«Stop alla violenza sulle stoviglie», dice Miele

Credo che alcuni pubblicitari italiani debbano una volta per tutte fermarsi a riflettere. Serissimamente. Guardarsi allo specchio e chiedersi: cos’ho in testa? come mi viene in mente? mi sento «creativo» quando invento certe cose? C’è qualcosa, nella mentalità diffusa in alcune agenzie, nelle loro pratiche, nelle strettoie della loro quotidianità, che evidentemente, in certi casi, li fa girare a vuoto. Magari hanno le migliori intenzioni, magari non ci pensano o sono sotto pressione, ma… com’è possibile, oggi, concepire una campagna come questa? A fronte del numero di donne che ogni anno in Italia sono stuprate?

Miele, Stop alla violenza sulle stoviglie

Ironia, risponderanno come al solito. Passi l’equazione donna = stoviglia, ma… sulla violenza? Si può fare ironia, oggi, sullo stupro? Non è venuto in mente a nessuno, fra i signori e le signore (sì, ci sono tre donne) che l’hanno creata, che per molte donne, molte famiglie non c’è proprio niente da (sor)ridere? Come si fa, oggi, a non tenere conto di proteste – vere e proprie urla di dolore – come QUESTA e QUESTA? In che mondo vivono le agenzie che creano queste campagne, in che mondo le aziende che gliele commissionano e approvano?

QUI i credits con nomi e cognomi. L’agenzia, in ogni caso, è Mpr Comunicazione Integrata.

AGGIORNAMENTO: ho scritto questo post mentre ero arrabbiata. Pensavo alle donne violentate, alle loro famiglie eccetera. Di qui i toni forti iniziali, che ora ho mitigato. Ci tengo a sottolineare – una volta di più, visto che lo faccio spesso su questo blog – i numerosi sforzi che molti pubblicitari italiani stanno facendo, come singoli e come associazioni, per uscire dai cliché e produrre campagne più rispettose di tutti (non solo delle donne). Penso all’enorme lavoro dell’Adci e dello Iap.

E invito tutti a (ri)leggere questi post:

http://giovannacosenza.wordpress.com/2012/03/09/pubblicitari-che-cambiano/

http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/04/04/il-manifesto-deontologico-di-alcuni-pubblicitari/

130 risposte a “«Stop alla violenza sulle stoviglie», dice Miele

  1. ma dove vivono???

  2. agghiacciante. questa pubblicità è di un gusto pessimo.

  3. Apprezzo la comicità, anche quella più macabra e “cattiva”, penso si possa ironizzare anche sulle cose più orrende sapendo come fare, e le autrici di questa roba è evidente che non lo sanno. Non vedo ironia, solo tanta stupidità e superficialità. Non mi fa ridere per niente

  4. Spesso il problema reale è l’incapacità di relazionarsi alla realtà. In questo senso la parola “creativo” è un’arma a doppio taglio perché alla possibilità di “creare” qualcosa è giusto che affianchi, secondo me, una buona dose di responsabilità per il risultato finale. Se poi questa possibilità viene vissuta in modo distratto e poco critico, si rischia di far danno.

  5. a risponderne non è l’agenzia ma la Miele che la diffonde. Bisogna denunciarla L’abbiamo fatto sempre e spesso vinto se devono ritirarla ci rimettono un sacco di soldi così l’agenzia perde clienti e la ditta la prossima volta ci sta attenta

  6. Vivono in un mondo dove una pubblicità che fa notizia rende il doppio.
    Ci sarà chi si lamenterà, senza dubbio, ci saranno discussioni … e da tutto questo “Miele” ricaverà visibilità a costo zero. Se le cose dovessero mettersi male farà ammenda chiedendo scusa e cospargendosi il capo di cenere, potrebbe anche decidere di fare la bella figura donando qualche migliaiata di euro a gruppi di aiuto per le donne.
    Tanto se si è parlato di me per l’equivalente di 250.000 euro di pubblicità, e ne dono 50.000 … sempre 200.000 me ne sono rimasti in tasca.
    Spudorati, privi di morale, ma perfettamente in linea con il nostro mondo e la nostra società. Non mi ci farei vedere in bar a bere un caffè, ma se volessi realmente lanciare un prodotto … sarebbero i miei uomini (e le mie donne).

  7. Ciao Giovanna.
    Sai come la penso: messaggio fuori luogo e fuori tono. Imbarazzante e sgradevole.
    Però.
    Per favore.
    Aiuti anche noi che cerchiamo, per quanto è possibile (e non sempre è facile, specie con questi chiari di luna. E bisogna stare stra-attenti) di fare decentemente questo mestiere, e magari di diffondere pratiche ugualmente decenti, se non te la prendi con l’intera categoria professionale.
    So che non era questa l’intenzione.
    Un abbraccio.

  8. no no, un momento TT, qui non si tratta della solita donna-oggetto che al confronto fa sorridere. Qui si tratta di una figura di m****.

  9. Buongiorno prof. Cosenza,
    forse cambia poco, ma la interpreto in maniera un po’ diversa.
    A mio avviso la campagna pecca semplicemente (!) di superficialità.
    Il concetto espresso dallo slogan è da ampliare a “Stop alla violenza sugli animali, negli stadi, sui bambini…”.
    Immagino che mentre l’art director e la copywriter concludevano il veloce brainstorming, non avevano in mente di ironizzare la protesta contro la violenza sulle donne, ma tutti coloro che – è vero, oggi tanto spesso – inondano le piazze per esporre una presa di coscienza, un atto di coraggio, una proposta di rivoluzione, un’azione di massa.
    Questo renderebbe la campagna citata drammaticamente più fuori luogo, vero?

  10. Non mi pare che nell’annuncio si possa leggere l’equazione donna = stoviglia, ma il discorso sulla violenza andrebbe allargato. Non solo a quella contro le donne, ma anche contro i minori. Come pure la violenza in genere, tema che sarebbe opportuno lasciare alle campagne sociali. Il messaggio è chiaro: con le altre lavastoviglie rischi di rompere i bicchieri e tutto quello che è delicato, ma concordo che ci sono espressioni meno dure per dire la stessa cosa. Però è decisamente meno irreale rispetto a quanto veniva detto in uno spot contro l’acquisto di cassette pirata: “Se compri una cassetta pirata commetti un reato, ma soprattutto partecipi al più grande delitto del secolo: ammazzi il cinema”. Tutti sappiamo che nell’ultimo secolo ci sono state centinaia di guerre, delle quali due mondiali, numerosi genocidi e altri orrori. E i primi anni del nuovo secolo non sembrano di stimolo all’ottimismo. Un messaggio davvero delirante, oltre che inutile.

  11. Mi spiace, cara Giovanna, ma questa volta non sono d’accordo. È solo per chi già abbia in testa la violenza sulle donne che uno slogan come “Stop alla violenza su…” risulta citazionista e offensivo. Per tutti gli altri che hanno una nozione della violenza più generica e aspecifica, la pubblicità della Miele non può in nessun caso rappresentare un’offesa, sempre che non si voglia espungere dal dizionario del quotidiano la parola violenza se associata a qualunque fenomeno non siano le donne.
    Detto questo provo a leggere questa pubblicità anche alla luce del discorso inerente la violenza sulle donne e non solo non lo trovo offensivo ma addirittura lo considero rispettoso. L’immagine di un bicchiere sbreccato da una lavastoviglie troppo energica è una metafora bellissima di una violenza barbara che in nome dell’amore uccide, magari per un eccesso di bene malato. A ricordarci che un amore – come del resto tant’altro – non si giudica dal fine ma dal mezzo che è usato per perseguire quel fine.
    Un calice di cristallo è un’immagine delicata, una dichiarazione di trasparenza, una condizione di bellezza minacciata dall’imperizia. Una donna di fronte a un uomo.
    Un bicchiere nasce per contenere l’acqua ed è curioso che sia la condizione liquida a minacciare la solida, incrinandola in parte o nel tutto per prepotenza o temperatura eccessiva. Storia di una relazione quotidiana e di una complementarietà che invece di arricchire entrambi ne intacca la parte più vulnerabile, qualità di tutte le cose preziose.
    Se fossi una donna, e volessi cercare in questa pubblicità una rima della mia condizione potenziale di vittima di una violenza di genere subita da un maschio, spesso partner, spesso consumata tra le mura domestiche, la troverei intelligente. Comunque sia, è una pubblicità che se rimanda alla violenza femminile sensibilizza e non estranea, rispetta e non strumentalizza.

  12. io ho scritto al “team creativo”.

  13. mi suggeriscono che esiste anche un profilo Fb sul quale lasciare qualche opinione.

  14. Annamaria, mi scuso. Hai ragione. Cambio subito il testo, mi è scappato… ero arrabbiata sì. Non tutti i pubblicitari, alcuni. Ovvio per me ma non per tutti. Mi scuso con tutti i pubblicitari che cercano di fare bene, in modo etico e responsabile il loro lavoro. Fra questi c’è sicuramente Annamaria Testa, ma ce ne sono moltissimi altri. Fra l’altro vengo dall’aver proprio io difeso “la categoria dei pubblicitari” da alcui attacchi che le venivano fatti su Fb. Dicendo “non tutti”, ricordando gli sforzi dell’Adci eccetera.

    Ricordo questi post, su questo blog, e invito tutti a (ri)leggerseli per distinguere:

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2012/03/09/pubblicitari-che-cambiano/

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/04/04/il-manifesto-deontologico-di-alcuni-pubblicitari/

    Ugo, capisco che quando si parla di violenza non ci sia solo quella sulle donne. Ma temo che fare ironia usando il concetto di violenza sia sempre a rischio di… cattivo gusto. Insomma, come dice Paolo1984, per scherzare su concetti forti, pesanti che possono aprire scenari difficili e inquietanti nella mente di molti lettori… bisogna saperlo fare. In questo caso io non vedo un buon esito.

  15. Ugo, puo’ essere che ci siano diverse sensibilita’. Con la mia sensibilita’ la violenza, contro le donne o i minori venga in mente prima di ogni altra cosa insieme a un urlo che dice no alla triavializzazione della violenza. E no, non si schierano le lavastovigli al fianco delle vittime. E’ uno scivolone imbarazzante per chi l’ha ideata, anche perche’ ancora le pubblicita’ per lavastovigli si rivolgono (haime’) soprattutto alle donne. E qui tante donne stanno dicendo cosa evoca quel messaggio.

  16. Però, Giò, peniamoci un attimo. Se è ironia lo è sull’uso spregiudicato e qualunquista con cui ogni giorno ci si dice indignati per ogni violenza, dal bambino bombardato in guerra alla tonnara che inscatola i pesci che consumiamo in scatola. Così la categoria “violenza” li include tutti in sé, parificandoli in parentele non autorizzate e perdendo le sfumature intermedie, tra cui lo stupro.
    Ma se noi scegliamo di vedere in questa pubblicità un rimando alla violenza femminile, non più d’ironia si tratta ma di analogia. E come analogia non è male per niente a mio avviso.

  17. @Roberta
    Ma con lo stesso principio potremmo ritenerci offese dal poeta che ci parla del fiore offeso, del petalo reciso, dicendo che la metafora è riduttiva e che una donna non è un vegetale. Insomma, un po’ di carità interpretativa non guasterebbe. Lungi da me difendere la pubblicità in generale che ha scopi ben più meschini del vate ma mi pare che a dedicarsi troppo a un tema si rischi una rigidità interpretativa che altrimenti non si avrebbe in altri contesti.

  18. Non lo so, Ugo, ci devo pensare. Fra l’altro, come puoi leggere dal mio scambio con Annamaria Testa, ho scritto questo post mentre ero davvero arrabbiata. Ho l’impressione che occorra sempre contestualizzare. Ci sono temi su cui, in certi momenti storici, c’è poco da scherzare.

    Se lavorassi in agenzia e stessi cercando un titolo, magari facendo brainstorming con i colleghi, mi direi: la parola «violenza» è una parola forte, che in un certo contesto storico-sociale, evoca… vediamo: stadi? bambini? violenza domestica? violenza sugli animali? altro? a quel punto mi chiederei quali categorie di persone potrei ferire, per esempio. Il che non significa imbrigliare per sempre la propria fantasia, ma insomma avere una certa sensibilità sociale…
    Come poi giustamente rilevava Roberta, la comunicazione sulle lavastoviglie viene oggi ancora rivolta spessissimo alle donne, almeno in Italia. Quindi non sono tanto rovinata dalla mia attenzione al tema se mi viene in mente la violenza sulle donne come prima associazione, non trovi?

    Dopo di che, sono la prima a non voler guardare il mondo col paraocchi: dunque ti ringrazio se me ne indichi uno che potrei rischiare di aver indossato, o di indossare in futuro. La mia attenzione sui temi di gender, negli ultimi anni della mia vita, potrebbe per me essere paraocchi, mi rendo conto.

    Ci penso.

  19. Giovanna, la giusta misura è difficile comunque e per tutti e a guardar col microscopio si cerca il piccolo ma si perde l’insieme. Spezzo una lancia anche per i pubblicitari (che per carattere rappresenta una categoria verso la quale sparerei a zero con estrema facilità) in quanto la differenza tra il fiore strappato dal mestiere dell’aratro di cui parla il poeta da una parte e il bicchiere incrinato da una lavastoviglie mostrato dai pubblicitari dall’altra non hanno uno statuto così differente quando metaforizzano la condizione femminile. Si può discutere l’esito estetico tutt’al più. A meno che non si voglia dire che poiché la pubblicità deve vendere un prodotto, allora strumentalizza sempre. Ma allora diciamo che è colpevole per definizione.
    Se poi si vuol vedere ironia allora è chiaro che tutto diventa canzonatura ma se restiamo alla metafora a me non dispice.

  20. ps
    Ad ogni modo ho capito l’intento: se si usa la parola violenza per tutto allora si perde la gerarchia d’importanza nel concetto di violenza, e così l’effetto sarà di disinteressata anestesia. Ma se la pubblicità, come dite, si rivolge alle donne allora dovete ammettere che la vostra interpretazione deve necessariamente assumere che il pubblicitario strizzi l’occhio a una donna che ha già metabolizzato il discorso sulla violenza di genere, e usandolo per la sua pubblicità lo sottolinea nuovamente, di fatto pubblicizzando entrambi. Quindi la pubblicità si potrebbe permettere di suggerire come un bicchiere incrinato da una lavastoviglie con cui convive ogni giorno possa metaforizzare una violenza relazionale. E se per la donna che accetta il messaggio dei pubblicitari anche una lavstoviglie è colpevole di violenza, figurarsi se le sfugge la metafora e la gravità della violenza che potrebbe subire lei.

  21. Se sono d’accordo con Ugo sul fatto che l’annuncio pubblicitario non si basi sul meccanismo di ironia, ma su quello dell’analogia, resta il fatto che il veicolo metaforico usato nell’ad ha un effetto di banalizzazione del oggetto metaforizzato (la violenza) che definire banalizzante è dire poco, ed è questa banalizzazione che, almeno a me, ha non poco urtato. Mi immagino quella che potrebbe essere la reazione di una “massaia”, o di un uomo, la cui figlia, o compagna, sia stata in precedenza vittima di violenza, e ne abbia condiviso il doloroso percorso di elaborazione del trauma.
    A mio avviso, non regge neppure la giustificazione dell’indifferenza del valore delle due metafore, quella del fiore reciso e quella di una stoviglia rotta, credo ci si renda conto che la carica simbolica della prima non è paragonabile a quella della seconda, anche solo in termini dei significati culturali associati, ben sedimentati storicamente, e quindi difficilmente equivocabili, nella prima (tant’è che non a caso, Ugo, è una delle prime che ti è venuta in mente, mi par di capire) – semmai criticabile solo per sovrautilizzazione; inesistenti sono invece i riferimenti della seconda, utilizzata, in più, in un contesto che ne annulla qualsiasi ipotizzabile efficacia comunicativa, come nota sopra Roberta.

  22. Uno spot così può dare luogo a tante interpretazioni e associazioni di idee, e credo che si debbano considerare solo quelle socialmente più prevedibili, non tutte quelle che possono venire in mente a qualcuno.
    Se — per fare un esempio bizzarro — un leghista si sentisse offeso perché ci vede un’associazione fra stupro e il “verde Lega” che fa da fondo allo spot, direi che è un’associazione troppo improbabile.

    A me sembra che nello spot ci sia un’associazione prevedibile, forse la più prevedibile. E’ l’associazione fra stupro e rottura del bicchiere: lo spot suggerisce che ad entrambe va dato uno STOP. Giusto, se si potesse prendere il suggerimento alla lettera. Invece, la sproporzione fra le due cose suggerisce una lettura umoristica: spesso l’umorismo fa leva su accostamenti del genere.
    E allora vale l’obiezione di Giovanna: c’è poco da scherzare sullo stupro.

    Altre interpretazioni sono naturalmente possibili, come quelle suggerite da Ugo.
    Ma se c’è anche soltanto una interpretazione del messaggio, fra le varie possibili, che sia insieme abbastanza plausibile e abbastanza offensiva (come mi sembra che sia in questo caso), tanto basta per renderlo infelice.
    Questo è il criterio (di non facile applicazione) cui mi atterrei, in questo come in tanti altri casi simili.
    Ma che fatica essere passabilmente corretti senza essere pedanti, io non ci riesco. ;-)

  23. Cara Giovanna, rabbia e equilibrio per arrivare al punto: hai ragione la nuova cultura della pubblicità va aiutata a capire e i pubblcitari, nn tutti7e aiutati a riflettere, e questa polemica è il primo aiuto. non tacere criticare dire, ci può essere una creatività ironica davvero e radicata nel contetso? senza censure, si può?

  24. scusa i refusi!!

  25. Per me è il contesto (come sempre) che conta: l’analogia della violenza domestica con un bicchiere incrinato o con un fiore reciso in una poesia è una cosa, in una pubblicità commerciale è una cosa diversa perchè diverso
    è il linguaggio e diverse le ambizioni. Stessa cosa per il discorso dell’ironia
    e dell’umorismo che ripeto, va saputo fare e il contesto cambia le cose: un
    conto è un episodio dei Griffin o di South Park, tutt’altro la pubblicità di un lavastoviglie. Spero di essermi spiegato

  26. Da un progressista, da uno sponsorizzatore del “nuovo” a Miele e a questi “creatini” (crasi):
    Semplicemente vergognatevi.
    Se avrò tempo argomenterò…

  27. Annuncio davvero superficiale e poco contestualizzato!
    Lo stesso concetto può essere espresso in modo differente..
    Spesso la voglia di business viene drogata con spot non convenzionali e, in apparenza, creativi senza pensare alle conseguenze (addio cliente?)
    Mi unisco a Giovanna: per fortuna esistono pubblicitari che cercano di svolgere il proprio lavoro nel migliore dei modi..

  28. Aggiungo che il bicchiere rotto funziona poco come metafora dello stupro, in quel contesto, perché questa pubblicità riguarda seriamente il danno del bicchiere.
    Si potrebbe dire, quindi, che qui lo stupro è usato come metafora del piccolo danno domestico, piuttosto che il contrario.
    Se intesa così, con questa sorta di inversione, è una metafora proprio stonata.

  29. Dato che siamo in tema, vorrei invitarvi a vedere questo spot:

    Nel 2004 ha vinto un Leone d’oro a Cannes nella categoria prodotti per la casa. È un esempio (perfettamente riuscito) di utilizzo dei toni drammatici, tipici di certi messaggi sociali, nella pubblicità commerciale. Lo schema, però è rovesciato. Si sono visti spot sociali iniziare con l’ironia e terminare nel dramma. Qui avviene esattamente il contrario. Un Leone meritato.

  30. Roberta scrive:”A mio avviso, non regge neppure la giustificazione dell’indifferenza del valore delle due metafore, quella del fiore reciso e quella di una stoviglia rotta, credo ci si renda conto che la carica simbolica della prima non è paragonabile a quella della seconda, anche solo in termini dei significati culturali associati, ben sedimentati storicamente, e quindi difficilmente equivocabili, nella prima (tant’è che non a caso, Ugo, è una delle prime che ti è venuta in mente, mi par di capire) – semmai criticabile solo per sovrautilizzazione; inesistenti sono invece i riferimenti della seconda, utilizzata, in più, in un contesto che ne annulla qualsiasi ipotizzabile efficacia comunicativa, come nota sopra Roberta”
    Beh, allora diciamo che il tuo papproccio è tipicamente conservatore se una metafora viene svilita per la sua novità sulla base di ciò che è tradizione. So benissimo che non accetteresti la qualifica di conservatrice ma se ti appelli a un giudizio del genere svilisci in un colpo solo e il pubblicitario e il consumatore: il primo costretto a riproporre il trito e ritrito; il secondo condannato alla passività di chi non possa che riconoscere il già detto e inibito a interpretare una variazione contemporanea del tema, come lo è sostituire una lavastoviglie alla falce rispetto alla pastorale del fiore e dell’aratro.
    Ma non troviamo scuse. Il punto è che la vostra critica appare ancorata a un principio a priori: sulla violenza, qualunque cosa sia, non si fa pubblicità. E allora ditelo così, perché se cercate giustificazioni argomentative è facile dimostrarvi per pars construens che nulla vi appagherebbe comunque.

  31. Mi è capitato, mille anni fa, di disegnare centotto lavastoviglie. Miele era un riferimento per la qualità teutonica. Ma nessuna, neppure la più scalcagnata e italica delle lavastoviglie nostrane è stata o è violenta con le stoviglie. L’omologazione delle merci e i processi di riduzione dei costi deve aver eliminato il divario, omologando la qualità verso il basso.
    Per questo ormai anche un marchio noto per la sua qualità non ha più nulla da argomentare e ricorre all’infelice, miserabile boutade.
    Ho visitato i link e la mia incazzatura è in sintonia con quella di Giovanna.
    Nell’insieme il messaggio è misero sia nella composizione che nel messaggio. Se è una pagina passa inosservata, se è un poster si perde nello sfondo, se è creatività siamo alla canna del gas, esilarante.

  32. … scusate le frasi sgrammaticate… comunque il senso è quello. grazie

  33. Google: digito ‘stop alla’, il primo completamento è “alla violenza sulle donne”. Per non parlare degli spot governativi e non, degli slogan, degli striscioni alle manifestazioni, ecc. ‘Stop alla violenza sulle donne’ è stato talmente utilizzato (e inflazionato) da essere stato assorbito dalla maggiorparte degli italiani e delle italiane. E’ a quello che pensavano i/le pubblicitari/e che l’hanno ideato, è a quello che volevano far pensare la clientela.
    In un momento storico delicatissimo, in cui il gender backlash si sta portando dietro una densa scia di sangue.
    Una banalizzazione. E la banalizzazione porta alla normalizzazione. Quella legittimazione sociale che le raccomandazioni CEDAW dell’ONU al governo italiano stigmatizza.

    P.s. i voli pindarici della fantasia spiccati in molti post, in cui non si trova alcun legame tra la pubblicità Miele e la violenza di genere, sono anche piacevoli da leggere, se ne ammira appunto la “creatività”, ma finiscono immancabilmente con una precoce e mesta culata per terra.

  34. Secondo me questa volta la diatriba è piuttosto pretestuosa. Io credo che il ricorso alla formula “stop alla violenza…” (a me, per maggiore consuetudine, viene spontaneo completarla con “negli stadi”, quindi non mi sento affatto associata a una stoviglia, mi sembrerebbe piuttosto stiracchiata come metafora) sia stato solo una via d’uscita dai soliti discorsi sulle lavastoviglie “delicate”, “gentili con le tue stoviglie”, “intelligenti” ecc.. Insomma, un modo un po’ sciocco magari, ma non moralmente sanzionabile di parlare di lavaggi delicati.
    Se poi vogliamo fare di qualsiasi pretesto uno spunto valido per difendere la donna come categoria, credo che questo non renda un buon servigio alle battaglie vere e tutt’ora necessarie per l’emancipazione femminile.
    Per favore, non ne facciamo un vuoto tormentone vittimista!

  35. Si chiama cinismo. Cinismo becero e fascista. Noto sempre poco coraggio a chiamare le cose con il nome che si meritano. Il danno sta nello spostare l’attenzione dalla violenza sul femminile alle stoviglie. E mi pare ovvio che in un paese retrogrado come il nostro “lava/stoviglie” significhi ancora “lavoro/donna”.

    L’umorismo macabro di cui parla Paolo1984 è tale, e come tale è accettabile, anche se può ferire, perché funge sempre da catalizzatore dell’attenzione su un problema specifico, in altre parole è sempre denuncia (I Griffin ad es). Qui al contrario abbiamo un “distrattore” di massa che sposta l’attenzione pubblica sul bene di consumo.

    Vedrete che la levano e chiedono anche scusa, Solo io vorrei i nomi e i cognomi dei responsabili, così da scriverli sul loro bel manifesto per imperitura memoria (un po’ alla Tarantino per intenderci).

  36. @Elisabetta scrive: “Google: digito ‘stop alla’, il primo completamento è “alla violenza sulle donne”
    Sì, cara, ma poi dovresti parlare del resto. Ovvero che se al primo posto l’autocompletamento suggerisce lo stop alla violenza sulle donne, al secondo c’è quello sulla vivisezione, al terzo c’è stop alla cellulite e al quarto la pubblicità telefonica. Perciò non sembra un grande argomento da tirar fuori nel momento in cui le parentele più prossime non sembrano essere molto consistenti.
    Ma più in generale vi chiedo: se la pubblicità Miele avrebbe un legame con la violenza di genere, la domanda da farsi è se tale rappresentazione dovrebbe favorire una banalizzazione del problema o invece il confermato successo di quanto la tematica appartenga ormai a tutt*, tanto che anche voi guardate la pubblicità di una lavastoviglie e leggendone il claim andate immediatamente a pensare alla violenza sulle donne.
    Giusto?

  37. giusto, infatti questa è la scelta cinica, sfruttare l’associazione d’idee a scopo pubblicitario e non di denuncia.

  38. Luziferszorn, i nomi e cognomi stanno nel link a cui io stessa ho rinviato nel post.

  39. l unica cosa che vedo quando guardo questo spot è un bell insulto
    vergognosi i ‘creativi’ (de che?) e l azienda, cavalcano l onda degli slogan contro la violenza, banalizzando le povere persone che quelle incrinature ce l hanno addosso

  40. ma mi chiedo avete visto i vari soggetti di campagna e analizzato il testo??? da molti commenti sembra quasi che non avete visto ne letto bene la campagna …l’immagine dell’articolo non è la campagna ma solo una sintesi! io sono andata a vedere direttamente nel sito delle lavastoviglie Miele che ho trovato in rete e non ho dubbi sul significato della campagna e concordo assolutamente con Ugo.

  41. @ugo: Ho parlato della prima associazione di idee poiché è quella che scatta quando vedi un cartellone in mezzo alla strada o assisti più o meno consapevolmente ad uno spot televisivo. Se ci metti che spesso, nella letteratura, in poesia, ecc. la donna è stata spesso paragonata ad oggetto di cristallo, ad esempio proprio un bicchiere, non è un’associazione così improbabile come la consideri tu.
    Il fatto che si parli di violenza di genere non è un successo di per sé: se viene appunto banalizzata a scopo commerciale è pericoloso e dannoso. Occorre capire in quale modalità la tematica appartenga a tutti.
    @luziferszorn: pieno accordo con quanto dici

  42. Sinceramente, da donna, ciò che mi ha offeso non è tanto la pubblicità, che peraltro trovo simpatica, quanto l’immediato parallelismo che scaturisce dall’articolo, cioè donna=stoviglia, così come violenza=violenza sulle donne. Perché mai? Mi reputo una persona sensibile al tema e sono infastidita dalle pubblicità volgari che usano la donna come oggetto, infatti sono spesso d’accordo con le parole scritte da Giovanna, ma in questo caso non trovo nulla di esagerato. Forse sarò superficiale, ma credo che ogni tanto sia meglio vedere le cose per quello che sono, senza doverci per forza leggere chissà quale riferimento a temi di ben altra portata.

  43. Mutuare linguaggio e stilemi tipici di un altro settore merceologico è già stato fatto molte altre volte, in qualche caso con esiti davvero brillanti.
    Qui, si sono rifatti ai registri tipici della comunicazione sociale. Non avevano certo intenzione di prendersi gioco delle donne stuprate.

    Non c’è ironia sullo stupro. Come non c’è ironia rispetto alla violenza sui bambini o sugli animali.
    Non c’è dolo e non c’è volontà di offendere.
    Purtroppo questo annuncio esce in un Paese con il “nervo scoperto” sul tema stupro.
    Mi risulta che solo il 4% circa degli stupratori sia condannato (con una detenzione media inferiore ai 4 anni, mi pare).
    Fosse uscito in una nazione con percentuali diverse, sarebbe passata inosservata. Nel bene e nel male.
    Ma lo scandalo non è in questo annuncio, al massimo poco originale anche se cerca di esserlo.
    Lo scandalo (e la vergogna) è nelle percentuali che ho ricordato prima.

    C’era un modo più originale, rilevante e pertinente per promuovere l’immagine delle lavastoviglie Miele? sicuramente sì.

    Ciao
    m.

  44. Sono pienamente d’accordo con Martina. Non capisco perchè si pensa sempre alla parola violenza come a qualcosa che solo le donne possono subire. Violenza sugli animali, violenza sui bambini, e perchè no anche violenza sugli oggetti se ci sono cari. A me questa pubblicità mi fa sorridere e anzi, la trovo realistica dal momento in cui capita che gli elettrodomestici a volte facciano danni.

  45. Quoto Martina.
    Anche a me è sembrato simpatico, certo non un capolavoro, ma nemmeno ci ho visto un collegamento diretto con la violenza sulle donne.

  46. la cosa non ci stupisce, dato che tre donne e un uomo sono alla base di questa mirabile pensata

  47. Ugo, mi pare eccessivo accusare di conservatorismo il semplice fatto di riconoscere che la metafora del ‘fiore reciso’ ha un portato simbolico chiaro e riconoscibile: è una semplice constatazione di fatti, non un giudizio di valore. Tra l’altro avevo già riconosciuto che si tratta di una metafora logora, ma ciò non rende, per contrasto, quella del bicchiere rotto creativa solo perché più “ardita” rispetto alla prima.
    Il punto della questione credo lo abbia identificato Ben, quando dice “qui lo stupro è usato come metafora del piccolo danno domestico, piuttosto che il contrario. Se intesa così, con questa sorta di inversione, è una metafora proprio stonata.” Infatti il rapporto tra metaforizzato e metaforizzante è del tutto sproporzionato, oltretutto tenuto conto del fatto che, in generale, il secondo dovrebbe servire a dare una lettura al contempo semplifice e chiarificatrice del primo, mentre qui in tema complesso, quello della violenza, viene usato per esemplificarne uno tutto sommato quotidiano, di facile risoluzione. Da qui l’effetto banalizzante, e, peggio ancora, umoristico.

  48. @luziferszorn Ecco, se ho capito bene il senso del tuo commento, questo sì che mi sembra offensivo verso le donne…

  49. OT
    Massimo Guastini scrive: “Mi risulta che solo il 4% circa degli stupratori sia condannato (con una detenzione media inferiore ai 4 anni, mi pare).”
    Interessante è domandarsi in base a cosa il 96% restante sarebbe inquadrabile come stupratore. Potrei girare polemicamente la questione e dire che il 96% delle denunce si deduce giuridicamente falso ma sarebbe solo inutile provocazione. Naturalmente quel 4% non è il rapporto tra denunce e pronunciamenti bensì è il risultato dei dati ufficiosi delle associazioni che lavorano sul campo, non dei tribunali; e se i secondi considerano solo i casi denunciati, minori ovviamente rispetto al totale delle violenze perpetrate, le prime rischiano di contabilizzare come violenza ogni dichiarazione ricevuta. Però, ora che mi ci fa riflettere, a leggere i critieri con cui l’Istat ha tirato fuori gli esorbitanti numeri sulle violenze subite dal genere femminile (oltre 7 milioni, oltre una donna su tre) devo dire che non so se nei confronti della serietà del fenomeno sia più offensiva la Miele o l’Istat.

    Corsivi miei

    Per violenza fisica è graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente , l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, di soffocamento, ustione e la minaccia con armi
    Per violenza sessuale vengono considerate le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti
    Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni , il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.

    http://www.istat.it/it/archivio/34552

  50. Io sono d’accordo con Ugo, e rilevo che anche fra questi commenti ve ne sono alcuni che evidenziano come l’associazione con la violenza sulle donne non sia così scontata, nè tantomeno l’inesistente – a mio parere – analogia donna = stoviglia; che emerge solo se spinto avanti da un preconcetto in tal senso.
    La violenza è violenza, e per quanto le intenzioni degli autori possano essere, facilmente, meno che pure; io credo che il senso che le attribuiamo – volutamente, per altro – dipenda unicamente da noi e non da un progetto meditato.
    A questo punto però mi interesserebbe vedere la campagna completa; che Elisa dice racconti meglio le intenzioni dei creativi.
    Chi mi sa dare un link?

  51. Pardon, una domanda per Ugo: quando ironizzi sui criteri indicati dall’Istat per la rilevazione del fenomeno, ti riferisci al fatto che – secondo me – è corretto parlare di violenza anche nel caso in cui si venga “colpite fisicamente” ricevendone un danno, ed è anche possibile fondare una statistica seria su un range ampio, ma sufficientemente chiaro degli atti concreti messi in atto; ma è molto più difficile determinare un criterio oggettivo (non basato unicamente sulla percezione della donna ma sulla situazione globale) per dire quali atti siano effettivamente una violenza e quali, pur eccessivi o emotivamente carichi, rientrino nella normale amministrazione – sempre diversa, per es., in ciascuna coppia – del rapporto?

    Con questo non voglio supportare il riduzionismo maschilista per cui ogni problema sollevato dalle donne è esagerazione o pura fantasia, e neppure sottintendere che la percezione della sofferenza di una donna che, ad es,, riceve uno schiaffo con conti nulla ed uno schiaffo non sia una violenza. Perché lo è, ispo facto.
    Ma non esiste “lo schiaffo”, esiste sempre un atto contestualizzato. Da evitare, penoso anzichenò, ma spesso meno grave di quanto una formula standard potrebbe lasciar pensare.
    Tra l’omertà e la normalizzazione di un atto di violenza c’è, penso, un mondo di gradazioni e sfumature. Complesso, ma se non vogliamo banalizzare non dobbiamo farlo in nessun senso.

    Non so se mi sono spiegata, diversamente ci riprovo.

  52. io l’ho cercata su internet e ho trovato questo link: http://www.lavastoviglie.miele.it/

  53. Penso che quegli annunci siano stati fatti ad hoc per il sito. Non so se la campagna stampa sia monosoggetto, comunque la headline è realizzata con un voluto riferimento alle campagne sociali, cosa che gli annunci sul sito non hanno.

  54. ps OT
    Precisazione: 7 milioni solo le sole violenze fisiche e sessuali (anche se poi le statistiche offendono anche l’operazione aritmetica della somma precisando che le violenze sessuali sono 5 milioni e poco meno di 4 quelle fisiche). 6 milioni hanno subito invece violenza psicologica dal partner attuale (!). Etc etc.
    Esilarante questo passaggio: “Molto diffusi infatti i soprusi tra le mura domestiche. Questi però spesso non vengono percepiti come tali”.
    ahahhah, come a dire: “povera creatura mia, hai subito violenza ma non sapevi che fosse tale (come se non fosse seria la questione dello stupro. E come se queste statistiche del cazzo non gettassero tutto a tarallucci, non diminuendo bensì aumentando l’insicurezza della denuncia che una donna dovrebbe fare per violenze vere). Io però ti offro l’appiglio e così ti inserisco nella categoria, e quindi faccio numero e la percezione nell’immaginario collettivo la decido io con l’assenza di senso critico delle persone che mi leggono”.
    Poi arriva la pubblicità Miele e in molti si indignano per l’offesa nei confronti della violenza femminile. Insomma, uno gonfia il fenomeno e l’altro il fegato. Che ironia della sorte: ti chiami Miele e produci fiele.

    http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/cronaca/istat-violenza-donne/istat-violenza-donne/istat-violenza-donne.html

  55. Mi pare che il discorso si stia allontanando troppo dal punto di partenza (un annuncio pubblicitario) e i toni comincino a diventare quelli di Savonarola. Insomma, se vogliamo parlare di violenza potremmo citare tutto, anche quelli che ci lavano i vetri dell’auto per strada infischiandosene se gli diciamo di non farlo (magari urlando: altra violenza).

  56. OT
    @Denise Cecilia S.
    Dico semplicemente che metetre nello stesso calderone lo stupro la minaccia di e l’essere colpita fisicamente,mentre nel dettaglio si specifica l’ustione lo strangolamento, tanto per dare l’impressione di un’esaustività di comportamenti è delirante in quanto la minaccia è criterio soggettivo che non conduce necessariamente all’atto e che però ingrassa le statistiche.
    Idem per la violenza sessuale, in cui lo stupro e le attività sessuali degradanti e umilianti finiscono nello stesso pallottoliere. Chiaramente anche qui cosa sia un’attività degradante o umiliante è soggettivo e suscettibile di cambiamenti di valutazione nel corso di una vita e certamente non è reato. Mentre lo stupro sì. Ugual discorso infine per le violenze psicologiche in cui la denigrazione, soggettiva e altamente variabile nella sua valutazione, viene posta accanto a comportamenti oggettivi e violentissimi.
    Insomma, tutto è fatto per gonfiare i numeri scandalizzando con comportamenti nell’ordine dei milioni (a decine). Ora, non mi interessa capire chi ha stilato e approvato questa metodologia per questo particolare studio. Ma per quel che mi riguarda è un invasato/a. E se permettete io prendo le distanze.

  57. Ugo, attenzione però: perché che una violenza sia effettiva ma possa addirittua non essere riconosciuta per tale non è una cazzata, è ben possibile.
    Capisco che messa così sembri un controsenso, ma la percezione della violenza passa anche dall’idea mentale che la persona che la subisce ha di se stessa.
    Brutalmente, saprai bene che spesso un bambino maltrattato non si sente bene con se stesso, ma non arriva a saper definire in modo adeguato la sua sofferenza, nè a identificare con precisione e serenità la causa. Le implicazioni relazionali sono molte, e pesanti.

    Detto questo, senza volerne fare un caso esemplare ma solo per chiarire, io ho assistito – per dire – a ripetuti atti di violenza, fisica e psicologica, messi in essere da un ragazzo sul proprio ragazzo; atti dei quali poco dopo sovente egli non era più consapevole in quanto li rimuoveva.
    Non occorrono psicologi o psicanalisti per parlare di rimozione: mi è bastato essere presente e vedere con i miei occhi che non aveva la più pallida idea di quel che aveva appena fatto.
    Eppure, seri squilibri emotivi a parte, è una persona che conduce una vita piuttosto normale: non è identificabile immediatamente come pericoloso, ma lo è.

    Poi, sì, probabilmente ci stiamo allontanando troppo dalla questione principale, o forse no: dopotutto la valenza di quella pubblicizzazione del prodotto dipende, molto, proprio da ciò che il pubblico legge come violenza.

  58. Visti adesso. Non sono riuscita a trovare la campagna stampa ma da quello che ho visto sono ancora più convinta che il riferimento alla violenza sulle donne sia solo negli occhi di chi guarda. Io li trovo “innocui”…magari anche divertenti.

  59. Interessante disquisizione ma troppo tendente ad offrire il lato debole della strumentalizzazione forzata, saltando nel recinto delle metafore l’interpretazione diventa soggettiva, non esiste spot al mondo immune da considerazioni sociali negative. Personalmente non ci leggo niente di strano nel messaggio pubblicitario in oggetto, tenuto conto del livello anomalo della creatività, cosa quasi dovuta se contestualizzata in un “bombardamento” a tappeto senza soluzione di continuità. Negli anni andati si puntava sulla evidenziazione delle caratteristiche e dei vantaggi offerti da un prodotto, oggi si punta a calamitare l’attenzione su un messaggio forte per poi passare alla fase esplicativa. Questo post e allegata disquisizione sono un effetto voluto dall’agenzia, stiamo usando una spinosa questione come la violenza sulle donne per pubblicizzare inconsciamente un prodotto, elaborazione di una tecnica di comunicazione subliminale testata negli States 40 anni fa.

    TADS

  60. OT
    @Denise Cecilia S.
    Chiudo qui l’off topic e mi scuso per l’eccesso di presenza. Comprendo benissimo il suo esempio e le sue motivazioni e ho enorme rispetto per tutte quelle persone che quotidianmanete lavorano a contatto con questi problemi. Tuttavia un bambino non è una donna, ed è proprio il diverso status giuridico del minorenne a ricordarci che al di sotto di una certa età non si abbia la piena capacità di comprendere e decodificare ciò che ci succede e se causa di un reato si viene scagionati.
    Se io do della stronza alla mia ragazza, questa non è violenza seppure rientri nella denigrazione. Se io non desidero più le profferte amorose del mio ragazzo ma non riesco a lasciarlo, ad esempio, non posso raccontarmi, magari a posteriori, che subivo una molestia o uno stupro. Qualora in una litigata di coppia mi si fosse chiusa la vena e avessi pronunciato una frase di cui comunque vergognarmi come “ti spaccherei la testa”, questa non sarebbe ascrivibile alla violenza fisica in quanto alla minaccia deve seguire l’atto, altrimenti non è una violenza. Però tutto rientra nelle statistiche, le statistiche esibiscono i numeri esagerati e riassumono in un titolo che racconta di una indifferenziata violenza di genere, la gente si indigna e diventa ipersensibile al tema. Miele espone il suo messaggio che presta il fianco alla gaffe,il dente è scoperto e la reazione è magari un poco eccessiva.
    È proprio per questo che le operatrici del settore devono essere attentissime a non indulgere né da una parte né dall’altra. Se la sindrome questurino portava a interrogare la donna vittima di stupro usando una diffidenza umilante verso il suo resoconto (anche da qui viene l’esitazione alla denuncia), la sindrome dell’assistente sociale non deve esserne l’opposto, ovvero legittimare ogni lamentela senza il sospetto che dietro si celi un’incapacità da dipendenza di chiudere relazioni o una psicologia vittimistica che si aggrappi a qualunque possibilità razionalizzi le proprie sbagliate scelte di vita eludendo le proprie responsabilità.
    Scusate ancora l’off topic.

  61. Rispondo brevemente a Ugo, e chiudo anch’io il possibile OT.

    Vero, il bambino e l’adulto non sono (da nessun punto di vista) paragonabili. Mia intenzione non era assimilarli, ma suggerire che anche nell’adulto, seppure in modo differente, esistono casi di ignoranza – talvolta letterale – della violenza subita.

    Ciò che dici sulla minaccia e sulla violenza che si configura solo se vi fa seguito un atto concreto, è altrettanto importante; ma trovo vada ben chiarito che il discrimine non sta nell’attuazione della minaccia (una minaccia che sia realmente tale è già una violenza!), sta invece nell’identificare la minaccia (che presuppone un’intenzione lucida, che non scema e scompare con un’arrabbiatura) ed uno sfogo (che, se controllato, fa morire con sè il pericolo di una vera azione violenta).

    Grazie comunque delle risposte.

  62. “Questo post e allegata disquisizione sono un effetto voluto dall’agenzia,”

    E infatti anche questo dimostra il cinismo che sta alla base dell’operazione. Cioè sapevano benissimo quello che stavano facendo.

  63. Mi sfugge il perché tu faccia questa precisazione sotto una mia frase, il cinismo è una corrente filosofica, se preferisci una scuola di pensiero, che da sempre contamina in qualche modo ogni forma di comunicazione, dalla letteratura alla politica, dall’arte alla satira, dall’informazione alla pubblicità, questo lo sostengo da una vita. In questo paese esiste ancora una significativa dose di discriminazione nei confronti delle donne ma non concordo con chi voglia vederla ovunque, gridando sempre “al lupo al lupo” si finisce per perdere credibilità e forza.
    TADS

  64. Per quanto ne so, la violenza delle lavatrici verso le stoviglie non esiste. Forse è potuto succedere nei primi anni, poi tutte le lavastoviglie, non solo Miele, sono state perfezionate e, se si sbecca un bicchiere è perché o era già intaccato o è stato inserito male, forzandolo contro una pentola o sbattendolo contro un piatto.
    La violenza contro le donne, invece, non diminuisce e forse è in aumento.
    Se Miele volesse fare una buona campagna potrebbe sostituire lo head-line con: Basta con la violenza sulle donne.
    Armando Testa, a metà anni sessanta faceva dire a Paulista: Carmencita, amore mio CHIUDI IL GAS e vieni via. Smettila di fare il caffè per quel fannullone in canottiera sdraiato sulla poltrona. Un protofemminismo scomparso dalla comunicazione pubblicitiaria.

  65. Questa comunicazione ferisce e umilia. C’è veramente poco su cui scherzare se si pensa che a quello che fanno i mariti italiani alle loro mogli e ai figli. Grazie per la segnalazione Giovanna.

  66. Sì, lol, “Caballero, che pistola! Chi è con lei non è mai sola” (intendiamoci, esilaranti doppi sensi, innocenti ma spudorati). Altri tempi, altre idee. Lo facessero oggi, le neo-fem lo stroncherebbero (questo per rispondere a TADS).

  67. @GuydeBord
    Ma quale protofemminismo ha visto lei nella pubblicità Paulista-Lavazza? È solo lei che ricorda erroneamente un’esortazione a smetterla “di fare il caffé a quel fannullone in cannottiera sdraiato sulla poltrona” (?!?)
    Tutti gli altri hanno visto un classico caso di stalking, ratto d’amore, abbandono del tetto coniugale. Carmensita è tutto tranne che un modello di emacipazione: contesa tra un mafioso, un vinaio o un salottiere, e conquistata a suon di pallottole dal Paulista. Che lungi dal non farle fare più il caffé (ad altri) si propone come esclusivo partner.
    E la frase non era “Carmencita, amore mio/chiudi il gas e vieni via”, che non fa neanche rima, bensì “Ah, Bambina sei già mia/chiudi il gas e vieni via”.
    In breve, lei ricorda come protofemmista una pubblicità totalmente veteromaschilista. Colpa della memoria o dell’interpretazione?

  68. @guydebord, secondo me hai centrato il vero punto della questione, quando ho visto per la prima volta questo spot, ancora prima di arrabbiarmi, mi è saltato all occhio proprio questo: io uso la lavastoviglie da vent anni ma mai mi si è rotto un bicchiere, quindi perchè farlo diventare un problema da risolvere? il vero ‘attacco’ sta proprio su quel ‘stop alla violenza …’ e attirare quindi menti ormai pronte a questi slogan perchè, e qui sta il loro sfregio, si approfittano dei moltissimi casi di violenza che la cronaca ci porta tutti i giorni per far rientrare così anche il loro ‘annuncino’ miserabile
    sono molto contenta di aver rinnovato le mie lavastoviglie e non aver mai preso una miele, così la pensa anche il mio ‘veramente democratico’ marito
    buon sabato a tutti i pensatori

  69. Per cortesia, andate a vedere il sito http://www.ilmaestrodellupocattivo.it. Lì troverete delle autentiche campagne offensive nei confronti delle donne. E per un approfondimento potete acquistare il libro stampato in proprio dall’autore (il fotografo Ico Gasparri). Ma lasciate stare Carmencita e Caballero, due grandi icone della storia della pubblicità italiana.

  70. Ico Gasparri no, tende alla paranoia totale. Ero a un convegno all’università di Milano nel giugno del 2010 è tra le foto raccolte e proiettate c’era anche la minigonna in jeans dell’Unità e altre serie sex totalmente innocue (una finita anche sul libro di Bellassai, “L’invenzione della virilità” cfr. p.156). Ad un certo punto mi venne in mente il “bevete più latte” di Fellini.

    Sinceramente, fino a che in questa esercizio critico ideologico si inserirà brutalmente una paranoia si stampo vetero-cattolico che pesca a piene mani nelle nostre frustrazioni sessuali non ne verremo mai a capo.

    Ad ogni modo il cinismo della Miele non ha nulla a che vedere con valenze sessuali. Ma constatiamo che anche qui c’è una spaccatura d’opinione critica, chi trova deplorevole l’aver usato quello slogan e chi lo trova addirittura divertente.

    Abbiamo più di un grosso problema, evidentemente.

  71. Luzi mi hai risposto? a cosa?
    dove? su quale blog?

  72. Pingback: Banalizzazione della violenza sulle donne « Un altro genere di comunicazione

  73. questa pubblicità è orrenda e cinica. si può parlare di “violenza” se un oggetto inanimato (la lavastoviglie) ne danneggia un altro (il bicchiere)? il claim banalizza il concetto di violenza. Ma le parole sono importanti,e vanno difese dalla violenza (questa sì) di chi pensa e produce una comunicazione ambigua e scorretta.

  74. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  75. Gioia, la violenza non è soltanto una forma di aggressione voluta, perpetrata da persona coscienti di ciò che fanno.
    E’ violento anche uno tsunami, per dire. E lo può essere il ciclo di una lavastoglie per un bicchiere, idea che la campagna sfrutta, al di là della molto diversa portata degli effetti.
    Anche questa è banalizzazione ;)

  76. @Ugo e tutti: non è solo chi si occupa di queste tematiche che vede nello slogan un riferimento più o meno esplicito alla violenza sulle donne. Infatti appena si va a digitare su google “stop alla” guarda caso il primo risultato della ricerca è quello! ;)

  77. il problema in Italia è ” quanti potranno permettersi una Miele? soprattutto quando il “plus” del prodotto è “non farti spaccare (quando mai?) un bicchiere (probabilmente comprato all’Ikea 2 euro 6pezzi….) se il target è “chisenefregadiquantocostaiovoglioilmeglio” allora la pubblicità è troppo banale.

  78. Ragazz*, stiamo sul pezzo. Non si può criticare l’advertisement della Miele sulla base di argomenti quali “non è vero che le lavastoviglie attuali rompono bicchieri” o se sia meglio “spendere meno per la lavastoviglie data la convenienza a rimpiazzare un bicchiere” e poi magari applicare una sofistica proprietà transitiva e concludere che vada stroncata anche per questo. Che la pubblicità dica cazzate a tutto spiano è un’evidenza che vale per la quasi totalità dei i prodotti. La tesi qui è se Miele sia imputabile di avere o no banalizzato il concetto di violenza sulle donne. Tirare invece fuori questi altri argomenti è implicitamente affermare che non riuscendo a far valere il principale capo d’imputazione si deve ricorrere ad altro per ottenere la medesima sentenza.
    Ps
    Il che è come negare che la Iotti diventò Presidente della Camera in virtù dell’essere stata l’amante di Togliatti solo perché l’ha detto l’antipatica Santanchè citando la Minetti che è stata coerentemente cooptata per gli stessi meriti. Che poi non abbia potuto dimostrare la statura della Iotti, questo è un controfattuale che dà risposta muta a chi lo ponga e che però non nega che il criterio di promozione sia stato il medesimo.

  79. Sono campagne come queste che confermano quanto ci sia bisogno di un’azione vera e concreta anche sul web. Vi segnalo l’attività dell’AIED che da domani per due settimane offrirà i suoi spazi e il suo impegno per instaurare un dialogo 2.0 su questi temi al fine di individuare un percorso di rinnovamento sociale da perseguire. Penso sia importante partecipare attivamente. I canali sono tanti e questa è la pagina dove è descritta l’iniziativa
    http://www.aied.it/news/no-violenza-contro-lo-stalking-il-femminicidio-ed-ogni-altra-forma-di-violenza-sulle-donne/

    Partecipiamo, magari non vedremo più campagne così.

  80. «E ancora, abbiamo da contare – mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti – sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica : pregiudizi e chiusure, con l’enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.»
    Giorgio Napolitano nel maggio del 2006.

  81. Io non penso che volessero ironizzare sulla violenza sulle donne e penso anche che una campagna contro la violenza sulle donne che avesse un viso tumefatto (al posto del bicchiere) e la scritta “stop alla violenza sulle donne” sarebbe banalizzare il concetto di violenza sulle donne che va oltre un livido.
    Però non penso che nemmeno in generale la pubblicità dica cazzate a tutto spiano.
    Quindi è solo una brutta campagna, in più fuori target.

  82. OT, per amor di verità, o almeno verosimiglianza. :-)

    Non ho una buona opinione di Nilde Iotti, presidente della Camera dal 1979 al 1992, proprio il periodo in cui il Parlamento creò uno spaventoso debito pubblico con leggi dissennate, riguardo alle quali lei non fece mai una piega, anzi si adoperò abilmente per la loro approvazione.
    Fu fra le artefici della politica consociativa DC-PSI-PCI, dei cui misfatti varie generazioni pagheranno il conto, anzi i giovani di oggi già lo pagano.

    Ma nel 1979, quando lei divenne Presidente della Camera, Togliatti era morto da 15 anni. Diventò Presidente della Camera per meriti o demeriti suoi.
    Essere stata compagna di Togliatti può averla aiutata, come ha aiutato Hilary Cilnton essere stata per 8 anni la moglie del Presidente Bill Clinton. Occasione di apprendimento e di entrature, che sono cose diverse da favoritismi e nepotismi. Per entrambe, fino a prova contraria.

    Pure per abilità sue era diventata giovane deputata comunista nel 1946, subito prima (salvo prova contraria) di conoscere Togliatti e diventarne l’amante e la compagna per molti anni.

    Senza nulla togliere ai meriti politici della Minetti e all’autorevolezza storiografica della Santanché (lo dico senza ironia, non conosco né l’una né l’altra), le due storie, della Minetti e della Iotti, sono diverse.

  83. “Però non penso che nemmeno in generale la pubblicità dica cazzate a tutto spiano.”
    – – –
    Visto che stiamo facendo le pulci a tutto e a tutti, faccio gentilmente notare che “cazzata” è un termine pesantemente sessista.

  84. era una citazione

  85. Che qualcuno si permetta di fare paragoni tra Nilde Iotti e un personaggio squallidissimo come la Minetti è un’ulteriore prova del baratro nel quale questo paese è precipitato dal 1994.

  86. Il problema non è l’ironizzare sulla violenza, ma il fatto che tale violenza sia associata automaticamente a quella sulle donne. Quindi il problema è proprio l’analogia di cui parlate. Donna=stoviglia. Ma la pubblicità non suggerisce esplicitamente questa analogia, siamo noi che, vivendo ahimé in una società in cui la donna sta in cucina, automaticamente associamo il bicchiere alla donna e ci indignamo.. ATTENZIONE però, la pubblicità non lo suggerisce esplicitamente, ma sa che la nostra mente farà questa analogia, perché vuole mirare sempre lì: donna/ cucina, donna / stoviglia eh che 2 palle!!! Questa è la vera piaga! Si torna alla polemica della pubblicità della cif crema, quella mi fa proprio incacchiare!
    Tanto come ha detto Paolo, fare ironia è rischioso perché non sempre riesce bene. E secondo me si può fare ironia su tutto entro certi limiti (e qui sorge il quesito: dove arriva il limite?) Ma a parte questo: non c’è da indignarsi tanto sul fatto che venga messa in gioco la storia della violenza, quanto sul fatto che il nostro cervello bacato l’associa subito a quella sulle donne… Non so se mi sono spiegata bene… Io perlomeno, mi sono trovata uno che si pulisce il bagno da solo, cucina e lava i piatti (nonostante la mamma lo vizi tuttora), tende i panni ecc.. E in casa ci si da una mano! Forse non tutto è perduto.. Ciao!

  87. correggetemi se sbaglio, ma la grafica della scritta “Stop alla violenza sulle stoviglie” (quella con le parentesi quadre) è la stessa di una campagna contro la violenza sulle donne..quindi se questo è vero l’associazione del termine violenza con quella subita dalle donne per mano maschile, non è solo questione del nostro cervello bacato, ma è il frutto di una scelta grafica precisa ed esplicita fatta dalle “creative” di questa roba che hanno deciso di appropriarsi di uno stile da “pubblicità progresso” per una pubblicità commerciale. In tal caso siamo nel campo della parodia e qui mi ripeto: si può scherzare su tutto sapendo come fare, ma una pubblicità commerciale non è il contesto adatto per scherzare su temi come questo

  88. comprare oggi una Miele è una violenza contro la famiglia

  89. Cerchiamo di non ispirarci troppo ai talebani, please.

  90. Ho comprato una Miele è mio marito m’ha menata.

  91. ? Sei uscita dal budget? Comunque toccava a te dargli dell’incompetente in fatto di brand.

  92. @Ben:”Pure per abilità sue era diventata giovane deputata comunista nel 1946, subito prima (salvo prova contraria) di conoscere Togliatti e diventarne l’amante e la compagna per molti anni.”

    Salvo prova contraria, Ben, che infatti c’è ed è appunto contraria. La Iotti, di cui personalmente ho una buona opinione come Presidente della Camera, entra in parlamento nel 1946 per tramite di Togliatti con cui aveva una relazione; post hoc ergo post hoc, non post hoc ergo propter hoc, concordi? Altrimenti se desideri potremmo entrare nei dettagli e cercare di spiegare cosa la Iotti abbia fatto prima di entrare in parlamento per meritarsi la candidatura da parte del PCI, a parte una generica e da più parti smentita “partecipazione alla resistenza” (vedi Mafai e colleghe). La Iotti faceva la movimentista, la Minetti faceva l’igienista; entrambe erano amanti di uomini di potere e la loro carriera politica è cominciata così, che piaccia oppure no.

  93. Tanto per dirne una, Nilde Iotti aveva un’intelligenza e un’onestà che la Minetti non sa neppure cosa sia. Fare un parallelo tra loro è come farlo tra Madre Teresa e Hitler: erano entrambi europei. E allora?

  94. Tanto per tornare in topic, ‘sta pubblicità Miele è poi uscita sui giornali oppure hanno solo tastato il terreno?

  95. @Ugo,
    se Nilde Iotti sia entrata in Parlamento perché era l’amante di Togliatti, o se invece l’abbia conosciuto dopo, è una questione seria, dato il posto di Iotti nell’immaginario collettivo, anche femminista.
    Ho scritto “fino a prova contraria”, perché finora ho solo letto, avendo cercato anche informazioni in rete, che conobbe Togliatti dopo essere stata eletta deputata dell’Assemblea costituente nel 1946.

    Se hai fonti e informazioni affidabili, puoi renderle note?
    (richiesta genuina, senza nessuna malizia, davvero vorrei solo sapere come andarono davvero le cose, mi sembra importante)

  96. …trovo ora questo passo dal libro di Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. Storia di Pietro Secchia. Rizzoli, 1984:

    “Togliatti ha visto la Jotti, la prima volta, nel Transatlantico di Montecitorio dove la giovane è approdata, subito dopo il 2 giugno del 1946, come deputata di Reggio Emilia. Tra le undici deputate comuniste ci sono Teresa Noce, Adele Bei, Elettra Pollastrini, Rita Montagnana, vecchie militanti che hanno conosciuto l’esilio, il campo di concentramento, il carcere fascista, il confino; ma ci sono anche alcune giovani: Teresa Mattei, una ragazza di ottima famiglia fiorentina, intelligente e inquieta, e Nilde Jotti, figlia di un ferroviere socialista di Reggio Emilia, dall’aspetto fiorente e sereno.
    “Chi è quella deputata?, chiede Togliatti a Emmanuele Rocco, allora giovane resocontista dell’Unità a Montecitorio. Rocco li presenta e li invita a prendere il caffè alla buvette.”

    Non posso escludere che Miriam Mafai, da comunista e femminista, abbia voluto avvalorare una versione agiografica, nonostante la rettitudine che le viene generalmente riconosciuta.
    Però, per crederlo, servirebbero testimonianze contrarie, e più attendibili di quella sopra riportata.

  97. OT
    @Ben
    Certo che se tutto quel che leggi è dalla paginetta di wikipedia da cui ci ricopi come Pierino pure l’estratto del capitolo 5 del libro della Mafai, non ci siamo, eh…
    Ti avrei dato qualche fonte ma visto che invece fai il ganzino che finge di muoversi su fonti autonome tra loro mentre stai spudoratamente saccheggiando dalla stessa pagina, le ricerche te le fai da solo. Della serie: cita il link, non gli estratti orfani del link. ;)

  98. …al di là dei casi particolari di Iotti e Minetti, ottime persone animate dalle migliori intenzioni possono produrre disastri molto peggiori di persone mediocri prive di ideali. :-(

  99. Ottima persona la Minetti? Animata dalle migliori intenzioni? E sarebbe lei una persona non mediocre provvista di ideali? Ma dove vivi? Cosa leggi? Il Giornale? Libero?

  100. ecco il link: http://www.bibliotecamarxista.org/mafai/cap%205.htm, trovato in wikipedia, so what?

    Trovo anche, nelle mie superficialissime ricerche sul web:
    “”Robusta, alta, i capelli sciolti sulle spalle, il manifesto desiderio di imparare a fare il deputato”, secondo la descrizione del suo portavoce alla Camera G. Frasca Polara, Nilde conobbe Palmiro Togliatti, capo carismatico del P.C.I., in un ascensore di Montecitorio.” (http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/biografie%20antifascisti21.html)
    Riferisco questa fonte, probabilmente poco affidabile, perché incongruente con quella più autorevole di Miriam Mafai.

    Data la mia scarsa stima del personaggio, non proverei nessuna delusione se scoprissi che diventò parlamentare in quanto amante o protetta di Togliatti.
    Ma non mi fido della tesi di Santanché senza qualche elemento di prova attendibile a sostegno.

  101. a Emanuele Gabardi.
    Speravo si capisse. :-(
    Ottima persona animata dalle migliori intenzioni = Nilde Iotti (se è vero ciò che comunemente si dice).
    Persona mediocre senza grandi ideali = Minetti (se è vero ciò che comunemente si dice).

  102. Peraltro la cit. di wiki fa riferimento alla dubbia militanza nella Resistenza e non a quando avrebbe conosciuto il Togliatti. Da un lato quindi la Mafai testimonia che non si conoscevano e dall’altro mette un punto interrogativo sul perché fosse stata eletta nel ’46, ricordando appunto che all’epoca la presenza della Iotti creasse qualche genere di conflitto:
    «Per molti Nilde non era abbastanza “fidata “. Era stata eletta, nelle liste comuniste, il 2 giugno del 1946 come “indipendente” e non risultava che avesse fatto la Resistenza. Sì, certo, durante la clandestinità aveva aderito ai Gruppi di Difesa della Donna, ma non si trattava di gran cosa. Di fronte a personaggi come Secchia e D’Onofrio non aveva da esibire nessun titolo di lotta partigiana e questo era, allora, motivo sufficiente di preoccupazione se non di sospetto.»

  103. “Fare un parallelo tra loro è come farlo tra Madre Teresa e Hitler: erano entrambi europei. E allora?” Emanuele Gabardi

    Leggi La posizione della missionaria di Christopher Hitchens e il paragone non ti sembrerà più così peregrino, non aggiungo altro e scusate l’ennesimo OT

  104. Rimanessimo almeno sulla Iotti, l’OT avrebbe (per cit. Ben) una qualche utilità.

  105. bè allora dico anch’io che l’equiparazione Iotti-Minetti mi pare improponibile e questo a prescindere dal fatto se la Iotti sia arrivata in parlamento anche grazie alla relazione sentimentale con Togliatti o meno. Insomma la diversa statura politica e i diversi ideali (sì per me che una credesse nella giustizia sociale e l’altra credesse in Berlusconi, fa la differenza) di queste due persone mi sembrano innegabili. Sinceramente non m’interessa come arrivi ad un determinato ruolo, m’interessa che una volta che lo ricopri dimostri di saperlo gestire con la tua personalità, dimostri di non essere solo “figlio/a di..” o “compagno/a di..”. Facendo un paragone in cui non c’entra il sesso: che Sofia Coppola sia stata aiutata dal suo cognome ci può stare, ma se fa dei bei film (e li fa) il merito è suo, del suo talento e della sua sensibilità artistica

  106. OT
    @Paolo1984
    E qui vi aspettavo al varco, cari commentatori. Se non interessa come si arrivi ad un determinato ruolo ma soltanto che una volta che lo si ricoprisse venisse dimostrato di saperlo gestire allora ha ragione Berlusconi a candidare chi vuole lui e le sue ancelle ministre ad argomentare di non voler essere discusse per l’idoneità o meno dei loro curricula ma solo per il loro operato. E allora diventa possibile anche accettare la Minetti in quanto resta da dimostrare quale statura politica avrebbe potuto in seguito dimostrare (25 anni lei all’esordio in un Consiglio regionale, 26 anni per la Iotti all’esordio in un Parlamento)
    Quel che si voleva far notare in relazione alla pubblicità Miele è che ciascuno di noi, che amiamo la discussione e l’onestà intellettuale, può tendere a giustificare con due metri diversi episodi simili, e solo per più o meno inconsce ragioni di simpatia/antipatia, non di ragionata valutazione.
    Fine OT

  107. @ ugo
    sì, è la memoria….
    Comunque le lavastoviglie non rovinano ciò che lavano, quindi è la premessa che è fasulla. L’annuncio fonda le sua motivazioni su di una presunta e inesistente violenza stoviglesca creando una analogia con la violenza, quella sì esistente, sulle lavastoviglie a mano: le donne.
    In quanto al mio riferimento a Carmensita, l’idea di fuggire con il caballero dalla lunga pistola in tempi nei quali il delitto d’onore non era reato ma un dovere, il divorzio osteggiato e di là da venire, forse suggeriva una possibilità liberatoria (o cadere dalla caffettiera nella brace del bivacco?) che l’annuncio Miele neppure sfiora.
    Comunque molto interessante anche la seconda parte della discussione.
    Alla prossima.

  108. Giovanna, sono d’accordo con te! Una pubblicità infelice. Ho compiuto anch’io subito l’associazione che hai fatto tu.

  109. Ugo, la tua conclusione (di stanotte) sulla questione Miele è pretestuosa. Se ci sono delle “ombre” sui meriti della giovane Iotti (cfr. Mafai) si tratta solo di rendere note altre fonti e testimonianze. Mentre il caso Miele è una dimensione di fatto, completa delle sue informazioni, e nella misura in cui questa si pone sul mercato in forma di comunicazione diventa qualcosa di analizzabile a tavolino. Non sono necessarie ricerche storiche od opinioni autorevoli che ci indichino cosa avevano veramente in mente i pubblicitari. Una volta che il messaggio è partito i giochi sono fatti e non c’è più possibilità di rimediare. Sul piano analitico-metodologico occorre basarsi su riscontri oggettivi, dal carattere della scritta alle metafore e sottintesi che pescano in un contesto contemporaneo.

    Caso mai sarebbe interessante se chi ha trovato la cosa “divertente” ci spiegasse per filo e per segno perché quello slogan possa essere percepito come tale o come possa riferirsi alla violenza in generale. Attraverso quali codici intendo. Cosa che non è stata fatta. Avete solo contestato genericamente senza entrare nel merito dei codici oggettivi comunicati dal versante critico. Questi codici fondamentalmente possono essere identificati in tre punti: 1) la scritta e il suo carattere che rimanda ad analoghe sulla violenza al femminile 2) la tematica domestica della cura della casa da parte della donna 3) il calice danneggiato come rimando al femminile danneggiato (e non ad altro dato che i punti 1 e 2 al femminile rimandano).

    Semmai s’è prodotto un eccesso di sovrainterpretazione emotiva da parte di Giovanna nell’usare la parola “stupro” e di ambiguità critica dando per “passabile” un sottinteso metaforico (“donna/stoviglia”) che esiste solo all’interno di questa pubblicità e come tale funge da contesto reazionario di base su cui innestare l’associazione diretta con la condizione di violenza vissuta da molte donne veicolata dai codici 1 e 2.

    Inoltre un calice di cristallo scheggiato indica genericamente una ferita e proprio il piano generico del danno, ma con indirizzo di genere specifico (donna), che agisce a livello comunicativo creando l’effetto shock controllato e deliberatamente cercato (cinismo). Lo stupro ci porterebbe oltre, e lo shock sarebbe dirompente, tale quindi da presupporre una partecipazione di denuncia da parte dei pubblicitari, che rimanendo invece sul vago sfruttano meglio la connessione simbolica eludendo di fatto la problematica sociale, mettendola cioè in secondo piano, banalizzandola, svalutandola.

    Infine questo slogan/immagine non si presta ad alcuna lettura ironico/sarcastica, dunque non si esplicita come forma di denuncia perché il rimando simbolico è deliberatamente e cinicamente sfruttato allo scopo promozionale di un elettrodomestico la cui affidabilità e utilità non hanno alcuna ricaduta sulla lotta sociale a cui il claim, al contrario, rimanda.

  110. c’è un refuso, “veicolata dai codici 1 e 3″

  111. @luzi Se guarda la campagna nel completo non è come la stai descrivendo tu. Io non la trovo neanche così falsa come è stata descritta alle righe prima… dal momento che la mia lavastoviglie mi ha spaccato due bicchiere del servizio matrimoniale.

  112. @Luziferszorn
    Con tutto il rispetto: 30 righe per una petizione di principio.

  113. ma io vorrei capire se vi rendete conto che la Cosenza ha strumentalizzato questa campagna …oltretutto non ci ha fatto vedere neanche l’immagine reale di campagna ma solo la sua sintesi e ha montato dietro tutto un commento negativo sintetizzato con l’equazione donna stoviglia. Io se permettete sono alquanto offesa, non mi sento assolutamente una stoviglia…. concordo con la riflessione di Luzi che riporto….”Semmai s’è prodotto un eccesso di sovrainterpretazione emotiva da parte di Giovanna nell’usare la parola “stupro” e di ambiguità critica dando per “passabile” un sottinteso metaforico (“donna/stoviglia”) che esiste solo all’interno di questa pubblicità e come tale funge da contesto reazionario di base su cui innestare l’associazione diretta con la condizione di violenza vissuta da molte donne veicolata dai codici 1 e 2…”

    Se la Cosenza avesse in primis postato un articolo in cui credeva veramente ora continuerebbe a scrivere alle tante persone che stanno popolando il suo blog in questo articolo….. dal momento poi che si sta facendo pubblicità gratuita alle spalle di una campagna nella quale non vedo nulla di cattivo.

    Non sopporto proprio i blogger che tanto per far parlare di se utilizzano questi strumenti e ormai ce ne sono davvero tanti!!

  114. @Elisa
    Da commentatore posso chiederle gentilmente di rileggere ciò che ha appena scritto? Sono sicuro che lei sia molto di più di ciò che ha appena detto e che sia in grado di dare valutazioni migliori alla luce dei tanti post che Cosenza ha prodotto.
    Se non sopporta i blogger che tanto per parlare si se utilizzano questi strumenti non capisco perché lo debba ricordare a tutti coloro che non sopportano quei commentatori che tanto per parlare a sé utilizzano queste insinuazioni. Concorda? :)

  115. Ugo, ho cercato di fare il punto. Se la cosa non ti garba è un problema tuo. Piuttosto, stiamo ancora aspettando le fonti sul caso Iotti.

    Anna, a me della campagna al completo non mi frega granché, se è quella cosa che hanno sul loro sito. Io faccio riferimento al “manifestino/icona” (non so se abbia un termine specifico) di cui sopra che è apparso come lancio della campagna stessa su un paio di siti e ha cominciato a girare qui come altrove; su questi siti si faceva riferimento a riviste femminili che avrebbero pubblicato la pubblicità (?). Ho anche chiesto se queste riviste siano rintracciabili. Per ora (fino a stanotte) sul web è quella l’immagine che gira. Altre non ne abbiamo viste.

  116. Io non sapevo niente di questa pubblicità e non so dire quelle che potevano essere le motivazioni di chi l’ha fatta. Ma una cosa la so! Che tutti quei maschietti che fanno i femministi sui blog e poi hanno il coraggio di dire che le lavastoviglie non possono rovinare le stoviglie è perché nella loro vita non hanno mai lavato niente! Fanno i femministi quando gli fa comodo e poi hanno una schiava in casa che cucina, lava e stira per loro!

  117. @Ugo proprio perchè è lei e la seguo sul blog e anche su twitter non mi sarei aspettata un post così!! dal momento che è così tanto conosciuta non può avere momenti di ira di questo tipo…

  118. Luzi io l’ho vista su Vanity Fair e anche su My Self… non esiste solo il web…

  119. @Luziferszorn
    Hai cercato di fare il punto, lo apprezzo. Purtroppo il risultato è stato onfalocentrismo. Inoltre se la cosa non mi garba il problema non è mio ma è nostro. Se invece di ridurre tutto il mondo a reazionario sì/reazionario no tu usassi altre categorie ti saresti reso conto che se vuoi sentenziare sociologicamente a tuto spiano l’obiezione di Anna è fondamentale per inquadrare le intenzioni dell’Agenzia pubblicitaria e del suo committente. Se la campagna nella sua interezza non ha altri richiami sessisti (e quindi non fa sistema), il singolo advertising va quindi valutato al massimo come una scivolata, una gaffe singola, senza quindi sbrodolare sui massimi sistemi. Ora, fermo restando che la grafica non rimanda tanto a campagne precedenti di sensibilizzazione alla violenza femminile quanto forse più a quelle della LAV (la lega antivivisezione), tutto il discorso della riduzione ai tuoi tre “codici” è semioticamente debole in quanto la tua petizione di principio è ancora lì a farre ombra alle tue riflessioni: convinto dell’esclusività della tua interpretazione hai dimenticato che per attivare quei codici (per rimanere alla tua terminologia, ma io avrei parlato più di isotopie) occorre assumere come premessa che l’advertising non solo autorizzi ma persegua *necessariamente* una strategia interpretativa basata su metafore di una condizione femminile. Cosa che non è. Tralascio di commentare questo paragrafo perché è una serie di non sequitur presentati da te come logicamente vingola(n)ti:
    “Inoltre un calice di cristallo scheggiato indica genericamente una ferita e proprio il piano generico del danno, ma con indirizzo di genere specifico (donna), che agisce a livello comunicativo creando l’effetto shock controllato e deliberatamente cercato (cinismo). Lo stupro ci porterebbe oltre, e lo shock sarebbe dirompente, tale quindi da presupporre una partecipazione di denuncia da parte dei pubblicitari, che rimanendo invece sul vago sfruttano meglio la connessione simbolica eludendo di fatto la problematica sociale, mettendola cioè in secondo piano, banalizzandola, svalutandola.”
    Per quanto riguarda la Iotti ho già dichiarato che sarà il nostro attento Ben a fare ricerca ;)
    Con stima, alla prossima.

  120. Anna, molto carino il tuo intervento… Perché non spendi due righe in più e ci dici com’era?

  121. Ugo, onfalocentrismo me lo segno altrimenti me lo dimentico. Detto questo l’immagine sotto processo è a tutt’ora l’immagine che spopola sui siti web. Di questa ci siamo occupati e di questa continuo a occuparmi perché sintetizza splendidamente le intenzioni dei pubblicitari.

    Quanto alla questione scritta e carattere usato, puoi metterti a cercare col lanternino ogni possibile scritta che rimandi ad altre tipologie sociali di violenza ma rimane il fatto che mai come in questi mesi la campagna contro la violenza sulle donne sia sentita e rimbalzafa financo su Rai Uno con uno specialino di Vespa e una serie di filmetti abbastanza mediocri.

    Dunque le tesi contro sono ancora debolissime e mai potranno negare il contesto domestico, assolutamente reazionario nella misura in cui la nostra è una società reazionario e felice d’esserlo, in cui la pubblicità di fatto si inserisce.

  122. Gentile Elisa, non vedo davvero come io possa aver «strumentalizzato» questa campagna. Far parlare di me: dove? quando? e cosa ci guadagnerei? visibilità dove? e per quali obiettivi? Non è affatto piacevole, mi creda, essere strattonata in giro per le varie discussioni sul web, da chi nemmeno capisce i reali motivi per cui strattona. Fra l’altro la numerosità dei commenti non serve nemmeno a far salire il blog nelle classifiche, visto che altri sono i criteri. Serve solo a caricare di lavoro e stress chi gestisce il blog, che, fra l’altro, di lavoro ne ha già moltissimo anche al di fuori del blog, le assicuro. La prossima volta, per favore, moderi i termini. Grazie.

    A tutti: sono consapevole – e lo ero anche quando ho scritto il post – delle altre immagini e degli altri testi che compongono la campagna. Ma il ragionamento resta identico, perché la headline è sempre la stessa, come pure il senso complessivo che la accompagna e che qui è stato ampiamento sviscerato.

    Resto convinta – anche alla luce della discussione che avete condotto – che questa campagna si collochi in un’interessante «zona grigia», in cui le interpretazioni sono molteplici e vale la pena percorrerle tutte, proprio per ragionare assieme su quanto siano labili e difficimente definibili i confini di ciò che può essere o meno «offensivo» in una certa società e un certo momento storico. Molto più interessante ragionare su questi casi «incerti» – in questo blog – che sulle campagne più banalmente ed esplicitamente volgari e offensive, delle cui denunce il web è è stracolmo.

    Ecco perché tratto questi casi. Anche a costo di subire alcune sgradevolezze, ma pazienza. Grazie a tutti per essere intervenuti numerosi, di nuovo.

  123. Se non che le campagne “volgari” facendo spesso uso di metafore sessuali (“la pistola del Caballero” ne è un vecchio prototipo) trovano facile presa sul neo-femminismo di matrice catto-comunista o decisamente catto-reazionario creando spesso fronti critici molto più compatti. Della serie, se non c’è sesso non vi destate…

  124. Ma cosa dici luziferszorn? Ho appena detto che proprio non mi desto, con le campagne «volgari» (= «con le metafore sessuali»). Non le trovo interessanti per nulla. Ma a chi ti rivolgi con quel continuo «voi»? Dai, che diventi noioso.

  125. @Elisa/Anita
    A chi devo intestare la risposta, quindi?

  126. Eeeeehhh quel “vi” cambialo in “ci”… Troppo permalosa ti ritrovo. Vado a farmi un’altra vacanzina. Saluti.

    Un pensierino per Ugo
    http://www.shockdom.com/webcomics/esse/files/2012/04/ultimora20120415.jpg

  127. troppo rumore per nulla :-)
    come ingegnere vorrei sottolineare che le lavastoviglie effettivamente danneggiano le stoviglie. Il fatto che un produttore riesca con le sue tecnologie e l’innovazione a garantire una maggiore delicatezza dei trattamenti di pulizia è secondo me il messaggio alla base di questa campagna. sicuramente l’immagine del solo bicchiere non rende giustizia nè alla campagna nella suo interezza nè ai contenuti.
    inoltre come donna non mi sento così ferita e così indignata dall’immagne del bicchiere nè dallo “stop alla violenza” … non così tanto da dovermi arrabbiare e scrivere così tanto e così “fuori tema”.

  128. http://altracitta.org/2012/04/16/averla-e-facile-chiedimi-come-la-spilla-equivoca-della-rinascente/

    penso che meriti un commento e una riflessione questa iniziativa della Rinascente piuttosto che la campagna della Miele.

    @Ugo puoi rispondere a me mi chiamo Anita.

  129. Ma che commento vuoi Anita, se non c’è la percezione del danno che si subisce è inutile stare qui a commentare. L’abuso produce dipendenza.

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