti suggerisco di prendere confidenza con i teoremi di Kenneth Arrow e Amartya Sen se vuoi maturare una visione un po’ meno ingenua sull’illusione che anche tu nutri verso il concetto (inesistente e matematicamente dimostrato) di Democrazia.
    La tua definizione è un po’ imprecisa: qualunque cosa voglia dire, la democrazia consisterebbe nella trasformazione di scelte individuali in scelte sociali. Purtroppo la lettura dei teoremi di questi due logici (e accessoriamente Nobel economici per i loro risultati) darà il colpo di grazia alle tue illusioni mostrando la vera e sostanziale natura della sedicente democrazia che è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa. Ovvero che se vengono soddisfatti i criteri basilari che anche ingenuamente ognuno di noi le attribuisce (libertà d’opinione, dipendenza dal voto, monotonicità), allora non si differenzia minimamente e letteralmente da una dittatura.

  42. a chi fosse interessato ai temi della discussione intercorsa ieri fra Ugo, Lorenzo Marini, me e altri, segnalo un notevole articolo di una rivista on line interna al PD:

    http://www.gazebos.it/economia/manovra-pensare-l%E2%80%99impensabile-dire-l%E2%80%99indicibile

  43. Una cosa che emerge dalla nostra discussione, secondo me, è un immenso problema di comunicazione.

    Non tanto di comunicazione politica.
    Ciò che manca è una condivisione di concetti fondamentali sul funzionamento operativo di economia e istituzioni politiche.
    Oggi sul Corriere della sera Giovanni Sartori scrive — nel suo solito modo tagliente e magari leggermente eccessivo — a proposito degli elettori italiani: “Non sanno niente, o quasi, di nessuno, né conoscono i problemi che il Paese deve affrontare e risolvere”.

    Potrebbe provvedere in parte la scuola, in tempi lunghi. Ma servirebbero moltissimo, e subito, programmi TV al riguardo, e anche siti e servizi web, dedicati a questo e gestiti da esperti quanto più possibile indipendenti da partiti e ideologie.
    Difficile ma non impossibile.

    Insomma, per dare un’idea, dei Piero Angela dell’economia — che pure un po’ ci ha provato, se non ricordo male.

    Sento dire che in altri paesi programmi di questo genere hanno molta fortuna. Qualcuno ne sa di più?
    Idee su come spingere in questa direzione?

  44. Intanto l’economia da noi la studiano solo i ragionieri (o come altro oggi si chiamano), non gli studenti dei licei e di tutta la media superiore. Mi sembra di ricordare che in Francia (dove diversi anni fa in libreria ho guardato i manuali del collège) si studia perfino alle medie inferiori, magari inclusa in materie tipo la geografia economica o la geografia delle popolazioni (che è parenta stretta della demografia, da loro tenuta in gran conto).

  45. Anch’ io sono d’ accordo visto che l’ analfabetismo economico è fonte di almeno quattro guai:
    1. pregiudizi contro lo straniero (che ci ruba il lavoro);
    2. pregiudizi contro il mercato (fonte di tutti i mali);
    3. pregiudizi contro la tecnologia (che “mangia” i posti di lavoro);
    4. pregiudizi contro la nostra ricchezza (che viene sottostimata).
    E poi, a quanto pare, l’ esercizio dell’ intelligenza ci fa pensare come economisti.

  46. Piccolo particolare.
    In Italia ci sono 60 milioni di economisti che per diletto fanno gli allenatori, ma, almeno in 59 milioni, dimenticano la mattina, appena svegli, di collegare il cervello alla bocca ed alle dita che battono tasti.
    Sono un disfattista? Si e devo capire se faccio o no parte di quel milione (tra 59 e 60).
    Forse con il tempo migliorerò!

  47. Scusa Attilio, ma di che parli? Di “economisti” che “non pensano da economisti”?
    Mi sembra un contro senso.
    Si perché l’ Italia, molto semplicemente, non è un paese dove non si “pensa da economisti”, basta sfogliare qualsiasi ricerca condotta in merito per saperlo. E non per niente i quattro bias di cui sopra abbondano.
    A cosa sia dovuta la cosa (educazione, tradizione, ideologia…), questo non lo so.

  48. @Ugo.
    Economisti che spiegano la societa’: splendidi.
    Passo al secondo punto perche’ da li viene il primo: come ho detto, “il modello più ampio possibile di distribuzione di risorse politiche (decisionali) tra un determiinato gruppo di persone”. piu ampio possibile, significa ovviamente qualcosa ampliabile, un modello a cui tendere. Conosco Sen, grande economista e grande supporter del modello democratico, e non ha spezzato le mie illusioni naive, perche’? Perche’ la fine della storia alla Fukuyama e’ una palla. Perche’ non abbiamo esplorato tutti i modelli organizzativi e il modello economico globale delle grandi istituzioni non democratiche e’ fallimentare. Non c’e’ bisogno di essere marxista per vederlo.

    E soprattutto, non hai indirizzato il punto che ne seguiva: non importano quello che pensi tu o Trichet, ne’ quello che i modelli matematici di organizzazione democratica dicono: la gente va in piazza. tu gli piazzi modelli matematici irrefutabili in faccia e gli dici devi fare cosi e loro non ci stanno. Sti irresponsabili. Instabilita’ sociale. E’ un grosso problema che gli individui non siano calcolabili e razionali, un problema enorme, specialmente per gli economisti. Questi cittadini protesteranno faranno cadere governi e magari ne usciremo anche peggio, ma come politico e come economista devi pensare a questi problemi perche’ se non lo fai, i modelli falliscono. Questo e’ la democrazia, permettere un livello di distribuzione di risorse decisionali sufficienti per creare leggitmita’. Altrimenti la leggitimita’ la crei narrativamente (alternando mito e repressione) o la crei con il consumo (modello americano a cui ci avviciniamo, quella che tu chiami democrazia nel tuo primo punto).

    Quanto a che il futuro e’ peggio del presente, li’ son d’accordo. E infatti continuare con il modello produttivista e i mercati finanziari e’ una pazzia

  49. @Lorenzo Marini
    Non ho capito nulla di ciò che hai scritto. Prova a mettere i connettivi alle tue frasi e guardiamo se c’è un discorso che fila altrimenti la tua mi pare più una giustapposizione di proposizioni che non hanno alcun nesso tra loro e sono pure discutibili se prese singolarmente :)

  50. @Ugo.

    Direi che a questo punto possiamo lasciar stare, hai gia’ dato degli ignoranti a mezza Italia, della merdina a destra e manca, hai fatto l’offeso quando te lo hanno fatto notare, poi hai preteso 5 o 6 volte di aver spezzato le mie e altrui ingenue illusioni con le tue superiori conoscenze, e adesso ti lamenti per come scrivo (in fretta, come spesso si fa su internet. i concetti sono li, se non ti vuoi sforzare, non farlo, soppravviveremo entrambi). Sinceramente non vale la pena discutere cosi.

    @Ben

    Grazie per i link.

    @Broncobilly

    C’e’ un gran pregiudizio intellettuale che viene dal mondo anglosassone che spinge a pensare che il modello intellettuale economico e’ il piu’ funzionale ed e’ naturalmente superiore agli altri. Certamente e’ intellettualmente valido e utile, ma purtroppo e’ anche in parte colpevole di modelli di organizzazione della societa’ non sostenibili. I cittadini dovrebbero pensare piu da economisti, gli economisti piu da cittadini, da politici, da operatori sociali, da biologi, ecc. ecc.

  51. Io invece penso di aver capito, almeno a livello di pancia. Per quanto naive, le critiche alla (scarsa) distribuzione del potere decisionale in politica ed economia sono piuttosto fondate. La stessa critica si poteva rivolgere alcuni anni fa ai tecnocrati di Bruxelles, giusto? Se stiamo ancora a discuterne, sarebbe il caso di capire perche`. Non sono in grado di portare contributi raffinati sul tema, mi limito a segnalare un gruppo di ricercatori che indaga su questioni simili. http://www.geopec.org/

  52. D’accordissimo Enrico, infatti la democratizzazione dell’UE dovrebbe essere nell’agenda. Tra l’altro, l’inclusione di piu’ persone nei processi decisionali aumenta la leggitimita’ delle scelte prese, rendendo piu’ digeribili i sacrifici che alle volte, e qui siamo tutti d’accordo, vanno presi per fare andare avanti un paese.
    Clicco subitosul tuo link, quanto a una visione schematica e ragionata delle varie componenti di questo modello liquido che chiamiamo democrazia posso suggerire questo libro: http://books.google.com/books/about/Assessing_the_quality_of_democracy.html?id=ua9WfxagyXQC

    di Larry Diamond ed Enrico Morlino.
    Saluti a tutti

  53. @Lorenzo Marini
    Nessuno ti obbliga a scrivere in fretta. A maggior ragione se sei laureato in Comunicazione e decidi di conversare su un blog del genere.
    Io mi sforzo di capire i tuoi concetti altrimenti non ti avrei risposto. Posti come li hai posti appaiono troppo confusi e movimentistici per essere sottoposti a una critica precisa.
    Trova il tempo e la calma per riflettere, altrimenti è scrivere per scrivere. ;)

  54. 1. La democrazia e’ un modello a cui tendere. Una volta imboccata la strada d’uscita dall’autoritarianismo, devi muoverti nella direzione di una progressiva redistribuzione dei poteri (che totale non puo’ essere, ovviamente, non c’e’ bisogno di modelli matematici per capirlo) fino a un equilibrio che permetta mantenere leggitimita’ ai governanti. Se questo equlibrio si rompe, e soprattutto se togli potere decisionale ai cittadini, rischi la perdita’ di leggitimita’, la rottura sociale, e le proteste. Dire che chi protesta e’ un ignorante e’ come dire che chi fa riforme che causano proteste e’ un ignorante, giacche’ nel fondo tutti ignoriamo in parte i complessi meccanismi della societa’ (addirittura tu) e facciamo scelte dando priorita’ a una piuttosto che un’altra interpretazione di come la societa’ e le risorse vadano governate. Negli ultimi 30 anni gli economisti e le necessita’ dei mercati hanno avuto piu’ potere dei sindacati e i movimenti politici, non mi sembra che siano riusciti a creare un bel mondo.

    2. Il mondo che hanno creato non e’ bello perche’ e’ un mondo dove la gente non ha parola sulla cosa pubblica, e quindi si disaffezione da essa o si arrabbia e protesta. Finche’ c’era crescita sostenuta, il modello ha funzionato perche’ la leggitimita’ si manteneva col consumo. Adesso che siamo in crisi, bisogna trovare modelli capaci di creare consenso e leggitimita’. Qyuello produttivista e finanziario in questo senso ha fallito.

    3. Capisco che era mal scritto, ma non hai bisogno di essere arrogante, sei una persona intelligente e so che lo capisci appena ti raffreddi.

  55. @ Lorenzo Marini

    Tu dici “Negli ultimi 30 anni gli economisti e le necessita’ dei mercati hanno avuto piu’ potere dei sindacati e dei movimenti politici.”

    Se scrivi questo, non condividi con me i concetti di base con cui orientarsi per capire come funziona effettivamente l’economia e la politica nelle nostre società.
    Non è una differenza ideologica. Personalmente ho una (vecchia) formazione marxista, ma praticamente tutti gli economisti condividono l’idea fondamentale di Marx secondo cui — semplificando molto — l’economia determina la politica, non viceversa.

    Sindacati e partiti non possono minimamente sovvertire il corso dell’economia, che è oggi più mondiale che mai. Possono incidere un po’, nel bene o nel male, e questo poco è importantissimo, perché su di esso i cittadini possono avere qualche influenza. Democrazia è questo, niente di più.

    Il potere degli economisti è limitatissimo. Danno solo le loro consulenze a grandi aziende e autorità statali. Ma sono queste che poi decidono.

    Necessità dei mercati? I mercati non hanno necessità. Sono la risultante dell’interazione di milioni di attori economici, alcuni mastodontici e tantissimi minimi, come ciascuno di noi — dove tutti perseguono come meglio possono i loro interessi. Questo immenso gioco ha le sue regole, e ci sono arbitri che possono anche falsare qualche partita. Ma non cambiare la sostanza del gioco.

    Modello produttivistico? Intendi dire economia di mercato capitalistica? Cioè quella che vige oggi in tutto il mondo sviluppato, dagli USA alla Cina, incluse le più morbide varianti europee? Modello alternativo a questo?

    L’unico modello alternativo storicamente realizzatosi con qualche successo è l’economia di Stato a pianificazione centrale. Forse tornerà ad avere un futuro, ma oggi nessuno la vuole seriamente.

    Tutte le cose che ho appena scritto sono elementari e banali, e credo che sarebbero sottoscritte — sfumatura più sfumatura meno — da chiunque abbia una conoscenza elementare di come funzionano queste cose.
    I problemi seri vengono dopo.

    Ma se non si è d’accordo su questi ‘fondamentali’, intendersi è impossibile.
    Può darsi che questo quadro iper-semplificato abbia delle pecche, o sia proprio sbagliato.
    Il mio punto è che si può comunicare costruttivamente solo se si condivide qualcosa del genere, cioè un minimo di conoscenze collaudate su economia, politica e società. Conoscenze che ci sono.

    In Italia siamo lontanissimi da questo, ed è e resterà urgente avvicinarvisi.
    Se no, come potrebbe dire Ugo, ;-) sarà l’impotente democrazia dell’ignoranza.

  56. Scusa Lorenzo, veramente non si stava discutendo su quale fosse “… il modello intellettuale… più funzionale… o superiore”.
    Si stava dicendo che il diffuso analfabetismo economico produce dialoghi tra sordi quando l’ economia diventa oggetto del contendere.
    Uno puo’ anche criticare il “mercato” – mi sembri su quella sponda – ma sarebbe meglio che lo facesse capendo cos’ è un mercato al di là di un’ intuizione superficiale.
    Altrimenti l’ illusione asimmetrica spadroneggia.

  57. Sono sicuramente un vecchio banale rimbambito osservatore della realtà ed altrettanto sicuramente non sono in grado di comprendere gli alti discorsi di economia politica che andate facendo che mi sembrano le antiche disquisizioni di antichi saggi attorno alle necessità di trovare la pietra filosofale.
    Ben, da vecchio marxista come si dichiara, dice” L’unico modello alternativo storicamente realizzatosi con qualche successo è l’economia di Stato a pianificazione centrale. Forse tornerà ad avere un futuro, ma oggi nessuno la vuole seriamente.”, ma non si ricorda che la storia ha ccancellato quel modello.
    Lorenzo dice “Negli ultimi 30 anni gli economisti e le necessita’ dei mercati hanno avuto piu’ potere dei sindacati e dei movimenti politici.”, ma forse non ricorda che il Regno di Utopia non ha mai avuto una reale esistenza. I politici che hanno saputo interpretare le leggi economiche reali hanno portato al benessere quasi tutti, gli utopisti del benessere totale, onesti o disonesti, non hanno mietuto grandi successi.
    La politica reale, forse anche condizionata dall’economia, fa stare quasi tutti abbastanza bene.
    Così va il mondo che, per definizione, ha risorse finite insuficienti per un benessere totale ed io, sporco egoista, ringrazio il cielo di stare dalla parte che vive meglio!

  58. @broncobilly e ben

    D’accordo sulle critiche, intendiamoci, con mercato non intendo il concetto di mercato, ma l’attuale mercato finanziario quasi globalmente deregolato.
    In tutto questo, non sono un socialista, se non si fosse capito. Anche se credo fermamente che per affrontare l’inevitabile declino che ci aspetta forme di regolazione forte, localizzazione e in fondo, anche decrescita, siano norme da esplorarsi (in contrapposizione al modello produttivista, basato sul concetto di crescita continua – e qui la base marxista puo’ aiutare a vederne le contraddizioni).

    E per dare due opinioni dotte da campi e filosofie ben distinte, vi lascio due riflessioni di Nouriel Roubini http://t.co/todLAB9

    e David Harvey http://www.youtube.com/watch?v=NJGAs2KwoWk&feature=fvst

    (e non pretendo che diano ragione alla mia fascinazione con Latouche, ma sono sicuramente una buona fonte d’ispirazione per pensare al fatto che dobbiamo domare l-economia globale, non da essa essere domati).

  59. Ok Lorenzo, ora ci siamo capiti.
    Nel merito… bé, il merito è un po’ incasinato per questa sede.
    Mi chiedo solo se sei davvero convinto che l’ italico agosto di passione sia da imputare alla malefica “finanza deregolata”.
    Una spintarella per mettere un po’ a posto i conti è colpa tanto grave?
    A me, sarò sincero, la “speculazione internazionale” comincia a stare simpatica: è l’ unica frusta che funziona e li fa lavorare anche d’ estate! Lo trovo meritorio. Se dovessi contare sul mio voticino ogni cinque anni, campa cavallo.
    Krugman è un ex economista che da anni ha smesso la professione per buttarsi nella lotta politica. Oltretutto il Nobel l’ ha preso per i lavori tra i 70 e gli 80 sul commercio internazionale che oserei definire “pro-global”.
    A Stiglitz non so cosa sia successo, da quando è stato scaricato dalla Banca Mondiale ha cominciato a insultare i colleghi, a tagliare i ponti da tutto e a dedicarsi all’ attivismo politico più sfrenato e meno dialogante.
    Nouriel Roubini è… Nouriel Roubini, un po’ orologio fermo, un po’ Sgarbi.
    Latouche non lo conosco ma forse sarà contento di sapere che ormai da quarant’ anni tutto l’ Occidente, pur all’ oscuro delle sue teorie, ha (già) provveduto a rallentare clamorosamente la sua crescita rispetto agli ultimi due secoli.

  60. Non ho letto tutto l’articolo ma attirato dalla scritta SCIOPERO ho pensato di lasciare il mio pensiero a riguardo,
    Scioperare come da sempre organizzato da tutti i sindacati, destra sinistra ecc. non serve assolutamente a niente, fa solo del male a chi lo fa, perdita di parte di stipendio spese di trasporto per spostamenti a manifestare e quanto serve, insomma solo una spesa per il lavoratore già in difficoltà, lo stato se ne frega altamente, tanto non hai comperato la pasta oggi, la comperi domani mangiare devi no?
    Sciopero dei mezzi di trasporto, io sto a casa da lavoro, le auto blu corrono lostesso, sciopero dei farmacisti? non hai preso le medicine oggi le prendi domani e continua il disagio tra noi, è come il marito che si è tagliato i … per fare dispetto alla moglie che lo tradiva, ma sai quanti ne trova ancora lei?
    Allora mi sono chiesto ma i sindacati, padroni e potere sono tutti d’accordo?
    c’è un modo per protestare in eleganza? senza farsi male?
    Il mio pensiero sarebbe questo:
    sciopero delle farmacie? bene tre giorni senza alcun scontrino fiscale, disagio solo per le forze politiche,facciamo correre le fiamme gialle per qualcosa, sciopero dei mezzi di trasporto? servizio assicurato per chi li usa, scioperano solo i sportelli dei biglietti e per giorni interi, ovviamente questo sistema di scioperare non va bene per tutte le categorie, per altre troviamo soluzioni diverse, non ho mica studiato al bocconi io!
    Scusatemi se dentro le mie parole ce un po di rabbia ma mi sento cosi offeso da questo sistema che non ha niente di funziona.

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