Resiliency: sarà anche oggi un antidoto contro la crisi?

«Nel temperamento americano c’è una qualità, chiamata resiliency, che abbraccia i concetti di elasticità, di rimbalzo, di risorsa e di buon umore.

Una ragazza perde il patrimonio, senza stare a commiserarsi si metterà a lavare i piatti e a fabbricare cappelli. Uno studente non si sentirà svilito lavorando qualche ora al giorno in un garage o in un caffè.

Ho visitato l’America alla fine della presidenza Hoover [dopo la crisi del 1929], in una delle ore più tragiche della sua storia, quando tutte le banche avevano chiuso i battenti e la vita economica era ferma. L’angoscia stringeva i cuori, ma l’allegria e la fiducia splendevano nei volti di tutti.

Wall Street Crash!

Ad ascoltare le frasi che si scambiavano si sarebbe detto che era tutto un enorme scherzo. E se qualche finanziere si gettava dalla finestra, non posso impedirmi di pensare che lo facesse nella ingannevole speranza di rimbalzare.»

Paul Claudel

(Citato da Mario Calabresi, La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi, Mondadori, Milano, 2009.)

La fortuna non esiste cover

20 risposte a “Resiliency: sarà anche oggi un antidoto contro la crisi?

  1. anche in italiano, esiste il termine, è resilienza, ma lo utilizziamo in pochi, forse giusto i tecnici che studiano e tener conto della resilienza dei materiali, per le persone è molto poco sviluppata

  2. Per carità, massimo elogio a tutti coloro che non mollano mai e hanno la forza di rialzarsi e ripartire, specie in periodi come questo.

    Epperò, non sarebbe male che qualcuno dei nostri governanti si svegliasse, capisse che il problema è sistemico, e provasse a cambiare qualcosa nella sua struttura (tipo la finanza speculativa?).

    Altrimenti, la vita sembra uno di quei giochi alla Mai dire Banzai dove prima o poi, anche se sei bravissimo, cadrai anche tu nell’acqua.

  3. @serveuntavolo

    La resilienza consiste anche nello svegliare governanti che non si svegliano da soli, quando serva a noi per “rimbalzare”.

    Lascerei però stare la finanza speculativa: prendersela con lei è, in buona sostanza, come prendersela col termometro quando si ha la febbre, o con la febbre quando si ha la polmonite.
    Non so tu, ma io faccio parte della finanza speculativa, in quanto investo qualche soldo dove mi sembra più probabile guadagnarci o perderci meno. :-)

    Tieni conto che i gestori dei fondi pensione di una parte del mondo fanno appunto questo, nell’interesse dei lavoratori che gli affidano i loro contributi, cioè la loro futura pensione. Idem per altre centinaia di milioni di piccoli risparmiatori. Tutti legittimamente e giustamente interessati a speculazioni finanziarie quanto più possibile fruttuose. La finanza è speculativa, la differenza principale (non l’unica, ok) è fra speculazioni giuste, che ti fanno guadagnare, e sbagliate, che ti fanno perdere. E senza finanza, niente mutui e niente credito.

    Poi, c’è qualche problema di regolazione anche lì, e magari non piccolo, ma di per sé la speculazione finanziaria è cosa legittima e utile, nel mondo in cui siamo — cambiarlo in uno senza finanza speculativa sarebbe un’impresa titanica, a volerla compiere davvero, ammesso e non concesso che sia possibile e conveniente, durante la vita nostra e dei nostri figli.
    Progetti realistici sono sempre benvenuti, ma lamentarsi del mondo così com’è mi sembra proprio il contrario della resilienza elogiata da Claudel.

    E grazie Giovanna (e Calabresi) della bella citazione, che fa venire in mente “Dopotutto, domani è un altro giorno” di Rossella in Via col vento.

  4. Cominciamo a dire che il “turista” Claudel era un cattolico fervente che da giovane voleva farsi frate. Perciò i suoi bicchieri – sia francese che americano – sempre mezzi pieni, in realtà erano colmi di quel succo buonista (ma non necessariamente buono) che sa intensamente di vin santo, soldi e incenso. Era di famiglia danarosa, e ricco è rimasto per tutta la vita. Di mestiere faceva il diplomatico, anche ad altissimi livelli, in tante nazioni. Il crollo del 1929 l’aveva visto e commentato in qualità di ambasciatore francese a Washington D.C.

    La sua frase “L’angoscia stringeva i cuori, ma l’allegria e la fiducia splendevano nei volti di tutti”, è un autentico insulto alla realtà. Solo la vispa Teresa di Calcutta diceva castronerie a questo livello (es.: “Tutte le migliaia di poveri che sono morti da noi, alla fine hanno avuto la gioia di un biglietto per San Pietro”).

    Il cattobuonismo è una brutta bestia. Il poeta Claudel era talmente buono e poetico, che faceva rinchiudere in un manicomio sua sorella Camille (una scultrice di somma qualità), per gli ultimi trent’anni della sua vita tribolata. Dopo la sua carriera diplomatica, simpatizzava per il regime filonazista di Vichy. Come poeta, era partito da Rimbaud e dai simbolisti e, come loro, era terrorizzato dal materialismo e dalla modernità. Tutto lascia intuire che la sua devozione per la nobile Resiliency gli impedisse di sapere chi fossero Steinbeck, Dreiser, Lewis, Anderson, Faulkner, Dos Passos, Caldwell – per non parlare di Hammett e Chandler – insomma, cosa diavolo stesse succedendo in quel paese.

    Il “New Deal” di Roosevelt era senz’altro un cambio di marcia per la nazione. Ma FDR non era un accademico di mezzi misurini, griffato con palandre tirolesi. Era uno scaltro decision maker, un politico di razza che mai avrebbe sopportato al suo fianco un banker fallito e presuntuoso o una sciura che si presenta alla stampa mimando un song di Bobby Solo.

    Sono perfettamente d’accordo con Mario Calabresi quando dice che “la fortuna non esiste” – come, per contro, non esiste la sfortuna. Il 95 x 100 delle cose che succedono nella nostra società, sono riconducibili a decisioni umane (e disumane), mentre il restante 5 x 100 possiamo lasciarlo tranquillamente in leasing alla cosiddetta natura (terremoti, tsunami, uragani, siccità). Quando invece l’autore allude al coraggio di rialzarsi, vorrei capire se i suoi modelli sono Helen Keller, Zdenek Zeman, Charlot, Sandro Pertini, Oscar Pistorius, Mark Zuckerberg o Roberto Baggio, oppure i milioni di giovani italiani che rinunciano alle vacanze, all’auto, al consumismo, alle spinte, perché, testardamente, insistono a cercare un lavoro, una propria strada, un futuro per sé… e per i figli che non avranno mai.

    Dicendolo con un calembour, l’ottimismo è un’ottima cosa. È un energy drink che costa poco (al massimo una famiglia), fa piazza pulita col garantismo-sindacalismo-lassismo che neppure il più crucco Mastrolindo dell’efficienza Eurobond (“Mi chiamo Bond, Euro Bond”), potrebbe mai pro- e imporre ai bamboccioni di casa nostra che non aspettano altro che portare all’altare la Golf – e in camporella il SUV del babbo.

    Non me la prendo con l’autore di quel libro (domani vado a comperarlo) e tanto meno con chi non disdegna una spruzzata di colore nella nostra graphic novel sociale rigorosamente disegnata in black without white.

    Ma l’ottimismo di default, telecomandato dalla buona volontà, mi fa dire: Lasciatemi prima leggere le istruzioni… poi vi dirò.

  5. @Till Neuburg scrive: “Sono perfettamente d’accordo con Mario Calabresi quando dice che “la fortuna non esiste” – come, per contro, non esiste la sfortuna. Il 95 x 100 delle cose che succedono nella nostra società, sono riconducibili a decisioni umane (e disumane), mentre il restante 5 x 100 possiamo lasciarlo tranquillamente in leasing alla cosiddetta natura (terremoti, tsunami, uragani, siccità)”.

    Ottimo commento, ma gravissimo errore. Posso infatti anche al limite concordare che il 95% delle cose che succedono nella nostra società sono riconducibili a decisioni umane, tuttavia ciò che è fondamentale capire è che quelle decisioni sono prese da attori che non sei tu. Perciò la fortuna non solo esiste ma riguarda quasi tutti gli esiti delle nostre azioni, e proprio perché la quasi totalità delle decisioni le patiamo da parte di terzi e coinvolgono a loro volta altri soggetti anche a titolo casuale interferenza.
    In altri termini la fortuna è trovarsi nel posto giusto al momento giusto,quindi incontrare le persone e le idee giuste né troppo presto né troppo tardi – volendo escludere naturalmente ciò che invece è comunque fondamentale anche se non lo vorremmo: una fortunata genetica nei termini scarsamente modificabili e perfettamente casuali quali sono fisiologia, intelletto e longevità.
    Di solito chi nega l’importanza della fortuna nella propria esistenza, anche carrieristica, è prorpio quello che ne ha avuta di più e che per vanità tende a negare all’importanza del fattore C (chiamiamolo caso anche se culo è molto più evocativo) i suoi successi attribuendoli invece ai propri meriti di volontà, carattere e perseveranza. Un po’ come tuti quelli che dicono che la società è piena di raccomandati ma loro non lo sono di certo.

  6. Till Neuburg scrive così bene che riesce a sostenere o suggerire in modo molto convincente idee di scarso merito o di scarsa utilità.

    Della fortuna ha già detto bene Ugo. La vita di ognuno è costellata, a cominciare dal concepimento, di eventi fortunati e sfortunati, rispetto a quelli di altri. Non si capisce come il bilancio possa essere a somma zero, a lume di statistica e fuor di retorica laica o religiosa. Per me, ad esempio, il bilancio è stato assai positivo rispetto a qualcuno per cui so bene che è stato altamente negativo — Teresa di Calcutta e Till Neuburg permettendo.

    Poco importa, poi, di Claudel, della sua famiglia, e di tutti i mondi brillantemente evocati da Neuburg: quella citazione rende bene la capacità di reagire alla sfortuna e l’utilità di farlo; ed è difficile negare che si tratti di una virtù particolarmente valorizzata e diffusa negli USA; ed è pure difficile contestare — ma Neuburg ci riesce benissimo — che ce ne sia un certo bisogno oggi in Italia (dove pure non scarseggia, almeno qua e là), insieme a tante altre cose, ovviamente.

  7. @Ben scrive:” [...] Poco importa, poi, di Claudel, della sua famiglia, e di tutti i mondi brillantemente evocati da Neuburg: quella citazione rende bene la capacità di reagire alla sfortuna e l’utilità di farlo; ed è difficile negare che si tratti di una virtù particolarmente valorizzata e diffusa negli USA; ed è pure difficile contestare [...] che ce ne sia un certo bisogno oggi in Italia [...]”

    No, Ben, importa eccome. La mistica di un Paese che come gli USA avrebbe la virtù paradigmatica di reagire alla sfortuna è una colossale impostura che si nutre di casi (fortunati) singoli per spacciare una generalizzazione indebita. Per una storia di resilienza riuscita e pomposamente sbandierata dagli intellettuali interessati ce ne sono innumerevoli di caduta nell’abisso che troverai solo nei cimiteri invisibili della saggistica e della letteratura. Tra l’altro può essere utile far notare che in condizioni di scarsità di risorse il successo di uno è logicamente a danno di tutti gli altri. La fortuna del singolo è tanto più radiosa quanto più è oscura la sfortuna dei tuoi vicini e simili.
    Dare giusta collocazione alla posizione socio-culturale e al censo dalle cui prospettive Claudel gettava il suo sguardo sulla Grande depressione è un’operazione critica che demistifica una retorica ben precisa e utile alla classe dominante: è la colpevolizzazione del singolo, della sua accidia e della sua arrendevolezza e di qui l’esaltazione della volontà sul fato. Un modo strumentale per deresponsabilizzare le questioni sistemiche e se stessi qualora si occupi un ruolo dirigenziale nella società; un modo quindi di sedare in partenza le eventuali istanze di cambiamento generale riportando il successo o la sconfitta nella ricerca del benessere (perduto) alla somma algebrica dei singoli casi personali.
    Insomma, reagire alla sfortuna è questione di fortuna. Occorre infine aggiungere che la fortuna intesa come Legge del caso, lungi dal possedere natura metafisica, è tanto più importante quanto più basso è il numero di persone che dipendono dalle tue decisioni rispetto a coloro che quelle decisioni te le fanno subire. Il che implica che più ci si avvicina alla base della piramide sociale e più il fattore caso diventa fondamentale per la propria emancipazione e riscatto, e più ci si avvicina al vertice meno variabili casuali giocheranno contro di me.

  8. Scusatemi se non leggo tutti i commenti, ma questo resoconto d’epoca mi sembra perfettamente in linea con l’ottimismo del presidente Hoover che, mentre gli Stati Uniti precipitavano nella catastrofe del ’29, non si arrendeva all’evidenza. Ci volle un altro presidente, Roosvelt con il suo “New Deal”, perché la resilienza, come carattere peculiare della società americana, potesse essere messa a frutto.

  9. @Ugo

    d’accordo con quasi tutto, in particolare “reagire alla sfortuna è questione di fortuna”. Standing ovation da parte mia per questa frase, vorrei averla scritta io, davvero.

    Il mio punto è solo questo: è una fortuna trovarsi in un ambiente che incoraggia la reazione alla sfortuna.
    Coi miei due commenti ho cercato di essere agente della fortuna ;-) per i lettori del blog e per me stesso.
    Rispetto a questo intento (lo stesso che immagino abbia indotto Giovanna a proporre quella citazione), la biografia di Claudel può tranquillamente essere ignorata — anche perché scommetto che almeno il 90% di chi ha letto la citazione non conosce bene le vicende di Claudel, non si prenderà la briga di verificare i giudizi di Neuburg e sopravviverà a questa lacuna senza seri danni (fra cui io).

  10. Ben
    Ma se ogni frase ha senso per quel che è in sé, perché citare da altri e scriverne e riportarne in calce il nome? No, Ben. Chi cita Claudel lo fa per canzonarlo o perché ne apprezza la frase seriamente. E citandolo presuppone ed esorta il lettore a saperne di più. Perciò ha fatto benissimo Till Neuburg a ricordarci che quelle frasi in bocca a quel personaggio o sono idiozie o sono conservatorismi. Per usare un termine che li abbraccia sovente entrambi, non è che ipocrisia.
    Per quanto concerne Calabresi invece, non ne ho una grande opinione intellettuale. Quando dice cose giuste dice banalità e per il resto sembra il gemello riuscito e appena più presentabile di quell’altro filoamericano di Gianni Riotta. Sono persuaso che i due usino lo slang anche quando arrivano all’orgasmo.

  11. Till Neuburg, Ugo, Paolam. Ha fatto bene Till a chiarire alcune cose del contesto e dell’autore di quella citazione. Io mi ero almeno presa la briga di riguardarmi la biografia di Claudel, ma ho deciso di postare lo stesso quella citazione perché resta vero, come dice anche Ben, che la cultura americana favorisce questo tipo di cosiddetta “resilienza” e quella italiana meno, specie in questo periodo, in QUESTA crisi.

    Perché allora ho postato la citazione, pur senza apprezzare Claudel? Perché combatto tutti i giorni col pessimismo e disfattismo di giovanissimi ventenni a cui tocca a me infondere coraggio, voglia di fare, speranza. Giovanissimi che si lamentano per un nonnulla, senza minimamente rendersi conto che il peggio non l’hanno mai vissuto e forse potrebbe anche arrivare.

    E allora io mi chiedo sempre: fanno così perché il peggio in Italia ancora non c’è (non per loro almeno, che comunque si possono permettere di studiare a Bologna)? O sarebbero indolenti, passivi e lamentosi anche se cominciassimo a vedere anche qui, come nell’America del 2008-2009 che Calabresi racconta, intere città, interi quartieri (anche a pochi chilometri da Manhattan) di case abbandonate dalla middle class e invase da spacciatori di droga e ladri di rame?

    È un problema di differenza culturale o di differenza di privilegi e buona sorte? Quando scatta quel tipo di resilienza, che l’Italia ha pur sperimentato dopo la seconda guerra mondiale? solo quando arriva la fame vera? Forse.

  12. Bellissimo il tema, e bellissimi i commenti. Ho vissuto per qualche anno in quella maledetta retorica del successo personale, il (disgraziato) sogno americano. Un leftover di calvinismo, incrociato con un pezzetto di carita`pelosa cristiana e di occhi semichiusi sulle ingiustizie redistributive del mondo.
    Fatta la tara (enorme) alla frase di Claudel, di cui non conoscevo l`interessante biografia, rimane un piccolo pezzetto di verita`, che e`poi quello a cui accenna Giovanna. Vedo (come i miei colleghi) anch`io tanti (meno ora che sto in sabbatico) ventenni gia`vecchi, come se avessero vissuto una vita di stenti, arrendersi e lamentarsi delle difficolta` che si incontrano normalmente nella vita, figuriamoci in un periodo di crisi. Alcuni riesco a svegliarli e motivarli, molti altri finiscono a fare i tecnici del controllo qualita`. Bah.

    Riuardo alla fortuna, Ugo, ripercorro almeno settimanalmente con parenti e amici le 3-4 enormi botte di C che ho avuto nella mia vita. E saltano sempre fuori storie simili. La costante sembra essere che la botta di C va assecondata, e prima o poi bisogna saltare da quel ponte appesi solo ad una corda elastica. Di cui si conosca modulo di Young e resilienza, of course :)

  13. Io credo che la lamentela nasca dall’aspettativa troppo elevata. Occorreva dare mazzate sui denti quando i tempi erano ancora rosei invece di monetizzare a tutti i livelli con l’incentivazione del sogno altrui. Il minimo che può capitare a una generazione educata al successo è la depressione. Ma francamente non mi curo del disfattismo altrui perché applico un principio di carità verso coloro e so che ciascuno di noi è viziato nella misura in cui gli è (stato) permesso. Perché spiegare cosa sia la fame vera a chi non l’ha vissuta e non la potrebbe comunque capire? Quando arriverà ci penserà lei a ridimensionare sogni e aspettative, privilegi e tutto il dato per scontato micro e macro. In fondo anche la resilienza di cui parla Calabresi non è un dato genetico e non è culturale ma è contingente al contesto che vivi in quel momento. La resilienza dell’immigrato con famiglia numerosa che perde il lavoro non ha molta parentela né insegnamento verso l’upper class appiedata. Dato per scontato che il suicidio o l’inedia non siano comportamenti durevoli e maggioritari, in Italia anche l’ultimo degli indolenti muoverà il culo quando sarà davvero necessario. Quindi per rispondere all’ìinterrogativo di Giovanna: non c’è ancora abbastanza miseria.
    Però mi permetto di dubitare che la cultura americana favorisca questo tipo di resilienza né meno né più degli altri popoli. Incensa lo struggle for life ed è più brava a vendere il proprio cinismo arrivando a speculare con più efficiacia anche sulle narrazioni delle disgrazie altrui.
    Secondo me è l’ora di puntare un po’ di più sull’ingegneria sociale che sull’iniziativa personale.

  14. “… ha fatto benissimo Till Neuburg a ricordarci che quelle frasi in bocca a quel personaggio o sono idiozie o sono conservatorismi.” (Ugo)

    Ora forse capisco meglio da che cosa dipende il disaccordo fra me e altri sulla citazione di Paul Claudel. Mi sembra un punto interessante, perciò insisto.
    Alcuni (come Neuburg e Ugo) sembrano pensare che vi siano figure “negative” da cui non si possano trarre citazioni “positive”, come se tutto ciò che hanno detto fosse sbagliato o comunque comportasse inevitabilmente qualche significato negativo, imputabile mediante doverosa ermeneutica al citato e, di riflesso, al citante.
    Quindi, ad esempio, mai citare cose giuste dette da Stalin o da Mussolini, se non sei o non vuoi passare per comunista stalinista o per fascista, e se non vuoi fargli propaganda.
    In effetti questo è l’uso prevalente, che ha pure le sue buone ragioni (alcune le dice Ugo stesso). Però mi sembra che ne abbia anche di molto meno buone. Specialmente se esteso a figure, come Paul Claudel, che non sono neppure giunte a rappresentare il Male nell’immaginario collettivo, se non per censori piuttosto colti e inclini a giudizi sommari (pure doverosi in alcuni contesti).

    Il presupposto sottostante è che il mondo, specialmente quello delle figure pubbliche, si possa dividere in giusti e reprobi, buoni e cattivi maestri. Con una linea di confine inevitabilmente alquanto arbitraria e soggetta a mode. Ad esempio, per molti in Italia, Sandro Pertini sì e, immagino, Palmiro Togliatti molto meno. Alexis de Tocqueville sì e Edmund Burke no. Giovanni 23° sì e Giovanni Paolo 6° no. John F. Kennedy sì e Richard Nixon no. John Maynard Keynes sì e Milton Friedman no. E, per prudenza, un Limbo dove parcheggiare, per dire, De Gasperi e Mao Ze Dong.

    Non so se sia solo per effetto di mie idiosincrasie che, in questa lista molto improvvisata, i citabili siano quasi tutti santini dell’immaginario “di sinistra”, con più o meno merito. Come se lì ci fosse un tacito Indice dei citabili e dei non citabili. Un Indice che riflette la storia, non lo nego, con le sue inevitabili tortuose parzialità. Ma pur sempre un Indice.
    (E mi tocca precisare che sono di sinistra, col fastidio di doverlo dire per prevenire obiezioni fuori bersaglio).

  15. @Ben
    No, Ben, il tuo discorso, che io condivido, non si applica né al mio giudizio né a quello di Neuburg. Non mi passerebbe nemmeno dall’anticamera del cervello di liquidare TUTTE le affermazioni di un autore in base a una presunta positività o negatività generale del personaggio in funzione della compatibilità con i miei valori . Non sarei che un ottuso.
    Il punto è che se Claudel avesse parlato di vino, bellezza dell’ipotiposi, architettura e sessualità, o tempi di cottura del brasato, la sua opinione sarebbe stata vagliabile per quel che è la varietà del de gustibus.
    Ma nel momento in cui una persona intravede “allegria e fiducia splendere nel volto di tutti” in un contesto storico come la Grande Depressione urge cercare di capire quali lenti indossasse chi pronunciava quelle parole. Se a parlare in questo modo è un ricco consevatore baciapile, permetterai che inerentemente a questo suo giudizio io ne mostri i limiti, corroborati tra l’altro da tutta la serie di dati storici su quel periodo. E concluderei che date le caratteristiche del parlante, quell’uomo descrivesse con il prosciutto negli occhi di chi crede e vuol credere a un suo personale concetto di Provvidenza cristiana, di cui il popolo americano riusciva a cogliere le occasioni offerte dal Signore, il cui disegno, com’è noto, non possiamo afferrare. Un popolo Giobbe, al dunque, capace di resistere alle prove della vita con la fede e il carattere di chi conosce la Verità della vita.
    Io (e Till) non denigriamo quindi Claudel a prescindere, ma facciamo attività critica per capire quanto quell’uomo potesse davvero comprendere la società che descriveva.
    Non sarai mica tu invece a voler legittimare una descrizione, il cui descrittore (di)mostra evidenti limiti, solo perché sei propenso a pensarla nello stesso modo?

  16. Ugo, ok sui limiti di Claudel, che personalmente neanche a me piace, per quel che me lo ricordo — anche se non mi sembra che quei limiti emergano dalla citazione, se non artatamente desumendoli da un eccesso di retorica.
    (E’ poi vero che apprezzo lo spirito d’iniziativa, che l’ho riscontrato forte in USA e che per questo apprezzo la sostanza di quella citazione. Mica con questo esalto la cultura USA nel suo complesso, coi tanti suoi difetti e perfino orrori!)

    Chiuso (per me) questo argomento, aprirei però quest’altro, che pure mi sembra importante: nel determinare il grado di resilienza umana e sociale, ANCHE i fattori culturali contano.

    Ho esperienza diretta di un paese dell’Africa dove la povertà, anche nei suoi aspetti distruttivi, viene subita con rassegnazione, nonostante vi siano le risorse materiali per porre rimedio a brutti guai. La cultura del “Hakuna matata” (“nessun problema” in Swaili), con tutti i suoi pregi, ha proprio questo effetto in parte negativo, di scoraggiare quella resilienza.

    Per accennare a un altro esempio, il luogo comune sulla natura ANCHE culturale della diversa resilienza dei friulani, degli emiliani e dei siciliani del Belice ai disastri sismici, non mi sembra senza fondamento.
    La cultura in cui cresci è parte della fortuna e sfortuna che hai.

    Tu dici “la resilienza … non è culturale ma è contingente al contesto che vivi in quel momento.”
    Ma il contesto è ANCHE culturale, e anche la componente culturale del contesto conta, poco o tanto a seconda dei casi, rispetto alle componenti materiali, strettamente economiche. Quanto contino oggi in Italia, nel determinare la crisi e il suo possibile superamento, componenti materiali e culturali, non è facile da stabilire.
    Nel dubbio vale la pena giocare su entrambi i fronti. (Nell’immediatezza della crisi, molto più urgentemente sull’ingegneria sociale, d’accordo, ma con un occhio al cambiamento culturale di lungo periodo e alle misure che possono facilitarlo.)

    Se l’aspetto culturale non contasse niente, perché mai staremmo ogni tanto a discutere della crisi in questo blog? :-)

  17. a margine
    Non amo e non ragiono in termini di fortuna o sfortuna, preferisco il caso e la necessità del vecchio e bistrattato Democrito (ripreso da Monod nell’omonimo e fondamentale testo). E non credo in nessuna forma di pre-destinazione, anche se ho visioni teleonomiche.
    È da un po’ che mi interrogo su resistenza (mi spezzo ma non mi piego) e resilienza (mi piego ma non mi spezzo). Per qualche tempo ho pensato che la resilienza, la capacità di essere flessibile e adattativo, fosse un vantaggio, fosse cosa buona e giusta. Ora comincio a credere che questo mio atteggiamento può essere utile ad altri ma non a me e essere determinante per la mia, ma sì, diciamolo per una volta, sfortuna. Ma, allora, essere resiliente è un fatto positivo, un antidoto alla crisi, e se sì, per chi lo è? Anche per me?

  18. @ guydebord

    Resilienza è una metafora (dalla fisica alle cose umane) che ha i suoi limiti. Più che “piegarsi”, magari anche spostare un po’ il punto di applicazione dei propri sforzi, cambiare leggermente contesto e mira…

  19. Tillneuburg: grazie. Nulla da aggiungere.

  20. Ciao a tutti, ho trovato una definizione del pedagogista Andrea Canevaro che mi è piaciuta molto: http://www.comunicazioneconsapevolezza.org/2012/08/lavoro-liquido-e-resilienza.html. Buon meritato riposo a Giovanna e a tutti i lettori del blog! :)

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