Procter & Gamble: dopo le mamme, i bambini

È uscito ieri «Kids», il secondo spot della campagna «Thank you Mum» che l’agenzia Wieden+Kennedy ha realizzato per Procter & Gamble, partner dei giochi olimpici di Londra 2012.

Dopo «The Best Job», lo spot firmato da Alejandro González Iñárritu e costruito in modo impeccabile per commuovere un pubblico molto vasto (vedi Perché lo spot Procter & Gamble sulle mamme fa piangere), «Kids» è stato diretto dal regista Daniel Kleinman, è stato girato negli USA e in Gran Bretagna e ha coinvolto centinaia di bambini («circa 245 provenienti da 16 Paesi diversi», recitano i comunicati ufficiali), per mostrarli impegnati in sette diversi eventi olimpici.

Procter & Gamble, Kids

Bambini alle Olimpiadi? Certo – spiega il claim – perché gli atleti «agli occhi delle loro mamme saranno sempre bambini».

Ah.

Lo spot, già debole in sé, a confronto con «The Best Job» sparisce del tutto: non c’è tensione emotiva, non c’è trasformazione di cose né personaggi, non accade un bel nulla. Non c’è storia insomma e per giunta, avendo già visto il primo, ci aspettiamo dall’inizio che da qualche parte prima o poi spunti una madre. Che infatti puntualmente appare, un secondo prima del claim. Potevano risparmiarsi i 245 bambini, il regista e tutti i costi di produzione: se immagini una transizione in dissolvenza da un atleta adulto a un bimbo o viceversa, l’effetto estetico è diverso ma il concetto è quello.

6 risposte a “Procter & Gamble: dopo le mamme, i bambini

  1. Guarda che al 48′ secondo una mamma compare. Comunque sì, spot decisamente debole.

  2. Marcolinorules: eh, certo che l’ho vista. Esattamente come una si aspetta dall’inizio, compare la madre. E per giunta un secondo prima del claim. Dunque scontatissimo. Questo intendevo, non era chiaro?

    Ok, ho integrato il testo, precisando. Grazie.

  3. Io insisto da anni che fino a che P&G, che evidentemente è convinta che il bucato lo facciano solo le donne, non mi mette il bonazzo a torso nudo che stende i panni, non li trovo credibili come interlocutori. Ma poi è un parere privato, eh?

  4. Perché? Quale scopo? Non posso credere che P&G, sicuramente tra le grandi del marketing mondiale, abbia intrapreso il lancio del brand d’impresa senza essere certa che ne possano trarre vantaggio i brand di prodotto. Da qualche tempo P&G firma ogni comunicazione di prodotto, la Nestlé lo fa da anni anche sulle confezioni. Io non sapevo che Pantene fosse della P&G, scusate l’ignoranza, adesso che lo so e che so che P&G ha intrapreso una forte comunicazione per le Olimpiadi (pagando il comitato olimpico ovviamente) guardo il mio Pantene nella vaschetta della doccia e non dando nessuna importanza al fatto che sia P&G mi lavo i capelli. Però, nonostante lo giudichi un buon prodotto, continuo a lasciarlo sulle gondole se non è in promozione. Già io come molti altri compro solo quello che è in promozione, non credo affatto alle proteine, lisci e lucidi, o ricci splendenti, o riparazione garantita, compro uno shampoo perché mi debbo lavare i capelli, e adesso che so che è P&G continuo a lavarmi la testa come prima. La cosa più frequente che mi viene in mente mentre lo faccio è la canzone di Giorgio Gaber “Shampoo”, non mi viene nemmeno in mente Elisabetta Canalis (ad alcune donne forse quell’esempio rafforza la motivazione). Quanto mi piacerebbe sapere perché hanno fatto gli spot per le olimpiadi, anch’io come Giovanna Cosenza non ho visto niente, non c’é storia. Come dice Hayes Roth chief marketing officer di Landor (la società che ha creato alcuni marchi di P&G) “dopo una buona idea deve seguire la creazione di una storia credibile e rilevante”. W le Olimpiadi con o senza P&G, bimbi e mamme, è indifferente.

  5. Poi scusate, forse sono io ;) nelle sequenze iniziali, dopo la sfilata, ecco il bimbo con tanto di fede e orologio in evidenza che si toglie la cravatta (virile, impegnato, maschio) e la bimba atleta che con cura… sistema l’acconciatura. Mah.

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