Destra-sinistra: che senso ha dubitarne?

Nei giorni scorsi l’«Uomo da marciapiede» del Fatto Quotidiano è andato per le vie di Milano chiedendo ai passanti se avesse ancora senso la distinzione fra destra e sinistra. La stessa domanda è stata fatta ieri ai lettori del Fatto. Mentre scrivo, il 28,32% di coloro che hanno risposto (finora circa 5.500 persone) dice «No, sono categorie ormai superate», e il 28,54% pensa che «Ormai la politica non esiste più: siamo sotto il dominio dei mercati finanziari». A breve distanza (25,16%) stanno poi quelli per cui la distinzione ha senso «ma non trova riscontro nell’attuale sistema politico».

Destra e sinistra

Il sondaggio non rappresenta certo la popolazione italiana e nemmeno i lettori del Fatto, ma solo coloro che hanno deciso di rispondere; dunque vale solo come esercizio di riflessione. Ma è comunque significativo che la domanda sia stata posta.

Perciò voglio ricordare cosa scriveva Norberto Bobbio nel 1994, in un momento storico in cui, in Italia, la distinzione fra destra e sinistra veniva messa in dubbio un po’ come ora:

«I due termini di una diade si reggono l’uno con l’altro: dove non c’è destra, non c’è più sinistra, e viceversa. Detto altrimenti, esiste una destra in quanto esiste una sinistra, esiste una sinistra in quanto esiste una destra. […] In una situazione in cui una della due parti diventa tanto predominante da lasciare all’altra uno spazio troppo piccolo per essere considerato ancora politicamente rilevante, l’esautoramento alla diade diventa un naturale espediente per occultare la propria debolezza. La destra è stata sconfitta? Ma quale senso ha ancora porre il problema in questi termini – si domanda lo sconfitto – se la distinzione fra destra e sinistra ha fatto il suo tempo? In un universo in cui le due parti contrapposte sono interdipendenti, nel senso che l’una esiste se esiste anche l’altra, l’unico modo per svalutare l’avversario è quello di svalutare se stesso.» (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli, 1994, pp. 15-17).

Il che vale sia quando è la destra a essere sconfitta (o è in difficoltà), sia quando la sinistra lo è. Oggi, purtroppo, la politica italiana è arrivata al punto che entrambe le parti sono messe male. Ed ecco che rispunta il dubbio: destra e sinistra hanno ancora senso? Legittimo chiederselo, ma a cosa porta rispondere di no?

In tutti i paesi del mondo in cui ci sia una democrazia ben funzionante, la distinzione può prendere altri nomi (progressisti-conservatori per esempio), ma c’è. Ed è bella chiara. Inoltre la storia ci insegna che da quando, durante la Rivoluzione francese, l’opposizione fra destra e sinistra fu inventata, tutti i tentativi di confonderla o addirittura cancellarla, dicendo che era una cosa del passato, hanno coinciso con momenti di debolezza del dibattito democratico. O, nei casi peggiori, di debolezza della stessa democrazia.

E oggi? Che ne è della nostra democrazia? Ma soprattutto, cosa vogliamo farne?

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

18 risposte a “Destra-sinistra: che senso ha dubitarne?

  1. Dire destra e sinistra senza dire che cosa s’intenda aveva poco senso già 100 anni fa. Ne ha ancora meno oggi.

    Sinistra.
    La sinistra che non accetta il capitalismo ha ben poco in comune con la sinistra che lo accetta, e questa sinistra esiste.
    Inoltre, nella sinistra che accetta il capitalismo, c’è un’enorme differenza fra gli statalisti e chi ritiene che i valori di eguaglianza e solidarietà siano meglio perseguiti per altre vie, snellendo lo Stato (così com’è oggi in Italia). C’è anche una sinistra anti-statalista, piaccia o no.

    Destra.
    C’è una destra statalista, con venature anti-capitaliste, non tanto diversa, sotto molti aspetti (non tutti, per carità!), dalla sinistra statalista e anti-capitalista.
    C’è poi una destra conservatrice che semplicemente tende a mantenere qualsiasi status quo garantisca i privilegi dei privilegiati.
    Infine, c’è anche una destra liberista, anti-statalista e individualista, molto minoritaria da noi, presente soprattutto fra i piccoli-medi imprenditori.

    Oggi le differenze interne alla destra e alla sinistra (come le ho sintetizzate) sono tanto rilevanti quanto quelle fra le varie destre e le varie sinistre.
    Destra e sinistra sono parole utilizzabili solo dopo una netta disambiguazione di ciascuna delle due (Bobbio le disambiguò in un modo forse inadeguato già ai tempi suoi).

    Le implicazioni critiche nei confronti di questo post di Giovanna sono cordialmente intenzionali ;-)

  2. Pingback: Destra-sinistra: che senso ha dubitarne? | CIRCOLO PD VALDENGO

  3. Sinistra e destra, a mio avviso, sono invece concetti chiarissimi. Tra le persone che conosco, ne vedo molte che non sono più di sinistra come un tempo, e che quindi accampano scuse prendendosela con “il sistema” o “il crollo del comunismo”, come la sinistra non esistesse dai tribuni della plebe o quasi. In realtà, è che proprio che molte persone sono diventate più di destra, e se gli dici che il suv, l’orologio, la apple, facebook, il disimpegno, la moda, maria de filippi, e molto altro che oggi è “normale” un tempo invece sarebbe stato di destra, se la prendono con “il sistema”. My 50¢.

  4. Sarà chiarissimo per te, ma molto probabilmente non coincide affatto con quello che pensano moltissimi altri.
    Esempio (questione non marginale, bensì di capitale importanza): aumentare le tasse universitarie destinandone il maggiore introito, interamente o in gran parte, a borse di studio per i più meritevoli, è di destra o di sinistra?

    (Le posizioni politiche si misurano su cose concrete di questo genere, non su preferenze astratte, interpretabili concretamente in modi assai diversi.)

  5. Cominciamo col disambiguare la domanda dello pseudo sondaggio, perché posta così è il miglior modo di ingenare casino semantico (Destra e Sinistra: hanno senso oggi in Italia?).
    Il termine “senso” è stato inteso in modi differenti e perciò dà adito a risposte che sono figlie di domande diverse. Vediamole:
    I) Si, ma non trovano riscontro nell’attuale sistema politico
    Senso come sinonimo di esistenza assoluta vs contingente.
    II) No, sono categorie ormai superate
    Senso come sinonimo di
    III) Devono essere ricostruite per il futuro della politica
    Senso come sinonimo di soluzione.
    IV) Ormai la politica non esiste più: siamo sotto il dominio dei mercati finanziari.
    Senso come sinonimo di monopolio del potere.
    V) Si, è una questione di valori
    Senso come sinonimo di ragion pratica.

    Delle cinque risposte ben 4 ribadiscono la legittimità dei termini destra-sinistra, e in totale rappresentano ad ora il 72% del totale. Perciò chi dubita è una categoria molto minoritaria.
    Ma anche chi dice che le due categorie sono superate non starà mica dicendoci che, poiché è una constatazione che nella conteporaneità non ci siano sempre soluzioni diverse a problemi simili, le due categorie si ibridano tra loro e quindi non bastano più se sono contraddittorie? (Es: proteggere l’ambiente è di destra o di sinistra? Il proporzionale alla tedesca è di destra o di sinistra? Le liberalizzazioni sono di destra o di sinistra? Etc.).
    Il punto è che destra e sinistra sono semplicemente criteri di redistribuzione del reddito, nient’altro. Nel momento in cui diventano altro allora resta da spiegare per quale motivo ciascuno di noi dovrebbe votare una piuttosto che l’altra e sopratutto per quale motivo nel tempo non abbia prevalso una delle due, qualora fosse appurata la propria superiorità.
    Saliamo di livello allora.
    Una ricerca condotta nel 2010 negli USA da studiosi della Duke University e dell’ Harvard Business School ha chiesto agli esaminati di suddividere la propria Società in cinque fasce di eguale percentuale dalla più ricca alla più povera e ha posto la prima domanda: quanta ricchezza pensate sia concentrata in ciascuna fascia?
    Le risposte sono risultate pesantemente errate in quanto valiutavano la distribuzione molto più equa di quel che è in realtà (negli USA l’ultimo 40% degli statunitensi possiede lo 0,3% della ricchezza, quindi niente. All’opposto, il 20% più ricco detiene l’83% della ricchezza totale).
    A questo punto i ricercatori hanno proposto due redistribuzioni di ricchezza (quella degli USA e quella della Svezia modificata addirittura per redistribuire pià di quel che già fa), e hanno posto la domanda su quale società si preferisca a titolo personale tra le due.
    Il 92% del campione ha scelto ilmdoello svedese estremo. E se si entra tra le differenze politiche del compione i risultato sono ancora più interessanti: il 93,5% dei democratici scelgono il modello svedese migliorato, contro il 90,2% dei repubblicani. (http://www.people.hbs.edu/mnorton/norton%20ariely%20in%20press.pdf)
    Se ne conclude che il numero di chi parteggia per il pro-ricco (quindi sostanzialmente la politica di Destra) è molto basso ma – e qui viene il bello – sempre gli stessi non chiedono di limitarne i guadagni (che sarebbe una politica di Sinistra, e compatibile con quanto desiderato).
    Da cosa nasce questa confusione tra ciò che voglio e ciò che voto, se non dalla totale contraddittorietà degli individui nel trattare i concetti espressi da Destra e da Sinistra?

  6. Forse può essere in qulache modo rivelatrice una cosa che ho notato:
    Parlando con persone di cui conosco a priori l’appartenenza, magari storica, a una qualche forma di sinistra politica, in genere queste una volta tendevano, chiaro se richiesto dallo specifico contesto del discorso, ad affermare il proprio schieramento con un più o meno chiaro “SONO di sinstra”, ora in maggioranza questa dichiarazione viene declinata in forma di personale retaggio culturale, al passato. Esce quasi sempre quindi un “Son sempre stato di sinistra” oppure magari “Ho sempre frequentato ambienti di sinistra”.

  7. Ugo propone una definizione in termini di redistribuzione del reddito (o forse della ricchezza, che è un po’ diverso): sarebbe di destra chi vuole meno redistribuzione, sarebbe di sinistra chi ne vuole di più — immagino come effetto di provvedimenti da parte dello Stato. Questo corrisponderebbe, aggiungo, al valore dell’eguaglianza economica, osteggiato dalla destra e propugnato dalla sinistra.

    Ci sono due problemi con questo criterio.

    1. In una prospettiva di sinistra, è preferibile una società con meno diseguaglianza e più povertà, anche per – diciamo – il 20% più povero, oppure invece una società più diseguale e meno povera anche per quel 20%?
    (Non è una scelta astratta. Milioni di persone hanno fatto questa scelta coi piedi, ad esempio migrando dalla Germania est alla Germania ovest, due milioni e mezzo fra il 1949 e il 1961, e inducendo il governo della Germania est a erigere il muro di Berlino per bloccare la migrazione. Da sinistra posso disapprovare la scelta di quei milioni di persone, ma in massa scelsero così, e non ci fu una scelta di dimensioni paragonabili in senso contrario — purtroppo?)
    Una risposta possibile, da sinistra, potrebbe essere un mix che minimizzi la povertà massimizzando l’eguaglianza: è però una formula vuota, se non si entra nel concreto. E lì nascono le grandi differenze interne alla sinistra, o meglio le differenze fra varie sinistre fra loro incompatibilmente diverse.

    2. Un conto sono le intenzioni redistributive, un conto sono le conseguenze, spesso contro-intuitive in società ed economie complesse.
    Quadruplicare le tasse universitarie destinando metà del maggiore introito a borse di studio per i più meritevoli (e metà alla riduzione del debito pubblico) ha effetti redistributivi — a breve, medio e lungo termine — di destra o di sinistra? A favore del 50% più ricco o del 50% più povero? E, a parità di ogni altra condizione, aumenta o riduce la povertà del 20% più povero?

    Posso avere detto qualche sciocchezza, sono cose complicate.
    Ma nella sostanza sono problemi di questo genere che non consentono di considerare “sinistra” e “destra” come due cose al loro interno abbastanza unitarie. Penso che oggi in Italia (e in altre parti dell’Occidente) la scelta principalissima sia fra crescita e declino, e la ricetta per la crescita ammetta poche alternative. Una parte minore della sinistra e una parte minore della destra spingono per la crescita, una parte maggiore di entrambe spingono per il declino (più o meno incoscientemente).
    Fermare il declino (vedi http://fermareildeclino.it/ ) è di destra o di sinistra?

  8. @Ben
    Un appunto per te che hai scritto una frase come “In una prospettiva di sinistra, è preferibile una società con meno diseguaglianza e più povertà, anche per – diciamo – il 20% più povero, oppure invece una società più diseguale e meno povera anche per quel 20%?”
    Questo è il classico ricatto di destra (nel senso che si dà in questo post e quindi di “conservatore”), attraverso il quale si minaccia sempre l’ignaro contribuente del ceto medio con lo spauracchio di un peggioramento della sua condizione qualora si implementasserò politiche di redistribuzione più spinte.
    Proviamo a rispondere.
    Il tuo errore è del tipo “tutto o niente”. Infatti non c’è alcuna relazione diretta tra più uguaglianza e più povertà: la prima non implica la seconda e il Prodotto interno lordo non si giova necessariamente dell’amplificazione delle differenze di ricchezza. E poi povertà per chi, scusa? Restiamo all’esempio statunitense, che di questa mentalità è campione indiscusso: in termini matematici se non fai parte di quel 20% che si becca l’83% della torta la risposta è logicamente sempre la stessa: la redistribuzione migliorerà comunque la tua vita. Infatti l’80% della popolazione si becca il 17% della torta. Quindi basterebbe portare la ricchezza di quel 20% dall’attuale 83% a “solo” il 50% /quindi sacrificando il 33% della ricchezza totale da loro detenuta) e avremmo un miglioramento della ricchezza procapite di due volte per tutti gli altri: prova un po’ ora a calcolarti a quale aumento del PIL effettivo procapite coinciderebbe, diciamo spalmato su 30 anni, per quell’80% della popolazione una tale distribuzione. Prova ora a calcolare quale crescita economica il tuo capitalista di fiducia immaginerebbe per ottenere lo stesso beneficio per quell’80% di individui. A questo punto voglio sperare che tu non sia armato di pistola in presenza di quel capitalista e della risposta che ti avrà dato.
    Ma poi ho preso la via larga in quanto il tuo argomento è confutabile con il programma delle scuole medie, ora di geografia: basta infatti prendere la distribuzione della ricchezza svedese e leggervi il pil procapite e il Pil assoluto in relazione agli altri Stati per mostrare che il tandem +disuguaglianza+ricchezza ha le ruote bucate (e se l’esempio è troppo perfetto tu puoi sempre prendere la cara vecchia lista degli Stati ordinati con operatore AND per coefficiente Gini e PIL assoluto).
    Insomma, puoi avere più ricchezza e meno disuguaglianza, così come meno ricchezza e più disuguaglianza. Ameno che naturalmente tu non sia nato (economicamente) a Chicago o da qualche parte là in Austria.
    Quanto al citare la Germania Est – e l’esodo di molti suoi abitanti verso la Germania ovest – come una scelta pratica che corrobori il tuo ragionamento generale, beh, è un esempio di singolarità assoluta che in nessun caso può essere esteso a altre contingenze storiche. La Germania Ovest è stata finanziata massicciamente dal Piano Marshall ben più di quanto lo sia stata la Germania Est . Quindi in quel caso, per tedeschi che parlavano la stessa lingua e praticavano al tempo medesimi costumi e si sono visti separati in modo eterodiretto, la soluzione razionale era comunque spostarsi ad Ovest in quanto il divario tra le due scelte era enorme, il confronto non era possibile – e non lo è nemmeno con gli strumenti storici di oggi: il più povero della Germania Ovest era enormemente più ricco della condizione media del cittadino delle DDR già in partenza. Lungi da me avere simpatie per la DDR,che ne ha combinate di tutti i colori, ma è come giudicare il risultato di due maratoneti con il primo che parte al 20° km e l’altro che se la fa tutta. In sostanza, generalizzare la condizione di due Stati che hanno vissuto gli anni della ricostruzione avendo alle spalle due creditori così incomparabilmente sbilanciati non ha pregio sui ragionamenti dell’oggi.
    Ma cosa c’entra in tutto questo il rapporto tra disuguaglianza e ricchezza, di grazia?

  9. @ Ugo
    Certamente si può avere, in Svezia diciamo, più eguaglianza e più benessere per la maggioranza della popolazione, e altrove, in USA diciamo, più diseguaglianza e più povertà. Non è questo il punto.
    Il punto è che in una data società in un dato momento, si può presentare concretamente il dilemma che chiami “classico ricatto di destra” (talvolta può anche esserlo),
    Si è presentato in Italia con la recente riforma delle pensioni. La scelta del governo Monti ha aumentato la diseguaglianza, peggiorando le prospettive di vita e di reddito della massa rispetto a un’élite privilegiata che non risentirà della riforma, ma questa riforma contribuirà probabilmente ad evitare un impoverimento generale nei prossimi decenni.
    Si poteva fare diversamente? Non in astratto ma nelle condizioni concretamente date: prevenire l’impoverimento generale senza aumentare la diseguaglianza. Chi, quale forza politica attuale, nelle condizioni italiane e mondiali attuali, ci sarebbe concretamente riuscito? Non credo che né tu né io, con qualche realisticamente immaginabile sostegno sociale, saremmo riusciti a fare tanto meglio.

    Le tue obiezioni mi fanno pensare che ci sia un presupposto fondamentale su cui abbiamo un’idea diversa.
    Tu forse pensi che la società possa essere governata molto di più di quanto io pensi che sia possibile.
    Intendiamoci, sono d’accordo che si può governare meglio di come si sta facendo, se solo si riesce a mobilitare la società nella giusta direzione. Ma secondo me l’approccio realisticamente deve essere quello limitato del medico piuttosto che quello progettualmente più libero dell’ingegnere.

    Hai ragione, riguardo a tutto questo, sebbene propenso a valori di sinistra, sono più simile a un conservatore di destra: la realtà sociale mi sembra malleabile, anche molto, anche molto di più di quanto non si faccia ora, ma non più di tanto. Certamente meno dei moltissimi ingenui di buone intenzioni che immaginano di poterla disegnare secondo le loro preferenze.

    Sono considerazioni molto vaghe, magari anche off topic, ma al momento non so argomentare meglio.
    Il mio è un appello — per niente rassegnato anzi molto ottimista però spero il meno velleitario possibile — al principio di realtà.

  10. A proposito della riforma delle pensioni, ho scritto “questa riforma contribuirà probabilmente ad evitare un impoverimento generale nei prossimi decenni.”
    Intendevo dire: “… un maggiore impoverimento ,,,”

  11. Tenderei a separare Sinistra e Destra come sentimento da Sinistra e Destra come pratica. Io sono sentimentalmente Marxista-Dadaista (ma sì, dai, un po’ si scherza..) ma nella pratica? Francamente non ho una risposta precisa e, poi, cosa vale dichiararlo?. Sono certamente di sinistra ecologista nei consumi, nei comportamenti sociali e familiari ma nella vita ho realizzato qualcosa di sinistra? Cosa mi direbbe Moretti? In questo senso mi sento come su un treno in corsa che va a destra e io mi sto muovendo verso la sinistra, idealmente posta nei vagoni di coda.
    Questo dibattito prende spunto da il Fatto e dai blog di alcuni politici, in particolare mi interessa quanto ha scritto Furio Colombo.
    Alle spalle di Romney, potenziale prossimo presidente USA, si legge: Profit first. Mi pare una dichiarazione onesta, pessima e che non condivido affatto, ma onesta e sicuramente di Destra.
    Prendiamo i nostri politici, non tanti per carità, solo qualcuno alla volta. Colombo, parlamentare Europeo, crede nella dicotomia destra-sinistra e rivendica l’attualità del termine comunismo. Certo, come sentimento mi sta bene, condivido. Ma nella pratica? Uno di sinistra, per di più parlamentare, facente quindi parte della classe dirigente selezionata ed eletta, se è di sinistra nella pratica prende e va a stare coi minatori del Sulcis, oppure va a Taranto e cerca di capire perché la situazione lì è così incancrenita, letteralmente. Una sinistra non solo sedicente ma fattiva o fattuale, avrebbe permesso che ciò che è accaduto in Ilva accadesse? Occorre un certo impegno di centro-sinistra per non fare così tanto nulla, per consentire con la totale disattenzione la morte per cancro come prima causa assoluta di un intero territorio e alla fine non tenere neppure in piedi il baraccone industriale.
    E il Tav? Opera faraonica, inutile e sbagliata? (Posso argomentare, non ora, ma se mi viene chiesto…) Può essere che il “Profitto al primo posto”, non dichiarato, si sia insinuato come un tarlo nelle menti dei nostri politici sedicenti di Sinistra, vecchi sentimentali senza coscienza, ma di Destra o, peggio, di Centro, nella pratica?

  12. Non entro nella questione….mi limito a segnalare il bel libro di Marcel Gauchet “Storia di una dicotomia: la destra e la sinistra” libro edito da Anabasi mi pare nel ’94 e in cui c’è una accurata analisi della genesi di questa dicotomia (ovviamente in Francia).

  13. Vorrei aggiungere alcune citazioni,tratte da “Destra e sinistra”di Norberto Bobbio(ed. Donzelli,1994).
    Nella parte conclusiva del saggio,Bobbio scrive.:”Il mio scopo…era…dar conto di un dibattito che è sempre vivissimo,nonostante i ricorrenti rintocchi di morte”(pag.88)In effetti pare proprio che il dibattito sia vivo anche oggi.
    Dopo una approfondita analisi storica,filosofica,lessicale conclude:”…se vi è un elemento caratterizzante delle dottrine e dei movimenti che si sono chiamati e sono stati riconosciuti universalmente come sinistra,questo è l’egualitarismo,inteso…non come l’utopia di una società in cui tutti gli individui siano eguali in tutto,ma come tendenza a rendere più eguali i disuguali”(pag.79).La testimonianza personale sottolinea il concetto:”Mi sono sempre considerato un uomo di sinistra…La ragione fondamentale per cui…ho sentito,se non il dovere,parola troppo ambiziosa,l’esigenza di occuparmi di politica…è sempre stato il disagio di fronte allo spettacolo delle enormi diseguaglianze,tanto sproporzionate quanto ingiustificate,tra ricchi e poveri,tra chi sta in alto e chi sta in basso nella scala sociale,tra chi possiede potere,vale a dire capacità di determinare il comportamento altrui,sia nella sfera economica,sia in quella politica e ideologica,e chi non lo ha”(pag.86).Ancora “L’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano,e vorrebbe far sparire,sono sociali e,in quanto tali,eliminabili “(pag.75)
    Bobbio conclude:”Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di diseguaglianza,la classe,la razza e il sesso”(pag.89).
    Troppo semplicistico?Insieme a molti altri, in questa sinistra mi riconosco e non mi nascondo gli errori che in quest’ottica si commettono confondendo,ad esempio ,egualitarismo e populismo.

  14. Penso che il problema di questa dicotomia e della sua presunta dissoluzione risieda nella percezione falsata che si ha della realtà: essa non è infatti lineare, ma multilineare e multidimensionale. La semplice contrapposizione sinistra-destra è insufficiente a descrivere le mille declinazioni e sfaccettature delle idee, delle pratiche e degli obiettivi delle persone, fa pensare che le persone potrebbero essere allineate una accanto all’altra in modo che ciascuna sia più di sinistra di quella che sta alla sua destra. Semplicemente non è così: ci vogliono più dimensioni, non ne basta una. Un passo avanti in questo senso, per esempio, è fatto dal test Political compass che definisce uno spazio bidimensionale in cui le coordinate spaziano da destra-sinistra e autoritario-libertario.
    Ovviamente non basta neanche questo: specie noi italiani sappiamo bene che una larga fetta del “popolo cattolico” è biconcettuale, nel senso che è “di sinistra” su alcune questioni sociali ed economiche e “di destra” su altre come diritti civili, sessualità, ricerca scientifica.

    Resta però, secondo me, una fondamentale differenza tra ciò che può essere definito “sinistra” e ciò che non può esserlo. È “di sinistra” una visione che auspica un cambiamento verso una società più egualitaria, in quanto ritiene che esistano delle disparità ingiustificate, che la “destra” considera naturali (a prescindere dall’origine di tale naturalità: scienza, religione, tradizione…).

  15. Quoto (molto in ritardo…) Guydebord e Clementina.

    Caro Ben, riguardo alle tasse universitarie non so, e mi vanto di non avere un’opinione su tutto.
    Quel che vorrei farti notare è che nei secoli si è sempre avvertito un “sentimento” che fa stare una persona (probabilmente per quelle che tu chiami preferenze personali, e che per me sono la manifestazione concreta dei valori) a destra o sinistra. Non c’è nulla di astratto, perché c’è sempre stato il datore di lavoro e il dipendente, prima ancora il padrone e lo schiavo (letteralmente, per anni, e scusami ma non dirmi che lo schiavismo non era di destra anni fa, come la procreazione forzata e la religione obbligatoria).
    Mi sembra che tu cada proprio nell’errore che ho citato: c’è stato il comunismo, il comunismo è la sinistra, il comunismo è finito quindi la sinistra è finita. Da esperto nel settore, ti posso dire che almeno da un punto di vista formale questo si chiama sofisma, cioè argomento sbagliato.
    Non c’è nulla di male però, se hai un sentimento di destra, a dire come fa Romney che ti piace il profitto, che il più forte ha il diritto di comandare, che Dio patria e famiglia eia eia eia là là là, e cose del genere. Non diciamo però che la pensano tutti come te, o che addirittura bisogna pensarla come te se si vuole essere razionali, ti prego!

  16. Caro Dario, mi hai frainteso e io evidentemente non mi sono spiegato abbastanza bene. Forse anche perché ho cercato di dire che le cose sono molto meno semplici di come sarebbe comodo che fosse.

    Io ad esempio ho forti sentimenti di “sinistra” e nessun sentimento di “destra”, nel senso che do un valore altissimo all’eguaglianza, alla solidarietà e all’altruismo, mentre detesto l’egoismo.
    Ma penso, sulla base di un’analisi non semplicistica della realtà, che le ricette di una gran parte della sinistra (non di tutta, dato che mi ci metto anch’io insieme a non pochi altri, tipo Pietro Ichino) sono sbagliate anche rispetto ai valori che condividiamo.
    Insomma, non puoi tradurre immediatamente i valori in proposte operative senza fare disastri: fra preferenze (di valori) e conseguenze c’è di mezzo la realtà, dannatamente complicata e solo limitatamente malleabile.

  17. Dopo “Che cos’è di destra,cos’è di sinistra “di Francesca,propongo”Qualcuno era comunista”(G.Gaber,2006)
    -Un tempo i termini comunista e di sinistra erano quasi sinonimi-
    Il signor G cerca di definire chi era comunista e perchè con la solita ironia,con garbo e acutezza.La parte finale mi ha fatto pensare all’essere di sinistra “sentimentale”,agli interventi di dario e di .guydebord http://youtu.be/emoFu3iejiQ

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