Archivi del giorno: mercoledì, 5 ottobre 2011

Ma Barcellona è ancora «mitica» come anni fa?

C’è stato un periodo, fra la fine del 2007 e i primi mesi del 2009, in cui gli studenti facevano l’impossibile per fare l’Erasmus in Spagna, e soprattutto a Barcellona. Andavano, tornavano con le lucine negli occhi e mi raccontavano di una città splendida, piena di opportunità, di lavoro, di attenzione al sociale. Dopo di che, facevano carte false per lavorare e vivere lì. E molti ci riuscivano.

Barcellona

Poi la Spagna è diventata uno dei Pigs, i paesi più tartassati dalla crisi economica in Europa: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna (con la I che fra un po’ diventa quella dell’Italia). Il flusso di italiani, com’era prevedibile, è diminuito.

Domenica sera Presadiretta, il programma d’inchiesta di Riccardo Iacona su Rai3, in una puntata dedicata ai problemi dei giovani, ha dipinto una Barcellona mitica come anni fa: meritocrazia, lavoro, giovani coppie di italiani che, appena trasferiti, fanno subito bambini (come in Italia non si sarebbero mai sognati di fare) in un clima di ottimismo e accoglienza.

Boh, mi sono detta. E la crisi?

Al che ti propongo due lettere da Barcellona. La prima è più breve e la riporto qua sotto.

L’altra sta sul blog di Lorella Zanardo: è di Giusi Garigali, che vive lì da 11 anni. Non la riporto qui perché è più lunga, ma vale assolutamente la pena di leggerla, anche perché non riguarda solo Barcellona, ma fa una riflessione più generale sull’emigrazione dei giovani italiani: Lettera da… Barcellona, di Giusi Garigali.

Ecco intanto la lettera di Natàlia Garcia Carbajo, tratta dal suo blog «It’s not just the economy, stupid»:

Lettera aperta a Riccardo Iacona riguardo la puntata di Presadiretta «Generazione sfruttata»:

«Caro Riccardo Iacona,

ho guardato con attenzione la puntata di Presadiretta “Generazione sfruttata”, in modo particolare la parte dedicata agli italiani che sono emigrati a Barcellona alla ricerca di un lavoro (e di una vita) che qui in Italia non riuscivano a trovare, e mi sono in qualche modo sentita chiamata in causa. In primo luogo da “barcelonina”, quindi da conoscitrice della realtà della mia città. E in secondo luogo da straniera in Italia, da cinque anni, e quindi parte di coloro che hanno fatto il percorso inverso (e a quanto pare siamo sempre meno, e comunque sempre meno di quelli che fanno le valigie direzione Catalogna).

Lo spezzone della sua puntata dedicato a capire meglio la realtà degli italiani che vivono a Barcellona mostra una visione quasi paradisiaca del capolugo catalano, dov’è descritta una città in grado di offrire ottime opportunità a tutti quelli che arrivano. Dove avere una vita stabile, con tanto di casa di proprietà e figli, appare alla portata di tutti. Purtroppo questa non è la Barcellona dei giorni nostri. Non so se lo sia mai stata, ma di sicuro con il 22% di disoccupazione (40% tra i giovani) e con la Catalogna leader di questa tremenda classifica dei disoccupati in Spagna, davvero non mi sembra il caso di lanciare slogan come quelli che si possono intravedere nelle storie personali dei giovani italiani intervistati.

Giovani che sono stati sicuramente fortunati (e ne sono ben felice) ma che non rappresentano certo la realtà delle cose per tutte le persone (italiani e non) che arrivano a Barcellona. E, purtroppo, nemmeno per gli stessi catalani. In questo senso “incentivi” come quelli che possono essere interpretati nella sua puntata a fuggire dal Belpaese verso altri luoghi, dipinti in modo quanto meno fuorviante, possono fare male sia all’Italia sia a tutti coloro che si vedono costretti a considerare la possibilità di andare via.

Purtroppo conosco tanti giovani italiani emigrati a Barcellona e tanti, tantissimi catalani che fanno fatica ad avere un lavoro stabile, ad arrivare alla fine del mese e a pagare l’affitto. Per non parlare di comprare una casa e avere dei figli. Esattamente come succede in Italia. Credo che sia doveroso e intellettualmente più onesto nei loro confronti raccontare tutta la verità, se necessario con dati alla mano, e non limitarsi a dipingere ‘l’altrove’ come la soluzione a tutti i mali.

Con grande stima, Natàlia Garcia Carbajo