Archivi del giorno: mercoledì, 26 ottobre 2011

Chi ha paura di Nichi Vendola?

Sicuramente il Pd, che sale o scende a seconda di quanto Sel scende o sale: quando nei sondaggi scende il Pd, sale Sel, quando scende Sel, sale il Pd. Ne parlavano pure ieri sera a «Porta a Porta» Vespa, D’Alema, Alfano e il direttore del Tempo Sechi, commentando e confrontando gli ultimi sondaggi di Renato Mannheimer, Alessandra Ghisleri e Roberto Weber.

Ebbene, per tutti e tre gli istituti di ricerca gli elettori del Pd vedrebbero molto bene un’alleanza del Pd con Sel e Idv, come nella fotografia di Vasto. Con una speciale predilezione per Sel.

Bersani, Di Pietro e Vendola a Vasto

Ma D’Alema naturalmente vuole convergere con l’Udc. E mentre Vespa, Alfano e Sechi lo guardavano straniti, mentre altri sondaggi gli mostravano che gli elettori dell’Udc, invece, vogliono in maggioranza o stare soli o al massimo convergere con il centrodestra, lui ripeteva che non si occupa di sondaggi, ma di politica.

Come se i sondaggi, per quanto fallibili e discutibili, non servissero a far capire ai politici cosa pensano gli elettori e le elettrici. Ah già, è proprio questo il problema: D’Alema non se ne occupa perché i sondaggi gli ricordano che ci sono persone, là fuori.

E vabbe’. Allora colgo l’occasione per postare l’articolo su Vendola che ho scritto per Alfalibri di ottobre, il supplemento libri di Alfabeta2. È una recensione del bel libro di Elisabetta Ambrosi: Chi ha paura di Nichi Vendola? Le parole di un leader che appassiona e divide l’Italia, Marsilio, 2011.

Chi ha paura di Nichi Vendola?

Nichi Vendola è uno dei leader più spiazzanti degli ultimi anni. Mitizzato o demonizzato, pare non lasciare spazio a posizioni sfumate: o lo si adora o lo si detesta. Da quando poi, nel luglio 2010, si è proposto come leader del centrosinistra nazionale ribadendo più volte questa intenzione, gli animi si sono ancor più infiammati: alcuni lo vedono come il salvatore, colui che farà uscire la sinistra dalle sabbie mobili, altri come un narcisista, uno che racconta favole e non andrà da nessuna parte.

Poiché com’è noto le polemiche aiutano a vendere, l’editoria italiana ha cavalcato il fenomeno, sfornando nell’ultimo anno una decina di titoli in cui appare il nome Vendola: come autore, coautore, soggetto intervistato, o come oggetto di studio monografico.

In questa proliferazione, il lavoro più interessante è senz’altro Chi ha paura di Nichi Vendola? Le parole di un leader che appassiona e divide l’Italia (Marsilio, marzo 2011, 190 pp.) della giornalista Elisabetta Ambrosi. Interessante perché cerca di approfondire il caso Vendola al di là degli estremismi e lo interpreta alla luce dei più recenti studi di comunicazione politica e politologia. Non ci troviamo insomma di fronte all’ennesima agiografia, ma a uno studio da cui traspare una preparazione che affonda, a leggere la biografia di Ambrosi, in un dottorato in Filosofia politica. È dunque su questa solida base che l’autrice legge alcune nozioni chiave della proposta politica di Vendola, come bellezza, corpo, diversità, emozioni, lavoro, laicità, popolo e diverse altre.

Il libro, dicevo, è non è affatto agiografico, ma tradisce comunque la simpatia dell’autrice per Vendola. Una simpatia che però non le impedisce di focalizzare con lucidità un nodo fondamentale che – concordo con lei – Vendola deve ancora sciogliere, quello del «suo vero partito di riferimento: un partito di minoranza che sostituisca la vecchia Rifondazione, oppure una nuova coalizione democratica, come tanti dei suoi simpatizzanti sperano?» (p. 45). È proprio per rispondere a questa domanda che nell’ultimo anno anch’io, come semiologa e studiosa di comunicazione, ho riflettuto sul linguaggio di Vendola, su quelle sue indubbie doti comunicative che l’hanno portato alla ribalta nazionale. Ed è sempre pensando a questa domanda che vorrei aggiungere a quanto i lettori troveranno nel libro di Ambrosi tre ulteriori spunti sul modo in cui Vendola comunica: i primi due, per un leader che voglia guidare il centrosinistra nazionale, sono vantaggi; l’ultimo invece è uno svantaggio.

1. La forza principale del linguaggio di Vendola è aver introdotto in politica il corpo e i temi della fondamentali della vita. Vendola parla di ambiente, scuola, università, lavoro, sempre tenendo conto del modo in cui le persone li vivono tutti i giorni e mai dimenticando che, nel viverli, tutti provano emozioni: dolore, amore, tristezza, gioia, speranza. Inoltre parla di emozioni mostrando sempre anche le sue: si agita, si commuove, suda, ride, si appassiona. È per questo che appare autentico: non parla solo di emozioni, ma le esprime senza vergognarsene. E poiché le emozioni – come hanno mostrato gli studi dello psicologo statunitense Drew Westen che anche Ambrosi cita – sono in ultima analisi il motore delle scelte di voto, la comunicazione politica non può prescinderne.

2. Vendola ha un’abilità linguistica superiore alla media e una singolare capacità di produrre metafore, ossimori, chiasmi che diventano facilmente, anche con l’aiuto dei comunicatori di cui si circonda, slogan semplici e vividi. Valga per tutti l’esempio delle Fabbriche di Nichi, una metafora appunto, che furono chiamate anche «eruzioni di buona politica» in occasione dei loro stati generali nel 2010: una seconda metafora che si riferiva all’eruzione del vulcano islandese qualche mese prima. In particolare il linguaggio di Vendola produce a ciclo continuo quelle che la retorica chiama «figure per aggiunzione»: ripetizioni, liste, climax, e così via. Dunque moltiplica simboli, oltre che parole, e li accumula in modo anche contraddittorio: mette assieme Cristo e «Bella ciao», Aldo Moro e il subcomandante Marcos, la Bibbia e Marx, il gay pride e il femminismo, la taranta pugliese e i social network. Avvolto in questa nube, Vendola seduce i suoi e confonde gli avversari, compiace chi coglie tutti i vari riferimenti, ma riesce a ipnotizzare pure chi non li capisce e pensa «com’è bravo lui, come vorrei essere lui».

3. Il suo difetto principale sta nell’esagerare col lessico colto e nell’usare una sintassi logica e grammaticale involuta, a tratti simile a quella del burocratese e politichese di vecchia maniera: troppi incisi e frasi subordinate, troppi riferimenti dotti e divagazioni. Ma in vista dell’obiettivo nazionale Vendola deve prepararsi a parlare a tutti, non solo ai giovani più idealisti, ai vecchi più nostalgici e agli intellettuali più delusi dal Pd. Deve insomma scegliere una volta per tutte di uscire dalla nicchia che votava Rifondazione per rivolgersi alla platea più ampia che può votare una coalizione di centrosinistra. Il che vuol dire parlare anche alle persone economicamente e culturalmente più deboli, che dalla foresta di simboli possono uscire confuse, non affascinate; anche agli elettori attratti dalla Lega, che vogliono parole concrete e pochi fronzoli; anche ai moderati, che troppi appelli al subcomandante Marcos possono spaventare; anche infine agli indecisi, anzi soprattutto a questi, perché sono loro che oggi decidono le elezioni, ma allo stato attuale sono più inclini a rifugiarsi nell’astensione o nei toni antipolitici di Grillo e Di Pietro che nell’affabulazione di Vendola, che gli appare come l’ennesima malia di una politica infida.

La sfida, allora, se Vendola vuole avere qualche chance di guidare il centrosinistra nazionale, è ripulire la sua lingua dai residui di burocratese che la incrostano e dagli eccessi immaginifici che la gonfiano, per semplificarla e renderla più trasversale, senza però farle perdere potere evocativo e carica emozionale. Perché è pur vero che le questioni complesse non vanno banalizzate, ma la quadratura del cerchio che spetta oggi a una sinistra che si voglia davvero vincente è combinare la concretezza con la capacità di volare alto, nelle parole e nei contenuti, ed è spiegare la complessità in termini semplici. Insomma la vera sfida per la sinistra italiana è parlare davvero a tutti, una buona volta, non ai soliti pochi di sempre.