Analfabetismo emotivo, ovvero: che cos’è una passione?

Vorrei proporre uno spunto, nell’idea che possa diventare, magari, un nuovo filone tematico di questo blog. È sempre più diffuso, in Italia, qualcosa che chiamo «analfabetismo emotivo», che paradossalmente mi pare cresciuto, negli ultimi dieci anni, assieme all’attenzione che la comunicazione di massa riserva alla cosiddetta «passione».

Lo vedo tutti i giorni anche in aula: ogni volta che cerco di stimolare gli studenti a esprimere ciò che provano su questo o quell’argomento, in questa o quella situazione, diventano quasi afasici. Pudore? No, mancanza di parole: in generale non vedono l’ora di raccontarsi, e se gli do spazio lo fanno volentieri, ma in tema di emozioni hanno a disposizione un lessico talmente limitato che piomba il silenzio.

D’altra parte, quali e quante sono le parole che la cultura di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno.

La più usata è «passione» appunto. In pubblicità, per esempio, da Campari «Red Passion» alle «due facce della passione» di Amadori, fino a «la passione si sente» di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per un pollo, una radio che tratta di economia e finanza e un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Radio 24 La passione si sente

Spetterebbe alla letteratura e alla poesia, a un certo cinema e un certo teatro, arricchire il nostro lessico emotivo. Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci? E quante volte, nelle nostre vite concitate, troviamo l’occasione per parlare di emozioni in modo non sommario e banalizzante? Sempre meno direi.

Campari Red Passion

Perciò propongo: facciamolo qui. Cioè proviamo a restituire densità alle parole che la comunicazione di massa ha svuotato. Comincio da «passione», naturalmente, e comincio da una definizione che ho trovato in un romanzo breve di Ginevra Bompiani, La stazione termale, che ho presentato a Bologna un paio di mesi fa. Mi ha colpita questo passaggio:

«Non sarà una passione. Ma chi la vuole la passione? La passione nasce quando qualcosa nell’altro, magari la sua stessa vita, non ti vuole. E ti senti respinta, esclusa, appestata… Passione è disperazione, ha detto qualcuno una volta, e lei che era giovane non ci ha creduto. Ora invece ci crede.» (Ginevra Bompiani, La stazione termale, Sellerio, 2012, p. 145)

È questa per te la passione? Cioè: è necessario un ostacolo, un rifiuto, una resistenza per provare passione per qualcuno o qualcosa?

30 risposte a “Analfabetismo emotivo, ovvero: che cos’è una passione?

  1. Per capire la passione dovete vedere questo video http://www.youtube.com/watch?v=Bz2-49q6DOI :D . Per quanto mi riguarda, la cosa peggiore e’ che pure la mia agenzia è “passionate” alla prima della descrizione del team!!! Siamo condannati alla passione, c’e’ poco da fare.

  2. No, per me la “passione” non è un sentimento che si incontra negli ostacoli.Quello di cui parla la protagonista nella storia del libro è semmai tenacia!
    La “passione” è un’altra cosa, è quella grande voglia di dare, quel non tirarsi mai indietro nella cosapevolezza di imbattersi in uno scambio continuo di emozioni. E’ quella empatia che ti permette di entrare nella altrui anima e che, equivale a raccogliere forza!
    La “passione” è il motore che muove le nostre opere e che non ci fa mai percepire la stanchezza: perchè c’è gioia in quel che si fà!

  3. Pingback: Piccolo dizionario per analfabeti sentimentali: Passione « Il nuovo mondo di Galatea

  4. Forse l’«analfabetismo emotivo» dipende anche da una società omologata sul pensiero unico occidentale (che vorrà poi dire «occidentale» devo ancora capirlo!) secondo cui esprimere emozioni non sia appropriato.

    Non ci si deve far vedere piangere in pubblico, o dimostrare dolore, per esempio. Eccezione per le manifestazioni di gioia, anche esagerate: certo, oltre un limite sono considerate inopportune, ma in genere accettate. Come se la dimostrazione di un sentimento positivo fosse approvato mentre di uno negativo si preferisse farne a meno, tenerlo lontano come per non esserne coinvolti per empatia.

    Per quanto riguarda la passione, credo sia riduttivo affermare che esista solo in presenza di un rifiuto: si può essere appassionati anche in caso di ottenimento di un obiettivo, della conquista di una persona desiderata. Magari bisogna alimentare questo sentimento, rinnovandolo di continuo, in questo caso. Ma pur sempre passione è.

  5. “passione” sembra avere un po’ fagocitato “entusiasmo”, “amore”, “interesse”, “impegno”… in molti casi uno di questi termini sarebbe il più calzante, invece spunta questa “passione”.
    Che la mia ammuffita formazione classica mette in connessione con il “patire”, con il soffrire: la passione dovrebbe indicare un sentimento consumante, che spinge a sacrificare qualcosa di noi. Senza una punta di sofferenza (causata da un ostacolo, dal sacrificio di tempo o di risorse, da una difficoltà) non c’è passione, ma amore, dedizione, zelo…

  6. Bel tema.
    La passione per me e` quella spinta a fare cio` che mi piace davvero. Una passione che mi ha fatto girare il mondo. Ma non e` il sentimento piu` forte. L`emozione e la gioia, quel misto di lacrime e risate che provocano l` amore per il tuo partner o per i legami familiari sono sentimenti forti e travolgenti.
    Mio fratello, insegnante di lingua, lavora con la passione, la mette nelle sue lezioni per abbattere il muro linguistico, soprattutto negli adulti. E mi racconta di molte persone, apparentemente distaccate e fredde, che rispondono in maniera forte e positiva, quando coinvolte a livello emotivo.
    L` abuso dell` emozione finta, di parole come gioia, disperazione, tragedia, orrore, etc., sono sotto gli occhi di tutti. E spingono a questa rassegnata atarassia.

  7. concordo pienamente. Bell’articolo!

  8. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  9. Passione?
    Penso sia
    spinosa, e
    pone issa
    a peso sin
    senso. Pia
    passione
    s’espia, no?
    E passino
    sapiens! (o
    pensosi a
    posa seni).

    Spiona se
    ‘sì penosa.
    Si pesano
    passi, no? E
    passo nei
    penosi, sa?
    Penso sia
    pass noie;
    spina osé.

  10. A differenza di altre parole — gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto — che hanno un significato abbastanza univoco, passione è una parola usata in sensi piuttosto diversi:
    – la passione erotica
    – quel misto di sofferenza e piacere, paura e gioia, cui vi riferite tu e la scrittrice: un forte desiderio fortemente ostacolato (la passione erotica può esserci anche senza ostacoli)
    – l’appassionarsi a un’attività che piace, tipo la passione per la fotografia, per un certo genere musicale, ecc. ecc..
    Forse i pubblicitari la usano proprio perché ha questa varietà di significati.

    D’accordo sugli svantaggi dell’analfabetismo emotivo. Saper leggere le emozioni, le proprie e anche quelle degli altri, è utilissimo.
    E non è facile. Si impara e si disimpara. I bambini vengono spesso sistematicamente ingannati dagli adulti riguardo alle emozioni altrui e fuorviati riguardo alle proprie.

    Però, aggiungerei, se uno sa leggere le emozioni, ha poco bisogno di parlarne.
    Parlare di sé e delle proprie emozioni solo quando davvero utile, cioè raramente. :-)

  11. Riguardo poi al manifestare le proprie emozioni (tema strettamente connesso): benissimo manifestarle quando serve e per quel poco o tanto che serve.
    Ma forse meglio poco che troppo. (Vedi, per un’introduzione al tema, http://en.wikipedia.org/wiki/Expressed_emotion).

    Non saprei dire se la nostra società complessivamente ecceda o scarseggi nelle manifestazioni emotive.

  12. Ben, sul riserbo riguardo alle emozioni, sono d’accordo, è pudore.

    Ma non sono sicura che si possa imparare a leggere le emozioni senza parlarne, senza dare loro un nome e saperle riconoscere in sè e negli altri. Una cosa senza nome è una cosa che, in un certo modo, non esiste.

  13. @Francesca
    hai ragione, per imparare a leggere le emozioni bisogna dargli un nome. Ma bastano poche volte, in assenza di mistificazione.

    Il problema è che, specialmente coi bambini, anche piccoli, le emozioni vengono manipolate e mistificate.
    Poi, fra adulti, forse il problema non è che le emozioni vengano poco espresse e nominate. Forse il problema principale è di nuovo una lettura distorta delle emozioni proprie e altrui.

    E, aggiungerei, lo scarso auto-controllo delle emozioni negative nei confronti degli altri.

  14. Per la verità, un cane normalmente legge benissimo le emozioni del suo padrone, anche senza conoscere i nomi delle emozioni. Anche un bambino piccolo. Forse anche un adulto ‘primitivo’, non fuorviato da malefatte culturali. :-) (La cultura fa meraviglie, ma può fare anche danni)

  15. no non è necessario un ostacolo, per alcuni/e sì ma non per tutti/e.
    Io sarò forse molto banale e mi rendo conto di dare una definizione incompleta, parziale (ma è un tema talmente complesso e molteplice) ma per me passione è un coinvolgimento emotivo amoroso (anche erotico ma non solo) o simil-amoroso per qualcuno o qualcosa, qualcosa di travolgente
    E come tutto ciò che è umano, la passione può avere lati chiari e lati oscuri

  16. Molto interessante, specie se consideriamo che viviamo in una società sempre più “sentimentalizzata” (soprattutto a livello mediatico). Provi a pensare ai contesti sanitari dove si sta cercando di recuperare (anche se sarebbe più corretto dire inventare) una dimensione “umana” di gestire il male. Sempre più pazienti sostengono di apprezzare un medico per la sua “componente umana”. Anche nelle politiche sanitarie è già da un po’ che si pone l’accento sulle capacità comunicative e non è un caso che se ne occupino anche per ragioni di bilancio. Quello che i contesti sanitari possono suggerire (qui penso a testa alta però) è che forse è sbagliato porre troppo l’accento sulla mera espressione verbale e che forse potremmo recuperare, o incentivare, forme di espressione non-verbale comunque soddisfacenti.

  17. Buongiorno Giovanna,
    leggo il suo interessantissimo blog da poco e, da copywriter, vorrei intervenire su questo tema che mi appassiona particolarmente, perché riguarda una delle imprese più difficili e ricorrenti nel mio mestiere. La ricerca di un lessico emotivo non ha mai tregua nella creazione di un claim, un pay off e in generale di ogni testo che vuole vendere o descrivere un prodotto in modo coinvolgente e convincente. Negli anni, ho imparato che una delle mie sfide personali era appunto cercare di evitare la parola “passione” o, per fare altri esempi, anche la parola “piacere” o la parola “voglia”, cercando di girarci intorno con termini più nuovi, quindi originali e sorprendenti. Ormai ho una certa età ma purtroppo continuo a scoprire che c’è ancora tanta presunzione nel ritenere che semplicemente usando la parola “passione” (o “piacere”, o “voglia”, etc.) i nostri consumatori credano a quanto stiamo loro dicendo, quasi fossero parole magiche. Nell’ambito del nostro mestiere, sta a noi fare uno sforzo in più, ma vedo che gira e rigira siamo sempre lì. A distanza di anni, mi capita di rileggere addirittura gli stessi identici claim, ripescati in modo a volte spudorato e a volte inconsapevole. Anche noi pubblicitari, scrittori su commissione, dovremmo come dice lei cercare di restituire densità a certe parole, se non altro perché finora siamo stati colpevoli del loro consumo sconsiderato.
    Altrimenti, sempre più difficilmente la pubblicità sarà l’anima del commercio. Perché non avrà un’anima.
    Grazia Usai
    http://www.malcomtyler.com

  18. Parlo da fan accanito del cinema di David Lynch…
    Per me passione è ricordarsi a distanza di 20 anni di non aver mai visto una puntata di Twin peaks, pur avendone allora respirato il fascino irresistibile, andarsi a cercare tutta la serie in streaming e rimanere letteralmente incastrato emotivamente nei mille intrighi di questa inarrivabile soap opera dai toni horror, fantascientifici, noir e chi più ne ha più ne metta riconoscendo a ogni singolo frame la firma inequivocabile di questo maestro della narrazione filmica. Il tutto clamorosamente fuori tempo massimo.

  19. bè se la mettiamo sul piano delle passioni culturali, si apre un discorso infinito.
    Io dopo anni che l’avevo abbandonato sto riscoprendo Stephen king con la stessa passione di prima: sto leggendo It e sono estasiato davanti alla sua capacità di creare mondi, situazioni, dinamiche credibili e coerenti e personaggi assolutamente plausibili e così “veri” nella loro caratterizzazione psicologica che ti sembra di conoscerli davvero, che esistano davvero

  20. Non ho letto tutti i commenti sopra…
    Lascio solo questo frammento di esperienza, che non vuole riflettere la mia globale o personale sensazione per la parola “passione”, ma giusto rifletterne un aspetto.
    Ricordo all’università una lezione di Paolo Fabbri.
    Parlava della parola “passione”, e presentandola nella sua dimensione di opposta ad “azione”. Attivo, passivo; azione, passione.
    Da allora non l’ho più “guardata” con gli stessi occhi, e ogni volta che vi riferisco, ormai, non posso fare a meno di sentirne e illuminarne anche questo aspetto…

  21. Agli “Analfabeti emotivi”: iniziate dall’alfabeto!!!
    Ahahahahahah!

    http://paulabecattini.com/2012/05/19/alfabeto-della-passione/

    Ovviamente è una specie di gioco, che forse può aiutare a esprimere le proprie emozioni, sensazioni e – perché no – passioni… di qualunque tipo.
    ^_^

  22. Ciao a tutti, se penso alla parola “passione” inevitabilmente lego il concetto al latino “patior” da cui proviene “passione”. Il significato del verbo “patior” era “sopportare, patire” altro che il significato veicolato dagli spot odierni. Passione per me è una sorta di struggimento interiore, in cui mi piace cullarmi talvolta in un momento di silenzio :)

  23. Ti consiglio “L’ospite inquietante”, un libro di Galimberti che a me è piaciuto molto nonostante l’abbia letto quando avevo solo 17 anni.
    E’ un libro molto scorrevole ed attuale, in cui si riflette su quest’epoca di “passioni tristi” e di analfabetismo emotivo in cui i giovani, non sanno più orientare se stessi e riconoscere i propri sentimenti, desideri e prospettive. Prova a leggerne qualche capitolo, è molto interessante e coinvolgente, e tenta di rispondere alle domande che purtroppo ci poniamo tutti ogni giorno. Ti cito qualche passo che ho recuperato dal web, i miei preferiti li ho sottolineati sul libro che purtroppo ora ho non con me.

    “I giovani stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia, che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati, non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’inarticolato, all’altezza del quale c’è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche chiama “nichilismo”.”

    “Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le “passioni tristi” (7), dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà. Certo nessuno si reca a un consultorio psicologico esordendo: «Buongiorno dottore, soffro molto a causa della crisi storica che stiamo attraversando». In compenso i consultori sono quotidianamente sollecitati da genitori e insegnanti che non sanno più come far fronte all’indolenza dei loro figli o dei loro alunni, ai processi di demotivazione che li isolano nelle loro stanze a stordirsi le orecchie di musica, all’escalation della violenza, allo stordimento degli spinelli che intercalano ore di ignavia.”

  24. @NicolettaP

    Umberto Galimberti (peraltro noto e confesso campione di plagio: vedi http://www.uccronline.it/2011/05/12/un-nuovo-libro-dimostra-larte-del-plagio-di-umberto-galimberti/) fa generalizzazioni avventate senza nessuna documentazione attendibile.
    Ricerche serie danno un quadro molto diverso: vedi il 6° rapporto IARD sulla condizione giovanile, a cura di Antonio De Lillo e altri, edito da Il Mulino e scaricabile on line gratis.

    Lasciamo agli anziani nostalgici le lamentele rituali sui giovani d’oggi. :-)

  25. @NicolettaP
    L’articolo che ho citato sui plagi di Galimberti potrebbe essere considerato fazioso e poco documentato.
    Oggettivo e ben documentato è invece il seguente (che riguarda anche L’ospite inquietante): http://www.lindiceonline.com/index.php?option=com_content&view=article&id=332:galimbertibucci&catid=39:segnali&Itemid=56

  26. Post centrato Gio di questi tempi. Concordo sui ragazzi in aula che fanno fatica a parlare di emozioni. Dovrebbero sapere quanto è importante – anche ai fini della carriera professionale – sviluppare l’intelligenza emotiva (vedi Daniel Goleman) e non solo quella scolastica e razionale.
    Ma il linguaggio delle emozioni te lo insegnano prima di tutto i genitori, poi gli amici, gli insegnanti, i libri. E poi c’è tv e il resto che aiutano o peggiorano. Ma se mancano le basi tutto il peggio entra senza filtri. Io tornerei a parlare di sentimenti, più spesso, il più possibile. Salutoni da una tua amica un po’ distratta da un po’ di lavoro e da molti sentimenti da mamma affidataria e dintorni! Un abbraccio
    Mariella

  27. @NicolettaP: plagio o no, io ti ringrazio della segnalazione! Di “passioni tristi” parla anche del filosofo Miguel Benasayang, di cui a questo link potete scaricare un intervento fatto in Italia, a Lucca: http://www.provincia.lucca.it/scuolapace/uploads/quaderni/A4%20benasayag%20b.pdf. Per Benasayang, però le passioni tristi non sono un problema giovanile (anzi su questo le giovani generazioni vanno educate), ma della nostra epoca e della sua cultura di massa.

  28. Vedo che ci si concentra molto sull’analfabetismo emotivo inteso come incapacità di “scrivere”, o “descrivere” i sentimenti.
    Sembra venire tralasciato l’aspetto della “lettura” delle emozioni, proprie e altrui. Penso che l’origine del problema (sempre che di un problema si tratti) che Giovanna descrive stia nell’impossibilità per molte persone di distinguere le lettere che compongono un’emozione. Non è una colpa, è semplicemente un alfabeto che molti non conoscono, e che non hanno mai sentito l’esigenza di studiare.
    Penso che le ragioni siano da rintracciarsi nell’assenza di schemi educativi da parte dei genitori. Un padre misericordioso, o un padre severo, per dirla alla Lakoff, rappresenta una cornice, o un frame, ben preciso col quale confrontarsi. A prescindere che esso sia accettato o meno, si tratta di un riferimento dal quale partire. In assenza di questo riferimento (l’ultima generazione di genitori è stata un po’ confusa dagli anni 80 e 90, forse, e ha trasmesso questa confusione) l’apprendimento ha dovuto in qualche modo “adattarsi” alla mancanza di uno schema di base, buono o cattivo che fosse. Questo ha portato a moltitudini di persone che non sanno leggersi, e che non sanno leggere gli altri. Figurarsi scrivere.

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