Qual è la poesia di Wisława Szymborska che ami di più?

Wisława Szymborska, poetessa fra le più amate nel mondo, vincitrice del Nobel per la letteratura nel 1996, è morta ieri all’età di 88 anni. L’ho appreso ieri sera su Facebook almeno un’ora prima che le testate giornalistiche italiane ne dessero notizia (la prima è stata, se non sbaglio, l’Internazionale su Twitter).

Ebbi la fortuna di assistere a una conferenza di Wisława Szymborska a Bologna il 27 marzo 2009, quando venne per il Decennale del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Quel pomeriggio Wisława recitò, insieme all’attrice Tita Ruggeri, alcune delle poesie che l’hanno resa celebre in tutto il mondo.

Szymborska in un ritratto da giovane

In questo blog ho parlato di Szymborska più volte: quando l’ho scoperta, meglio tardi che mai (QUI). Quando ho postato il suo celeberrimo «Scrivere un curriculum» (QUI). Quando ho postato le poesie «Prima del viaggio»«Un’adolescente», che lei lesse all’incontro di Bologna, quando in Italia erano ancora inedite.

Riprendo ora il suo «Contributo alla statistica», perché ci ripenso tutti i giorni, ogni volta che qualcuno sbandiera sondaggi e percentuali come se avesse in mano la verità. Cosa che accade, appunto, tutti i santi giorni.

Sarebbe bello che, per ricordarla, ciascuno/a postasse nei commenti la poesia di Wisława che, per le più svariate ragioni personali, ama di più o ricorda più spesso.

Contributo alla statistica

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;

insicuri a ogni passo
– quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;

dotati per la felicità,
– al massimo non più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
– novantanove;

mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato.

(Wisława Szymborska, da Discorso all’ufficio oggetti smarriti, trad. it. di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, pp. 146-147.)

Qui un video tratto dal canale Vimeo del Server Donne di Bologna, che riprende parte dell’incontro a Bologna il 27 marzo 2009:

55 risposte a “Qual è la poesia di Wisława Szymborska che ami di più?

  1. A ME PIACE MOLTO QUESTA:

    La vita – è il solo modo
    per coprirsi di foglie,
    prendere fiato sulla sabbia,
    sollevarsi sulle ali;
    essere un cane,
    o carezzarlo sul suo pelo caldo;
    distinguere il dolore
    da tutto ciò che dolore non è;
    stare dentro gli eventi,
    dileguarsi nelle vedute,
    cercare il più piccolo errore.
    Un’occasione eccezionale
    per ricordare per un attimo
    di che si è parlato
    a luce spenta;
    e almeno per una volta
    inciampare in una pietra,
    bagnarsi in qualche pioggia,
    perdere le chiavi tra l’erba;
    e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
    e persistere nel non sapere
    qualcosa d’importante.

  2. Terrorista che guarda, 1974:
    La bomba scoppierà nel bar alle tredici e venti.
    Adesso sono solo le tredici e sedici.
    Alcuni faranno in tempo ad entrare,
    Altri a uscire.
    Il terrorista ha già attraversato la strada.
    Questa distanza lo tiene in salvo dal pericolo,
    e la visuale è proprio come al cinema.
    Una donna con la giacca gialla, ecco entra.
    Un uomo con gli occhiali scuri, lui esce.
    Dei ragazzi in blue jeans se ne stanno a chiacchierare.
    Le tredici diciassette minuti e quattro secondi.
    Il più basso ha fortuna e salta sullo scooter,
    quello più alto entra dentro.
    Ore tredici e diciassette e quaranta secondi.
    C’è una ragazza col nastro verde tra i capelli.
    Ma ecco che l’autobus ne impedisce la vista.
    Ore tredici e diciotto.
    Non c’è più la ragazza.
    Ma se è stata così sciocca da entrare,
    lo si vedrà quando li porteranno fuori.
    Ore tredici e diciannove.
    Beh, non esce nessuno.
    Ma ecco che esce ancora un uomo grasso e calvo.
    Però, così, come se stesse cercando qualcosa per le tasche e
    alle tredici e venti meno dieci secondi
    rientra a veder se trova quei suoi miseri guanti.
    Sono già le tredici e venti.
    Ma come va piano il tempo.
    Ecco, forse ora.
    No, non ancora.
    Sì, adesso.
    È la bomba che scoppia.

  3. è del 1976, correggo.

  4. Difficile scegliere… Me ne piace una per ogni momento, per ogni attimo… Allora ne scelgo una proprio dal suo libro “ATTIMO” a cura di Pietro Marchesani nel 2004…
    Eccola e s’intitola “Nella moltitudine”
    Sono quella che sono.
    Un caso inconcepibile
    come ogni caso.
    In fondo avrei potuto avere
    altri antenati;
    e così avrei preso il volo
    da un altro nido;
    così da sotto un altro tronco
    sarei strisciata fuori in squame.
    Nel guardaroba della natura
    c’è un mucchio di costumi:
    di ragno, gabbiano, topo campagnolo.
    Ognuno calza subito a pennello
    e docilmente è indossato
    finché non si consuma.
    Anch’io non ho scelto,
    ma non mi lamento.
    Potevo essere qualcuno
    molto meno a parte.
    Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
    una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
    Qualcuno molto meno fortunato,
    allevato per farne una pelliccia,
    per il pranzo della festa,
    qualcosa che nuota sotto un vetrino.
    Un albero conficcato nella terra,
    a cui si avvicina un incendio.
    Un filo d’erba calpestato
    dal corso di incomprensibili eventi.
    Uno nato sotto una cattiva stella,
    buona per altri.
    E se nella gente destassi spavento,
    o solo avversione,
    o solo pietà?
    Se al mondo fossi venuta
    nella tribù sbagliata
    e avessi tutte le strade precluse?
    La sorte, finora,
    mi è stata benigna.
    Poteva non essermi dato
    il ricordo dei momenti lieti.
    Poteva essermi tolta
    l’inclinazione a confrontare.
    Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
    e ciò vorrebbe dire
    qualcuno di totalmente diverso.

  5. La cipolla
    La cipolla è un’altra cosa.
    Interiora non ne ha.
    Completamente cipolla
    Fino alla cipollità.
    Cipolluta di fuori,
    cipollosa fino al cuore,
    potrebbe guardarsi dentro
    senza provare timore.

    In noi ignoto e selve
    di pelle appena coperti,
    interni d’inferno,
    violenta anatomia,
    ma nella cipolla – cipolla,
    non visceri ritorti.
    Lei più e più volte nuda,
    fin nel fondo e così via.

    Coerente è la cipolla,
    riuscita è la cipolla.
    Nell’una ecco sta l’altra,
    nella maggiore la minore,
    nella seguente la successiva,
    cioè la terza e la quarta.
    Una centripeta fuga.
    Un’eco in coro composta.

    La cipolla, d’accordo:
    il più bel ventre del mondo.
    A propria lode di aureole
    da sé si avvolge in tondo.
    In noi – grasso, nervi, vene,
    muchi e secrezione.
    E a noi resta negata
    l’idiozia della perfezione.

  6. Difficile scegliere… forse questa:
    ___

    PROSPETTIVA

    Si sono incrociati come estranei,
    senza un gesto o una parola,
    lei diretta al negozio,
    lui alla sua auto.

    Forse smarriti
    O distratti
    O immemori
    Di essersi, per un breve attimo,
    amati per sempre.

    D’altronde nessuna garanzia
    Che fossero loro.
    Sì, forse, da lontano,
    ma da vicino niente affatto.

    Li ho visti dalla finestra
    E chi guarda dall’alto
    Sbaglia più facilmente.

    Lei è sparita dietro la porta a vetri,
    lui si è messo al volante
    ed è partito in fretta.
    Cioè, come se nulla fosse accaduto,
    anche se è accaduto.

    E io, solo per un istante
    Certa di quel che ho visto,
    cerco di persuadere Voi, Lettori,
    con brevi versi occasionali
    quanto triste è stato.
    ___

    Ma anche questa:
    ___

    TUTTO

    Tutto –
    una parola sfrontata e gonfia di boria.
    Andrebbe scritta fra virgolette.
    Finge di non tralasciare nulla,
    di concentrare, includere, contenere e avere.
    E invece è soltanto
    un brandello di bufera.
    ___

    Son così! Una non mi basta… ;-)

  7. Devo molto
    a quelli che non amo.

    Il sollievo con cui accetto
    che siano più vicini a un altro.

    La gioia di non essere io
    il lupo dei loro agnelli.

    Mi sento in pace con loro
    e in libertà con loro,
    e questo l’amore non può darlo,
    né riesce a toglierlo.

    Non li aspetto
    dalla porta alla finestra.
    Paziente
    quasi come una meridiana,
    capisco
    ciò che l’amore non capisce,
    perdono
    ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

    Da un incontro a una lettera
    passa non un’eternità,
    ma solo qualche giorno o settimana.

    I viaggi con loro vanno sempre bene,
    i concerti sono ascoltati fino in fondo,
    le cattedrali visitate,
    i paesaggi nitidi.

    E quando ci separano
    sette monti e fiumi,
    sono monti e fiumi
    che trovi su ogni atlante.

    È merito loro
    se vivo in tre dimensioni,
    in uno spazio non lirico e non retorico,
    con un orizzonte vero, perché mobile.

    Loro stessi non sanno
    quanto portano nelle mani vuote.

    «Non devo loro nulla» –
    direbbe l’amore
    su questa questione aperta.

  8. Per me è La Stazione. (Grazie per questo post, bellissimo spunto.)

    La stazione

    Il mio arrivo nella città di N.
    è avvenuto puntualmente.

    Eri stato avvertito
    con una lettera non spedita.

    Hai fatto in tempo a non venire
    all’ora prevista.

    Il treno è arrivato sul terzo binario.
    E’ scesa molta gente.

    L’assenza della mia persona
    si avviava verso l’uscita tra la folla.

    Alcune donne mi hanno sostituito
    frettolosamente
    in quella fretta.

    A una è corso incontro
    qualcuno che non conoscevo,
    ma lei lo ha riconosciuto
    immediatamente.

    Si sono scambiati
    un bacio non nostro,
    intanto si è perduta
    una valigia non mia.

    La stazione della città di N.
    ha superato bene la prova
    di esistenza oggettiva.

    L’insieme restava al suo posto.
    I particolari si muovevano
    sui binari designati.

    E’ avvenuto perfino
    l’incontro fissato.

    Fuori dalla portata
    della nostra presenza.

    Nel paradiso perduto
    della probabilità.

    Altrove.
    Altrove.
    Come risuonano queste piccole parole.

  9. POSSIBILITA’
    Preferisco il cinema.
    Preferisco i gatti.
    Preferisco le querce sul fiume Warta.
    Preferisco Dickens a Dostoevskij.
    Preferisco me che vuol bene alla gente
    a me che ama l’umanità.
    Preferisco avere sottomano ago e filo.
    Preferisco il colore verde.
    Preferisco non affermare
    che l’intelletto ha la colpa su tutto.
    Preferisco le eccezioni.
    Preferisco uscire prima.
    Preferisco parlar d’altro coi medici.
    Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
    Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
    al ridicolo di non scriverne.
    Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
    da festeggiare ogni giorno.
    Preferisco i moralisti,
    che non mi promettono nulla.
    Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
    Preferisco la terra in borghese.
    Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
    Preferisco avere delle riserve.
    Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
    Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
    Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
    Preferisco i cani con la coda non tagliata.
    Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
    Preferisco i cassetti.
    Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
    a molte pure qui non menzionate.
    Preferisco gli zeri alla rinfusa
    che non allineati in una cifra.
    Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
    Preferisco toccar ferro.
    Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
    Preferisco considerare persino la possibilità
    che l’essere abbia una sua ragione.

  10. Immagino che non valga dire “tutte”. Io rimango sempre senza parole quando leggo qualsiasi cosa abbia scritto. Nella poesia, nella mia scala personale, viene subito dopo Dante. Nella prosa, sempre nel mio mondo di perfezione letteraria, sta con Allende, Asimov, Frédéric Dard (un empireo eterogeneo e strano, lo so). E’ fra le poche che ha “budget illimitato” nell’acquisto librario.

    Una perdita per l’umanità.
    ————-
    FUNERALE
    “cosi’ all’improvviso chi poteva pensarlo”
    “lo stress e le sigarette, chi poteva pensarlo”
    “cosi’, cosi’, grazie”
    “scarta quei fiori”
    “anche per il fratello fu il cuore, deve essere di famiglia”
    “con questa barba non l’avrei mai riconosciuta”
    “se l’e’ voluto, era un impiccione”
    “doveva parlare quello nuovo, ma non lo vedo”
    “Kazek a Varsavia, Tadek all’estero”
    “tu sola hai avuto la buona idea di prendere l’ombrello”
    “era il piu’ in gamba di tutti, e a che gli e’ servito?”
    “una stanza di passaggio, Baska non vorra'”
    “certo, aveva ragione, ma non e’ un buon motivo”
    “con la verniciatura delle portiere indovina quanto”
    “due tuorli, un cucchiaio di zucchero”
    “non erano affari suoi che bisogno aveva”
    “soltanto azzurre e solo numeri piccoli”
    “cinque volte, mai una risposta”
    “d’accordo, avrei potuto, ma anche tu avresti potuto”
    “meno male che almeno lei aveva quel piccolo impiego”
    “be’, non so, probabilmente parenti”
    “il prete e’ un vero Belmondo”
    “non ero mai stata in questa parte del cimitero”
    “l’ho sognato la settimana scorsa, un presentimanto”
    “niente male la figliola”
    “ci aspetta tutti la stessa fine”
    “le mie condoglianze alla vedova, devo fare in tempo a”
    “pero’ in latino era piu’ solenne”
    “e’ la vita”
    “arrivederla, signora”
    “e se ci bevessimo una birra da qualche parte”
    “telefonami, ne parleremo”
    “il quattro o il dodici”
    “io vado per di la'”
    “noi per di qua”
    (“Gente sul ponte”, 1986)

  11. Il gatto in un appartamento vuoto – Wislawa Szymborska

    Morire questo a un gatto non si fa.
    Perché cosa può fare il gatto
    in un appartamento vuoto?
    Arrampicarsi sulle pareti.
    Strofinarsi tra i mobili.
    Qui niente sembra cambiato,
    eppure tutto è mutato.
    Niente sembra spostato,
    eppure tutto è fuori posto.
    E la sera la lampada non brilla più.
    Si sentono passi sulle scale,
    ma non sono quelli.
    Anche la mano che mette il pesce nel piattino
    non è quella di prima.
    Qualcosa qui non comincia
    alla sua solita ora.
    Qualcosa qui non accade
    come dovrebbe.
    Qui c’era qualcuno, c’era,
    e poi d’un tratto è scomparso,
    e si ostina a non esserci.
    In ogni armadio si è guardato.
    Sui ripiani è corso.
    Sotto il tappeto si è controllato.
    Si è perfino infranto il divieto
    di sparpagliare le carte.
    Cos’altro si può fare.
    Aspettare e dormire.
    Che provi solo a tornare,
    che si faccia vedere.
    Imparerà allora
    che con un gatto così non si fa.
    Gli si andrà incontro
    come se proprio non se ne avesse voglia,
    pian pianino,
    su zampe molto offese.
    E all’inizio niente salti né squittii.

  12. Pingback: Lutto per Wisława Szymborska « Ilcomizietto

  13. Sono tutte belle, ne posto una breve

    Vermeer
    Finchè quella donna del Rijksmuseum
    nel silenzio dipinto e in raccoglimento
    giorno dopo giorno versa
    il latte dalla brocca nella scodella,
    il Mondo non merita
    la fine del mondo.

  14. LE TRE PAROLE PIU’ STRANE:
    Quando pronuncio la parola Futuro,
    la prima sillaba già va al passato.

    Quando pronuncio la parola Silenzio,
    lo distruggo.

    Quando pronuncio la parola Niente,/creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

  15. Questa è una delle mie preferite:

    Disattenzione
    Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
    Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
    senza stupirmi di niente.

    Ho svolto attività quotidiane,
    come se ciò fosse tutto il dovuto.

    Inspirazione, espirazione, un passo dopo
    l’altro, incombenze,
    ma senza un pensiero che andasse più in là
    dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

    Il mondo avrebbe potuto essere preso per
    un mondo folle,
    e io l’ho preso solo per uso ordinario.

    Nessun come e perché –
    e da dove è saltato fuori uno così –
    e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

    Ero come un chiodo piantato troppo in
    superficie nel muro
    (e qui un paragone che mi è mancato).

    Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
    perfino nell’ambito ristretto d’un batter
    d’occhio.

    Su un tavolo più giovane da una mano d’un
    giorno più giovane
    il pane di ieri era tagliato diversamente.

    Le nuvole erano come non mai e la pioggia
    era come non mai,
    poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

    La terra girava intorno al proprio asse,
    ma già in uno spazio lasciato per sempre.

    E’ durato 24 ore buone.
    1440 minuti di occasioni.
    86.400 secondi in visione.

    Il savoir-vivre cosmico,
    benché taccia sul nostro conto,
    tuttavia esige qualcosa da noi:
    un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
    e una partecipazione stupita a questo gioco
    con regole ignote.

  16. Il cielo
    Da qui si doveva cominciare: il cielo.
    Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
    Un’apertura e nulla più,
    ma spalancata.

    Non devo attendere una notte serena,
    né alzare la testa,
    per osservare il cielo.
    L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
    Il cielo mi avvolge ermeticamente
    e mi solleva dal basso.

    Perfino le montagne più alte
    non sono più vicine al cielo
    delle valli più profonde.
    In nessun luogo ce n’è più
    che in un altro.
    La nuvola è schiacciata dal cielo
    inesorabilmente come la tomba.
    La talpa è al settimo cielo
    come il gufo che scuote le ali.
    La cosa che cade in un abisso
    cade da cielo a cielo.

    Friabili, fluenti, rocciosi,
    infuocati e aerei,
    distese di cielo, briciole di cielo,
    folate e cumuli di cielo.
    Il cielo è onnipresente
    perfino nel buio sotto la pelle.

    Mangio cielo, evacuo cielo.
    Sono una trappola in trappola,
    un abitante abitato,
    un abbraccio abbracciato,
    una domanda in risposta a una domanda.

    La divisione in cielo e terra
    non è il modo appropriato
    di pensare a questa totalità.
    Permette solo di sopravvivere
    a un indirizzo più esatto,
    più facile da trovare,
    se dovessero cercarmi.
    Miei segni particolari:
    incanto e disperazione.

  17. Sono molto addolorata da questa notizia. Mi sento in lutto come se fosse morta una persona di famiglia. Stamane ho tirato fuori tutti i suoi libri e me li sto rileggendo. Non saprei scegliere in questo momento…

  18. Tutte quante magnifiche letture. Saggezza, grazia, vivacità, ritmo. Grazie a Giovanna e ai suoi amici!

  19. Sulla morte, senza esagerare

    Non s’intende di scherzi,
    stelle, ponti,
    tessitura, miniere, lavoro dei campi,
    costruzione di navi e cottura di dolci.
    Quando conversiamo del domani
    intromette la sua ultima parola
    a sproposito.
    Non sa fare neppure ciò
    che attiene al suo mestiere:
    né scavare una fossa,
    né mettere insieme una bara,
    né rassettare il disordine che lascia.
    Occupata a uccidere,
    lo fa in modo maldestro,
    senza metodo né abilità.
    Come se con ognuno di noi stesse imparando.
    Vada per i trionfi,
    ma quante disfatte,
    colpi a vuoto
    e tentativi ripetuti da capo!
    A volte le manca la forza
    di far cadere una mosca in volo.
    Più di un bruco
    la batte in velocità.
    Tutti quei bulbi, baccelli,
    antenne, pinne, trachee,
    piumaggi nuziali e pelame invernale
    testimoniano i ritardi
    del suo svogliato lavoro.
    La cattiva volontà non basta
    e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
    è, almeno fin ora, insufficiente.
    I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
    Dai semi spuntano le prime due foglioline,
    e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
    Chi ne afferma l’onnipotenza
    è lui stesso la prova vivente
    che essa onnipotente non è.
    Non c’è vita
    che almeno per un attimo
    non sia immortale.
    La morte
    è sempre in ritardo di quell’attimo.
    Invano scuote la maniglia
    d’una porta invisibile.
    A nessuno può sottrarre
    il tempo raggiunto.

    (per Nicola, che ci guarda continuare il suo tempo raggiunto)

  20. Anche per me, la preferita è quella del gatto nell’appartamento vuoto. Ma anche questa va bene:

    Del non leggere

    In libreria con l’opera di Proust
    non ti danno un telecomando,
    non puoi cambiare
    sulla partita di calcio
    o sul telequiz con in premio una volvo.

    Viviamo più a lungo,
    ma con minor esattezza
    e con frasi più brevi.

    Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
    e torniamo con foto invece di ricordi.
    Qui sono io con uno.
    Là, credo, è il mio ex.
    Qui sono tutti nudi,
    quindi di certo in spiaggia.

    Sette volumi – pietà.
    Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
    o meglio ancora mostrarli in immagini?
    Una volta hanno trasmesso un serial, La bambola,
    ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.

    E poi, tra parentesi, chi mai era costui.
    Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
    Un foglio dopo l’altro,
    a velocità ridotta.
    Noi invece andiamo in quinta
    e – toccando ferro – stiamo bene.

  21. Ciao,
    Io sono molto dispiaciuto e triste per questa perdita, al momento non riesco a dire quale sia la mia poesia preferita, ma ho voluto, senza mancarLe di rispetto, scrivere la mia versione della poesia ” possibilità” , che puoi leggere qui se ti va. :
    http://www.flickr.com/photos/rissey/
    Luca.

  22. AMORE A PRIMA VISTA

    Sono entrambi convinti
    Che un sentimento improvviso li uni’.
    E’ bella una tale certezza,
    Ma l’incertezza e’ più bella.

    Non conoscendosi prima, credono
    Che non sia mai successo nulla fra loro.
    Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
    Dove da tempo potevano incrociarsi?

    Vorrei chiedere loro
    Se non ricordano –
    Una volta un faccia a faccia
    Forse in una porta girevole?
    Uno “scusi” nella ressa?
    Un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
    – ma conosco la risposta.
    No, non ricordano.

    Li stupirebbe molto sapere
    Che già da parecchio
    Il caso stava giocando con loro.

    Non ancora del tutto pronto
    A mutarsi per loro in destino,
    Li avvicinava, li allontanava,
    Gli tagliava la strada,
    E soffocando una risata,
    Si scansava con un salto.

    Vi furono segni, segnali,
    Che importa se indecifrabili.
    Forse tre anni fa
    O martedì scorso
    Una fogliolina volo’ via
    Da una spalla a un’altra?
    Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
    Chissà, era forse la palla
    Tra i cespugli dell’infanzia?

    Vi furono maniglie e campanelli
    Su cui anzitempo
    Un tocco si posava sopra un tocco.
    Valigie accostate nel deposito bagagli.
    Una notte, forse, lo stesso sogno
    Subito confuso al risveglio.

    Ogni inizio infatti
    E’ solo un seguito
    E il libro degli eventi
    E’ sempre aperto a meta’.

    Le poesie della Szymborska che amo sono veramente tantissime (tra queste “Curriculum” e “Funerale”, che leggo con piacere anche qui), ma devo dire che “Amore a prima vista” rimarrà nel mio cuore in modo particolare, perché e’ stata la prima poesia della poetessa polacca che ho letto, quella tramite cui l’ho conosciuta e amata da subito. Questa poesia, non a caso, e’ stampata in grande e affissa in camera mia da vari anni. :)

  23. nulla è in regalo

    nulla è in regalo, tutto è in prestito.

    sono indebitata fino al collo,
    sarò costretta a pagare per me
    con me stessa,
    a rendere la vita in cambio della vita.

    e’ così che è stabilito,
    il cuore va reso
    e il fegato va reso
    e ogni singolo dito.

    e’ troppo tardi per impugnare il contratto.
    quanto devo
    mi sarà tolto con la pelle.

    me ne vado per il mondo
    tra una folla di altri debitori.
    su alcuni grava l’obbligo
    di pagare le ali.
    altri dovranno, per amore o per forza,
    rendere conto delle foglie.

    nella colonna dare
    ogni tessuto che è in noi.
    non un ciglio, non un peduncolo
    da conservare per sempre.

    l’inventario è preciso,
    e a quanto pare
    ci toccherà restare con niente.

    non riesco a ricordare
    dove, quando e perché ho permesso che aprissero
    questo conto a mio nome.

    la protesta contro di esso
    noi la chiamiamo anima.
    e questa è l’unica voce
    che manchi all’inventario.

    grazie wislawa

  24. Le poetesse non muoiono mai, restano nei nostri cuori. Grazie Wislawa e grazie per questo post che ci offre la possibilità di accompagnarla nel suo nuovo straordinario viaggio.
    La poesia, una delle poesie, che mi piace è questa:
    CONVERSAZIONE CON UNA PIETRA
    (da “Sale” 1962)

    Busso alla porta della pietra
    – Sono io, fammi entrare.
    Voglio venirti dentro,
    dare un’occhiata,
    respirarti come l’aria.

    – Vattene – dice la pietra.
    – Sono ermeticamente chiusa.
    Anche fatte a pezzi
    saremo chiuse ermeticamente.
    Anche ridotte in polvere
    non faremo entrare nessuno.

    Busso alla porta della pietra.
    – Sono io, fammi entrare.
    Vengo per pura curiosità.
    La vita è la sua unica occasione.
    Vorrei girare per il tuo palazzo,
    e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
    Ho poco tempo per farlo.
    La mia mortalità dovrebbe commuoverti.

    – Sono di pietra – dice la pietra
    – E devo restare seria per forza.
    Vattene via.
    Non ho i muscoli per ridere.

    Busso alla porta della pietra.
    – Sono io, fammi entrare.
    Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
    mai viste, belle invano,
    sorde, senza l’eco di alcun passo.
    Ammetti che tu stessa ne sai poco.

    – Sale grandi e vuote – dice la pietra
    – Ma in esse non c’è spazio.
    Belle, può darsi, ma al di là del gusto
    dei tuoi poveri sensi.
    Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
    Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
    ma tutto il mio interno è girato altrove.

    Busso alla porta della pietra
    – Sono io, fammi entrare.
    Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
    Non sono infelice.
    Non sono senza casa.

    Il mio mondo è degno di ritorno.
    Entrerò e uscirò a mani vuote.
    E come prova d’esserci davvero stata
    porterò solo parole,
    a cui nessuno presterà fede.

    – Non entrerai – dice la pietra.-
    Ti manca il senso del partecipare.
    Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
    Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
    a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
    Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
    appena un germe, solo una parvenza.

    Busso alla porta della pietra.
    – Sono io, fammi entrare.
    Non posso attendere duemila secoli
    per entrare sotto il tuo tetto.

    – Se non mi credi – dice la pietra-
    rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
    Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
    Chiedi infine a un capello della tua testa.
    Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
    che non so far scoppiare.

    Busso alla porta della pietra.
    – Sono io, fammi entrare.

    – Non ho porta – dice la pietra.

  25. Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
    Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
    Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
    Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
    Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
    Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
    Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
    Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
    Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
    Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
    Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
    Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
    E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
    immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
    assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
    Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
    Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
    Verità, non prestarmi troppa attenzione.
    Serietà, sii magnanima con me.
    Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
    Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
    Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
    Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
    So che finché vivo niente mi giustifica,
    perché io stessa mi sono d’ostacolo.
    Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
    e poi fatico per farle sembrare leggere.

  26. Gli sono troppo vicina perché mi sogni.
    Non volo su di lui, non fuggo da lui
    sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
    Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
    Non dal mio dito rotola l’anello.
    Sono troppo vicina. La grande casa brucia
    senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
    perché la campana suoni sul mio capello.
    Troppo vicina per entrare come un ospite
    dinanzi a cui si scostano i muri.
    Mai più morirò così leggera,
    così fuori dal corpo, così ignara,
    come un tempo nel suo sogno. Troppo,
    troppo vicina. Sento il sibilo
    e vedo la squama lucente di questa parola,
    immobile nell’abbraccio. Lui dorme,
    più accessibile ora alla cassiera d’un circo
    con un leone, vista una sola volta,
    che non a me distesa al suo fianco.
    Per lei ora cresce in lui la valle
    con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
    nell’aria azzurra. Io sono troppo vicina
    per cadergli dal cielo. Il mio grido
    potrebbe solo svegliarlo. Povera,
    limitata alla propria forma,
    ed ero betulla, ed ero lucertola,
    e uscivo dal passato e dal broccato
    cangiando colori delle pelli. E possedevo
    il dono di sparire agli occhi stupiti,
    ricchezza delle ricchezze. Vicina,
    sono troppo vicina perché mi sogni.
    Tolgo il braccio da sotto la sua testa,
    intorpidito, uno sciame di spilli.
    Sulla capocchia d’ognuno, da contare,
    sono seduti angeli caduti.

  27. Tre poesie amo particolarmente. Per la prima (Nulla è in regalo), mi ha preceduto Roberta Buzzacchino, per la seconda (Scrivere un curriculum) la stessa Giovanna Cosenza. La terza è questa:
    VESTIARIO
    (da “Gente sul ponte”)

    Ti togli, ci togliamo, vi togliete
    cappotti, giacche, gilè, camicette
    di lana, di cotone, di terital,
    gonne, calzoni, calze, biamcheria,
    posando, appendendo, gettando su
    schienali di sedie, ante di paraventi;
    per adesso, dice il medico, nulla di serio
    si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
    prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
    torni fra tre mesi, sei, un anno,
    vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
    e voi supponevate, e lui sospettava;
    è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
    stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
    cinture, bottoni, cravatte, colletti
    e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
    -sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
    riutilizzabile per protratta scadenza.

  28. Bellissima la poesia postata. E pensare che non sapevo nemmeno chi fosse. Beh, non è mai tardi per imparare.

  29. la moglie di lot. perchè sta dalla< parte di quelli che sbagliano e disobbediscono

  30. Tutte belle queste poesie, mostrano cosa intendesse la Szymborska quando diceva che i poeti dovrebbero togliersi le ali e scrivere a piedi…
    Mi sorprende piuttosto che nessuno abbia citato questa:

    Labirinto

    – e ora qualche passo
    da parete a parete,
    su per questi gradini
    o giù per quelli,
    e poi un po’ a sinistra,
    se non a destra,
    dal muro in fondo al muro
    fino alla settima soglia,
    da ovunque, verso ovunque
    fino al crocevia
    dove convergono
    per poi disperdersi
    le tue speranze, errori, dolori,
    sforzi, propositi e nuove speranze.

    Una via dopo l’ altra,
    ma senza ritorno.
    Accessibile soltanto
    ciò che sta davanti a te,
    e laggiù a mo’ di conforto,
    curva dopo curva,
    e stupore su stupore,
    e veduta su veduta
    Puoi decidere
    dove essere o non essere,
    saltare, svoltare
    pur di non lasciarsi sfuggire.
    Quindi di qui o di qua
    magri per di lì,
    per istinto, intuizione,
    per ragione, di sbieco,
    alla cieca,
    per scorciatoie intricate.
    Attraverso infilate di file
    di corridoi, di portoni,
    in fretta, perché nel tempo
    hai poco tempo
    da luogo a luogo,
    fino a molti ancora aperti,
    dove c’è buio ed incertezza
    ma insieme chiarore, incanto
    dove c’è gioia, benché il dolore
    sia pressoché lì accanto
    e altrove, qua e là,
    in un altro luogo e ovunque
    felicità nell’ infelicità
    come parentesi dentro parentesi,
    e così sia,
    e d’ improvviso un dirupo
    un dirupo, ma un ponticello
    un ponticello, ma traballante,
    traballante, ma c’è solo quello,
    perché un altro non c’è.
    Deve pur esserci un’ uscita,
    è più che certo.
    Ma tu non la cerchi,
    è lei che ti cerca,
    e lei fin dall’ inizio
    che ti insegue
    e il labirinto
    altro non è
    se non la tua, finché è possibile,
    la tua, finché è tua
    fuga, fuga –

  31. Statua greca (W. Szymborska)

    Con l’aiuto degli uomini e di altri elementi
    il tempo si è dato un gran da fare intorno a lei.

    Dapprima l’ha privata del naso, poi dei genitali,
    quindi delle dita delle mani e piedi,
    col passar degli anni delle braccia, uno via l’altro,
    della coscia destra e di quella sinistra,
    del dorso e dei fianchi, della testa e delle natiche,
    e quel che già di era staccato lo riduceva in pezzi,
    calcinacci, ghiaia, sabbia.

    Quando muore così qualcuno vivo,
    molto sangue sgorga a ogni colpo.

    Le statue di marmo tuttavia muoiono in bianco
    e non sempre del tutto.
    Della statua in questione si è conservato il busto
    ed è come un respiro trattenuto nello sforzo,
    poiché adesso deve
    attirare
    a sé
    tutta la grazie e la gravità
    di quanto si è perduto.

    E questo gli riesce,
    questo ancora gli riesce,
    riesce e affascina,
    affascina e dura –

    Anche il tempo qui merita una menzione di lode,
    poiché ha smesso di lavorare e ha lasciato qualcosa per dopo.

  32. Anche io ho scoperto molto tardi la sua poesia. Solo poche settimane fa, grazie all’edizione del Corriere della sera che ha distribuito il volumetto ad 1 euro. Ma mi ha subito colpito e impressionato l’originalità e la bellezza dei versi della Szymborska.

    Dire quale poesia mi è piaciuta di più non saprei esattamente. Ma posso allegare le pagine del mio blog (wwhttp://repubblicaindipendente.wordpress.com) in cui i suoi versi si sono fatti spazio nel silenzio.
    http://repubblicaindipendente.wordpress.com/2011/12/27/shhh-a-nobel-silencing/
    In questa pagina il primo video ha la voce di Wislawa, è una sua istantanea col sonoro. E anche se la sua lingua resta per me sconosciuta, il suono della sua voce è come … lo strumento sonoro che trasmette una melodia profonda, intensa, viva. Ancor di più ora che … è avvenuto lo switch off.

    L’altra pagina, di ieri sera, contiene il vieo artigianale di un ignoto (per me) amante della poesia di Wislawa (non voglio fare piaggeria, usando il nome di battesimo, con una confidenzialità che non è reale). La poesia che l’ignoto (per me) aedo recita è … la vittoria della poetessa sulla morte.
    http://repubblicaindipendente.wordpress.com/2012/02/02/arrivederci/ Vittoria di Pirro, verrebbe da dire, con qualche groppo in gola, se non fosse che qualche considerazione speciale mi è venuta da fare. Chi vuole, può passeggiare frai i commenti.
    Un saluto cordiale e … contibuerò a seguire questo blog, gentile professoressa Giovanna; spero di ricevere una sua visita e quella di chi si vuole fare concittadino della mia repubblica, che uno spazio di tutti.
    Piero

  33. IL GIORNO DOPO – SENZA DI NOI
    (Da Due Punti – Adelphi)

    La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
    In arrivo da ovest
    nuvole cariche di pioggia.
    Prevista scarsa visibilità.
    Fondo stradale scivoloso.

    Gradualmente, durante la giornata,
    per effetto di un carico d’alta pressione da Nord
    sono possibili schiarite locali.
    Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
    potranno verificarsi temporali.

    Nel corso della notte
    rasserenamento su quasi tutto il paese,
    solo a sud-est
    non sono escluse precipitazioni.
    Temperatura in notevole diminuzione,
    pressione atmosferica in aumento.

    La giornata seguente
    si preannuncia soleggiata,
    anche se a quelli che sono ancora vivi
    continuerà a essere utile l’ombrello.

  34. Ad alcuni piace la poesia

    Ad alcuni-
    cioè non a tutti.
    E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
    senza contare le scuole, dove è un obbligo,
    e i poeti stessi,
    ce ne saranno forse due su mille.

    Piace-
    mi piace anche la pasta in brodo,
    piacciono i complimenti e il colore azzurro,
    piace una vecchia sciarpa,
    piace averla vinta,
    piace accarezzare un cane.

    La poesia –
    ma cos’e’ mai la poesia?
    Piu’ d’una risposta incerta
    e’ stata gia’ data in proposito.
    Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
    come alla salvezza di un corrimano.

  35. da “Appello allo Yeti” (1957)
    Piccoli annunci

    CHIUNQUE sappia dove sia finita
    la compassione (immaginazione del cuore)
    – si faccia avanti! Si faccia avanti!
    Lo canti a voce spiegata
    e danzi come un folle
    gioendo sotto l’esile betulla,
    sempre pronta al pianto.

    INSEGNO il silenzio
    in tutte le lingue
    mediante l’osservazione
    del cielo stellato,
    delle mandibole del Sinanthropus,
    del salto della cavalletta,
    delle unghie del neonato,
    del placton,
    d’un fiocco di neve.

    RIPRISTINO l’amore.
    Attenzione! Offerta speciale!
    Siete distesi sull’erba
    del giugno scorso immersi nel sole
    mentre il vento danza
    (quello che in giugno
    guidava il ballo dei vostri capelli).
    Scrivere a: Sogno.

    SI CERCA persona qualificata
    per piangere
    i vecchi che muoiono
    negli ospizi. Si prega
    di candidarsi senza certificati
    e offerte scritte.
    I documenti saranno stracciati
    senza darne ricevuta.

    DELLE PROMESSE del mio sposo,
    che vi ha ingannato con i colori
    del mondo popoloso, il suo brusio,
    il canto alla finestra, il cane fuori:
    che mai resterete soli
    nel buio e nel silenzio tutt’intorno
    – non posso rispondere io.
    La Notte, vedova del Giorno.

  36. Mi dispiace molto che Wislawa non ci sia più! A me ha fatto impazzire la poesia su Adolf Hitler da piccolo. E’ breve, ma sardonica come poche altre. Eppure poetica, a suo modo. S’intitola “La prima fotografia di Hitler”, per chi volesse ricordare Wislawa sorridendo insieme a me.

  37. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  38. A me è piaciuta molto questa:

    Grande numero

    Quattro miliardi di uomini su questa terra,
    ma la mia immaginazione è uguale a prima.
    Se la cava male con i grandi numeri.
    Continua a commuoverla la singolarità.
    Svolazza nel buio come la luce d’una pila,
    illumina solo i primi visi che capitano,
    mentre il resto se ne va nel non visto,
    nel non pensato, nel non rimpianto.
    Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
    E figuriamoci quando non lo si è.
    Anche se tutte le Muse venissero a me.

    Non omnis moriar – un cruccio precoce.
    Ma vivo intera? E questo può bastare?
    Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
    Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
    ma quello che scarto è più numeroso,
    è più denso, più esigente che mai.
    A costo di perdite indicibili – una poesiola, un sospiro.
    Alla chiamata tonante rispondo con un sussurro.
    Non dirò di quante cose taccio.
    Un topo ai piedi della montagna materna.
    La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.

    Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
    C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
    Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
    Una singola mano scuote la maniglia.
    La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
    Dalla soglia corro giù nella valle
    silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.

    Da dove venga ancora questo spazio in me –
    non lo so.

  39. Ogni caso

    Poteva accadere.
    Doveva accadere.
    È accaduto prima. Dopo.
    Più vicino. Più lontano.
    È accaduto non a te.
    Ti sei salvato perché eri il primo.
    Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
    Perché da solo. Perché la gente.
    Perché a sinistra. Perché a destra.
    Perché la pioggia. Perché un’ombra.
    Perché splendeva il sole.
    Per fortuna là c’era un bosco.
    Per fortuna non c’erano alberi.
    Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave,
    un freno,
    un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
    Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
    In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
    Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
    a un passo, a un pelo
    da una coincidenza.
    Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
    La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
    Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
    Ascolta
    come mi batte forte il tuo cuore.

  40. Un amore felice

    Un amore felice. È normale?
    è serio? è utile?
    Che se ne fa il mondo di due esseri
    che non vedono il mondo?

    Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
    i primi qualunque tra un milione, ma convinti
    che doveva andare così – in premio di che? di nulla;
    la luce giunge da nessun luogo
    – perché proprio su questi, e non su altri?
    Ciò offende la giustizia? Si.
    Ciò offende i principi accumulati con cura?
    Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

    Guardate i due felici:
    se almeno dissimulassero un po’,
    si fingessero depressi, confortando così gli amici!
    Sentite come ridono – è un insulto.
    In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
    E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
    quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano
    – sembra un complotto contro l’umanità!

    È difficile immaginare dove si finirebbe
    se il loro esempio fosse imitabile.
    Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
    di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
    chi vorrebbe restare più nel cerchio?

    Un amore felice. Ma è necessario?
    Il tatto e la ragione impongono di tacerne
    come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
    Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
    Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
    capita, in fondo, di rado.

    Chi non conosce l’amore felice
    dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

    Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

  41. Phantom Channel Crossing

    Qualche parola sull’anima

    L’anima la si ha ogni tanto, nessuno la ha di continuo, per sempre.
    Giorno dopo giorno, anno dopo anno, possono passare senza di lei.
    A volte nidifica un pò più a lungo, sole in estasi e paura dell’infanzia,
    a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.
    Di rado ci da’ una mano in occupazioni faticose,
    come spostare mobili, portare valige
    o percorrere le strade con scarpe strette,
    quando si compilano moduli, si trita la carne,
    di regola ha il suo giorno libero.
    Su mille nostre conversazioni partecipa ad una,
    ed anche a questo non necessariamente,
    poichè preferisce il silenzio,
    quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
    smonta di turno, alla chetichella,
    è schifiltosa,
    non le piace vederci nella folla,
    il nostro lottare per un vantaggio qualunque
    e lo strepito degli affari, la disgusta,
    gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi,
    è presente accanto a noi solo quando essi sono uniti.
    Possiamo contare su di lei
    quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto,
    tra gli oggetti materiali le piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi,
    che lavorano con zelo anche quando nessuno guarda.
    Non dice da dove viene e quando sparirà di nuovo,
    ma aspetta chiaramente simili domande.
    Si direbbe che così come lei a noi,
    anche noi siamo necessari a lei, per qualcosa.

  42. Avete già postato tante poesie, non ne aggiungerò altre ma ne cito solo alcune tra quelle che mi piacciono e cioè “scrivere un curriculum”, “Un appunto” , La stazione, Nella moltitudine,
    …. Ma sono tutte belle. Grazie a tutti per avermi fatto riscoprire la voce di questa grandissima poetessa.

  43. Vorrei dire tutte. A seconda dell’umore. In questo momento citerei ‘Il gatto nell’appartamento vuoto’… Non siamo un po’ anche noi così dopo la morte della poetessa? andandoaest.wordpress.com

  44. 7-11-2004
    Io sono

    Io sono colui che guarda al di là,
    dall’alto della sua finestra
    e vede i monti, la pianura, il mare
    e quella linea continua che li delimita dal cielo
    e non muta mai.

    Io sono colui che s’incanta e affascina vedendo il giorno divenire notte
    e da ogni tramonto si aspetta un giorno diverso.
    Io sono colui che crede in Dio, grande, immenso e infinito come l’universo e si sente piccolo tra tutte le cose del creato.

    Io sono colui che scruta nel cielo buio la stella più luminosa,
    pensando che ognuno ne abbia una sin dalla nascita.
    Io sono colui che ha sofferto la vita invitando la morte,
    scoprendo così la gioia di vivere.

    Io sono colui che ha amato amori diversi:
    per la vita, per la madre, per il padre,
    per le sorelle, per la moglie, per la passione, per gli insetti e,
    il più grande, per i figli.

    Io sono colui che pone mille domande alla vita
    ed ha ottenuto poche certezze.

    Io sono ciò che la vita mi ha donato
    e vivo in ciò che ho creato.

    Io sono colui che non vuole avere un nome,
    sono polvere pensante e polvere tornerò.

    Io sono colui che in questo momento di amarezza
    affida il proprio passato al vuoto candido di questa pagina

    io sono

    Vinny

  45. La cortesia dei non vedenti

    Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
    Non pensava fosse così difficile.
    Gli trema la voce.
    Gli tremano le mani.

    Sente che ogni frase
    è qui messa alla prova dell’oscurità.
    Dovrà cavarsela da sola,
    senza luci e colori.

    Un’avventura rischiosa
    per le stelle dei suoi versi,
    e l’aurora, l’arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
    per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell’acqua,
    e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.

    Legge – perché ormai è troppo tardi per non farlo-
    del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
    dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
    dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
    e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.

    Vorrebbe tacere – benché sia impossibile-
    di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
    di quel gesto d’addio al finestrino del treno,
    di quella lente del microscopio e del guizzo di luce dell’anello
    e degli schermi e degli specchi e dell’album dei ritratti.

    Ma grande è la cortesia dei non vedenti,
    grande la comprensione e la generosità.
    Ascoltano, sorridono e applaudono.

    Uno di loro persino si avvicina
    con il libro aperto alla rovescia,
    chiedendo un autografo che non vedrà.

  46. Pingback: AMICA WISLAWA « sterpaglie

  47. Addio a una vista
    Non ce l’ho con la primavera
    perché è tornata.
    Non la incolpo
    perché adempie come ogni anno
    ai suoi doveri.
    Capisco che la mia tristezza
    non fermerà il verde.
    Il filo d’erba, se oscilla,
    è solo al vento.
    Non mi fa soffrire
    che gli isolotti di ontani sulle acque
    abbiano di nuovo con che stormire.
    Prendo atto
    che la riva di un certo lago
    è rimasta- come se tu vivessi ancora-
    bella come era.
    Non ho rancore
    Contro la vista per la vista
    sulla baia abbacinata dal sole.
    Riesco perfino ad immaginare
    che degli altri, non noi
    siedano in questo momento
    sul tronco rovesciato d’una betulla.
    Rispetto il loro diritto
    a sussurrare, ridere
    e tacere felici.
    Suppongo perfino
    che li unisca l’amore
    e che lui stringa lei
    con il suo braccio vivo.
    Qualche giovane ala
    fruscia nei giuncheti.
    Auguro loro sinceramente
    di sentirla.
    Non esigo alcun cambiamento
    dalle onde vicine alla riva,
    ora leste, ora pigre
    e non a me obbedienti.
    Non pretendo nulla
    dalle acque fonde accanto al bosco,
    ora color smeraldo,
    ora color zaffiro
    ora nere.
    Una cosa non accetto.
    Il mio ritorno là.
    Il privilegio della presenza-
    ci rinuncio.
    Ti sono sopravvissuta solo
    e soltanto quanto basta
    per pensare da lontano.

  48. Tante sono incredibili…
    scelgo Foglietto illustrativo: caustica, implacabile, necessaria

  49. La più bella per me:

    Devo molto
    a quelli che non amo.

    Il sollievo con cui accetto
    che siano più vicini a un altro.

    La gioia di non essere io
    il lupo dei loro agnelli.

    Mi sento in pace con loro
    e in libertà con loro,
    e questo l’amore non può darlo,
    né riesce a toglierlo.

    Non li aspetto
    dalla porta alla finestra.
    Paziente
    quasi come una meridiana,
    capisco
    ciò che l’amore non capisce,
    perdono
    ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

    Da un incontro a una lettera
    passa non un’eternità,
    ma solo qualche giorno o settimana.

    I viaggi con loro vanno sempre bene,
    i concerti sono ascoltati fino in fondo,
    le cattedrali visitate,
    i paesaggi nitidi.

    E quando ci separano
    sette monti e fiumi,
    sono monti e fiumi
    che trovi su ogni atlante.

    È merito loro
    se vivo in tre dimensioni,
    in uno spazio non lirico e non retorico,
    con un orizzonte vero, perché mobile.

    Loro stessi non sanno
    quanto portano nelle mani vuote.

    «Non devo loro nulla» –
    direbbe l’amore
    su questa questione aperta.

  50. Una poesia bellissima di Wislawa Szymborska per me è:

    Nozze d’oro,

    Un tempo dovevano essere diversi,
    fuoco e acqua, differire con veemenza,
    depredarsi e donarsi
    nel desiderio, nell’assalto alla dissomiglianza.
    Abbracciati, si sono espropriati e appropriati
    così a lungo,
    che tra le braccia restò l’aria
    diafana dopo l’addio delle folgori.
    Un giorno la risposta anticipò la domanda.
    Una notte intuirono l’espressione dei loro occhi
    dal tipo di silenzio, al buio.
    Il sesso sbiadisce, si consumano le reticenze,
    si incontrano nella somiglianza le differenze,
    come tutti i colori nel bianco.
    Chi di loro è duplicato e chi non c’è?
    Chi sorride con un duplice sorriso?
    La voce di chi risuona per due voci?
    All’asserire di chi annuiscono cortesi?
    Con il gesto di chi portano il cucchiaio alla bocca?
    Chi ha tolto la pelle a chi?
    Chi è vivo e chi è morto qui,
    impigliato nelle linee -di quale mano?
    A forza di fissarsi nascono i gemelli.
    La familiarità è la migliore delle madri
    e non fa preferenze tra i suoi due pargoli,
    a malapena ricorda chi è chi di quelli.
    Nel giorno delle noze d’oro, giorno solenne,
    il medesimo colombo si posò sul balcone.

  51. Diifficile dire quale mi piace di più,sono davvero tante quelle che mi piacciono.Alcune sono già state citate:Devo molto a quelli che non amo,Il gatto in un appartamento vuoto….Vorrei aggiungere Ritratto di donna

    Deve essere a scelta.
    Cambiare, purché niente cambi.
    È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
    Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
    neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
    Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.

    Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
    Ingenua, ma ottima consigliera.
    Debole, ma sosterrà.
    Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
    Legge Jaspers e le riviste femminili.
    Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
    Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.

    Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
    soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
    una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.

    Dove è che corre, non sarà stanca?
    Ma no, solo un poco, molto, non importa.
    O lo ama o si è intestardita.
    Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo.

  52. Questa è invece la mia preferita…vorrei scrivere come lei.

    Scrivere il curriculum

    Cos’è necessario?
    E’ necessario scrivere una domanda,
    e alla domanda allegare il curriculum.

    A prescindere da quanto si è vissuto
    il curriculum dovrebbe essere breve.

    E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
    Cambiare paesaggi in indirizzi
    e ricordi incerti in date fisse.

    Di tutti gli amori basta quello coniugale,
    e dei bambini solo quelli nati.

    Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
    I viaggi solo se all’estero.
    L’appartenenza a un che, ma senza perché.
    Onorificenze senza motivazione.

    Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
    e ti evitassi.

    Sorvola su cani, gatti e uccelli,
    cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

    Meglio il prezzo che il valore
    e il titolo che il contenuto.
    Meglio il numero di scarpa, che non dove va
    colui per cui ti scambiano.
    Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
    E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
    Cosa si sente?
    Il fragore delle macchine che tritano la carta.

  53. Tutte bellissime!!!!!!!!!!!!!!! Ho scoperto questa poetessa grazie ad un’amica di Fb.
    Alcune già citate ma questa non l’hanno postata ed è anch’essa stupenda:
    C’È CHI

    C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
    È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
    Per ogni cosa ha metodi e risposte.

    È lesto a indovinare il chi il come il dove
    e a quale scopo.

    Appone il timbro a verità assolute,
    getta i fatti superflui nel trita documenti,
    e le persone ignote
    dentro appositi schedari.

    Pensa quel tanto che serve,
    non un attimo in più,
    perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

    E quando è licenziato dalla vita,
    lascia la postazione
    dalla porta prescritta.

    A volte un po’ lo invidio
    per fortuna mi passa.

  54. Molto bella “Ringraziamento”: l’elogio del non-amore.

  55. chi può indicarmi la poesia che ha un verso che recita così:
    …..vedo la mia immagine nei tuoi occhi…..
    vorrei almeno il titolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...