Sheryl Sandberg, COO di Facebook, parla di gender gap

Ieri al panel «Women and the media» dell’International Festival of Journalism, ho citato la conferenza che Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, ha fatto nel 2011 per il Commencement Day del Barnard College, la prestigiosa università newyorkese per sole donne della Columbia University.

È uno splendido discorso sul gender gap nel mondo, fatto da una top manager di 42 anni, che non  si occupa di gender studies, non si autodefinisce “femminista” e al momento riceve da Facebook uno stipendio base di 300.000 dollari, più circa 31 milioni di dollari in dividendi (dati 2011). Certo, molto meno di Mark Zuckerberg, ma… clic per ingrandire:

Mark & Sheryl

(Qui la fonte dei dati e dell’immagine.)

Un passaggio del discorso mi ha colpita, ed è quando Sheryl riprende dal celebre libro Half the Sky del 201o di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn, che ora è diventato il movimento «Half the Sky. Turning Oppression into Opportunity for Women Worldwide», questo concetto (cito a memoria): «Se la sfida del XIX secolo fu combattere lo schiavismo e quella del XX secolo combattere il totalitarismo, la sfida del nostro secolo sarà eliminare l’oppressione delle donne nel mondo».

Ti consiglio di ascoltare con grande attenzione il discorso, ma te lo consiglio ancor più caldamente se provi sempre (in modo più o meno nascosto o esplicito) un certo fastidio quasi fisico (alla pancia, alle mani, in testa o dove ti pare) quando, su questo blog e altrove, leggi o ascolti parole sui problemi delle donne in Italia e sul gender gap in generale. Perché ti sembrano i «soliti discorsi vetero, neo o post femministi», perché «che palle» e perché «le femministe sono ossessive, frustrate, brutte e sicuramente anche un po’ lesbiche».

Il gender gap è un gravissimo problema economico e sociale che riguarda tutto il mondo e tutti gli esseri umani, non poche vetero, neo o post femministe italiane.

10 risposte a “Sheryl Sandberg, COO di Facebook, parla di gender gap

  1. What would I do if I weren’t afraid?

  2. Sì Annamaria, quel passaggio ha colpito anche me. Ma è speciale per le donne, solo per questo non l’ho segnalato. ;)

  3. Hai fatto bene, quel passaggio è una scoperta bellissima.
    Grazie perché il discorso non lo conoscevo. Certe parole e certe frasi bisognerebbe scriversele e rileggersele spesso.

  4. Se ci fosse una trascrizione potrei comprenderlo meglio, così è un po’ difficile se non si ha una buona padronanza.Peccato, comunque grazie per il suggerimento.

  5. sai che lo cercavo da tantissimo questo discorso?!!?grazie per averlo tirato fuori…magari con i sottotitoli sarebbe più accessibile :(

  6. http://barnard.edu/headlines/transcript-and-video-speech-sheryl-sandberg-chief-operating-officer-facebook

    Questo è il link dove potete ascoltare il video e leggere contemporaneamente lo speech… è troppo difficile seguire solo l’audio!

  7. Bel discorso, per chi fosse interessato, vorrei segnalare un bell’articolo su Sandberg del New Yorker tradotto da Intenazionale n 917 lo scorso ottobre dal titolo ” La mente di Facebook”. Nella parte finale dell’ articolo si parla del discorso al Barnard college. Quella potente frase ” Cosa faresti se non avessi paura?” è stampata addirittura su un poster appeso su una parete dell’ufficio di FB, che le ricorda una frase della scrittrice Anna Quindlen, che diceva di essersi “laureata in intrepidezza” in quel college.

  8. Bello l’è bello. Mi mette un tantino d’ansia il fatto che per abbassare il gender gap bisogna sfondare con caratteristiche e ritmi che storicamente sono etichettati come maschili e buttare alla finestra altre caratteristiche e ritmi storicamente qualificati come femminili. So che è necessario, ci credo eh, sisi fico, ma io non stimo e mi tengo un po’ lontana da tutti gli individui che ci hanno sta fissa del successo, del posto di primo piano del potere a tutti costi. Uomini e donne di questo tipo mi irritano e li trovo nevrotizzati. Questa cosa della pienezza esistenziale solo nel lavoro mi schifa. E noi poveri edonisti e pigroni? Noi che ci piace godecce la vita?
    Infine bello si. Ma ahò un collegio femminile per quanto prestigioso sia, mi rimane sempre un concetto un pocherello raccapricciante.

  9. Sono sempre belle le sue presentationi.

  10. L’obiezione di Zauberei mi ha fatto tornare in mente quella vecchia frase sulla donna che deve fare il doppio del lavoro di un uomo per ottenere la metà del riconoscimento.
     Qui il riconoscimento è (quasi) uguale ma la mole di lavoro rimane quella, e nessuno ha ancora parlato del diritto di una donna di mostrarsi rilassata come un uomo. Da qui le statistiche sull’università, con le ragazze che in media hanno voti più alti e si laureano prima dei colleghi maschi.
    Certo, il contesto in questo caso dà un’impostazione ben precisa al tono del discorso – una nazione che ha tra i miti fondativi quello del self-made man, un luogo come il Barnard College, considerata una delle università statunitensi più prestigiose e selettive. Dubito che vi entrino (e ne escano) persone particolarmente  inclini all’edonismo.
    Verso la fine Sandberg fa anche un breve accenno a quelle che non hanno fatto le sue stesse scelte, preferendo fare la casalinga o lavorare part-time. Ma non approfondisce il tema perché è chiaro che, nonostante la professione di rispetto per scelte diverse dalla sua, parte sempre dal suo punto di vista, quello di una self-made woman convinta che lavorare sodo e non perdere tempo a lamentarsi sia la chiave per risolvere il gender gap. Sandberg è una di quelle persone contrarie alle quote rosa perché credono che la disuguaglianza in termini di salari/avanzamenti di carriera presente nei Paesi occidentali sia colpa essenzialmente delle donne, e il suo approccio materialista ha ricevuto consensi ma anche diverse critiche da parte di persone più competenti in questioni di genere, come mostra anche il già citato articolo del New Yorker.
    Questa posizione non dice nulla sul problema della cooptazione, per cui uomini più anziani e potenti ai vertici di un sistema spesso preferiscono far fare carriera a giovani uomini, piuttosto che a giovani donne. Poche donne che ce la fanno non cambiano le cose: ma se queste poche incoraggiano le più giovani a farsi avanti potrebbe crearsi una rete di collaborazione che porti a una sempre maggiore presenza femminile e a un vero cambiamento di mentalità, almeno sul posto di lavoro. 

    L’errore per me sarebbe credere che basti maggiore impegno da parte delle donne, ignorando quindi una discriminazione sessista che esiste e fa ancora resistenza, e che basti operare sul mondo del lavoro per risolvere un problema molto più vasto.
    È una convinzione che non è femminismo né lo vuole essere, e può essere utile al femminismo solo sotto certi aspetti. 
    Per gli altri bisognerà tornare alle tipe brutte e lesbiche :D

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