Di politica, grafica e sinistra italiana

Ricevo da Till Neuburg – che molto sa di comunicazione, di grafica, di cultura visiva e di politica, non solo italiane ma internazionali – uno scritto  che prende spunto dalle polemiche degli ultimi giorni sui manifesti del Pd, per interpretarle in un orizzonte più vasto (i grassetti sono miei):

La gragragrafica del Pd

Oggi, tra chi in Italia coltiva ancora l’eredità del sommo Giambattista Bodoni, per catturare lettori, cittadini, habitués visuali, che cosa c’è?

Ci sono (a) le bombe grafiche ‘intelligenti’, (b) una semiclandestina banda di partigiani della cultura visiva, e soprattutto (c) una gabbia similoro, extralarge, dove si trastullano gli uccellacci e gli uccellini che tweetano con emoticon, shopping nelle libraries fotografiche e Photoshop.

I bombardamenti a tappeto innescati dall’ignoranza e dalla volgarità (a), li vediamo esplodere dappertutto, a ogni ora, nei negozi, nei moduli statali, nei giornali, nei biglietti da visite, nei siti, sulle pareti sei per tre, nel packaging, alla tv.

I partigiani rimasti fedeli alla fantasia e alla qualità (b), combattono ancora isolati, in qualche sparuta isola nel mare sempre meno mosso della nostra cultura. Alcuni di loro sono talmente bravi che sono molto più conosciuti fuori Italia che non tra i nostri markettari aziendali, politici o istituzionali.

Infine, nella voliera del trasformismo grafico e del trendismo carpito dalla moda e da Lürzer’s Archive (c), svolazzano i soliti pappagalli, corvi, rapaci, pavoni, avvoltoi, oche da ingrasso, ma anche i galli con la cresta colore Sol dell’Avvenir, dove gli allevatori delle mode intensive e del riciclaggio della cultura geneticamente mai modificata gli sparpagliano di continuo il loro becchime trendy – sotto forma di happy hour, gossip, premi, convegni, nostalgismo vintage, toksciò.

Che i maximi lider del nostro politichese viaggino di preferenza nell’Italo italiano della finta modernità (c), non sorprende. Infatti, osservando la scenografia kitsch in cui il nostro potere appende il suo solito loden bocconiano, non si sa se ridere o arrossire: stucchi, tappezzeria damascata, ninnoli, marmi, peltro, appliques veneziane, poltrone Luigi XV, la solita ortensia d’ordinanza.

Monti stringe la mano

Se invece guardiamo l’ufficio della sua vituperata collega tedesca, alle spalle della Cancelliera c’è solo un ritratto di Adenauer dipinto da Oskar Kokoschka, mentre lei stessa siede su una più che “sobria” poltrona di Charles Eames.

Merkel in studio

Sono due modelli di cultura completamente contrapposti. Di qua la polvere e le auto blu, di là pareti ariose e “Das Auto”.

Questo è “il contesto” che, ovviamente, ha il suo fall out culturale anche nella cosiddetta Sinistra storica. Da quando l’allora PCI si era astenuto nella votazione per buttare giù Andreotti, le cose non sono più sostanzialmente cambiate. Nei vari festival dell’Unità, gli imperterriti compagni “di vertice” continuavano a far montare i soliti striscioni ingialliti che dicevano sempre le stesse cose: Il Sud, Il Posto di Lavoro non si tocca, Le Donne, Per i nostri Giovani, La Cultura è un Valore – non accorgendosi che nel frattempo venivano al mondo strane creature come il divorzio, la Fininvest, l’ecologia, Internet, la telefonia mobile, Schengen, l’Euro, la globalizzazione.

Il badge dell’attuale segretario PD mostra la foto di un buon uomo. Bersani non è né ignorante né cattivo. Ai “suoi” tempi con Prodi era persino un ministro apprezzato ed efficiente. Oggi, il suo ruolo d’ordinanza nel PD sarebbe fare l’allenatore, ma che il reale ispiratore del gioco – e chi decide le sostituzioni in campo – non sia lui, l’hanno capito persino i raccattapalle del giornalismo più servile.

Il noto cospiratore del Copasir è allo stesso tempo portiere, difensore, centrocampista, ala tornante, stopper, capitano, portavoce, presidente e playmaker di una squadra che si rifiuta tenacemente di vincere lo scudetto. L’unico ruolo che D’Alema perentoriamente non intende svolgere è quello di segnare gol. Piuttosto che puntare alla rete avversaria, preferisce segnare autoreti. In realtà, il nostro Maximus è uno skipper sostanzialmente solitario che non solo “Non deve chiedere mai”, ma che semplicemente, ai suoi occhi a spillo, non sbaglia mai. Quando lo intervistano, fa sempre capire con aria impaziente e stizzita, che lui l’aveva previsto, che le cose non stanno come sembrano, che occorre avere pazienza, che le trattative sono difficili, che bisogna sedersi a un tavolo.

Ecco, il tavolo – il suo arredo preferito. Molto meglio se non rotondo, basta che sia quadrato e biposto. Con chi aveva poi discettato per anni in quella torre d’avorio di controllo, lo sanno persino i bambini di Macherio che frequentano le Scuole Steineriane di Milano e Milanello.

Lo Schettino di quella lunghissima crociera politica è palesemente un uomo che non ha mai spinto un carrello in un supermercato, che non sa come sono fatti dentro gli autobus, che non ha mai fatto la fila davanti a uno sportello che non fosse aperto dal suo autista. Pertanto non sa nemmeno cosa siano la grafica, la comunicazione, la pubblicità. Sono tutte cosette che uno come lui delega volentieri ai suoi ufficiostampisti di ruolo, gente palesemente nata e cresciuta con il ciclostile e i floppy disk.

Oggi, per fortuna, il risultato di quest’accultura non è avanti gli occhi di tutti, ma comunque, secondo me, di troppi cittadini. Quei puzzle tipografici sembrano dei sacchi dell’immondizia non ritirati, con sopra l’etichetta NON CONFORME, ma mi ricordano anche gli sportelli delle poste o dell’Inps di qualche anno fa, dove gli avvisi ai cittadini erano incollati, mezzi strappati, ingialliti, cancellati a mano o con lo Scotch.

La grafica di queste frasi strafatte è la citazione di una citazione déjà-vu. Più che fascista, la considero semplicemente sgangherata. Non invita alla lettura. Leggere quei titoli, sottotitoli e sottosottotitoli è come leggere “Boh”.

Tutta quanta l’iniziativa sembra essenzialmente un brief: “Ecco ragassi, queste son le cose che sono venute fuori, vedete un po’ come sistemarle. I ricreativi siete voi. Ma mi raccomando, come diciamo da noi nel Piacentino, l’erba per diventare latte buono non ha bisogno di essere ruminato troppe volte”.

Valli a capire ‘sti politici del piddì. E così, i nostri ragassi della Giovine Grafica si sono detti: “Dai, perché stavolta non proviamo a farlo strano?”

22 risposte a “Di politica, grafica e sinistra italiana

  1. Se era necessario tutto il blabla precedente per produrre questo, ben venga la grandine se ci porta l’arcobaleno!

  2. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Amen.
    Mi verrebbe da dire “chiusa lì”. Però, penso che sarebbe una cosa stratosferica se fosse un “incominciamo da qui”.

  4. Beh, meglio di quella volta che a Santa Maria Novella ho visto un manifesto degli allora DS con una foto di una donna col pancione che promuoveva il tesseramento al partito con uno spavaldo “ISCRIVITI AI DS” U_U’

  5. @Q
    Beh, a giudicare da tutto ciò che nei giorni scorsi hanno scritto qui grafici e communication designers è chiaro che quel manifesto parlava al bambino.

  6. D’accordo su tutta la linea. Grande articolo che coglie perfettamente nel segno.

  7. lucidità disarmante

  8. Bello. Oltre che far ridere mi ricorda quanto poco so di comunicazione per immagini e di grafica in generale, meno del minimo sindacale per capire questi tempi. Pero`a questo punto chiedo una reference list per non addetti ai lavori, diciamo due o tre cose ben fatte da leggere, anche per aggiornarsi. Se me lo chiedessero per il mio settore, lo saprei fare, quindi mi aspetto lo stesso da chi frequenta questo covo di comunicatori intelligenti.

  9. Till Neuburg brillantemente scrive:

    “Bersani non è né ignorante né cattivo. Ai “suoi” tempi con Prodi era persino un ministro apprezzato ed efficiente. Oggi, il suo ruolo d’ordinanza nel PD sarebbe fare l’allenatore, ma che il reale ispiratore del gioco – e chi decide le sostituzioni in campo – non sia lui, l’hanno capito persino i raccattapalle del giornalismo più servile.
    Il noto cospiratore del Copasir [D'Alema] è allo stesso tempo portiere, difensore, centrocampista, ala tornante, stopper, capitano, portavoce, presidente e playmaker di una squadra che si rifiuta tenacemente di vincere lo scudetto.”

    Può darsi che Till Neuburg abbia ragione. Però questo artificio retorico di presentare una propria rappresentazione delle cose come evidente anche agli ultimi “insider” (i racattapalle), senza fornire elementi di prova a lettori eventualmente meno scafati o fuori dal giro, non mi piace. Fomenta il principio di autorità: se lo dice lo stimatissimo e informatissimo Till Neuburg con tanta sicurezza, allora deve essere proprio vero.

    Forse però lo scritto di Till Neuburg non era rivolto ai lettori del blog, che ovviamente non possono essere tutti così informati sul backstage del PD (io ad esempio non lo sono abbastanza) da poter sottoscrivere l’opinione di Till senza affidarsi alla sua autorità.
    In tal caso, la mia osservazione critica avrebbe meno peso.

  10. eh no, non ci sto:
    “Pertanto non sa nemmeno cosa siano la grafica, la comunicazione, la pubblicità. Sono tutte cosette che uno come lui delega volentieri ai suoi ufficiostampisti di ruolo, gente palesemente nata e cresciuta con il ciclostile e i floppy disk.”
    Prendo per vera la prima affermazione. Prendo per vera pure la seconda (“lui delega”) ma è sbagliata la descrizione di dei delegati: come tutti coloro che in italia non sanno, invece di affidarsi a chi mantiene un basso profilo, con poche campagne nel portfolio (ma fatte bene) e fa (e bene), si sono affidati a chi ostenta grandi clienti e parla tanto (e poi si vedono i risultati).
    QUESTA è LA SITUAZIONE ITALIANA il pd ne è una vittima (consapevole?) ma come il pd migliaia di aziende e enti.

  11. Io trovo questo piddino (meno elle) molto intelligente e rilassante (e affascinante!), aspetto nuovi suoi video! Questi sono tra i miei preferiti:

  12. Tutto riassunto da Sabina Guzzanti che fa D’Alema e da Crozza che fa Bersani.

  13. Il ritratto di Richelieu D’Alema è da applausi. Sui manifesti del PD non ho molto da aggiungere, se non che qualcuno è stato troppo duro con i grafici e troppo poco con chi ha diretto la campagna. “Accettiamo la sfida” potrebbe in realtà funzionare se anziché vederlo affisso lo immaginiamo come pagina di apertura di un articolo ultrapoliticista in una rivista politica, di quelle che si leggono – o si fanno finta di leggere – solo nelle direzioni nazionali. Detto questo, non credo che il consenso politico si venda allo stesso modo di altre merci. Vorrei che qualcuno riuscisse a dimostrarmi che una campagna graficamente buona riuscirebbe a portare via voti ai pagliacci del M5S, che con il loro osceno logo da discount prendono il 20%.
    Chiederei poi a Neuburg: perché, in altri anni, la stessa area politica, composta da uomini che, proprio come Baffino, nascevano e morivano dentro le segreterie senza aver mai visto l’interno degli autobus, bussava alle porte di Albe Steiner e di Bob Noorda? Io non me la prenderei troppo col PD, onestamente. Se il Paese tutto è in declino da almeno due decenni, non vedo perché non lo debba essere anche il suo mondo della grafica (di quella che si vede, ovvio, perché ci sarebbe “tanta gente in gamba”, eccetera)

  14. I “ragazzi” hanno già firmato la campagna di Vendola nel 2010.

    Considerarli dei principianti che “lo fanno strano”
    mi pare veramente ingenuo, e poco intelligente.
    (avrei detto ad altri interlocutori “è come farla fuori dal vaso” ma siccome lei è una stimata professoressa, non mi permetterei mai).

    Esprimere la propria opinione è un diritto,
    rispettare le persone e il lavoro delle persone è un dovere.

    Tanto rumore per nulla.

  15. Bellissimo cappello introduttivo sul CV del signor Till Neuburg:
    “Grafico autodidatta”.

    (si, secondo me un vecchio, perché di questo si tratta, autodidatta, non è proprio la persona più indicata per aiutare la professoressa a “capire” e “districare” la questione).

    Mi sembra in linea con quanto detto in questa sede.

    Non perché sia significativo, ma perché lo trovo divertente e “rappresentativo di un problema Italico”:

    il fatto che la professoressa Cosenza debba “ricorrere” ad “amici grafici autodidatti”, di comprovata esperienza, per poter argomentare le sue tesi, non è il problema centrale.

    Il problema centrale è che queste persone, come la professoressa in questo caso, hanno bisogno dell’aiuto di “vecchi pezzi da museo” provenienti da ADCI (in questo caso) perché le proprie idee sono state precedentemente espresse in modo sbagliato, e ora, con l’argomentum ad auctoritatem pensano di risolvere la questione.

    Né lei, né il vecchio amico autodidatta ha mai fatto qualcosa di “significativo” e “significante” nella comunicazione politica.

    Questi “ragazzini”, come avete provato ad “apostrofarli”, nel 2010 hanno tirato fuori dal “cilindro” un progetto di cui la gente parla ancora.

    Un collega.

    Ps. La informo, professoressa, che nel frattempo sono passati lustri.
    Si, da quando si parlava di Grafica. Oggi si parla di Design della Comunicazione, una discliplina diversa, che non è grafica, e non è pubblicità. Le linko, per amicizia, questo video del prof. Giovanni Anceschi, che in occasione della mostra in Triennale a Milano, Graphic Design Worlds, ha appunto espresso con puntualità ciò che vorrei farle capire. (guarda caso in quella mostra era stato invitato lo studio FF3300, che avete attaccato, che coincidenza).

    http://www.triennaledesignmuseum.it/adiaryofanexhibition/2011/01/11/gdw-words-1-oltre-la-grafica-intervista-con-giovanni-anceschi/

  16. @Pirandello
    A giudicare dal link con cui si firma e a cui rimanda si direbbe che abbia molte buone ragioni per difendere questi ragazzi-non-più-ragazzi. Mi pare infatti che il suo link pubblicizzi una scuola più per ritardati che per ritardatari.
    @Edward Teach
    Le sue argomentazioni sono impagabili. La ringrazio per la sua spiegazione olistica di come “grafica” + “comunicazione” diventino “design della comunicazione” epperò l’equazione non sia più reversibile, ovvero non si possa più parlare singolarmente dei suoi addendi costituivi.
    Perciò qualora fossi un grafico un designer o un comunicatore (come se la semiotica prima dell’avvento dell’etichetta “Communication design” fosse dissociabile da entrambi) rimarrei interdetto e riterrei perciò di (s)qualificare la sua trovata a rango di cacopedia per un collega che non collega.
    Alla fine ha fatto un intervento per delegittimare il presunto Principio di autorità introducendo il Principio di lana caprina. Chapeau

  17. Come ho scritto venerdì scorso, ho deciso di non intervenire nel pollaio che molti commentatori maleducati e ignoranti hanno sollevato su questo blog, dopo il mio post “Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd”, solo perché il livello è troppo basso, talmente basso che temo che l’olezzo possa restarmi addosso per giorni.

    Faccio eccezione per commentare l’immondizia scaricata qui dentro da tal Edward Teach, solo perché ritengo particolarmente volgare e indegno per qualunque essere animato dotato di parola dire di qualcuno, chiunque sia, che è “vecchio” o dargli del “vecchio pezzo da museo”. Vorrei anzitutto che si sapesse – nel caso non fosse chiaro a qualcuno – che ciò che questo maleducato che si autoetichetta Edward Teach chiama in causa, accusando me e altri di non sapere, sono semplicissime distinzioni di base, che qualunque studentello non dico di università ma di buon liceo ben conosce: design della comunicazione, grafica, pubblicità… e che diamine! Roba da manuale.

    Osservo inoltre, nel caso qualcuno non l’avesse notato, che il signor Edward è stato capace di dare del “vecchio” a qualcuno per difendere presunti “giovani”, ma lo ha fatto difendendo i presunti giovani sulla base di ciò che in passato hanno già fatto. Il tanto vituperato Principio di autorità insomma, cacciato a parole dalla porta, è rientrato due righe dopo dalla finestra, per quanto l’autorità di chi poco ha fatto (si veda il cv dei presunti giovani) sia meno nutrita, diciamo così, di quella di chi molto ha fatto (si veda il cv del “vecchio pezzo da museo”).

    Detto questo, vale la pena infine che io aggiunga – giusto per mostrare quanto possa essere in errore il signor Edward Teach – che non solo conosco bene gli scritti di Giovanni Anceschi, ma conosco personalmente lui, se non altro per aver fatto parte per anni, assieme ad Anceschi, di uno stesso Comitato scientifico.

    Ricordo fra l’altro che citare Giovanni Anceschi significa fare appello all’autorevolezza di una persona (ancora il Principio di autorità che rientra dalla finestra) che proviene anche – non solo, ma anche – dalla sua lunga esperienza, esattamente come nel caso di Till Neuburg. Non a caso il professor Anceschi è ormai in pensione da un paio d’anni. Qualcuno vuol dare del “vecchio pezzo da museo” anche a Giovanni Anceschi?

    Last but not least, avviso i naviganti: la prossima volta che qualcuno, qui dentro, si permetterà parole così basse e insultanti per chiunque al mondo, farò qualcosa che non faccio mai: getterò il commento nel cestino, se già pubblicato, o non lo pubblicherò nemmeno, se per caso sarà rimasto in coda di moderazione.

    PS: mi scuso con i lettori che, nonostante tutto, hanno commentato questo post e quelli di venerdì e giovedì scorso come sempre si fa su questo blog, e cioè in modo civile, ponderato e intelligente.

  18. Secondo me, purtroppo anche la comunicazione cartacea e visiva di Nichi Vendola e della SEL è polverosa, tradizionalista, brutta – indipendentemente dal fatto se l’abbia creata un team di giovanissimi o di senatori del design. Dico questo col magone perché in questi giorni il politico pugliese è l’unico leader di partito che non mi irrita o insospettisce: le sue parole parlate mi sembrano spesso nuove, sincere, appassionate. Ascoltando lui, mi vengono facilmente dei dubbi, lampi, domande che qualche volta mi obbligano anche a rivedere cose che credevo certe. Per contro, il tono piccato da primi della classe dei vari Cacciari, Zecchi, Facci, Mieli, Telese e, soprattutto, di D’Alema, non lo mando giù. Nei loro volti e fraseggi non c’è mai un briciolo di leggerezza, di empatia, d’ironia. Si capisce da ogni loro sillaba che considerano tutti gli altri degli inetti, dei naïve, dei tamarri del pensiero, personcine che non capiscono una mazza di politica.

    Parafrasando il glossario porta a porta dell’ex presidente dei consigli per gli acquisti, mi viene spontaneo rivolgermi al pirata Edward Teach:

    “Caro, temutissimo, Barbanera, mi consenta: è vero che nell’abbordaggio della cultura visiva, sono solo un autodidatta (non ho mai frequentato una scuola di design), ma nel mare nostrum dell’arte e della grafica, ho avuto alcune fortunose eredità: il nonno materno, Han Coray, a Zurigo, era stato il mecenate e gallerista di quei fuori di testa del movimento Dada. Lo zio Hans Coray aveva disegnato la prima sedia interamente in alluminio, oggi esposta nel MoMA di New York. Nella galleria di mia madre ad Ascona, c’erano le croste di alcuni pittori della domenica di nome Klee, Jawlensky, Nolde, Marc, Matisse, Braque, Picasso, Mirò. Il padre Hans è stato uno dei primi rigattieri del graphic design costruttivista (su Google lo citano migliaia di pagine e siti). Per colpa sua, sin da piccolo ero in mezzo ai suoi amichetti Stankovski, Tschichold, Herdeg, Miedinger (quello che aveva scarabocchiato l’Helvetica), Müller-Brockmann, Lohse, Vivarelli, Max Bill, ai fotografi da weekend Bischof, Capa, Brassai, Cartier-Bresson. A Milano ho poi brigato e collaborato con i buontemponi Boggeri, Huber, Steiner, Muratore, Grignani, Tovaglia, Mari, Fronzoni, Munari, Iliprandi, Vignelli, Noorda, Cerri, Lupi, Piazza, Beardsall, Fletcher, Tattersfield, Paul Rand, … per qualche anno anche con quel matto di neo-situazionista Gianni Sassi. In ambito pubblicitario ho poi avuto la sfacciata fortuna di essere complice di gente come Montaini (che ci ha appena lasciati), di Pirella, Göttsche, Tschirren, Mignani, Barbella, Annamaria Testa. Oggi, nell’Art Directors Club Italiano, curo e commento la Hall of fame.

    Insomma, se oggi sono il quarto uomo ai bordi della partita del quorum tra demeriti e colpe del brutto design, lo dovete chiedere a quella gente lì. Io non c’entro”.

    A chi non naviga in questo blog esibendo un teschio con le ossa incrociate, confesso che, nonostante quelle scorrerie, in tutti questi anni, sono sempre stato – e rimasto – un maniacale osservatore e cultore della type, del lay-out e di tutto ciò che nell’editoria una volta si chiamava “mise en page” – un’intensa complicità nata ancora a Zurigo con i “Typographische Monatsblätter” e i maestri Gerstner, Frutiger, Käch. Quando anni dopo, in quel lindo e severo mondo razionalista irrompevano i botti della Pop art, del Maggio francese, dei writer, e poi di David Carson, dovevo risettare alcuni parametri e gran parte delle mie certezze. Esattamente come era successo a me, allora la maggioranza dei professionisti della comunicazione, aveva rimosso e quasi dimenticato le scie luminose dei Dadaisti, del Futurismo, del Bauhaus, di De Stijl, del Suprematismo. Era il periodo quando i caratteri venivano sommariamente ribattezzati font. Parlare semplice era diventato rischioso – cioè, come si diceva in quegli anni, out.

    È un rischio che i “graphic design consultant” del PD non correranno mai. Nel loro blog, sotto il logo, si legge: “Fuel for your mind”. Che, tradotto paro paro, significa: “Carburante per la tua mente”. Niente male come promessa globale, visto che sono anni che il think tank del PD è in riserva.

  19. @ giovanna
    Gentile amica, mi permetto questo aggettivo perché una lettura veloce al tuo blog (e a Nuovo e Utile di Annamaria Testa) è la mia pausa caffè e la sigaretta di chi non fuma. Una boccata d’amichevole intelligenza che aiuta anche il buonumore e che riconcilia con il quotidiano, che t’insegna qualcosa che non sai o ti mostra una prospettiva diversa e più efficace.
    Questa la ragione principale della frequenza, e poi la sfida di commentare rapidamente, a caldo -bisogna anche lavorare- , per poi eventualmente pentirsi delle banalità e degli errori, anche di scrittura, e, alla fine, aver capito di più. Grazie anche agli interventi puntuali di ben, ugo, tillneuburg, che scrive un commento memorabile e definitivo alle 3:47 am.
    Certo che, a fronte di tanta spocchia cafona che si è riversata in questo dibattito, mi verrebbe voglia, in alternativa, di andare a prendere un caffè o iniziare a fumare.
    Può darsi che l’immondizia di cui parli sia lo specchio del Paese. Il tuo blog tende a renderlo più pulito e respirabile. Grazie.

  20. @giovanna
    mi unisco ai ringraziamenti di guydebord, che ha espresso benissimo anche i miei sentimenti.
    Ho fatto una critica marginale a till neuburg, ma lo stimo molto e apprezzo sempre i suoi brillanti commenti.

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