Zagrebelsky, l’ingenuità e i media

Oggi su Repubblica Gustavo Zagrebelsky torna sulla questione che nei giorni scorsi l’ha visto contrapporsi a Eugenio Scalfari, da una parte e dall’altra dei due schieramenti politico-mediatici che si sono formati nelle ultime settimane: o con i magistrati di Palermo o con il Presidente della Repubblica. Ho già scritto, sia sul mio blog sia sul Fatto Quotidiano, quanto penso sia nocivo fomentare tifoserie del genere, specie in questo momento in Italia.

Né Scalfari né Zagrebelsky, ovviamente, vogliono fomentare un bel nulla. Non certo nei termini perentori e banalizzanti cui la questione è stata ridotta da molti (inclusi giornalisti): o di qua o di là. Perché il problema è più complesso, i loro articoli sono lunghi e pieni di distinguo, e così via. Cose che ho giò scritto qui.

Il problema è che, mentre loro disquisiscono in modo raffinato, chi di costituzione e cavilli giuridici capisce poco e nulla, finisce per firmare appelli, inveire, sparare sentenze nei bar, negli uffici e su internet: o con Napolitano o con i magistrati di Palermo. E fa tutte queste cose «anche» in conseguenza delle disquisizioni fra Scalfari e Zagrebelsky. O almeno delle semplificazioni che gli arrivano.

Pensando alla mia riflessione su quanto siano sempre trascurati, in Italia, i meccanismi di funzionamento della comunicazione di massa, trovo interessante che oggi Zagrebelsky si definisca «un vero ingenuo», per difendersi da chi l’ha accusato (più o meno esplicitamente) di «falsa ingenuità»:

Giornali

Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo – in sostanza, un ipocrita – perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo.

E immaginando una possibile obiezione sul fatto che sia compito dell’intellettuale assumersi responsabilità politiche e sociali, dice:

Forse che l’attività intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pólis.

L’implicito è che dall’esercizio dell’attività intellettuale sia esclusa la capacità di riflettere su come funzionano i media, a cui pur si affidano i propri pensieri. E come funziona, più ampiamente, il sistema di autoreferenzialità mediatica che, di titolo in titolo, di articolo in articolo, di servizio in servizio, continua a girare in tondo fomentando la contrapposizione che lo stesso Zagrebelsky non vuole.

Detto questo, credo che Zagrebelsky su questa storia sia stato un «vero ingenuo», proprio come ha scritto. Prova ne è che abbia firmato l’appello del Fatto Quotidiano, un appello che certo non dimostra la stessa pacatezza analitica che Zagrebelsky frequenta: «Stato-mafia, pm accerchiati: la nostra raccolta di firme per rompere il silenzio».

18 risposte a “Zagrebelsky, l’ingenuità e i media

  1. Premetto che condivido la sua prospettiva. Quello che non mi é chiaro peró Prof., é la sua contro-proposta. Mi spiego meglio: quale sarebbe la giusta forma di comunicazione di un non-ingenuo che vuole esprimere le proprie opinioni senza venir categorizzato in un contesto mass-mediatico? Grazie!

  2. “Né Scalfari né Zagrebelsky, ovviamente, vogliono fomentare un bel nulla.” (Giovanna Cosenza).
    Non mi sembra così ovvio, almeno riguardo a Zagrebelsky. Il fatto che Z. abbia firmato l’appello di una tifoseria, come Giovanna stessa rileva, sembra deporre nel senso contrario, cioè proprio nel senso di una non ingenuità. Tira il sasso, dice di non volere affatto scatenare la folla, e poi si unisce alla folla scatenata dal suo sasso. Boh?
    (Sarebbe poi questa l’accusa di Scalfari da cui Z. si dichiara ferito.)

    Aggiungo che l’ampollosa oscurità della prosa di Z. alimenta i miei sospetti di scarsa onestà intellettuale.
    (Con questo non intendo affatto suggerire che Scalfari sia un angioletto. ;-) )

  3. Mi correggo: il sasso di Zagrebelsky non ha scatenato la folla dei tifosi (130.000!), che aveva cominciato a scatenarsi già prima, mi sembra.
    Però il sasso di Z. l’ha certamente incoraggiata a persistere nella sua tifoseria = firmare l’appello “tifoso” che Z. stesso ha firmato.

  4. Giovanna scrive: “Il problema è che, mentre loro disquisiscono in modo raffinato, chi di costituzione e cavilli giuridici capisce poco e nulla, finisce per firmare appelli, inveire, sparare sentenze nei bar, negli uffici e su internet: o con Napolitano o con i magistrati di Palermo. E fa tutte queste cose «anche» in conseguenza delle disquisizioni fra Scalfari e Zagrebelsky. O almeno delle semplificazioni che gli arrivano.”
    Scusami Giovanni, ma non capisco. Cosa dovrebbero fare i cittadini elettori, tra l’altro in un momento di crisi e intolleranza alla casta come è quello che stiamo vivendo? In sostanza, al bar in ufficio o in internet le persone pur semplificando colgono comunque la verità della posta in gioco: il Presidente della Repubblica, massima istituzione rappresentativa di tutti gli italiani, è o non è nel privato soggetto alle stesse leggi di ciascuno? Che detto in altri termini è porsi se l’art. 90 della Costituzione (perseguibilità giuridica del Presidente della Repubblica) sia compatibile con l’art.3 (parità giuridica) e l’art.24 (tutela della difesa giuridica).
    Se le persone non capiscono e semplificano che male c’è? La pluralità dei media serve a questo, no? A fornire argomenti ai propri tifosi che popolano le curve dello stadio della vita, non certo a far cambiare loro curva o ad uscire dallo stadio – altrimenti chi li paga i giornalisti? Se i tifosi fossero competenti avrebbero, o sentirebbero l’esigenza di perseguire, una laurea a tema, e quindi un desiderio di competenza e non solo di competizione.
    Tra qualche giorno il “conflitto” costituzionale tra Presidenza della repubblica e Magistatura sarà mediaticamente sostituito dall’arrivo delle piogge, dal dibattito sulla legge elettorale, dai nuovi palinsesti autunnali dei talk show, dal fallimento della dieta a zona nel controllare il peso, dalla fellatio di qualche soubrette…
    Né Zagrebelsky, né Scalfari, né tu o altri muoverete di una virgola l’opinione delle fazioni in campo sul tema dell’abuso della magistratura sulla politica o della politica sulla magistratura. E poi perché parlano e scrivono tutti coloro? Poiché sanno di parlare a persone perlopiù non competenti, e che tra l’altro anche se competenti non sono tenute a essere parte in gioco all’intepretazione costituzionale del caso, allora essi scrivono per scrivere, per salario e vanità e il problema lo creano loro.
    Come ci hai insegnato spesso il butto e il bello dei mass media è che non hanno memoria, quindi puoi dire ciò che vuoi dando per scontato che non puoi controllare la pluralità interpretativa di ciò che dai loro in pasto – e comunque ha ragione Zagrebelsky: a certi livelli e per certe questioni non puoi porti il problema se l’ignorante ti strumentalizza; non puoi rispondere delle perversioni altrui. Perciò la colpa è da ascrivere ai media che decidono di costruire una notizia e la settimanalizzano per i propri scopi commerciali e siccome ciascuno di loro copre lo spettro delle opinioni, l’iperbole della propria e la demonizzazione di quella altrui è un buon criterio di sopravvivenza ecologica nell’ecosistema dell’informazione. Facciamoci il favore di considerare i media come dei pusher e i loro utenti come tossicodipendenti: uno fornisce la dose in relazione al bisogno dei loro consumatori e poi s*i innesca l’autocatalisi che si rafforza da sola e così facendo i problemi si risolvono per sostituzione e non per superamento. Così quando il tema del momento sarà diventato il tema dell’altro ieri, fuori dai riflettori le parti in gioco troveranno una soluzione al conflitto costituzionale.
    Potrei sbagliare, ma non so dove, e per questo anch’io ti chiedo cosa proponi nella tua critica.

  5. Parto dall`intervento di Ugo. La posta in gioco non e` quella che indichi riguardo al Presidente della Repubblica, cioe` se nel privato e` o non e` soggetto alle leggi di ciascuno. Guardiamo ai fatti. Il Presidente e` stato intercettato indirettamente. Dalle intercettazioni, a detta della Procura di Palermo nulla esiste di rilevante per quanto attiene alle indagini che si stanno compiendo. Finis. Si sta montando una campagna secondo la quale il Presidente sta attaccando, isolando, delegittimando, massacrando la procura di Palermo.Basta leggere sui blog di tutti i giornali, a parte la rasccolta di firme del Fatto. Chi sta compiendo questi misfatti e con quali atti? Se poni la domanda c`e` un silenzio tombale. Che altro c`e` da dire? Mi riconosco completamente nell`intervento di Giovanna Cosenza e aspetto che passi la tempesta. Di cui questo paese non ha bisogno.

  6. Tutto molto interessante. Mi limito ad un esempio che mi riguarda da (troppo) vicino. Lavoro nelle ricerca, e mi capita spesso di leggere sui media articoli ipersemplificativi su questioni assurdamente complesse, tipo la metagenomica, l`epigenetica, l`efficacia degli antibiotici, etc.
    In quel caso, non vedo soluzione. Il giornalista scrive una cazzata, o perche` non capisce o perche` semplifica. In certi casi si dovrebbe proprio evitare di scrivere (es. OGM), perche` non e` possibile spiegare in una mezza pagina di giornale le sottigliezze del caso. Che fare? Rifiutarsi di comunicare la scienza? Mandare anche i lavapiatti a studiare ingegneria e biologia? Quello che propongo e` un silenzio selettivo. Dove c`e` consenso, e dove si presume che la semplificazione non possa fare troppi danni (chesso`, la missione su marte, la biologia dei cani, la metereologia), si puo` lasciare campo libero, anche ai giornalisti di Panorama.
    In altri casi, i ricercatori dovrebbero comunicare le loro scoperte/teorie (al di fuori della stampa specializzata) solo dopo una seria ethical review, per evitare che un articolo (poi ritirato) sulla memoria dell` acqua diventi il principale sostegno a migliaia di stregoni omeopatici.
    Puzza di censura, lo so, ma non mi viene in mente altro. Oppure, come dice Ugo, basta accettare il fatto che il clamore e l`attenzione durino alcuni giorni o settimane, e considerare i media di massa come un fastidioso rumore di fondo. Prof., dibbattito? :)

  7. D’istinto sarei per la proposta censoria di Enrico Marsili, ma credo che sia impossibile: non si può vietare che si dicano cazzate e falsità, e neanche arginarle mediante leggi e norme.
    Semplicemente perché tutti in buona fede di cazzate e falsità ne diciamo e scriviamo continuamente, in ogni campo. E chi mai potrebbe bloccarle, o distinguere fra buonafede e malafede?
    (Si può solo in casi ristrettissimi, dove menzogna e malafede sono evidenti, dimostrabili e dimostrabilmente dolose nei confronti di qualcuno, come ad esempio le calunnie patenti.)

    Diamo quindi per scontato che nei media, come nella vita ordinaria, stupidità e falsità abbondino e non si possano sanzionare, eccetto casi estremi, tutto sommato rari.

    Restano tuttavia, mi sembra, due compiti enormi:
    1. Sviluppare le capacità di discernimento di tutti. Qui ovviamente conta sprattutto la scuola, a cominciare dai livelli più alti: dottorati di ricerca, che formano chi poi formerà gli insegnanti, e a scendere a cascata fino ai livelli inferiori, fino alla scuola elementare e dell’infanzia.
    2. In più, facilitare lo sviluppo dell’informazione meno scorretta. Come, non so. Mi sembra un tema difficile, e quello qui più pertinente. Anche se molto meno importante del primo.
    Dico anch’io, come Ugo: “potrei sbagliare, ma non so dove.”

  8. Trovo molto interessante l’articolo e i primi commenti che ha generato.
    Non sono d’accordo con Ugo quando dice ” comunque ha ragione Zagrebelsky: a certi livelli e per certe questioni non puoi porti il problema se l’ignorante ti strumentalizza; non puoi rispondere delle perversioni altrui”.

    L’intellettuale (e il suo staff) come lo scienziato (e il suo staff) non possono barricarsi dietro la complessità della propria interpretazione/scoperta lasciando in pasto ai “media pusher” (cfr. Ugo) la semiosi illimitata del proprio pensiero. Pertanto, l’ingenuità (vera o presunta) di Z. è inaccettabile perché il ruolo dell’intellettuale/scienziato moderno non deve limitarsi alla scoperta/interpretazione e alla sua pubblicazione sulla rivista del cenacolo dei saggi, ma diventa fondamentale (oggi più di ieri) che lo scienziato/intellettuale contribuisca efficacemente alla divulgazione del proprio pensiero in maniera efficace. Per fare questo é necessario conoscere bene i meccanismi e le regole della comunicazione di massa.

    Abbiamo bisogno delle indicazioni degli intellettuali e delle ricette dei tecnici ma le loro teorie/ricette devono essere sapientemente confezionate (da esperti della comunicazione) per limitare i danni della misinterpretazione dei media.

  9. @Maurizio
    Forse anche a lei non è chiara la questione. Come abbiamo già mostrato nell’altro 3D, ci sono contraddizioni a livello Costituzionale.
    L’intercettazione del Presidente non è penalmente rilevante per lui ma per l’altro intercettato sì e comunque l’art.24 della Costituzione dà a quest’ultimo il diritto di difesa, tra cui potrebbe esserci il contenuto dell’intercettazione che quindi non può essere eliminata unilateralmente secondo questo principio. L’idea di Napolitano di chiedere il parere formale della Corte Costituzionale su chi debba decidere lo statuto privato o politico del suo discorso sembra non aver recepito il precedente parere del 26 maggio 2004. n. 154 (per il caso del presidente della Repubblica Cossiga contro i senatori Sergio Flamigni e Pierluigi Onorato) in cui a decidere è la magistratura e non il parlamento. Perciò ha ragione Zagrebelsky a dire che nel momento in cui Napolitano, e l’istituzione che rappresenta, ha le idee poco chiare a riguardo – a parte l’evidente contraddittorietà interpretativa che la lettura costituzionale ha generato tra Parlamento, Governo, Magistratura, PdR – il fatto di sollevare simile questione incorre nella gaffe di delegittimare la magistratura e l’intepretazione normativa che ha applicato sulla scia della (già) pronuncia della Corte.
    Perciò quel che scalda l’uomo della strada, non senza ragione, è se il Presidente della Repubblica possa usare i suoi poteri per cancellare l’intercettazione che appartiene anche come strumento difensivo all’imputato intercettato (Mancino) e di riflesso rechi nocumento al potere giudiziario che del merito e del metodo ha già, per la sentenza della Corte, la competenza legittima. Quindi la posta in gioco è quella che ho detto: se questo non rappresenti un’asimmetria davanti alla legge tra Pdr e cittadino comune. Perché il cittadino si accalora in una guerra per bande? Ma perché è diventato intollerante e puntiglioso per quel che concerne i privilegi delle caste.
    Infine Zagrebelsky e Scalfari non sono ingenui ma fomentano consapevolmente – e quindi fanno il loro mestiere (il primo era presidente della Corte che si espressa nella sella sentenza n 154. del 2004, il secondo è un giornalista e per mestiere serve consciamente o no l’interesse del suo editore). Perché fomentare con la scusa di spiegare? Ma perché sanno benissimo che sebbene le decisioni della corte costituzionale dovrebbero essere intoccabili alle emozioni del momento, in realtà un fortissimo movimento di opinione a riguardo può esercitare una decisiva pressione su di essa. Tale pressione è tanto più necessaria e efficace per portare acqua al proprio mulino, qualunque esso sia, quanto più la deduzione costituzionale si avvicina al paralogismo normativo perché in tal modo il recepimento della sentenza ne risulterà più o meno legittimato. Si dirà che le sentenze della Corte sono l’intepretazione corretta per legge. Ma allora perché la Presidenza della Repubblica ha sollevato una questione che per la Corte poteva dirsi chiusa in partenza?
    Insomma, generare pressione mediatica non è inutile. Sopratutto quando la Corte, come in questo momento, è chiamata a dare un’interpretazione estremamente soggettiva, e contro la soggettività già espressa delle altre istituzioni, in quanto la Costituzione sul tema di come trattare un’intercettazione casuale in cui i due cittadini hanno status giuridico diverso è affatto contraddittoria (e quindi ex falso sequitur quodlibet) o muta (e quindi ex nihilo omnia).
    Chiaramente io non sono un addetto ai lavori, quindi il mio parlare ha il solo scopo di dimostrare una potenziale prospettiva dell’uomo della strada.

  10. @Ermes
    E perché l’esperto di comunicazione dovrebbe aiutare il processo traduttivo tra esperto e volgo? Solo l’esperto può scrivere della sua materia e decidere quale e quanta riduzione farne in relazione alla compresnibilità del suo lettore.
    Tuttavia questo è un pio sperare. Se infatti si potesse far capire all’uomo della strada quel che richiede anni e anni di competenza specifica, vorrebbe dire che la competenza specifica è un bluff e i percorsi formativi sono una truffa a vantaggio di chi vi insegna. Poiché così non è, ne segue che gli esperti della comunicazione hanno il solo scopo di formare gli esperti a scrivere i loro articoli insegnandoli i trabocchetti della comunicazione di massa. Niente di più – ma non è poco.
    Per quel che concerne la semiosi illimitata del lettore, è qualcosa che non puoi controllare. Che poi non capisco per quale motivo si debba ridurre questioni complesse a una massa pretendendo che tutto le sia cognitivamente accessibile. È un non sense, teorico e pratico: noi viviamo in un modello di società specializzata in cui ciascuno di noi è (o dovrebbe essere) esperto in qualcosa al prezzo di essere mediamente inesperto in tutte le altre. Voler far diventare tutti esperti è impossibile (tranne che per i frattali, la mappa non è il territorio!) e da ciò conseguerebbe che ciascuno accettasse la propria incompetenza delegando, che poi è il verbo centrale della democrazia moderna, a chi sia esperto per definizione. Per questo esistono le università, i centri di ricerca, i luoghi acconci, e i dibattiti che hanno per scopo il dibattito stesso hanno la loro sede.
    Infine molto caos affligge la tematica dell’integrità dell’intellettuale, da Benda a Bobbio, Da Gramsci a Eco, da Calvino a tutti gli altri (si conisglia la visione de La notte di Antonioni, che a mio parere è il film più significativo di un’epoca in cui la cultura si fa industria e con l’industria deve fare i conti,nel bene e sopratutto nel male).
    Se per torre d’avorio si intende l’intellettuale ricco borghese che scrive per gli iperurani avendo a mente un mondo che non esiste, sono tutti concordi nella critica e quindi tirar fuori ancora una volta questo stereotipo vuol dire attaccare facili fantasmi e sviare l’attenzione dagli scheletri negli armadi che li hanno generati. Zagrebelsky (parole giuste nell’uomo sbagliato) spiegava l’ingenuità nei termini dell’onestà della propria verità e di come non debba tener conto delle distorsioni che immancabilmente altri ne faranno a proprio uso e consumo oltre all’implicità intraducibilità d Più spinoso è chiedersi se questa onestà della propria verità sia possibile in un sistema che della cultura fa commercio. Ma siamo ormai in abbondante off topic.

  11. Il punto toccato da Ermes e da Ugo mi pare cruciale, per questa e molte altre discussioni in questo blog.
    Se — concordo con Ugo — solo gli esperti possono valutare in modo competente quasi tutte le questioni di interesse pubblico (dal nucleare alle intercettazioni), che fine fa la democrazia?

    Delegare, d’accordo. Ma con quali criteri, se non siamo in grado quasi mai di valutare le conseguenze delle nostre ingenue ingenue preferenze da incompetenti?
    Come decidere a chi delegare, se bisogna tenere conto non solo delle buone intenzioni dichiarate dai candidati alla delega, ma anche della realizzabilità e delle conseguenze delle intenzioni che ci appaiono più attraenti, ma potrebbero risultare poi funeste?
    Tema enorme, cruciale per la comunicazione politica, mi pare.

  12. Dovrò postare usando due commenti. Mi scuso fin d’ora per la lunghezza…
    Dunque penso che sia giusto, aldilà del fatto che sia o meno il caso di questa specifica questione “magistrati di Palermo vs. Presidente della Repubblica”, denunciare una certa ignoranza da parte delle istituzioni pubbliche circa il funzionamento dei meccanismi mediatici (si parlava anche della coscienza o meno da parte di Napolitano delle conseguenze delle proprie dichiarazioni). Naturalmente intendo compresa anche la situazione, ricorrente secondo me, in cui non si tratti di ignoranza “passiva”, cioè dettata da poco spirito di osservazione, poca “educazione” alla comunicazione, o semplicemente poca intelligenza, ma di ignoranza “attiva”, cioè “conosco bene le eventuali conseguenze delle mie dichiarazioni ma me ne infischio perché ho degli interessi specifici nel farlo, oppure è proprio in quelle conseguenze che sta il mio obiettivo”.
    Ma una conoscenza approfondita dei meccanismi del sistema mediatico deve in qualche modo implicare anche un certo grado di indipendenza da essi, un distacco vigile, che potemmo anche definire “nobile”, soprattutto se stiamo parlando del comportamento, pubblico, delle ISTITUZIONI PUBBLICHE. In realtà “indipendenza” qui è un termine troppo idealista, farei meglio ad utilizzare un concetto residuale, ovvero: Le istituzioni pubbliche non devono essere SCHIAVE, o altamente condizionate, dal funzionamento del sistema mediatico. Credo di non correre il rischio di risultare un demagogo se dico che almeno parte del sistema (mediatico) è gravemente malato. Dall’autoreferenzialità alla tendenza alla riproduzione di stereotipi, dagli effetti negativi di eccessive semplificazioni alla spettacolarizzazione del non spettacolarizzabile, il sistema o, usando un’espressione che mi piace parecchio, l’ecosistema mediatico è capace di grandi cose se gli viene data in pasto una dichiarazione che si ritiene “calda” in un dato momento.
    Allora, posto che, anche se starà a noi tutti lavorare per un futuro cambiamento di rotta, non è previsto che ciò accada entro un breve lasso di tempo, posto cioè che il sistema mantiene le sue caratteristiche ed è lui (si, lo immagino cattivello e antropomorfo) il primo ad avere un funzionamento indipendente che tutt’al più può essere conoscibile tramite svariati mezzi dell’intelletto, è responsabilità delle istituzioni pubbliche CONOSCERE questo funzionamento PER GOVERNARE la propria posizione, o la propria, se vogliamo, “strategia di presenza” nel mondo mediatizzato, e non esserne governate. E iniziare ad avere, nei confronti dei media, questo atteggiamento di consapevole autorevolezza, anziché quello odierno di irrequieta e infantile meraviglia (i media vengono trattati come si tratta la magia, cioè come qualcosa di più potente di noi e della nostra capacità di discernimento), significherebbe fin da subito iniziare ad evitare tante “scivolate” dettate da una forma speciale, tutta contemporanea, di frenesia che spessissimo vedo all’opera, per esempio, nella gestione della comunicazione da parte di istituzioni locali e realtà mediatiche importanti della mia regione: il COMUNICARE per COMUNICARE.
    Faccio un esempio di mancata indipendenza dal sistema mediatico da parte delle istituzioni pubbliche…(lo so sto scrivendo troppo, spero mi si perdoni, almeno solo per il fatto che di solito faccio interventi brevi, prometto di non essere mai più così lungo :-) ):

  13. Sono di Genova. Il 4 novembre 2011 come saprete un’alluvione devastante ha trasformato alcune vie della mia città in veri e propri fiumi in piena, uccidendo sei persone e mettendo a soqquadro almeno due interi quartieri centrali. Le scene a cui ho assistito quel giorno, tornando a casa, assomigliavano molto a un buon set per un tipico film catastrofico. Tutt’ora molti esercizi commerciali stentano rivedere la luce. Le cause…in generale mancata cura del territorio, nella specifica contingenza ritardo storico nell’attuazione alcune opere indispensabili per la sicurezza nei casi di precipitazioni eccezionalmente abbondanti, come lo “scolmatore del Bisagno” etc. L’ottimo giornalista Ferruccio Sansa se ne occupa da anni e certamente ne saprebbe parlare molto meglio e molto più nel dettaglio di me. Ma non è su questo che mi voglio concentrare…
    Qualche giorno fa un previsore de il meteo.it, Antonio Sanò, aveva lanciato un allarme “bomba d’acqua” che a giorni dovrebbe abbattersi su Genova, con queste parole:
    «Nella notte tra sabato e domenica e in particolare tra le 5 e le 8 del mattino una “squall line”, ovvero una linea di tempesta, scenderà dalla Lombardia verso l’Alessandrino fino a colpire Genova. Possibili 50 litri su metro quadro anche in 10 minuti». Non sto a dire delle mie reminiscenze su QUANTO POCO tempo basti a un fronte d’acqua per creare, a Genova, situazioni di pericolo.
    Torniamo al 4 novembre 2011. Ricordo che subito dopo il disastro le prime pesanti polemiche che erano uscite riguardavano il fatto che alcune delle vittime sono state sorprese dalla piena mentre erano intente in normali attività quotidiane che un’allerta di livello massimo avrebbe forse potuto scoraggiare, se non impedire (per esempio sono stati fatti uscire dalle scuole tutti gli alunni, proprio durante l’alluvione e forse proprio in virtù del disastro imminente, che furbizia!). L’allora sindaco Marta Vincenzi, colpevole secondo me e secondo tanti altri di non aver diramato PRIMA un chiaro comunicato di allerta meteo del livello massimo, il che corrisponderebbe giustamente a un “fermi tutti dove siete, fino a cessato allarme tutti in casa o negli edifici in cui vi trovate”, nei giorni successivi al disastro dimostrava di aver capito molto bene la lezione, in lacrime forse anche per il rimorso, una delle sue poche dichiarazioni pubbliche che ho apprezzato nell’arco di cinque anni suonava pressappoco così :”Ci dobbiamo abituare all’idea che il clima globale sta cambiando, che la situazione della nostra città, almeno fino a quando non verranno terminati i lavori di messa in sicurezza, è a rischio ogni volta che viene una pioggia eccezionale, d’ora in poi non dovremo più avere il timore di creare dei facili allarmismi nel diramare comunicati di allerta massima. È un cambio di mentalità che ci dobbiamo imporre, imporre PRIMA la massima prudenza ai nostri cittadini in certi casi sarà un modo per evitare altre vittime in futuro”.
    Saggezza, al grado zero e in ritardo, ma saggezza. Mi sembra di ricordare che avesse tirato in ballo, come paragone, anche un certo tipo di “mentalità dell’emergenza” che ormai da anni si è instaurata in alcune zone degli Stati Uniti, dove il rischio di calamità naturali è frequente. Sembra, ma sembra, che sia stato aggiornato il sistema del “protocollo” di intervento in caso di emergenza e che sia stato chiaramente codificato il sistema dei vari gradi delle “allerte meteo”, di cui lo ammetto non so nulla, non so cosa voglia dire un’allerta 1 piuttosto che un’allerta 2, e non lo so anche perché, aldilà di molte dichiarazioni di intenti a riguardo, il mio comune non è ancora stato in grado di comunicarmelo (no, in questo caso non sono io a dovermi muovere).
    Ora, a distanza di pochi mesi, arriva il “previsore pazzo” quello che non ti aspetti, quello de il meteo.it, che mette tutti sull’attenti dicendo che arriverà la famosa bomba d’acqua nella notte tra sabato e domenica.
    I vari previsori liguri (che vanno da semplici, ma professionalissime, associazioni di appassionati a veri e propri organismi pubblici deputati al monitoraggio del clima) NON SMENTISCONO le forti precipitazioni in arrivo, anzi le confermano, ma attraverso vari canali iniziano a scagliarsi verso di lui, dandogli dell’allarmista, lo trattano come uno stregone maligno invocando la formula magica che dispensa da qualunque presa di posizione, ed ecco che rispunta il “facile allarmismo”.
    Ed eccoci nel SISTEMA MEDIATICO.
    Tu hai fatto l’errore IN QUANTO io posso dire che fai del facile allarmismo, tutto si sposta sulla comunicazione quando la comunicazione non c’entra nulla, le previsioni infatti fino a prova contraria sono un fatto tecnico, quando l’unica cosa saggia da fare sarebbe mantenere un atteggiamento cauto, non criticare nessuno sulla previsione di un evento ALEATORIO che potrebbe smentire CHIUNQUE e semmai fare in modo che le istituzioni adottino l’atteggiamento, paranoico se vuoi, ma estremamente saggio, che si erano ripromesse di adottare appena qualche mese prima in casi come questo. Stando a quelle promesse e all’evidenza tragica della devastazione di quei giorni, io mi aspetto che le istituzioni non stiano tanto a guardare alle conseguenze mediatiche delle proprie dichiarazioni allarmistiche, mi aspetto che ragionino così: Sono la Regione, vado dai previsori dell’ARPAL (l’agenzia a questo deputata per la Regione Liguria) e gli chiedo “dimmi un po’ com’è questa perturbazione? Ci sono dei rischi che sia particolarmente violenta? Si? Ci sono? Bene, per precauzione dirameremo un’allerta meteo massima per quelle due ore in cui potrebbe verificarsi”…sono il Comune di Genova? Faccio la stessa cosa.
    E invece, anche questa volta, per non creare “facili allarmismi” NON VA COSI’. So che qualcuno dirà che applico un’interpretazione perversa, ma la mia traduzione del pensiero inconscio dell’istituzione che si piega al sistema mediatico, che ne ha PAURA, è questa :”Siccome viviamo in un sistema mediatico che crea allarmismi inutili su tutto e di continuo (ndr. ed è vero) noi vogliam fare la figura di quelli misurati, che non si piegano a queste basse tecniche da infotainment. Noi siamo quelli cauti, misurati, eleganti”. Pensiero da “comunicatore scafato”…solo che qui non si tratta di Comunicazione, di piattaforme sociali su cui bisogna fare bella figura. Qui siamo di fronte ad un’istituzione che non prende precauzioni perché “ne abbiamo abbastanza di facili allarmismi”. Si capisce la distorsione della cosa, no? Siccome il sistema mediatico è malato, crea di continuo facili allarmismi, ogni estate ci dice che quella in corso è la più calda da 200 anni, noi ci svincoliamo da questo inelegante atteggiamento.
    Come se la coda di paglia per gli allarmismi mediatici fosse da considerare un onere condiviso. E no, non ci sto.
    Dichiarazioni del Comune: Allarme smentito.
    Dichiarazioni della Regione: Allarme smentito.
    Forse per il riscaldamento climatico è giusto considerarsi tutti un po’ dei cattivi scolari rimandati a settembre, ma voglio pensare che in comunicazione si possa fare, razionalmente e secondo le proprie opinioni, che sono sempre legittime, la distinzione tra buoni e cattivi.
    E la Regione Liguria e il Comune di Genova non devono avere paura di scatenare “bombe mediatiche” nel diramare allarmi alla popolazione. La loro POSIZIONE MEDIATICA devono governarla con auotrevolezza, non subirla.
    Io mi chiedo…a Genova, in base all’esperienza, farebbe più danni una bomba mediatica o una bomba d’acqua?

  14. @Ben
    Infatti è lungi da me difendere la democrazia, che tecnicamente rappresenta per definizione la media algebrica dei singoli. Ma poiché abbiamo visto che ciascuno al massimo è esperto in UN campo professionale, ne risulta che per tutti gli altri contribuisca a determinare di volta in volta il risultato decisivo di maggioranza e questo giocoforza tenderà logicamente alla mediocrità. L’illusione di fondo della democrazia consiste nel considerare i singoli individui capaci appunto di essere o diventare esperti in tutto ciò che si presta a un voto decisionale o almeno capaci di delegare chi lo sia nello specifico – ma questo è un paradosso, in quanto per decidere chi meriti la nostra delega in un determinato campo occorre essere esperti in quel campo, altrimenti il giudizio è casuale o figlio del giudizio altrui, e quindi nega la validità di un sistema a maggioranza basato sull’autenticità di ogni singolo voto come autodeterminato.
    Ad ogni modo le mie sono tutte questioni oziose visto che nella pratica la democrazia viene costantemente disinnescata dalle élites di ogni settore e istituzione, che con mille stratagemmi tengono fuori i processi decisionali dall’anarchia del suffragio universale mass mediatico.

  15. @Ugo @Ben

    Vorrei ricondurre il dibattito su una questione che entrambi sfiorate senza centrare. Ugo parla di traduzione intersemiotica mentre Ben parla di delega. Il mio passaggio metteva in evidenza l’importanza della “costruzione del messaggio” che non per forza deve passare da una traduzione (dipende dal contesto, dal target e dal messaggio stesso) e in pochissimi casi ha bisogno di seguire un iter di delegazione.

    Continuo a ritenere inaccettabile che un opinion leader che scrive sui giornali, firma petizioni online, pontifica agli incontri di massa si nasconda dietro l’ingenuità del sapere duro e puro. Ritengo necessario e indispensabile che l’intellettuale come lo scienziato nel momento in cui diventa personaggio pubblico e sceglie il viatico della divulgazione deve conoscere le regole del gioco. E se crede in quello che professa dovrebbe fustigarsi per una scorretta interpretazione del suo messaggio e chiedere il supporto agli esperti della comunicazione.

    Infine, vorrei chiudere con una provocazione. In una società iperspecializzata (come ricorda Ugo) è difficilissimo trovare l’esperto di due/o più ambiti. Il bravo medico non sarà un bravo avvocato, il bravo costituzionalista non sarà un bravo designer, …. ma perché tutti si arrogano il diritto di essere dei bravi comunicatori?

  16. @ermes scrive: “Il mio passaggio metteva in evidenza l’importanza della “costruzione del messaggio” che non per forza deve passare da una traduzione (dipende dal contesto, dal target e dal messaggio stesso) e in pochissimi casi ha bisogno di seguire un iter di delegazione.”

    Intendiamoci: I) se non si ha bisogno di un iter di delegazione vuol dire che ogni messaggio di qualsiasi materia è in grado di costruire nella brevità del suo testo un lettore modello capace di decidere sulla materia stessa senza delegare a chi venga da lui considerato più esperto e competente. Il che non è possibile perché implicherebbe i limiti di ciò che si è precedentemente scritto.
    II) La traduzione intersemiotica è necessaria comunque, o si ritiene che un ‘equazione (fisica, chimica, economica…) parli già di per sè? Già è difficile capire qualcosa della divulgazione scdientifica migliore, scritta dai migliori, comprata intenzionalmente di tasca e propria e diluita in centinaia di pagine.
    Ma anche così non si impedisce ai media di continuare ad appellare il bosone di Higgs con la locuzzione particella di Dio” e sorpatutto a darne spazio di commento ai personaggi più improbabili.
    Il triste consuntivo è che molti argomenti sono difficilissimi da capire, richiedono comunque anni di studio e non c’è garanzia che conoscere la materia implichi l’averla davvero posseduta, figuriamoci il volerne riassumere risultato o problemi di fronte a novizi assoluti.
    Penso che in tutto ciò abbia ancora una volta una grandissima responsabilità la cultura umanistica in quanto molto ma molto più facile da assimilare rispetto alla scientifica e molto più incline a dare al suo lettore un’illusione di comprensibilità, a differenza della prima. Volendo tralasciare gli ignoranti assoluti infatti, aver studiato materie umanistiche dà la sensazione di poter maturare un’opinione su tutto in un tempo relativamente breve, tanto anche dicendo delle emerite idiozie c’è sempre una grande possibilità di fare discepoli e comunque di raccontarsi che si è dalla parte del giusto.
    Per quanto concerne la conoscenza della Legge,e questo specifico post, qual’è la verità che le istituzioni dovrebbero proteggere? Rispondo per me: che la Costituzione può essere piegata in tutti i modi, e infatti a livello di norma civile e penale la distanza tra la filosofia che ispira gli articoli della prima e la pratica che informa gli articoli dei secondi è incompatibile e contraddittoria, se non proprio in prevalenza contraria. Perciò dire che tutti i principali organi istituzionali non sono d’accordo su una norma del genere potrebbe fare emergere il caos e l’arbitrarietà che si nascondono dietro una parvenza di formale uniformità e organicità.

  17. Applauso a Ugo riguarda all’illusione di onnicompetenza alimentata dalla cultura umanistica, almeno quella prevalente in Italia, in assenza di una robusta formazione scientifica e tecnica, che invece dovrebbe essere estesa agli studenti delle medie inferiori e superiori di qualsiasi indirizzo.

    Penso in particolare alla funesta abitudine di assegnare temi di italiano in cui lo studente è fomentato a dire baggianate su questioni complesse che ovviamente può avere solo orecchiato.
    Questo avveniva, e temo avvenga ancora, perfino nei temi di maturità.
    E’ una forma di diseducazione potentissima che ha rovinato e continua a rovinare generazioni di studenti, che imparano così a ragionare in modo dissennato. I più bravi poi diventano abilissimi azzeccagarbugli, e sono i peggiori infestatori dell’opinione pubblica e dei blog. ;-)

    Scusate il fuori tema, se poi lo è.

  18. Spezzo una piccola lancia a favore di Ermes nella sua discussione con Ugo.
    Alcuni grandi scienziati, nello scrivere libri più o meno divulgativi, sono aiutati da editors al cui contributo danno grandissimo peso, nell’intento di farsi capire dal pubblico. Ciò avviene soprattutto in USA.
    Credo che anche in Italia vari esperti e leader politici avrebbero bisogno di un aiuto del genere. Almeno quelli che hanno qualcosa di utile da dire e vogliono farsi capire.
    Ad esempio, il suo articolo Zagrebelsky avrebbe fatto bene a farselo rivedere da un buon editor, che glielo avrebbe fatto riscrivere da cima a fondo. Ammesso e non concesso che Zagrebelsky volesse farsi capire davvero dai lettori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...