Lavorare con una laurea umanistica. E con soddisfazione

Abbiamo detto più volte in questo blog (basta fare una ricerca con “stage e lavoro”) quanto siano frustrati e arrabbiati gli studenti, laureandi e laureati in Scienze della Comunicazione e affini, che tutti giorni sono costretti a convivere con il pregiudizio diffuso per cui nel mercato del lavoro non ci sarebbe “spazio per loro”. Eppure.

Eppure io continuo a sentire storie di laureati in Scienze della Comunicazione e in Semiotica che lavorano, sono ben pagati e molto soddisfatti. Sono anche i più bravi e preparati, questo va detto. Giovani che hanno frequentato l’università studiando molto. E bene.

I simboli della laurea

Esasperato da tutto il peggio che si dice sulle lauree umanistiche, Walter mi ha mandato la sua testimonianza. La condivido, perché possa essere di stimolo e incoraggiamento (premetto che Walter non si è laureato con me né al triennio né alla specialistica):

«Mi sono laureato in Discipline semiotiche nel 2008 con una tesi sulla vocalità e in particolare sul ruolo giocato dalla voce del leader nella comunicazione politica. Triennio in Scienze della Comunicazione, tesi su De André. Tutto a Bologna, tutto bellissimo.

Forse sono stato fortunato, sicuramente ho saputo “vendermi bene”. Fatto sta che sono passati quattro anni da quando ho lasciato Bologna e in questo periodo ho sempre lavorato.

Prima in un’azienda di Ancona. Cercavano qualcuno che si occupasse di email marketing, “perché abbiamo bisogno di una persona che sappia scegliere le parole giuste per convincere i clienti!”.

In realtà poi mi hanno permesso di fare molto di più, ovvero di introdurre un metodo di lavoro “scientifico”: dalla segmentazione del database all’analisi delle performance di ogni campagna, dall’individuazione dei migliori orari per l’invio ai lunghi brainstorming per la creazione dei testi.

Hanno avuto fiducia. Poi sono stati i risultati a confermare che la strada era quella giusta e siamo andati avanti così. Vanno ancora avanti così.

Infine me ne sono andato: per avvicinarmi a casa e assumere un profilo meno “commerciale”. E così da due anni sono un VUI (voice-user interface) Designer in un’azienda di Ascoli Piceno. Mi occupo di interazioni uomo-macchina basate sul linguaggio naturale: progetto applicazioni vocali e chat automatiche.

Il mio compito è rendere le interazioni non solo robuste ed efficaci, ma anche gradevoli e più simili possibile alle interazioni tra persone. È un lavoro che spesso sfocia nella ricerca pura, con l’obiettivo di spostare i limiti tecnologici sempre un pochino più in là.

Non sono la sola figura umanistica dell’azienda. Con me lavora Valeria, VUI Designer anche lei, mio stesso percorso accademico. E poi ci sono otto sviluppatori che ci supportano e sopportano quotidianamente.

Per fare un mini bilancio: sono convinto che il percorso formativo umanistico – e in particolare bolognese – sia stato decisivo, sia perché mi ha fornito competenze fondamentali, sia perché mi ha dato quella forma mentis che, fortunatamente, è sempre più apprezzata e ricercata nelle aziende.»

18 risposte a “Lavorare con una laurea umanistica. E con soddisfazione

  1. Condivido con Walter la soddisfazione e l’atteggiamento positivo e propositivo che ti permette di arrivare (più o meno) dove vuoi, anche in Italia. Anche io, come lui, devo questa attitudine alla formazione bolognese che mi ha orientato verso la ricerca e l’interdisciplinarità. E per “formazione bolognese” non intendo solo l’essermi laureata in Scienze della comunicazione con lei, prof. Ma anche l’aver vissuto in una città dove gli stimoli sono a portata di…pedale :) Gli incontri, le occasioni di confronto, la passione per il digital e l’innovazione tecnologica, oltre che per i libri di Floch :) sono il segreto del mio (piccolo e iniziale) successo.

  2. “Per fare un mini bilancio: sono convinto che il percorso formativo umanistico – e in particolare bolognese – sia stato decisivo, sia perché mi ha fornito competenze fondamentali, sia perché mi ha dato quella forma mentis che, fortunatamente, è sempre più apprezzata e ricercata nelle aziende” concordo in pieno con la conclusione di Walter. Mi ritrovo nella sua esperienza, anche io dopo pochi mesi dalla laurea ho trovato il lavoro che tutt’oggi faccio. E l’ho trovato dopo aver ricevuto una sonora delusione proprio da quel contesto bolognese, che tanto mi ha insegnato. A distanza i quattro anni dico: meglio così. Voglio aggiungere però che all’inizio di roba non proprio carina ne ho spalata, ma mi sono tappata il naso e l’ho fatto, spesso senza che nessuno mi indicasse una strada già segnata. Mi hanno gettata in mare, e ho imparato a nuotare. Se non avessi avuto la determinazione unità ad un certo tipo di formazione, credo le cose sarebbero andate diversamente.

  3. ho 27 anni, una laurea in Lettere e non ho mai smesso di lavorare da quando ho 20 anni (ho cominciato durante l’università). Ho un contratto a tempo indeterminato e un lavoro “creativo” che amo. Tutto grazie a sacrifici, determinazione e iper formazione che ho cercato certamente non solo in università… alla fortuna, non credo granchè.

  4. L’importante è non cadere in un inganno contemporaneo, ovvero che essere assunti da un’azienda sia grazia ricevuta, quando sono invece le aziende che ci guadagnano ad assumere certi laureati parecchio bravi, come Walter.

    Né mi stancherò mai di elogiare la flessibilità mentale che ti donano certi corsi di laurea come – diciamolo ad alta voce – Comunicazione a Bologna.

  5. Grazie per le testimonianze molto incoraggianti!
    Da una studentessa.

  6. Il lavoro di Walter è molto interessante ed è quello per cui sto studiando, con molto piacere, all’unibo. Ma mi chiedo sempre se fare una parte degli studi (una magistrale o la triennale) all’estero possa essere utile, meglio che far tutto nella stessa città. Pensi/pensate che studiare un po’ di tempo in una città diversa sia stimolante e possa aprire nuove e maggiori prospettive internazionali?

  7. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  8. Ciao Enrico. Molto dipende dalle tue personali prospettive e capacità. Di certo un’esperienza di studio o, meglio, un erasmus placement ti aiuta ad ampliare la visione e aggiunge skills al tuo profilo. In questo caso guarderei ai “BRICS”, paesi emergenti dell’economia. Intessere rapporti e relazioni in Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è una risorsa personale e professionale preziosa per te, e per le aziende che fanno recruiting. Ma se “sostituisci” l’esperienza all’estero con più stage formativi (che siano veramente formativi) e esperienze di lavoro concrete, ottieni le stesse possibilità ;) Il vantaggio di immettersi subito nel mondo del lavoro è quello di iniziare prima ad acquisire una integrità/identità professionale che è difficile da raggiungere appena laureato/titolato – specie se hai scelto un percorso umanistico, appunto. Imho.

  9. Impiegata Laureata DAMS

    Anche io ho un laurea umanistica, per la precisione DAMS. Con una scuola di teatro e con corso di specializzazione post laurea sulla Moda.
    Mi piacerebbe sapere, da chi scrive, quello che non dice, almeno fin ora, ovvero come ha fatto ad ottenere quei 2 posti. Conosceva i titolari ? Attraverso i genitori? Rispondendo a un annuncio? Bussando porte a caso?
    Nella vita ho fatto molte cose: ho scritto su una rubrica tutta mia in un settimanale noto e ho pulito bagni negli asili del comune. In questa seconda attività guadagnavo uno stipendio normale, ma pur sempre 10 volte quello che guadagnavo nell’altra. In più non mi chiedevano “altri” servigi per poter lavorare.
    Dopo vari altri lavori alti e bassi, dall’agente di commercio alla stendista, dall’attrice (gratis) alla correttrice di bozze, mi sono occupata di Comunicazione in un’azienda di servizi. Qui dopo 2 anni nonostante successi enormi (eravamo passati, grazie a me, dai trafiletti nel giornale locale alle pagine del Sole 24 ore) l’ufficio comunicazione è stato “esternalizzato”. Io quindi licenziata con buona uscita. Alle mie domande presso forse 200 aziende mi hanno sempre risposto “si bello” “si vedrà”, ma mi facevano capire che ero “troppo preparata” per lavorare in azienda. Temevano i laureati. Ma anche dicevano che ho una laurea “debole” . Dopo vari lavoretti come interviste, di bassissimo o alto livello e persino la distribuzione della posta nelle buchette, mi sono inserita in una agenzia di comunicazione e marketing dove ho lavorato in nero per 2 anni (a un terzo dello stipendio normale) ma ho anche fatto formazione a giovani quadri per aziende in questo settore.
    Come vedi potremmo dire: laurea umanistica, ha sempre lavorato.
    Poi purtroppo ho avuto un bambino (ormai avevo 39 anni). L’agenzia al mio posto ha chiamato un ragazzo. Successivamente solo un concorso pubblico poteva reinserirmi nel mondo del lavoro. Ora sono impiegata. Dopo 6 anni di ulteriore precariato sono diventata fissa a 50 anni. Sai cosa faccio? Sono nientemeno che informatica. Niente male per un DAMS. Indovina dove? All’università. Che sia la nemesi?
    Ah … nel frattempo scrivo (e sono pubblicata e apprezzata) e faccio teatro. Gratis, ovviamente.
    Una Impiegata laureata DAMS.

  10. @Impiegata-laureata-Dams Una mia amica che lavorava prima lì mi ha detto che cercavano persone, ho inviato il mio cv e così è cominciato tutto. Prima di farlo non sapevo neanche esistesse questo lavoro (analisi della reputazione online), oggi mi piace tanto. Fortuna? No, tanta fatica e voglia di fare qualcosa di serio.

  11. Eccomi qua, sono il diretto interessato.
    Rispondo brevemente alla (giusta) domanda che mi è stata fatta. In entrambi i casi ho risposto ad un annuncio pubblicato online (non conoscevo i titolari nè li conoscevano i miei genitori). Per il primo lavoro ho poi sostenuto un paio di colloqui e sono entrato come stagista, mentre per il secondo lavoro sono stato invitato a partecipare ad una giornata di selezione in cui ho sostenuto diverse prove, soprattutto scritte.

  12. E’ indubbio che chi ha talento (e occasioni) riesce ad affermarsi nel lavoro sia che abbia una laurea umanistica sia che la abbia scientifica. Ed e’ quindi sacrosanto incoraggiare il talento e non buttarsi su una laurea in economia perche’ “meglio spendibile” o in giurisprudenza perche’ il papa’ fa l’avvocato (in Italia ci sono piu’ studenti di giurisprudenza che in qualunque altro paese europeo). Ma e’ altrettanto vero che sui casi singoli si puo’ dimostrare che Gesu’ Cristo e’ morto di freddo (mi si passi l’espressione irriverente): ad esempio, ragionando sui casi singoli potremmo concludere qualunque laurea non serve a niente, visto che due delle persone piu’ di successo al mondo (B. Gates e S. Jobs) non si sono mai laureate (quante volte ho sentito questo discorso…). Senza contare che se guardiamo i cosiddetti vip della TV e i signori che occupano le sedie in parlamento non troveremo quasi mai un laureato in ingegneria o in fisica.
    Tuttavia, se parliamo di numeri medi, le statistiche parlano chiaro: ci sono lauree che offrono maggiori sbocchi professionali e altre meno. Punto. Questo non significa che chi ha la passione per la filologia debba dimenticarsela: sicuramente dovra’ essere piu’ preparato a lavorare in un campo non direttamente collegato a quello che ha studiato. Il che non e’ una tragedia, ma semmai una ricchezza. Non dimentichiamo che – a parte il caso patologico dei giurisprudenti citato prima – il numero dei laureati italiani e’ fra i piu’ bassi d’Europa. Quindi ben vengano laureati in lettere antiche e in filosofia, l’importante e’ che siano appassionati e preparati, non parcheggiati in aula fra una sigaretta e una birra.

  13. “Giovani che hanno frequentato l’università studiando molto. E bene.” Mi pare che non ci siano molti altri trucchi o inganni, insomma… ;)

  14. Mauro Olivieri, veramente le statistiche non dicono ciò cui alludi tu. Non per i laureati in Scienze della comunicazione e affini, almeno. Certo, Scienze della comunicazione non rappresenta tutte le lauree umanistiche, ma sono sicura che, se andiamo a scandagliare i numeri di altri corsi di laurea presi uno per uno, le cose stanno in modo più articolato e complesso di come la mette chi – un po’ come hai fatto tu, perdonami – fa appello a generiche “statistiche” e generici “dati”: quali? di che anno? elaborati come?

    Insomma, il ragionamento su casi singoli è fallace, come tu indichi. Dipende però dall’obiettivo con cui viene condotto e da come viene presentato. Io presento casi singoli positivi per contrastare un pregiudizio negativo diffuso, che non è quasi mai basato su dati precisi e ben elaborati.

    Quanto alle statistiche sul rapporto fra i laureati in Scienze della comunicazione e il mondo del lavoro, se ne hai voglia leggiti un pezzo che qualche mese fa avevo pubblicato su Linkiesta. A partire da questo link:

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2012/01/10/basta-coi-pregiudizi-contro-scienze-della-comunicazione/

  15. Ho letto l’articolo riportato nel link … e ricordo che ci sono molte altre cose che i dati di ALmalaurea non dicono: per esempio quando si dice che un giovane laureato nell’anno x ha lavorato non si dice per quanti giorni, Nè se è stato pagato, nè con che contratto. Ne se il lavoro aveva una qualche attinenza con la laurea. Perchè molti baristi sono laureatim ormai. Ma soprattutto non si dice che non si è mai visto che un istituto faccia una indagine di mercato su di sè, che il capo ne avvalli i dati finali eche dunque sia attendibile. Nè che in una Università più studenti ci sono, più entrano denari, dunque che il “corso di studio” è anch’esso un prodotto e come tale ha bisogno, per essere venduto, di comunicare che il prodotto funziona… e siccome non è un antirughe il funzionamento che si dichiara è …. il lavoro trovato ….
    Ma chiediamoci allora anche di questi “statistiche” e “dati” Almalaurea: “quali? di che anno? elaborati come?” ma soprattutto perché.
    IL mio prof DAMS con cui mi ho dato la tesi dice che incontra molti ex lallievi laureati sul treno, a far da ferroviere,da controllore. Il bello è che si chiede perché !

  16. ciao Giovanna, hai ragione, relativamente alla Laurea in SdC, i dati parlano di una percentuale di occupazione paragonabile alle lauree tecniche. Non cosi’ per i laureati in materie umanistiche. Va anche detto pero’, che bisogna anche valutare di che lavori si tratta e di quanto precariato c’e’. In tutto questo ribadisco che l’importante e’ fare l’universita’ come una costruzione della propria vita, non come un corso di yoga (con il massimo rispetto per lo yoga). Conosco abbastanza bene il mondo degli studenti per dire che un problema endemico di alcune facolta’ umanistiche (non conosco pero’ SdC) e’ che molti ragazzi e ragazze le frequentano senza un impegno serio.

  17. Per piacere non si può chiamare una laurea in scienze della comunicazione una laurea umanistica. E poi i lavori che ha fatto Walter non centrano niente con l’umano, nel senso che l’Umanesimo ha dato, perché umanistico viene da Umanesimo. Anche la guerra fa fare i soldi ma non vuol dire che sia uin bene. Lascio il marketing e il design a chi non vuole sporsi e segue piccolo le tendenze di questo mondo vorace.

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