Se i politici pagano per andare in tv

La vicenda dei consiglieri della Regione Emilia-Romagna che hanno pagato per avere spazi nelle televisioni locali (non marcati come messaggi promozionali) ha suscitato in questi giorni un dibattito nazionale (nei limiti della disattenzione ferragostana).

Riprendo le attività del blog pubblicando l’intervista che mi ha fatto in proposito Silvia Bignami di Repubblica Bologna, apparsa il 14 agosto. Ci rileggiamo lunedì.

Intervista Cosenza 14 agosto 2012

UN PESSIMO MESSAGGIO AGLI ELETTORI. COSENZA: I POLITICI PAGANO PERCHÉ SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE

«QUESTA vicenda dimostra che far vedere la faccia in tv ancora conta, e molto». Sono vittime di una sindrome da «campagna elettorale permanente» i consiglieri regionali che si rincorrono per farsi intervistare sulle tv locali, pagando coi fondi regionali per le loro “ospitate”.

Giovanna Cosenza, docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi, ragiona sul filo tra comunicazione e politica e ammette di «comprendere» la necessità dei politici regionali di garantirsi spazi di visibilità sulle emittenti locali. Il guaio è se gli spazi non sono segnalati come messaggi promozionali, e se vengono pagati coi soldi pubblici: «Così – spiega – si ottiene l’effetto comunicativo contrario: cioè quello di politici che in un periodo di crisi spendono i nostri soldi per farsi pubblicità. Un messaggio pessimo».

Professoressa Cosenza, l’ha stupita, da docente di comunicazione, questa faccenda dei politici che pagano per farsi intervistare in tv?

«Trovo molto positivo che comportamenti come questo escano allo scoperto, perché si alza il livello di consapevolezza del telespettatore. Ma non mi ha stupito, perché conosco bene l’esigenza dei politici di comparire in video.»

Cioè?

«Oggi viviamo in una campagna elettorale permanente: essere sempre in video consente alla gente di abituarsi alla tua faccia. Così, quando arrivano le elezioni, gli elettori ti conoscono già. Capisco i politici che vogliono farlo, ma se lo fanno devono “marcarlo”, segnalare che quello è un messaggio promozionale, non un’intervista. Solo il pubblico più “sgamato” o politicizzato cambierebbe canale.»

Qui c’è però l’aggravante che le interviste sono pagate con soldi pubblici.

«Infatti, e questo è un elemento non da poco, che fa sì che l’effetto comunicativo si ribalti. Il messaggio di chi spende soldi pubblici per farsi pubblicità è pessimo.»

Tra l’altro, con 300 euro di intervista, i politici creano un circuito per cui vengono poi “ripresi” pure da agenzie e giornali.

«È vero, ma questo ha a che fare con l’autoreferenzialità tipica dei media. Se anche ci fosse l’avviso che si tratta di un messaggio a pagamento, ma fosse una comunicazione degna di nota, i giornali e le agenzie lo riprenderebbero ugualmente.»

Tra coloro che hanno pagato per le interviste c’è anche il grillino Giovanni Favia. Spicca la contraddizione con Beppe Grillo, che raccomanda ai militanti di non andare in televisione, ma di comunicare attraverso la Rete.

«È curioso il comportamento di Favia. Ma è una favola che i grillini usino solo la Rete. In realtà usano “anche” la Rete. La loro informazione è soprattutto sul territorio. E anche in tv, dove appaiono tanto. Lo stesso Grillo nasce in tv, e gli anatemi contro la tv hanno l’effetto di farcelo andare ancora più spesso.»

È un caso che tutti i consiglieri regionali che hanno pagato per farsi intervistare vengano da Palazzo d’Accursio, dove c’è più visibilità che in Regione?

«In generale non è un caso, perché in Comune c’è maggiore attenzione all’effetto “campagna permanente”.»

Ha stupito anche il fatto che i politici confessassero come una cosa normale questa pratica.

«Questo accade perché se si crea un “sistema” per cui si fa così, è molto difficile poi scardinarlo o sottrarsi. Finché c’è uno solo che paga per le interviste, anche gli altri, per non scomparire, tenderanno a farlo.»

Il Pd però non l’ha fatto.

«Onore al merito, questa è una buona notizia, ma è vero anche che loro governano, e hanno più spazi di visibilità.»

A proposito di questo, la Regione compra spazi nelle tv locali per piccole trasmissioni autoprodotte sul lavoro dell’ente. Su Internet, questi filmati hanno più “non mi piace” che “mi piace”. Conviene tanto tutta questa comunicazione?

«Mi verrebbe da dire di no. Anche in questo caso però non conta il contenuto dei messaggi, ma la “ripetizione” del messaggio, che è alla base di qualunque pubblicità. Più ascolti un assessore, più ti entra in testa, più, chissà, potresti votarlo.»

Silvia Bignami

14 risposte a “Se i politici pagano per andare in tv

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  2. Salve. Avevo già espresso questa idea rispondendo a un post precedente: sono più che convinto che le dichiarazioni di Grillo sulla presenza degli esponenti del movimento in tv sarebbero, in questo momento, materia caldissima per qualunque studioso di comunicazione in quanto sottintendono tutta una serie di ragionamenti possibili sul rapporto tra “vecchi” e “nuovi” media e sul dibattito che si costruisce intorno a questo rapporto.
    L’ultima dichiarazione, quella di ieri proprio riguardo al caso Giovanni Favia, è “Pagare per andare in televisione per il MoVimento 5 Stelle è come pagare per andare al proprio funerale”. Capolavoro di intelligente (ma soprattutto furba e ben celata) ipocrisia? Magari si…
    La situazione, comunque, mi sembra che sia questa:
    – Un infantile quanto cieco determinismo logico vuole che essere “PRO rete” debba significare meccanicamente essere CONTRO la televisione. Non sto qui a riportare quelle che secondo me sono le tante distorsioni, e forse anche i pericoli, che questo dualismo assolutamente insensato porta con se. Basti dire che tutto questo riesce facilmente a intercettare tutte le forme dello storico snobismo nei confronti del “vecchio” mezzo catodico.
    – Grillo quindi apparentemente usa questa bandiera ideologica (notare che, date per morte le ideologie politiche, ora le ideologie sono quelle dell’appartenenza mediatica) in questo senso, quello più populista :”La tv è vecchia, non è democratica, ospita la casta, noi siamo gggiovani, siamo per il web”. Ok.
    Tuttavia nel caso del Movimento 5 Stelle questo atteggiamento nasce da una giusta intuizione applicata come parte della strategia comunicativa, del tutto legittima e apprezzabile se vista in questa ottica: la sovraesposizione televisiva (l’unica forma di presenza, tranne rarissimi casi), soprattutto in questo momento e in Italia, produce immediatamente un effetto uguale e contrario, cioè “brucia”, inflaziona l’immagine di chi in tv ci va, soprattutto se si tratta di politica e soprattutto nei casi in cui il talk show, il poiltainment riesce, come riesce, nel miracolo del parlar male del suo stesso mezzo, esporre gli ospiti come freaks da baraccone da abbattere a suon di insulti, passare per la forza vendicatrice del popolo ma contemporaneamente come colpevole “in quanto tv”, il mezzo del diavolo.
    “Troppa confusione, troppa carne al fuoco” sembra dire più genuinamente Grillo. In effetti, in questo quadro, l’unica via è fare del Movimento un fantasma televisivo, una presenza-assenza, molto più presente dei presenti, che aleggia nei discorsi e che ricopre il ruolo del Contraddittorio con la C maiuscola, quello che non parla perché ha sempre ragione. Punto.
    In questo senso Grillo sembra aver capito una cosa fondamentale, molto più sottile e intelligente del semplice snobismo nei confronti del mezzo televisivo: nell’epoca dell’iper-comunicazione, molto spesso la strategia giusta è fatta più di sottrazioni che di aggiunte. C’è un unico problema. Il fantasma, perché aleggi, bisogna evocarlo o provocarne l’evocazione. È per questo che il Movimento 5 Stelle calca sempre la mano quando si tratta di insultare la televisione. Di fatto usa un tono, un ragionamento di stampo populista per difendere una strategia comunicativa che sarebbe vincente anche senza il ricorso ad argomentazioni populiste.
    Ed è un caso piuttosto curioso.

  3. Autocorrezione “politainment”…

  4. Il punto qui non è andare o non andare in tv, bensì spendere dei soldi pubblici per pagare degli spazi televisivi allo scopo di propagandare la propria immagine. Il punto è che forse, questo, non ci indigna neanche più di tanto…

  5. Considerazioni estive di un ignorante (Attilio A. Romita)
    Penso che su questo tema si incrocino tre argomenti importanti:
    1. L’autopromozione in TV
    2. Grillo, il grillismo e la protesta continua
    3. Grillo e la Rete come nuovo strumento di comunicazione.
    1. Da sempre tutti i politici hanno cercato la visibilità, chi tagliando un nastro di una iniziativa sovvenzionata, chi offrendo una mini consulenza a fronte di una “marchetta”, chi sovvenzionando una rete locale con la pubblicità di una società amica che poi poteva avere un ritorno economico. In pratica sempre soldi nostri per pagare l’esposizione della propria faccia.
    2. Grillo ha fondato la sua fortuna sulla critica continua su tutto e, con il poeta, potremo dire “ddi tutto disse male fuorchè di Cristo, scusandosi col dire non lo conosco”. La protesta continua ha sempre avuto un successo rapido e, subito dopo, una veloce discesa nel silenzio….il Grillo urlante presto perderà la voce!
    3. L’intuizione di Grillo è stata di sfruttare un nuovo strumento di comunicazione per apparire innovatore, moderno ed aggiornato contro una politica che aveva una età media vicina alla mia (74 anni). Per far questo ha approfittato di tutti gli strumenti che la rete gli offriva per far apparire la sua voce ascoltata da tanti. Anche in questo caso Grillo ha pensato che alzare la voce e dichiarare tanti seguaci fosse sufficiente per essere autorevoli. Poi qualcuno ha fatto qualche controllo e, malgrado gli squittii del colpevole e le minacce di querele, si è saputo che aveva semplicemente raddoppiato le cifre.
    Infine una ultima nota su notazione su questi esperti urlatori. Uno di loro è stato eletto sindaco e tutti, in quella città, gli corrono dietro per sapere quando sarà in grado di iniziare a fare quello che ha promesso: tra il dire ed il fare, dice la saggezza popolare, c’è di mezzo il mare.

  6. Io continuo a credere che il tema sia un altro: che fine fanno i soldi che un cittadino versa allo Stato attraverso le tasse? Se servono a pagare la pubblicità che un individuo fa a se stesso per procurarsi un posto di lavoro ben pagato, beh, non credo abbia senso pagarle… “In pratica sempre soldi nostri per pagare l’esposizione della propria faccia”. Beh, è ora di dire basta. Che vogliamo fare?

  7. Bentornata e grazie dell’informazione.

  8. Mi pare però che in tutto ciò si sia calcata poco la mano sulla correità dei media, che non solo stanno al gioco ma l’hanno creato e lo gestiscono con pari responsabilità dei cugini politici, parimenti commensali allo stesso desco.
    Il politico paga, i media incassano. Il primo non potrebbe perpetuare la propria carriera senza visibilità e quindi farà leggi di volta in volta che succhino dalla tassazione le risorse di cui abbisogna. Abolisci il finanziamento pubblico ai partiti via referendum? Et voilà! Lo chef legislativo metterà mano alla ricetta e conierà il rimborso elettorale: nome diverso, stessa minestra. Simili, digestione e rettale risultato.
    Del resto se così non fosse il politico potrebbe essere eleggibile solo a patto di essere già finanziariamente pingue o verrebbe ricattato da attori che lo finanzierebbero in seno al principio del do ut des. E d’altro canto i media dovrebbero mangiare di sole copie vendute, ascoltatori intercettati, pubblicità introitate di conseguenza. Ma poiché questa dieta non li sfama, nonostante si voglia aggiungere il contributo pubblico, il giochino è d’uopo anche per loro.
    Si potrebbe citare Obama e il suo moderno autofinanziamento da charity elettorale con mailing list curata fino al minimo dettaglio. E ci si sbaglierebbe perché anche per lui, come per tutti, il finanziamento più cospicuo viene dall’impresa. Alla fine della fiera non v’è uscita possibile che rappresenti un compromesso accettabile (nel senso di non suicida) da parte di chi è già all’interno del sistema politico vigente. Tutto apparirebbe come rinuncia inaccettabile oltre al fatto che, come ha detto bene Giovanna, esplicitare che per l’esistenza di quella comparsata mediatica si stanno usando soldi pubblici equivarrebbe a pagare per farsi pubblicità negativa.
    Si è tentati di ritenere che sia un problema di accountability, di trasparenza comunicativa verso gli elettori su chi finanzi cosa e perché. Tuttavia ciò non pare possibile. È appurato che l’italiano non finanzia più le iniziative del proprio partito come un tempo (anzi, non le finanzia per niente, e giustamente, avendo votato tral’altro un referendum dall’esito plebiscitario per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti) e che i partiti sono diventati progressivamente macchine costosissime per mantenere il consenso interno più che esterno – il costo invece per tenere fuori dall’arena nuovi competitors è nullo, in quanto tutto il parlamento è univocamente, legislativamente e permanentemente alleato in questo intento. E per quanto riguarda la soluzione dell’imprenditore che finanzia il partito o il singolo politico, invocando per entrambi la massima trasparenza possibile? Sogno adamantino, questo. In un Paese con il tasso di corruzione come il nostro l’imprenditore non ha nessun interesse a finanziare pubblicamente una politica, e il programma che incarna, in quanto riceverà individualmente molto di più finanziando la tangente di volta in volta, e con l’assicurazione di un risultato raggiungibile per sé contro una speranza auspicabili per tutti.

    Qui sotto l’ombrellone mi viene da fare un mea culpa ammettendo la mia ottusità. Non capisco infatti perché in Italia abbiano sempre ottenuto consensi le vulgate antiliberiste e anticapitaliste alla luce del fatto che il marcio del nostro sistema non è dipeso dalla loro spietata applicazione ma dallo statalismo più autentico declinato al clientelismo corporativo, tanto per usare due termini abusatissimi ma non per questo meno veri. Proprio dal sistematico uso privato di risorse pubbliche, e quindi da una filosofica e riuscita invasione del concetto di Stato, è giunta la metastasi.
    Che stranezza. Si criticano (a ragione) quotidianamente sistemi economico-sociali di cui siamo però gli ultimi interpreti e paradossalmente da noi avrebbero addirittura funto da contropotere se non da antidoto ad altri problemi.Come chi critichi la pratica dell’esercizio fisico perché classico dei sistemi totalitari facendo parte di un popolo di obesi continuamente a rischio infarto.
    Mah.

  9. I finanziamenti pubblici ai partiti sono il problema, ma nessuno vuole modificare la “formula”. C’é chi si appella all’uguaglianza, alle pari opportunità, altri fanno riemergere lo spettro del ricco che entra in politica e “compra” tutto e tutti. C’é la legge sulla pubblicità a pagamento per la politica con l’obbligo della dichiarazione e la stessa regola c’é il altri settori. Nel caso specifico non si tratta di pubblicità, ma di una trasmissione di “servizio d’informazione” con un conduttore che certamente non può essere tacciato più di altri di partigianeria e/o interesse, visto i 100 € che Pattacini prende per ogni trasmissione (dichiarazione del suo editore). Come dovremmo commentare i denari spesi dai vari telegiornali e trasmissioni RAI a cui paghiamo il canone (oltre ai denari che arrivano in viale Mazzini dalle nostre tasse). Qualcuno potrebbe dire che la SIPRA non prende soldi, ma il denaro pubblico della RAI è comunque speso a favore di una persona o se preferite di un’idea. C’é una differenza amministrativa, ma qual è la differenza etica? E se parliamo di etica giornalistica come dovremmo commentare i giornalisti di Mediaset a partire dai decenni del TG4, compreso quelli che da Mediaset sono andati a fare trasmissioni faziose in RAI. Qualcuno dirà che Santoro è compagnia bella sono faziosi, si è vero, ma Santoro dichiara di essere fazioso e afferma il diritto di libertà d’opinione, diritto che hanno anche tutti gli altri sempre che lo dichiarino. Cosa è più subdolo o trasparente, pagare o influire al fine di …? Nel caso specifico di 7 Gold, chi ha pagato per essere in trasmissione e chi ha preso il denaro, dovrebbero o potrebbero dichiararlo in qualche modo per esempio con una semplice frase già usata in altri settori regolamentati: “Questa trasmissione è stata realizzata con il contributo non condizionante di (nome di che ha avuto il beneficio e ha pagato). Quello che però continua a stupire è il rapporto che i politici, da quelli di livello nazionale in giù, hanno con i media. Avere visibilità conta molto se il prodotto c’é ed è comprensibile e utile a chi lo deve “consumare”. Da quello che si vede pare proprio che i partiti non abbiano un prodotto da vendere, o perlomeno non quello che i loro cittadini desiderano, o se volete non si capisce quale sia attraverso queste ospitate e questa “visibilità”. Grillo ha un certo successo e ha ottenuto importanti risultati alle amministrative non perché ha utilizzato la rete, ma perché ha cavalcato il vuoto lasciato dai partiti, nonostante la loro enorme visibilità. Lui ha un prodotto da vendere che si chiama rabbia. La rete ha dato una mano, ma forse hanno fatto di più i tanti comizi e la sua “rabbia condivisa”. I media cercano e vivono di notizie, le notizie costruite a tavolino durano 24 ore, le notizie su quello che veramente è accaduto influenzano l’audience e hanno una durata o producono dibattito a seconda dell’interesse del fatto, non della notizia in se. Se l’uomo politico facesse delle cose che fanno notizia non avrebbe bisogno di pagare per comunicarlo, avrebbe i giornalisti alle calcagna, gratis. Secondo alcuni studi sul ROI dei media la TV ha un ritorno sugli investimenti intorno al 5%, gli eventi con pubblico dal vivo circa il 38%, la rete può dare molto, ma in proporzione a quanto si da alla rete, nulla nasce dal nulla. Nel nostro paese, in generale, la cultura specifica delle “tecniche” di comunicazione è scarsissima, senza strategia senza tattica, senza obiettivi perseguibili. I politici dovrebbero chiedersi che cosa stanno “vendendo” prima di organizzare il come venderlo. Di solito quando un’azienda non stabilisce una relazione condivisa con il proprio consumatore, non fornisce un prodotto che possa stare sul mercato e comunque fa tanta pubblicità, finisce per fallire in fretta se non cambia direzione, cioè propone un prodotto migliore. Secondo alcune ricerche gli spot in televisione sono per il 60% “invisibili”, le trasmissioni di politica hanno un risultato nullo, cioè mantengono il consenso che hanno sulle persone che condividono le idee del politico, non spostano nessuna convinzione che fosse loro contraria prima della trasmissione. Le industrie buttano milioni di € in comunicazione che non serve a nulla, i partiti pure, ma purtroppo in questo caso i denari sono i nostri. Un’industria può investire meglio modificando prodotto e comunicazione, ma nel caso della politica il problema non lo si risolve migliorando le strategie di comunicazione o aumentando la trasparenza, ma modificando sostanzialmente la legge sul finanziamento dei partiti.

  10. Sono d’accordo, tranne sul fatto che Grillo abbia fondato il suo successo sulla rabbia. Dietro ai suoi sostenitori c’è molto più della rabbia (che poi io definirei indignazione, restituendole quella sfumatura positiva che ha l’ira quando si scatena contro qualcosa di percepito come profondamente “ingiusto”), o meglio, c’è una rabbia che non si limita a scatenarsi per distruggere, ma che si organizza per proporre. E non parlo del Grillo-personaggio che strepita dal suo blog, ma parlo di tutte quelle persone che si sono animate improvvisamente credendo di poter agire all’interno della piccola realtà locale, interessandosi di piccoli problemi concreti, di quelle liste civiche che ritengono di poter partire dalle piccole cose dei piccoli comuni, rinunciando a quel principio che recita “il pesce puzza dalla testa”, accantonando le discussioni sui massimi sistemi e provando a partire dal basso, per vedere se dal particolare si può piano piano risalire fino ad un quadro più generale… Io credo che Grillo abbia fondato il suo successo su questo genere di illusione.

  11. Grazie per l’approfondimento della notizia.

    E’ poi davvero vera la notizia che il PD non agisce ugualmente?

    Oggi sembrano pubblicati articoli che dicano il contrario. Qui:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/18/bufera-in-emilia-romagna-anche-pd-pagava-interviste-coi-soldi-pubblici/327997/

    Buona vacanza e buon ritorno al lavoro.
    Ciao.

    Marco

  12. Ricciocorno schiattoso, riguardo il pagamento delle ospitate in trasmissioni “d’informazione” il punto è la trasparenza, se si paga sia come rimborso spese, sia per qualsiasi altra ragione, nella trasmissione bisogna dichiararlo. Il fatto che i partiti spendano soldi pubblici riguarda la legge sul finanziamento pubblico dei partiti. E’ legittimo che vengano spesi per fare propaganda, vengono dati proprio per questo. Se tu ritieni che ciò sia disdicevole o peggio devi criticare la legge, anche secondo me dovrebbe essere profondamente modificata, o eliminata, ma al tempo stesso occorrono regole sul conflitto d’interessi e altro che non permettano ai ricchi di andare al potere solo perché hanno i soldi per farlo. Marco e Matteo, se il PD lo ha fatto il problema rimane la trasparenza, non la facoltà di spendere il denaro delle sovvenzioni. Se lo ha fatto occorre chiedersi, nel caso, perché anche loro hanno omesso di mettere anche in sovrimpressione la frase obbligatoria per legge sugli spot e altri media? Volevano far credere che quello che si diceva (domande e risposte) era frutto del giornalista e del politico? Nascondere il fatto che il pagamento in qualche modo potesse far passare il messaggio più come propaganda che come informazione? O è stata una “disattenzione”?

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