Ancora sul paragone fra politica e calcio

Sono reduce da un intervento alla trasmissione «Tutta la città ne parla» di Radio3, dove mi hanno chiamata a parlare del paragone fra politica e calcio, su cui avevo scritto venerdì scorso.

Colgo l’occasione per chiarire anche qui, come ho fatto in radio, che manifestare insofferenza per l’abuso di metafore calcistiche nel parlare di politica ed economia non implica, da parte mia, nessuna forma di snobismo: so bene che il calcio è una passione molto trasversale in Italia su cui c’è poco da alzare il sopracciglio, pena non capire un bel nulla del paese in cui viviamo; so bene che i campionati europei e mondiali inchiodano alla partita anche persone che normalmente non si interessano di calcio, e che per questo possono fare utilissime iniezioni di coesione a una società che stenta a riconoscersi in simboli condivisi; non penso infine ci sia proprio niente di male nell’entusiasmarsi, per qualche sera, per i destini di una squadra di calcio.

Balotelli-Monti

La mia insofferenza riguardava solo i media e l’abuso che hanno fatto del parallelo fra calcio e politica. Non tanto e non solo perché «il troppo stroppia» e questo vale sempre, anche per i giornali e la tv; ma perché cavalcare l’onda della passione collettiva per vendere copie e ottenere ascolti è un trucchetto banale che da un lato indica scarsa fantasia, dall’altro – cosa ben peggiore – può implicare, come è successo in molti casi, gravi imprecisioni e lacune nel raccontare la complessità di ciò che di fatto accade, in politica ed economia come nel calcio.

Che la situazione della squadra italiana non fosse così semplice è stato dimostrato dalla sconfitta finale. Che nemmeno la situazione politico-economica italiana ed europea lo sia, lo constateremo nei prossimi giorni.

Sono anch’io una iettatrice (nel mio piccolo), come è stato detto (e scritto) di Monti allo stadio? Non diciamo fesserie.

Detto questo, voglio riproporre anche qui il parallelo fra politica e calcio (giusto per dimostrare che non ho la puzza sotto il naso), ma voglio usarlo a buon fine, diciamo, e cioè per trarne spunti positivi e propositivi. Gli azzurri hanno perso, ok, ma questo non significa che abbiano «fatto schifo», né che, per somiglianza, «facciano schifo» la politica, l’economia e tutta la società italiana. In altre parole, cerchiamo di non passare dal trionfalismo al disfattismo. Teniamo buono, cioè, almeno un pizzico dell’entusiasmo con cui si è inneggiato ai due Mario (Monti e Balotelli), teniamolo buono per caricarci, consolidarci, non sentirci sempre l’ultima ruota del carro, come italiani, e fare meglio. Nel calcio e fuori.

È buon senso, lo so. Ma pare che di buon senso ultimamente ci sia bisogno.

22 risposte a “Ancora sul paragone fra politica e calcio

  1. Ho provato a dare qualche spunto sull’impatto che può avere il calcio sulla costruzione dell’identità nazionale in questo pezzo: http://www.dissonanzegiornale.it/magazine/2012/07/01/calcio-identita-nazionale/

  2. Io spenderi anche due parole sui toni dei cronisti calicistici che a volte sembra che stiano parlando di cose epiche, di vita o di morte, di cose importantissime e vitali e invece stanno parlando di una partia di calcio. Forse ricalibrando certi toni si potrebbero da un lato raffreddare gli animi più esagitati e dall’altro riconquistare quei pochi, come me, che seguono molto sporadicamente il calcio.

    Ritornando ai giornalisti. Repubblica.it continua a mettere in primo piano la partita e sotto i dati della disoccupazione giovanile. Giusto per avere un’idea sulle priorità delle notizie senza provare un minimo di vergogna. (Non voglio sapere le altre testate… in certe occasioni preferisco l’ignoranza.)

  3. Il ragionamento denotativo è corretto: io infatti sono tra quelli che non capiscono, o capiscono sempre meno, del paese in cui sono nato e sempre vissuto. Il fatto che Europei e Mondiali attirino anche tanti italiani che normalmente non s’interessano di calcio, non lo capisco. Forse anche per questo motivo non concordo sugli orientamenti operativi, cioè sull’utilità d’iniezioni di coesione come queste, da un ambito come il calcio che periodicamente si rivela marcio di corruzione, salvo strumentali distinzioni tra squadre di club e Nazionale.

  4. la nefasta attrazione si chiama “nazionalismo reazionario”; e se ne è vittima anche un vecchio comunista come Napolitano… Cmq “marcio” è la parola + esatta. Tempo al tempo e tutto sarà storia. Ovviamente pagheremo un prezzo mostruoso. Alla faccia del buon senso, e della storia che si ripete.

  5. Scusate la lunghezza del commento.
    Ho riflettuto molto sul paragone fra calcio e politica in questi giorni. Sono giunto alla conclusione che il parallelo non solo ci stia ma che sia inevitabile, anche in futuro. Per cominciare dovremmo scrollarci di dosso il complesso di sembrare snob solo perché si consideri colui che smania per una partita di pallone come un momentaneo o permanente mentecatto e ciononostante non si abbia sufficiente polso per inimicarselo dicendoglielo a chiare lettere; potremmo chiudere la partita spagnoleggiando con la constatazione che il calcio è l’unico sport che ha generato addirittura una guerra (tra Honduras e El Salvador) la quale ha contato oltre 3600 morti tra i civili, per tacer delle decine di migliaia di feriti. Potremmo infine dire che il calcio è un gioco che così com’è voluto non può che condurre all’isteria. Sarebbe troppo facile. Molto più interessante è capire perché il calcio scateni la parte più pulsionale e comunque più decerebrata non dico del tifoso ma di qualsiasi spettatore e per quale motivo la politica e i media ne abbiano importato lessico e fraseggio.
    Qual’è infatti il comun denominatore che imparenta la politica e il mondo del pallone, a parte i media che trattano entrambi come i propri principali cavalli di battaglia? Ebbene: la gestione della legge.
    In entrambi gli ambiti abbiamo dei soggetti deputati di creare, e degli arbitri designati ad applicare, le regole. In entrambi i sistemi abbiamo esiti discutibili di quelle stesse regole; in entrambi i sistemi si conosce benissimo cosa occorrerebbe fare per risolvere i problemi ma il sistema è finalizzato a mantenere le proprie gerarchie, di fatto relegando la Giustizia (di Stato o sportiva) a mera finzione formale.
    chiediamoci infatti per quale ragione le persone si incazzano nel calcio arrivando persino alla fisicità senza controllo mentre in altri sport, pur in presenza di tifo, non succede? Semplicemente per il mancato rispetto delle regole. Sarebbe facilissimo introdurre le fotocellule per eliminare l’aggettivo fantasma dal sostantivo gol e che finisce per truccare le partite, così che anche a questo Europeo hanno mandato a casa l’Ucraina ingiustamente; altrettanto semplice sarebbe costituire una cabina di regia composta da dieci arbitri che in modo distinto assegnano o meno il fallo tramite un tasto e la media dei verdetti viene automaticamente comunicata alla terna arbitrale via cuffia, che così potrebbe continuare la tradizione di essere in campo senza però più commettere errori di valutazione di nessun tipo, così come avviene in tutti gli altri sport.
    L’incazzatura del tifoso deriva infatti dalla percezione di un torto subito (rigore non dato ma esistente o concesso se inesistente, fallo non visto, etc.); negli sport, dove la giustizia è inesorabile, l’incazzatura è rammarico, nonostante la partigianeria per la propria squadra o l’atleta del cuore. A vincere è lo sport e la qualità della vittoria meritata sempre e comunque. La vena si chiude quando il merito è alterato da valutazioni errate e penalizzanti. Il tifoso si identifica con questa elementare e cognitivamente accessibile ingiustizia e dalla frustrazione nasce l’esigenza di uno sfogo.
    Nella politica funziona allo stesso modo: le leggi ci sono e ne vengono create di nuove ispirate al concetto che siano uguali per tutti. Poi vince il principio calcistico per cui le regole per gli amici si interpretano e per i nemici si applicano. Inutile entrare nello specifico delle infinite leggi che non vengono nemmeno alla luce (dal limite di mandato ai rimborsi elettorali pagati solo se rendicontati , etc).
    Come mai quindi nel calcio e nella politica non si attuano quei cambiamenti ovvi che farebbero bene a cittadini e spettatori, oltre a far brillare politici e calciatori più bravi? Ma perché il comune denominatore è lasciare che altri abbiano voce in capitolo quando a contare dovrebbero essere solo parametri rigidi e condivisi. Tuttavia sotto sotto si spera di essere parte di chi decide, di volta in volta, e che si ricopra la carica di presidente del consiglio, della Juventus, del condominio o della Pro loco di Pedesina è solo marginale. Il principio è lo stesso. Il calcio fa incazzare e fa gioire sopratutto perché non vi conta solo la bravura di quegli atleti a noi estranei, e che non saremmo mai, bensì la furbizia di chi sa ammanicarsi meglio le variabili disponibili, qualità del quotidiano di ciascuno di noi che oggi è mia e domani è tua, ma è meglio che sia mia. Quando il fallo lo commette la tua squadra è come quando la fattura l’hai evasa tu o quando hai tangentizzato l’appalto: che l’arbitro non abbia fischiato è giusto perché il rigore non era necessario, in tutti i sensi. Quando invece il fallo deve essere fischiato all’avversario…
    Con ciò il calcio è parte di noi e come il prezzemolo la sua semantica si mette su tutto. A cominciare dal partito del Berlusconi, già presidente di una squadra di pallone, che ha tratto il suo nome da uno slogan calcistico e che ha subito vinto il cuore infartuato di quei molti italiani che non hanno mai avuto il coraggio di fare un bel bypass.

  6. Gli sport individuali sono una meraviglia. Gli sport di squadra una meraviglia al cubo. Il calcio è la meraviglia delle meraviglie.
    (Almeno per noi plebei orgogliosamente fantozziani, che pure amiamo la grande musica, la grande arte, il grande cinema. Ma meno. ;-) )

    Giù le mani dal calcio!, come fonte di metafore ben al di sopra delle modeste vicende dell’economia e della politica! ;-) :-)

  7. Metafore a go-goal: ci sta anche lo stupro di gruppo.

  8. Sono d’accordo, non c’è dubbio, questo reiterato parallelismo è stato l’ennesima dimostrazione della poca fantasia ma soprattutto della disarmante banalità di cui sono fautori e allo stesso tempo voraci i media di largo consumo. “Ciao ciao culona” poi è inclassificabile. Non ci volevo cedere.
    Però bisogna anche considerare nel modo giusto l’enorme potenziale di significazione metaforica che tutti gli sport, e in genere tutte le situazioni competitive condizionate da regole, portano con sè…”lo sport come la vita”, “la nostra partita non è ancora finita” in una situazione completamente avulsa dallo sport etc, insomma sappiamo che potremmo sbizzarrirci con esempi e citazioni più o meno “alte”. Quindi, a proposito dei titoli di questi ultimi giorni, più che di forzatura, che è l’atteggiamento dei media quando decidono di essere patetici, parlerei di abuso indiscriminato di qualcosa di naturale che c’è a priori, sta lì, ogni tanto viene usato anche molto bene e in senso poetico (per esempio da alcuni giornalisti sportivi “illuminati”) e spesso invece ci si fa dell’informazione spazzatura.

  9. “E allora io prendevo il fucile e sparavo a tutti”
    “Sì? E io allora salivo sul carro armato e vi bombardavo”
    ” E su tu prendevi il carro armato io chiamavo mio padre con l’aeroplano…”
    Del calcio non ho mai sopportato le discussioni da bambini. La variabili sono talmente tante che non è possibile ripercorrere le azioni con il senno di poi. Così, dall’età di undici anni non ho più visto una partita. Nell’ultima che ho vista credo abbiano segnato tre goal ma io mi sono distratto e ne ho visto solo uno. Così ho capito che il calcio non fa per me. Sono trascorsi cinquant’anni più o meno e continuo ad essere dello stesso parere. Sono anche riuscito ad ignorare i protagonisti, così mi capita di sentire nomi che dovrebbero essermi notissimi per la prima volta e, subito dopo dimenticarli. Non credo di conoscere il nome di più di tre calciatori: Zof, Cabrini e quello lì, quello brasiliano, come si chiama….
    Di politica qualcosa di più. E però trovo sconcertante che GiornaleRadio Parlamento dedichi il lunedì quasi esclusivamente al calcio. Quando ogni tanto sono in viaggio per lavoro dopo due minuti cambio e mi ascolto le notizie sul traffico da Isoradio, la trasmissione più pallosa al mondo e con la musica più infame che riescono a raccattare.
    Perché scrivo questo? Perché mi sento un alieno, sceso per caso in questo paese, col disco volante. E sempre più questa sensazione si estende anche alla politica, anch’essa sempre più indecifrabile, meschina e pericolosa. E allora le metafore forse ci stanno tutte, in questo amalgama melmoso ed indecifrabile. Calcio e politica si somigliano sempre di più.
    Però il gioco di squadra, il lavoro di gruppo, cooperativo, presente anche nel calcio, potrebbe essere buona cosa…

  10. Senza scivolare verso assiomi a livello Così o Pomì, cominciamo col dire che, soprattutto in Italia, da tempo il calcio c’entra sempre meno con “il gioco del calcio”.

    Qui in provincia dove vivo, mi è capitato di osservare partite tra ragazzini dove i genitori istigavano i loro figli con frasi del tipo “Buttalo giù”, “La maglia, la maglia!”, “Spaccagli le gambe”. Minacce ai guardialinee e all’arbitro sono la normalità.

    Se usciamo dalla dimensione junior oppure provinciale, leggiamo persino di presidenti di serie A, che irridono ai giudizi emessi dalla magistratura e che esaltano i reati commessi dai loro dirigenti condannati o radiati. In tutte le due serie A e B, non c’è una sola squadra che abbia in ordine i propri conti e che sia in rapporti trasparenti con l’erario.

    Non solo, ogni weekend le violenze fisiche e verbali delle varie tifoserie italiane sono migliaia, ma la Federazione Calcio e i gazzettari continuano a banalizzarle come “inevitabili atti di pochi, isolati facinorosi”.

    Chi durante questi Europei, ha osservato le singole azioni spesso riproposte in estrema slow motion (fino a trenta volte più lente della realtà), ha facilmente potuto constatare che non c’è stato quasi mai un corner, un tiro piazzato, un dribbling o un contrasto che non fosse viziato da un fallo – puntualmente negato da chi l’aveva perpetrato: sgomitare ad altezza del volto, strattonare l’avversario per la maglia, spintonarlo da dietro, entrare a gamba tesa senza colpire il pallone, ecc., ecc., è ormai un’accettata – ed esaltata – normalità.

    Che in questo clima di tamarrume “maschio” e ipocrita, ci siano squadre, allenatori, giocatori – e qualche raro presidente – che si divertono ancora a “giocare” e veder giocare al calcio, fa sì che alcuni rompiscatole come me, continuino a provare empatia per gente come Guardiola, Zeman, Baggio, Zola… per non parlare dei compianti Rocco, Scopigno, Bearzot, Liedholm, Scirea, Facchetti. Tutta gente insolitamente tranquilla e normale.

    Il resto, più o meno, è retorica, business, volgarità. Oggi sarebbe semplicemente impensabile che un Gigi Riva qualsiasi rifiutasse i miliardi dei garagisti al gianduia pur di rimanere in una squadra, in una città e con una compagna che gli avevano cambiato (in meglio) la propria esistenza.

    Per i casi della vita, oltre al gioco del calcio, all’atletica e al ciclismo, mi piace anche il motociclismo (dove ho operato anche come giornalista). Dico subito che pure lì, non tutto è sorrisi e fiori (molte volte ciò che viene definito come “duello”, non è altro che un duro confronto tra cavalli, telemetrica, settaggio, gomme, astuzia, irruenza…e anche lì, gli interessi economici sono spesso enormi). Ma ciò che distingue in modo abissale i due sport (calcio e moto), sono i cosiddetti appassionati. Non si è mai letto che le forze dell’ordine avessero dovuto dividere con i manganelli i tifosi di Biaggi e Rossi o di Stoner e Lorenzo, che il pubblico avesse invaso la pista per impedire lo svolgimento di una gara, che i simpatizzanti di un pilota o di un team avessero minacciato un concorrente o che un gruppo di criminali avesse preso a sassate o addirittura incendiato il motor home di un pilota non gradito. Le stesse valutazioni valgono per quasi tutti gli altri sport – eccezione fatta, appunto, solo per il calcio.

    In Italia, l’ex gioco del calcio è ormai indissolubilmente colluso con la politica e la finanza allegra (per anni, Cesare Geronzi controllava le sorti di ben otto squadre di serie A e B), ma spesso la cosiddetta criminalità organizzata decide cosa succede sui campi non solo per controllare le scommesse, ma anche per gestire intrallazzi politici/economici esclusivamente regionali e locali. Lo strapotere degli sponsor e della televisione (ormai autentiche anime gemelle di questo Barnum), fanno poi il resto. Anche nel ciclismo (e in passato nel pugilato), le combines e il dumping sono spesso stati decisivi, ma gli spettatori e gli appassionati sono sempre rimasti cittadini normali.

    Oggi, nel calcio, non è più così. Inutile accusarmi di sparare nel mucchio. A parte i rari eventi riservati alla Nazionale, i tifosi “normali” si ritirano sempre più sull’Aventino pallonaro chiamato Sky. Anch’io, l’ultima volta che avevo visto live un derby a San Siro, mi ero detto: mai più. Tanta volgarità scenica, fisica e verbale, l’avrei poi ritrovato solo nei comizi padani e nei talk show d’impronta berlusconiana.

    Che oggi, l’incesto tra interessi economici, politici, mediatici e calcistici, sia ormai totale, Giovanna lo denota anche dal linguaggio. Però, a quel poker perverso, io aggiungerei anche il fatidico quinto dito (medio) dello scrivere e del parlare con un glossario sempre più marziale. I tecnicismi, i gerghi, gli ordini e i paroloni di matrice militare di cui è intriso il nostro calcio, fanno letteralmente “capitolare” di fronte a un autentico regime sempre più improntato alla sopraffazione e alla più retorica aggressività.

    A partire da apertura delle ostilità, all’attacco, a barriera, blitz, bloccare, bomber, cannoniere, centrare, difensivismo, forcing, interdizione, manovra offensiva, muro, ostruzione, penetrare, pressing, prima linea, punizione, punta, fino al per nulla metaforico ultimo uomo… tutto lascia capire che la nostra guerra dei cent’anni è appena iniziata.

  11. Napolitano, ufficialmente rivolgendosi alla Nazionale: “Siete lo specchio del Paese”.
    Direi che a questo punto l’auspicio a moderare i parallelismi tra calcio e società è definitivamente chiuso (e perso).

  12. devo dire che questa volta sono veramente d’accordo con ogni parola del suo post, Giovanna. Ha proprio ragione.

  13. “Siete lo specchio del Paese”: quello di Napolitano era ovviamente uno wishful thinking, rivolto al Paese. Un incoraggiamento.
    Se il Paese fosse come la squadra, saremmo più bravi di Germania e Inghilterra e di quasi tutti gli altri nel mondo, USA e Cina inclusi. Secondi solo alla Spagna in Europa.
    Magari. ;-)
    (E tanta bravura, della squadra dico, non del Paese, è frutto di tanto lavoro individuale e collettivo. Bravi tutti.) (Nonostante i tanti difetti dei Buffon, Cassano, Balotelli & c.. Ma neanche Galilei era uno stinco di santo, neanche Caravaggio, neanche Ariosto, e neanche Einstein, per dire. Fatte le debite proporzioni, s’intende)

    E come negare, lo dico a Till Neuburg, che il gioco di squadra sia grandemente progredito di decennio in decennio negli ultimi 50 anni, ben documentati dai filmati (oltre che dai ricordi degli appassionati non troppo nostalgici della loro passata gioventù)?

    Ma cosa lo dico a fare?
    Quando tanti negano ciecamente o neppure si accorgono dei meravigliosi progressi del mondo degli ultimi 50 anni, in termini economici e civili, senza pari nella storia (nota) dell’umanità?

  14. ‪Robert Oppenheimer‬ sosteneva che gli ottimisti credono di vivere nel migliore dei mondi possibili, i pessimisti, invece, credono che sia proprio così.
    Condivido l’ultima affermazione, (per il resto non so nulla di calcio, quindi mi astengo. E mi chiedo cosa ci faccio in questo blog: si parla di nascita col filmato ospedaliero ed ecco che sono nato in anticipo e da solo, si parla di calcio e non ho mai visto una partita, si parla di maschi glabri ed io ho la barba…ma insomma! non me ne va bene una!)
    Devo però aggiungere alla constatazione di Ben che il termine “progresso” è da tempo scomparso dal linguaggio, ho il sospetto, anzi, che siamo in presenza di una parola vietata, sostituita caparbiamente da “crescita” e “sviluppo”. Sono convinto che incaponirsi su queste ultime, dimenticando il “progresso” inteso come crescita qualitativa e non (solo) quantitativa, in uno spazio finito, qual’è in nostro piccolo pianeta, non ci consentirà di aggiungere altri cinquant’anni meravigliosi a quelli appena trascorsi.

  15. @ guydebord
    Temo che per qualche decennio ancora, in quasi tutto il pianeta e anche nel nostro angolino, senza crescita economica (in termini di reddito medio pro-capite) non ci possa essere progresso civile. Non che la crescita basti, s’intende: condizione necessaria, non sufficiente.
    Però fra 50 anni chissà: ne riparliamo nel 2062? :-)

  16. Caro Ben, qui non posso fare a meno che irrompere sull’argomento “Crescita” – anche perché solo pochi mesi fa, sul mensile di Emergency, avevo scritto:

    “Immaginando uno scanzonato trio cabarettistico formato dal cardinale
    Bagnasco, dalla Binetti e da Giobbe Covatta, verrebbe spontaneo parafrasare la Genesi 9.1: “Crescete e complicatevi”. Oggi non c’è opinionista, sindacalista, economista o biblista del Vaticano e della Bocconi, che nei convegni e nei convenevoli dei talkshow non reciti con fare compulsivo il nuovo rosario della confraternita neocon: “Crescita crescita crescita…”

    Confermo: a furia di sentire questa ossessione liberista, dimentichiamo che al posto dell’incremento del PIL, dovremmo finalmente ripensare a una più equa ridistribuzione di quanto ora abbiamo già – gli spazi, il tempo, le competenze, le risorse economiche e naturali. Ciò di cui oggi dispone l’umanità, sarebbe largamente sufficiente per far vivere dignitosamente tutti quanti gli umani. Il tema è talmente ovvio, ma scomodo e ingombrante, che letteralmente non siamo più capaci a stare fermi per un solo minuto a riflettere su cosa stiamo quotidianamente sprecando, rubando, dilapidando – a noi stessi, agli altri, al pianeta.

    Da vecchio extracomunitario immigrato dal nord, lasciatemi dire che, in modo ancora più incisivo che altrove, oggi l’Italia poteva essere un paese sereno e benestante. Disponevamo di cinque altissime risorse che non c’erano in tale abbondanza in nessun altro posto del pianeta: 1) un’immensa ricchezza, bellezza e varietà paesaggistica, climatica e naturale; 2) il più variegato e più abbondante patrimonio storico e artistico del mondo; 3) una tradizione, sapienza e (di nuovo!) sensazionale ricchezza di gusti, sapori, materie prime e sapienze per eccellere nel cibo; 4) una tradizione scenica, urbanistica, architettonica e anche individuale addosso a noi, del bello, dell’armonia, della cura, delle attenzioni che ci aveva portati nei secoli a diventare una grande compagnia di teatranti, pronti a esaltare in ogni momento della vita il gesto, i toni, il buon gusto, il bello; 5) avevamo accumulato un patrimonio artigianale e manifatturiero che tutto il mondo ci invidiava: da come sapevamo trattare, trasformare ed esaltare – manualmente o con pochi macchinari inventati da noi – il vetro, il legno, i metalli preziosi, le stoffe, la carta, la pietra, il pellame, il rame, l’argilla, i pizzi, le piante, il marmo, le pellicce, le radici, il ferro, gli olii e i cordami… non avevamo dei seri concorrenti da nessuna parte del mondo.

    Se avessimo valorizzato, organizzato, promosso ed esaltato l’arte, il turismo, la ristorazione, lo spettacolo, il buon gusto e l’eccellenza artigianale, oggi non saremmo lì a piangerci addosso perché Marchionne e la sua cinica jeunesse dorée juventina, da anni non riescono più a contrastare nemmeno con un solo misero modello, i successi e la qualità dei tedeschi e dei giapponesi.

    Come sempre, Altan aveva capito tutto. Questa sua micidiale battuta è perfetta per descrivere uno scenario che solo pochi anni fa, credevamo riservato alle nazioni extraeuropee: “Un paese sottosviluppato deve avere manodopera a basso costo, sennò cosa lo sottosviluppiamo a fare?”

    Prima ancora di crescere, crescere, crescere, impariamo finalmente a valutare, misurare, organizzare, condividere… ciò che abbiamo in abbondanza: natura, storia, bellezza, fantasia, inventiva.

    Avevamo la Olivetti, le biciclette, gli elettrodomestici, l’Alfa Romeo, Cinecittà, le moto, la Scala, un artigianato di massimo livello. Se continuiamo a seguire ciecamente i dettami dei nostri dandy bocconiani, tra poco potremo dire goodbye anche alla moda, ai gelati, agli occhiali, al caffè, al design, alle alici con le puntarelle e al Brunello di Montalcino.

    Prosit! Cheers! À la Santé! Na Zdrowie!

  17. @ Till Neuburg
    “Ciò di cui oggi dispone l’umanità, sarebbe largamente sufficiente per far vivere dignitosamente tutti quanti gli umani.”
    D’accordo, se solo gli umani non fossero come sono.

    Per il resto, riguardo all’Italia, d’accordo su tutte le tue osservazioni, che sono ottimi suggerimenti per una crescita intelligente.

  18. @ Till Neuburg
    Mi chiedevo cosa ci sto a fare in questo blog, ora lo so: a leggere un commento eccellente, verissimo e che sottoscrivo totalmente. Grazie.
    Rodolfo Di Martino

  19. “… se solo gli umani non fossero come sono”.
    Aggiungo che a me vanno benissimo come sono, femmine e maschi.
    Non sono in grado di immaginare come potrebbero essere meglio di come sono, inclusa (in quel che sono) la loro capacità di migliorare e peggiorare mediante cultura ed educazione.

    guydebord, mi puoi tranquillamente arruolare tra gli ottimisti. :-)

  20. @ Ben
    allora siamo compagni di leva, ottimista lo sono anch’io. Diversamente sarei alla finestra a guardare il mondo e strapparmi i capelli.

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