Imprenditori «strozzini» o stagisti senza qualità?

Giovedì scorso, sulla bacheca Facebook della casa editrice Pendragon, è apparsa una nota, ieri cancellata. Ecco lo screenshot che gentilmente mi ha passato un ex studente (clic per ingrandire):

Pendragon e gli stage

Quando ieri sera una studentessa mi ha segnalato la nota, d’istinto ho risposto con la saggezza della nonna: «La verità sta nel mezzo». «Nel mezzo e appena un po’ più in là», ha aggiunto un altro. E allora vediamo dove sta.

Prima di entrare in università, ero amministratrice delegata e socia di una piccola impresa. Conosco bene, dunque, le difficoltà dello scegliere e seguire in azienda uno/a stagista: le conosco anche «dal lato azienda», non solo da quello «lamentele degli studenti alla docente-tutor». Lungi da me, insomma, cedere al «movimento d’opinione» – come lo chiama Pendragon – per cui le imprese sarebbero «strozzini» e gli editori «gentaglia» pronta a sfruttare il lavoro altrui.

Però so pure che, quando per qualche ragione mi ritrovavo con lo/a stagista sbagliato/a (indolente, non competente, poco integrabile) – chiamiamolo «stagista senza qualità» – me la prendevo innanzi tutto con me stessa. Mica con lo/a stagista, con i genitori che non gli avevano trasmesso nessuna qualità, o con l’università che me l’aveva spedito: con me stessa, perché non ero stata capace di capire che era messo/a male.

Poi nel 2000 sono entrata in università e da allora – certo – ho incontrato un bel po’ di studenti zucconi come la tipa descritta da Pendragon. Quanti? Molti, in dodici anni. Ma sono pure certa di aver incontrato un numero superiore di studenti bravissimi, preparati, colti. Un po’ perché l’Università di Bologna è una sede privilegiata, un po’ perché lo zuccone medio tende a starmi alla larga (per varie ragioni, che posso spiegare in altra sede).

Poi c’è una maggioranza di studenti che non sono né zucconi né eccellenti, ma mediamente preparati e capaci, che possono, a seconda dei casi, o fiorire o dare il peggio di sé. Sta a me farli fiorire in università. Come starebbe all’azienda farli fiorire durante lo stage.

Certo, l’impresa ha ritmi pazzeschi e tutti hanno sempre un sacco di lavoro da fare e mille tensioni da smaltire, oltre che seguire gli stagisti. Specie in questo periodo in cui spesso è in gioco la sopravvivenza. Ma se non sei in grado di seguire gli stagisti, meglio non prenderli. Ecco perché, forse, Pendragon ha deciso di non prenderne più.

Ma ecco pure perché mi batto da anni – vedi le decine discussioni nella categoria Stage e lavoro – affinché gli aspiranti stagisti chiedano (e le aziende concedano) un gettone di rimborso spese mensile: non è obbligatorio per legge, ma se lo studente lo chiede, si pone subito nella situazione di negoziare (non rivendicare come diritto acquisito!) il proprio valore, prima, e di doverlo dimostrare poi. D’altra parte, se l’azienda decide di investire qualche centinaia di euro al mese in uno stage (oltre al tempo-lavoro di chi seguirà lo/la stagista), è forse più stimolata a scegliersi lo/la stagista giusto, invece di prendere il primo che arriva, tanto «c’è sempre bisogno di manovalanza».

Intendiamoci: non c’è mai nulla di garantito in questi scambi, e un rimborso spese non fa miracoli. Ma mettendo mano ai soldi l’attenzione di tutti – forse – aumenta.

Vedi anche: Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage.

39 risposte a “Imprenditori «strozzini» o stagisti senza qualità?

  1. condivido e apprezzo molto due cose che hai scritto:
    1. partire da sé: cosa cerco da uno stagista? come posso capire “com’è messo”? che fare per accompagnare il suo percorso di crescita/sviluppo? e come integrarlo con l’ambiente in cui si viene a trovare?
    2. guardare a una relazione negoziale: negoziare capacità e competenze in cambio di riconoscimento (e qui ci sta quanto al punto 1).
    Invece spesso stage e tirocinii formativi non hanno né capo né coda e si risolvono in enormi frustrazioni per tutti.

  2. Cara Giovanna,

    non so se l’hai già vista, ma visto che siamo in tema ti segnalo anche questa http://www.spotandweb.it/news/22949/lettera-al-presidente-monti-da-un-piccolo-imprenditore-della-pubblicita.html

  3. se non si insegna allo stagista meglio non prenderlo. Soprattutto uno stagista a cui non insegnano credo debba capire che sia meglio andarsene il prima possibile.

  4. Mi chiedo chi insegna alle aziende a selezionare? Non è questa la sede per aprire il dibattito sulle risorse (ovvero i selezionatori) che selezionano le risorse (ovvero stagisti, dipendenti, apprendisti e altro ancora). Però se il punto è quello di capire cosa l’azienda cerca in uno stagista e quali sono i metodi per capire se la persona che si ha di fronte è uno zuccone, allora la strada è decisamente lunga, perchè temo che anche la categoria dei selezionatori abbia decisamente qualche lacuna. Infine esistono anche i casi in cui IL selezionatore è il cummenda. In questo caso mi astengo dall’esprimere giudizi.
    Dall’altro lato però c’è chi lo stagista lo propone (Università, ente di formazione). Domanda: ma è davvero serio proporre gli zucconi? Anche perchè come scrive Giovanna, questi sono ben riconoscibili. A voi dire il resto. Un grazie a Giovanna, senza la quale (e per fortuna non è la sola) non farei il lavoro che faccio!

  5. Il post delle Edizioni Pendragon era di giovedì 13 settembre e ieri sera, martedì 18, aveva ricevuto più di 50 commenti, alcuni molto lunghi e molto ben articolati, nonostante fossero commenti di Facebook. La discussione che ne era nata era quindi ben più interessante del solo post e tra l’altro conteneva anche delle precisazioni della casa editrice sul suo punto di vista. Il solo screenshot è tronco. E non capisco perchè un contenuto che genera una conversazione viva ed intelligente debba essere cancellato. Peccato.

  6. Bruna, sì grazie, l’avevo vista. Grazie Leonò, correggo subito.

  7. Buongiorno a tutti; il commento è stato tolto dal sito Pendragon perché – a mio avviso – la discussione che ne era nata distorceva il punto di partenza del post. Solo una minima parte dei commenti, infatti, parlavano di quanto avevevamo realmente commentato, mentre la maggioranza si incentrava sulla questione “pagamento sì/pagamento no” (da noi nemmeno sfiorata) o sulla presunta arroganza o incapacità della nostra casa editrice. Ho risposto alle domanda di un sito specializzato (http://www.bibliocartina.it/stage-casa-editrice-pendragon-antonio-bagnoli/) e mi fa piacere continuare la discussione (impegni permettendo…).
    Approfitto di questo interessante commento di Giovanna Cosanza per ribadire il senso, sicuramente mal espresso e con toni troppo accesi (ero con un telefonino in treno…, e anche un po’ incavolato per i fatti miei), che ha mosso tanta indignazione: una percentuale non bassa di stagisti affronta l’inserimento in una realtà produttiva con un atteggiamento sbagliato. Non con l’umiltà di chi cerca di capire come deve essere svolto un lavoro, ma con supponenza. Con presunzione.
    Questo volevo scrivere e questo ho scritto. Il mio commento sul fatto che esista un “movimento d’opinione” che vede nei datori di stage una categoria censurabile ha trovato davvero conferma dal tono di alcune risposte, che partivano TUTTE da una questione che io non ho minimamente sollevato: il pagamento. Su questo argomento la mia posizione è espressa nell’intervista (vedi link sopra), ma non è affatto interessante, è la mia personale posizione: non posso permettermi di pagare qualcuno a cui già insegno. (come scriveva qualcuno nei commenti, forse l’università paga i suoi studenti?).
    Più interessante sarebbe cercare di capire perché mai non esista un “modulo pre-stage” che spieghi a uno stagista che cos’è un’azienda, quali ruoli esistono, come si deve comportare all’interno di un’azienda e cosa si può aspettare).
    Per concludere, mi è molto piaciuto, del testo della Cosenza, il punto dell’autocritica sullo stagista sbagliato: sapesse quante volte l’ho condiviso!

  8. Io credo si debba scavare ancora più in profondità della “semplice” contrapposizione Stagiaire:Impresa.

    Parlo da ex stagista, quattro esperienze sulla pellaccia, tre in patria e uno in Francia. L’ultimo di questi in una nota azienda del lusso italiano, oltre mille dipendenti. Feci cinque colloqui con loro, 800km percorsi per ognuno di questi di cui non mi sono mai lamentato: era ciò che volevo e le prospettive apparivano molto buone. Firmai il contratto, un’inserimento in stage di 3 mesi (con convenzione) a 800€ netti con possibilità di inserimento.

    Tutto lasciava intendere una certa coscienza e pianificazione.
    Che invece non trovai.

    Il giorno stesso in cui mi recai a lavoro ebbi la sorpresa di scoprire che la posizione era mutata: medesime mansioni, medesimo contratto, ma ufficio differente. La persona con la quale avrei dovuto rapportarmi (il tutor) non sarebbe stato quello che conobbi durante i colloqui e che, di fatto, mi scelse fra tanti altri candidati.

    No, lo conobbi il giorno stesso.

    L’esperienza fu comunque discreta: una buona capacità di adattamento ed il supporto di colleghi preparati e interessati alla mia crescita contribuirono a giungere ad un risultato comunque soddisfacente.

    Ma non furono l’azienda e tantomeno il mio capo a motivarmi e a darmi le basi sulle quali crescere: le cercai io da solo, documentandomi, confrontandomi e, spesso, sfidando le regole interne (con conseguenti sonore cazziate).

    Questo il punto: io sono cresciuto sostanzialmente grazie a me stesso, sfruttando l’azienda che doveva sostenermi come solo terreno di prova per l’assurdo motivo che le aziende stesse, troppo spesso, non sanno chi, cosa, come, dove cercare e sono convinte che lo stagista “dove lo metti comunque andrà bene”.

    Ma noi non siamo neutri e se si vogliono risultati di qualità, esigiamo che prima di tutto l’azienda sappia cosa cosa volere da noi.

  9. 1. Non si capisce per quale motivo lo stagista ivi deriso stesse “lavorando su un ricettario”. Lo stage è un tirocinio formativo non lavorativo.
    Non è che per caso questi di Pendragon sono veramente degli strozzini?

    2. Non si capisce come facessero gli imprenditori di un tempo, quando gli apprendisti li pagavano e magari dopo un mese li salutavano perchè non venivano ritenuti validi. Preferisco questo approccio: http://www.nostage.info

  10. @ Sigmund Marx
    1. Chi entra in stage in casa editrice non è che si mette in un banco a guardare gli altri: corregge le bozze, redige indici, … ecc. quindi, fa un lavoro.
    Il fatto è, che lo fa in modo non professionale, perché nessuno gli ha mai insegnato come farlo: infatti viene in casa editrice per imparare “sul campo”.
    Per la casa editrice però, vuol dire che un redattore “finito” deve dedicare tempo ed energie a “formare” la persona, tempo che scarseggia sempre, e che costa caro… Quindi, ad esempio, editori come MULINO, ZANICHELLI, NEWTON COMPTON ecc., non prendono stagisti: non vogliono dedicare tempo a quest’attività di formazione, che all’azienda non serve “direttamente” a nulla: ti fidersti a mandare in stampa un libro corretto solo da uno stagista? ovviamente no, magari i refusi non li vede proprio! E quindi, DOPO che lo stagista fa il lavoro, il tutor lo deve RIFARE (come nel caso che ho citato…), con tutte le conseguenze del caso (tempo perso ecc. ecc.).

    Come facessero un tempo non so; il sito che citi – e lo abbiamo detto – potrebbe avere noi come firmatari.

  11. Non sono competente in materia in quanto non ho mai fatto stage né ho mai avuto occasione di selezionare stagisti. E allora perché parlare, dirà qualcuno? Ma perché ho una curiosità che qualuno più competente di me vorrà gentilmente spiegarmi: da cosa deriva la supponenza media dello stagista di cui moltissimi datori di lavoro si lamentano sempre?
    Io credo che la verità non stia in mezzo, e nemmeno in mezzo e un po’ più in là. La verità ha un’altra sede ed è in Università.
    Cari professori, voi non potete pretendere che uno zuccone che spende un sacco di soldi in formazione, con corsi triennali, magistrali, soggiorni all’estero, master d’ogni genere… Uno zuccone che impegna volente o nolente dai 5 ai 7 anni della sua vita post liceale (nel migliore dei casi), del suo tempo e del suo denaro per fomasi e poi accetti di ricominciare da zero una volta in azienda? Ma anche la più riuscita zucca si domanderà se non era molto più semplice, pratico, efficiente, veloce ed economico andare direttamente a bottega saltando l’industria dell’istruzione e la farsa dei curricula, che servono per comunicare la tua esperienza lavorativa ma che diventano di dubbia utilità qualora debbano sintetizzare l’aspetto formativo – e non a caso tutti mentono spudoratamente nei cv, tanto che l’abilità del selezionatore diventa capacità divinatoria di leggere negli spazi bianchi. Nel momeno in cui l’Università si prende gli stessi 5 anni per farti laureare in materie complesse così coem in materie ben più leggere, e non paga di foraggiare il proprio organismo docente, si invesnta e continuerà a inventarsi successivi obblighi formativi per lo studente (cosa dovrebbe essere il Master se non l’apprendistato pagato profumatamente dallo studente in un numero di imprese in accordo?).
    Perciò quando una persona si rende conto che avrebbe potuto ottenere la stessa preparazione che avrebbe ricevuto da molti Corsi universitari e Master frequentando una bilbioteca (fisica o online) a costo quasi nullo, si incazza. Sopratutto quando finisce in Azienda a quasi tret’anni e realizza che la quasi totalità del lavoro potrebbe essere agilmente svolta da soggeti con la terza media e che la competenza specifica che gli è richiesta ha ben poco da spartire con l’istruzione che ha ricevuto.

  12. @Antonio si domanda riguardo alle case editrici: “Come facessero un tempo non so”
    Ma la risposta te la do io ed è di ordine logico, non occorre nemmeno essere esperti del ramo. Per la maggior parte dei lavori non esisteva un Corso universitario come invece oggi si è preteso di istituire perfino per il Benessere del cane e del gatto, tanto per trasformare in professori i laureati che ricadevano nella categoria degli zucconi. Perciò una grande quantità di lavori funzionava per apprendistato (mi prendi in prova e non mi paghi, io imparo e poi se ti vado bene mi tieni e mi stipendi. Inoltre anche se non ti vado bene ho imparato un mestiere che posso riciclare con altri o provare a gestire/trasformare in autonomia). E per le case editrici? Ma le case editrici potevano fidarsi molto più di oggi del lavoro formativo e giudicante delle Università, che non diplomavano tutti come fanno oggi – è solo questione di tempo MAI di bravura. L’Università ha fatto due conti: “se facciamo selezione nel biennio, creiamo qualità ma poi come facciamo a guadagnare? Molto meglio illudersi, per pagardi la pagnotta, che il sistema migliore sia laureare puntando sulla votazione. Chi ha 110 e lode troverà occupazione molto più di chi si laurea con il minimo. E se proprio non va in questo modo, aumentare il numero dei laureati in generale è sempre sinonimo di avanzamento culturale tra la popolazione.” Naturalmente era pura logica di comodo perché come sanno benissimo tutti, nel momento in cui il valore legale del titolo di studio non viene abolito, il pezzo di carta diventa l’autorizzazione a essere assunti facendo valere i meccanismi di clan e amicizia e così il tirocinio se lo prende lil figlio di, tanto il titolo ce l’ha lo stesso. Così l’Università per ingrassare se stessa ha ucciso la mobilità sociale, tra le altre cose.

  13. Ugo, dici: «quando finisce in Azienda a quasi trent’anni e realizza che la quasi totalità del lavoro potrebbe essere agilmente svolta da soggetti con la terza media e che la competenza specifica che gli è richiesta ha ben poco da spartire con l’istruzione che ha ricevuto». Falso, nella maggioranza dei casi.

    Se durante uno stage uno studente NON viene messo a fare fotocopie e spazzar per terra (stiamo qui dando per scontata l’onestà dell’imprenditore e la sua volontà di far fare allo studente o alla studentessa un tirocinio REALMENTE formativo e commisurato alle competenze del/la giovane), se assumiamo questo, NON è affatto vero che il/la giovane trentenne pluriformato poteva svolgere le mansioni richieste dall’azienda anche quando aveva la terza media o il diploma. Ma quando mai? Casomai gli imprenditori che si lamentano, lamentano il livello troppo basso di competenze acquisite in università dallo stagista che li delude. Non il fatto che poteva averne ancora meno, di competenze, perché quelle utili all’azienda bisogna insegnargliele tutte in azienda.

    A quale terza media e diploma stai pensando? a quelli di un’élite di’inizio Novecento? E a quale mercato del lavoro? Nel settore umanistico, per svolgere compiti di alto livello in azienda, occorrono pacchi di cultura interdisciplinare, competenze storiche, linguistiche, conoscenze dei new media e chi più ne ha e più ne metta. Tutte competenze che i miei migliori studenti hanno *anche* grazie all’università che frequentano. I loro compagni svogliati, invece, non le hanno. E si laureano lo stesso, obietterai tu. Magari sì, ma con quale voto? Da noi diamo un 110 e lode all’anno, se va bene, su circa 400 studenti che si laureano. Poi si scende. Dai 100 ai 110 punti di laurea, siamo comunque a livelli di preparazione ottimi. Sotto… dipende. Nella misura in cui contano i voti, eh: poi ci sono studenti sveglissimi che si laureano con 80-90 perché hanno un pessimo rapporto con le regole, come ci sono studenti “automi” che magari prendono 110, ma sono talmente rigidi e a volte disturbati che in azienda non funzionerebbero mai, salvo situazioni iperprotette (tipo: l’azienda di papà).

    Scusa, sono la prima a essere critica nei confronti dell’università italiana, che ha molti difetti eccetera, ma buttarla all’aria tutta in malo modo… non capisco che senso abbia. O forse sono io a non cogliere il punto della tua provocazione.

  14. Ok, vedo solo ora il tuo secondo commento Ugo. Siamo al valore legale del titolo. Certo concordo: va eliminato.

  15. Anche se la discussione è già andata più avanti, riposto da FB:
    nel leggere il (divertente) aneddoto della stagista, a me invece è venuto in mente: ma perché non le avete detto prima come volevate che le ricette venissero ordinate? o contavate sulla sua totale autonomia nello svolgere il lavoro, il che è a un passo dal “la facevate lavorare gratis”? non voglio certo buttare la croce su Pendragon, ma credo siano queste le dinamiche pratiche che quasi nessuno considera quando si parla di stage.
    [se non è un exemplum fictum, spero almeno che la stagista abbia capito la lezione "nel dubbio, chiedere"]

  16. @Giovanna
    Scusami, ma hai scritto un commento mentre ne avevo postato un altro che chiarifica perfettamente dove voglio andare a parare.
    Occorre laureare meno, e vedrai che non ci saranno soggetti che sopravvalutano se stessi all’interno del mercato del lavoro – che poi detto ta noi è il vero problema: orde di inoccupati che non verranno mai inseriti nell’ambito lavorativo per cui hanno studiato, e che vivranno la cosa con fustrazione e rammarico, dopo aver finanziato con il loro tempo e il loro denaro chi ha la responsabilità di trattare la conoscenza come una cosa seria e non come uno spazio per succhiare dalle vite altrui.
    Sto parlando di una scuola media vissuta da un soggetto che abbia meno di 40 anni. Ma questo è non mettere a fuoco l’argomento e per questo ti chiedo: coma si giusitifca razionalmente che la preparazione di un soggetto prelavorativa debba oggi coprire lustri dopo l’istruzione superiore, quando proprio con questa formazione ultra dilatata nel tempo (e nell’esborso monetario) i risultati sono appunto talmente mediocri che come tu hai appena detto le medie di un secolo fa sono assimilabili a una laurea?
    Se occorre più tempo per raggiungere il medesimo livello di preparazione a cosa lo imputi e quali effetti positivi vi vedi?
    Ma sopratutto, come aspettarsi che una persona mediocre non pretenda di partire in azienda da un livello avanzato? Per cosa gli hanno dato la laurea, scusa? Per far rifulgere gli altri, quelli bravi e preparati?

  17. Credo che Ugo abbia largamente ragione nel focalizzarsi, anche riguardo al tema del post, sul sistema dell’istruzione a cominciare dall’Università. Per cambiare credo infatti che sia necessario partire dall’alto.

    Come?
    Non credo che basti appellarsi al senso di responsabilità dei professori (ma forse Ugo non intende solo questo).
    E’ tutta la macchina che va cambiata. Vedi ad esempio le proposte di Roberto Perotti: http://www.lavoce.info/articoli/pagina774.html.

    D’accordo sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, che è un passaggio essenziale, insieme a vari altri.

  18. Ho lavorato in due grandi realtà editoriali italiane. Uno stage di 3 mesi e uno di 2. Cosa facevo? La giornalista, in tutto e per tutto. Scrivevo, titolavo, uscivo e andavo a conferenze stampa ed eventi, selezionavo materiale fotografico e via dicendo. Ho imparato tantissimo, lo ammetto, ma ho lavorato tutti i giorni almeno 10 ore al giorno. A diventare produttivi ci si mette poco, non più di un mese e mezzo. È vero chei miei pezzi venivano guardati e corretti da direttori e caporedattori ma anche quelli dei redattori ordinari assunti passavano al vaglio, nessuno escluso.

    Per me uno stage gratuito ha senso solo se:
    È la prima esperienza lavorativa di uno studente,
    È veramente formativa (non fare fotocopie, accogliere i clienti e offrire il caffè, rispondere al telefono),
    Dura al massimo tre mesi,
    Non può essere offerto un altro stage per la stessa mansione svolta in precedenza.

    Una volta esistevano contratti di apprendistato e praticantato retribuiti ma soprattutto con dei diritti e contributi pagati. Lo stage non prevede niente del genere perchè non è classificato come rapporto di lavoro. No ferie, malattia, stipendio, contributi nè permessi. E il più delle volte sono attivati con l’intento di sfruttare manodopera a basso costo.
    Non è raro vedere offerte di stage che richiedono pregressa esperienza nel ruolo oppure vengono proposti per lavori quali: commessa, promoter, cameriera, segreteria generale. Questo, secondo me, snatura lo strumento del tirocinio formativo.
    Lavorare gratis non è un’opportunità. È sfruttamento.

  19. Mi accorgo ora che le proposte di Perotti hanno ormai dieci anni. Purtroppo restano attuali.

  20. E ora facciamo il culetto anche agli imprenditori.
    Nell’esempio postato da Pendragon la ragione sta dalla parte della stagista, come fa notare anche Massimiliano.
    Ogni realtà lavorativa tende a configurare una relazione tra nuovo arrivato/stagista/apprendista e suo capo che si basa molto spesso su un certo grado di paternalismo che può prendere le sembianze di una concessione di libertà. Il fatto è che ogni soggetto che svolge un lavoro tende a considerarlo come più difficile della media o più stancante o più stressante e, sempre, meno remunerato. Ammettere che nel proprio lavoro si può essere più facilmente sostituibili di quel che si crede, come nella realtà è quasi sempre, è rarissimo. Tutto ciò del resto è funzionale a un mercato del lavoro in cui ogni partecipante vuol giustificare quel che guadagna (sopratutto se guadagna tanto)e recriminare contro coloro che guadagnano più di lui. Perciò trovare un capo che ti formi con egenrosità è rarissimo, appunto perché se ti formasse con le dritte giuste sarebbe evidente che una persona sveglia lo potrebbe sostituire in breve tempo, comunque in un tempo inaccettabile per il suo nascisismo. E guardate, che così funzionano spesso le cose, che tu sia un cuoco, un diplmatico, un benzinaio o uno stagista. Le persone non sono così generose nel darti tutte e le giuste informazioni altrimenti dovebbero mettere in crisi l’idea superba che hanno di loro stessi nel momento in cui quasi tutto è replicabile da altri – e non pensate voi che leggete, stagista o professore che sia, di non essere come loro.
    Da queste semplici osservazioni, è chiaro che nel momento in cui le istruzioni date alla stagista non sono complete allora non la si può guidicare nella sua autonomia gridando allo scandalo e farlo vuol dire chiederle di indovinare il modus pensandi di chi la giudica, in una sorta di solipsistico dato per scontanto che il metodo giusto è di chi ti giudica dove chi giudica non deve invece chiedersi con che metodo lo stia facendo.
    E se si avesse voluto giudicarla nell’autonomia non si può pretendere che sapesse già il fatto suo, altrimenti non sarebbe una stagista ma una professionista, e comunque in quel caso non ci si può scandalizzare a meno che ancora una volta non si reputi che in linea di principio noto è già il Verbo, e il Verbo era presso il capo e il capo era il Verbo.

  21. Stagista si, stagista no, stagista bah. Assodato e stradetto l’Università va riformata profondamente, per farlo occorre che i Prof che contano abbiano voglia di cambiare le cose. Non ce l’hanno. Quindi come al solito il problema torna alla politica.
    Il tirocinio all’interno dell’impresa dovrebbe essere parte integrante e obbligatorio del programma di studio. Solo l’esperienza sul campo, compreso qualche “muffo” fa crescere i ragazzi e li avvicina al mondo del lavoro. Le aziende che si prestassero ad ospitare i tirocinanti dovrebbero “eseguire” un percorso già tracciato nel programma di studio. Un laureato che abbia fatto almeno 1.000 ore in alcune aziende è certamente pronto a fare uno stage e a mettersi in gioco. Le regole attuali dello stage post laurea sono pessime così come sono pessime le leggi e “riforme” per l’avviamento al lavoro dei giovani. Le regole e le leggi sono fatte con intenzioni poliziesche per evitare gli schiavisti, inaccettabili e pongono dei limiti allo stagista e all’impresa fino al punto di non servire quasi a niente. Le imprese e gli stagisti debbono avere libertà di scelta senza impedimenti, gli schiavisti debbono andare in galera.
    Ci sono “mestieri” che non si possono insegnare in nessuna Università del mondo. Come diceva un mio vecchio Prof: io non posso insegnarti nulla, posso solo fare in modo che tu impari qualcosa. Lo stage serve a questo, è il tentativo dell’impresa di verificare se lo stagista è in grado d’imparare qualche cosa che metta in evidenza la possibilità che ha, perché possa poi essere assunto, dalla stessa impresa, o da altre simili che hanno riconosciuto lo stage come un passo avanti verso la capacità di produrre. Per fare questo lo stage richiede che l’impresa impieghi lo stagista in esperienze vere e autonome, lavori veri non simulazioni, di queste ne ha già fatte tante all’Università. Ovviamente è impossibile che i lavori veri li possa fare bene e in tempi accettabili, uno stagista che non ha mai visto un’impresa non produce nulla per mesi, ma questo non vuol dire che non riuscirà nell’obiettivo di cui sopra. L’impresa accetta lo stage perché necessità di lavoratori che possano produrre e portare nuova linfa, per farlo deve “sudare” investire tempo per le verifiche, spiegare le cose che funzionano e quelle che non vanno. Il lavoro X se il tutor lo fa da solo ci può mettere 1 ora, se lo fa lo stagista ce ne mette 3, poi 1 ora serve al tutor per spiegare e correggere, poi lo stagista si rimette al lavoro e così via fino a che il lavoro non sia fatto bene (pronto per il mercato). Con questo metodo se va bene da 1 ora di normale lavoro per un professionista si passa a 5. Perché un’impresa dovrebbe farlo, visto che costa 5 volte di più? Semplicemente perché l’obiettivo è poter assumere la persona giusta che nel giro di 1 o 2 anni possa essere una risorsa. Perché è giusto che abbia un minimo di paga o rimborso delle spese visto che formarlo costa? Per il semplice fatto che lo stagista è una PERSONA che deve sentirsi anche “incentivata” o se preferite minimamente gratificata e soprattutto non stare sulle spese. La paga minima deve essere considerata nell’investimento, insieme alle 4 ore in più investite. Questo è uno stage produttivo. Tutti i miei ragazzi e ragazze sono entrati in azienda attraverso uno stage, alcuni non hanno potuto farlo, con loro grande rammarico, per la legge assurda del limite di 12 mesi post laurea e tante altre cosette che impone l’Ufficio per l’Impiego. Io non concedo stage a nessuno se non ho la necessità di assumere un’apprendista. Lo stagista che viene da noi tanto per tirare su qualche centinaio di euro, e non è interessato al nostro lavoro, è meglio che vada a fare il barista. A conferma di ciò noi per selezionare gli stagisti abbiamo una procedura che impegna lo stagista in un lavoro da svolgere a casa, pre stage, e almeno 2 colloqui.Le ultime 2 ragazze che abbiamo in stage sono state selezionate su 28. Ripeto, chi sfrutta lo stagista per fare le pulizie o rispondere al telefono deve essere sanzionato. Ovviamente lo stagista, nel nostro ufficio, deve tenere pulita la sua scrivania e non scassare il PC.

  22. Parlo della mia esperienza personale, e mi scuso se uso il mio log di WordPress e non di Facebook. Sono di Napoli, e questo spiegherebbe già la mia situazione. Mi sono laureata l’anno scorso alla triennale di scienze della Comunicazione e all’età di 22 anni, e da Giugno di quest’anno concilio il mio tempo fra università e stage di marketing.
    Il mio problema è piuttosto comune, ossia che il mio stage non è retribuito e non ho un rimborso spese. Eppure il mio capo è abbastanza elastico sui miei orari e la mia esperienza in un’azienda è formativa e costruttiva per il mio futuro. Ovviamente non ho la certezza di essere assunta, ma posso dire che nessuno degli stagisti attuali si lamenta di come veniamo trattati e, almeno dal mio punto di vista, penso che stiamo davvero imparando qualcosa di pratico.

    Questa è la mia segnalazione, spero che serva a farvi ricredere sulle voci degli imprenditori strozzini :)

  23. Bene Witchy111, almeno qualcuno/a che riconosce che a qualcosa lo stage gli serve! Perché è questo, in fondo, il vero problema: tutti levano gli scudi sul pagamento, o sul rimborso spese, come se il problema fosse quello. Il problema, invece, è nell’intelligenza di chi entra nel mercato del lavoro attraverso lo stage. Se è ben fatto, in un’azienda seria, è utilissimo. Poi, ovviamente, non è che questo apra ad un lavoro automaticamente….

    Per rispondere a Ugo invece, vorrei spiegargli che quando si accoglie uno stagista non è che questo diventa il centro della vita aziendale a cui dedicare cura, coccole, attenzione… è una persona in più che svolge una mansione. Il caso che ho raccontato – vero – è per me sintomatico di un problema di mancanza di cultura e di senso dell’osservazione di un giovane che, all’interno di una casa editrice, col paraocchi e il cervello sconnesso indicizza un volume in modo totalmente assurdo.
    Tutti dicono “poverino, nessuno gli ha spiegato… poverino, nessuno lo ha pagato…, poverino dovevano affiancarlo…” ma nessuno dice: ma a cosa stava pensando mentre lavorava? C’è bisogno di portarlo per mano anche a fare i suoi bisognini, o si suppone che un 23enne laureato (che fa la specialistica) CAPISCA DA SOLO che un libro di ricette non si può indicizzare così? Quando GIUSTAMENTE dici che l’università NON FORMA I GIOVANI AL MONDO DEL LAVORO dici bene; ma perché allora questo deve farlo l’azienda? Sai cosa fa l’azienda furba? NON PRENDE STAGISTI! Gli costa meno!

  24. 1)Antonio: non posso permettermi di pagare qualcuno a cui già insegno.
    2)Ugo: Non posso insegnare tutto allo stagista/sottoposto, altrimenti mi sostituira`.

    Vado di corsa, ma ci provo, usando un lessico colorito, per adattarmi al tono dei commenti :)
    1)Antonio, E` una balla. Non e` che gli stai insegnando roba particolarmente difficile. Se lo devi seguire troppo, hai sbagliato ad assumerlo. Uno stagista arriva gia` selezionato, ed e` in grado di produrre lavoro per l` azienda. Il nostro programma INTRA- DCU seleziona pochissimi studenti (15%) nel corso, che si beccano stage pagati e buoni. Gli altri ce li riprendiamo in classe, perche` sono incapaci di fare un lavoro. E si passa al discorso “Come migliorare l` Universita`”. Ma le aziende si pigliano i migliori.
    2)Ugo, Si puo` evitare a patto di organizzarsi bene. MENTRE lo formo, il laureato fa una parte del lavoro che richiede solo la sua formazione precedente. Per esempio, se ho da analizzare una montagna di dati, e basta una matematica decente per farlo, assegno questo lavoro allo stagista. Allo stesso tempo, lo stagista si studia altra roba, e impara il compito successivo, piu` complesso. Ovviamente lo stagista deve essere disposto a faticare.

  25. Enrico:
    scusa, ma non è facile entrare caso per caso: abbiamo tenuto stagisti per 10 anni, e ovviamente ci sono stati quelli bravi, autonomi e intelligenti. Ma nulla toglie al fatto che nei tre mesi (TRE MESI) che sono in casa editrice non possono essere una risorsa piena, perchè il lavoro NON LO SANNO FARE. Io sto parlando di CASA EDITRICE, dove uno stagista di redazione non fa data entry o roba simile: deve leggere per trovare refusi o fare editing ai testi, tutti lavori per cui serve esperienza. In altri casi, sicuramente, funziona come dici: anch’io so di stagisti messi a fare telemarkting dal secondo giorno di inserimento, ma io semopre parlato di un’altra cosa…

  26. Antonio, non ho parlato di data entry, ma di data analysis, roba che richiede un bel po` di cervello e nozioni di matematica al limite di quelle impartite all` universita`.

    Se per tutti i lavori nella vostra casa editrice serve esperienza (e quella universitaria non basta), allora fate benissimo a non prendere piu` stagisti. Pagando il giusto, e` possibile reperire figure qualificate per progetti di piu` ampio respiro.

  27. Non so cosa sia INTRA-DCU, comunque dalla mia esperienza e quella dei miei amici imprenditori uno stagista post laurea magistrale non è pronto al lavoro, quindi bisogna fargli fare un percorso complesso. In una casa editrice però si possono fare molte cose. Se lo stagista deve correggere i refusi penso che invitandolo ad una attenzione e lentezza adeguata possa diventare produttivo in poche settimane. Se si pretende che diventi un editor in grado di dialogare con gli autori potrà al massimo iniziare facendo piccole cose che però richiederanno l’iter che ho descritto nel post precedente. Se fai fare loro telemarketing (rapporto con il cliente per tentata vendita) dipende da cosa vendi, ma di solito in poche settimane è in grado di farlo, allora lo DEVI pagare, e francamente questo non mi pare si possa definire stage. Enrico dice che alcune cose le può produrre dalla formazione precedente, può darsi, io se fossi in te controllerei anche se analizza dati e comunque per fare un’analisi è più importante comprendere come raggiungere l’obiettivo che sapere la matematica, quindi lo devi formare. Francamente io non ho mai, dico mai, trovato uno stagista che avesse una preparazione adeguata a produrre qualcosa. In una agenzia di comunicazione, un laureato in comunicazione dovrebbe conoscere almeno i “fondamentali”, ma non è così, sui fondamentali e sulla teoria ci sono delle differenze enormi, non abbiamo studiato sugli stessi libri, gli stagisti portano teorie e concetti che, o sono superati di 20 anni o sono espressi in testi e da autori (professori) con autorevolezza zero. Non sono tutti così ovviamente, ma sul piano della capacità produttiva se hai C ci vogliono 6 mesi perché riesca a produrre il 20% dello stipendio che percepisce. E questo è il problema. Il periodo di 12 mesi entro il quale si deve “consumare” lo stage è corto. I ragazzi si mettono a disposizione nelle apposite liste, ma possono passare anche 6 mesi prima che un’azienda li accetti, ammesso che faccia uno stage di 3 mesi (nella mia attività è ridicolo) e abbia fortuna di trovare un’azienda dietro l’altra, farà 2 stage di 3 mesi. Poi entra nel mercato del lavoro. Se ha meno di 30 anni ha più chance perché ha un costo lordo ancora accettabile per uno che debba imparare tutto, se ne ha di più è letteralmente fottuto. Ho avuto stagisti che in 6 mesi non ce l’hanno fatta a guadagnarsi il posto e mi hanno pregato di tenerli ancora anche gratis, di dare loro una seconda opportunità. Le aziende che accettassero questa proposta sono fuori legge. Quindi lo stagista è fottuto perché per fare altri stage di max 3 mesi deve rivolgersi al Centro per l’Impiego e ottenerlo è facile come far passare un cima da petroliera per la cuna di un’ago. Se è vero che l’apprendistato finisce a 29 anni compiuti perché il periodo di stage post universitario non può essere di 24 mesi, o maggiore?

  28. indipendentemente dalla legge e quello che può dire sui rimborsi, lo stagista sta comunque ponendo a servizio di un’azienda il proprio tempo e la propria prestazione. quindi l’azienda investe sullo stagista, ma anche lo stagista investe sull’azienda. nel mio campo poi, come credo pure in altri, iniziare presso un’azienda significa precludersi la possibilità di rendersi rivendibili presso altre, (quanto odio questa parola, rivendibile), in quanto spesso si viene iniziati a tecnologie o contesti proprietari. insomma, azienda nuova, preparazione nuova. ogni volta da capo. per quanto mi riguarda ho sempre rifiutato le “offerte” di chi mi proponeva stage non retribuiti, ma anche a chi mi chiede 8 ore al giorno a 500 euro al mese. non perché io mi ritenga colta o iper-preparata, perché le prestazioni, il tempo, l’impegno, hanno un prezzo. bravura o no. inoltre, quante aziende investono davvero in uno stagista? io queste buone intenzioni aziendali non le vedo. qui da noi stage significa una cosa sola: “fatti sfruttare fino a che non te ne vai per disperazione o non ti mandiamo via, che tanto poi arriva il prossimo”. ripetuto all’infinito.

  29. Pier Danio, il programma a cui faccio riferimento e`quello dell`universita`in cui lavoro. Posso affermare che l`80% o poco piu`degli stagisti di primo livello sono concime, ma cè`un 10% circa che e`bravo, fa stage di tre mesi, e risolve problemi (come Mr Wolf :)). E quando esci cosi`a 22 anni hai tutto il tempo per trovarti un buon lavoro.

  30. Enrico, scusami ma dal profilo su Facebook vedo che tu insegni a Singapore, per me è su un’altro pianeta. Minimetal, vorrei sapere cosa intendi .. qui da noi… dove? In ogni caso la situazione in cui ti trovi tu e anche i miei figli è questa. Purtroppo. Ti dirò, io negli anni sessanta ho fatto circa una dozzina di mestieri prima di riuscire ad a trovare qualcuno che mi pagasse per quello che volevo veramente fare. Epoche, crisi, cambiamenti epocali, hanno sempre richiesto ai giovani dei sacrifici. La differenza tra la mia generazione e la tua è certamente la decisamente minori opportunità, ma allora maggiori opportunità significava avere molte possibilità di trovare un lavoro, non trovare quello che veramente volevi fare. Se sei nato per fare il musicista e hai talento da vendere non trovavi nessuno che ti pagasse anche negli anni sessanta. Lucio dalla aveva 39 anni quando è riuscito a piazzare il primo pezzo, Ligabue 40. La stessa cosa accade adesso, mio figlio e il suo gruppo suonano gratis o con 100 € di rimborso spese a Londra, non ci pagano nemmeno la benzina. Giusto, sbagliato, indifferenza delle imprese verso i giovani, tutto quello che vuoi, ma io ti posso dare un consiglio: se trovi l’azienda giusta, quella che fa il lavoro nel quale tu vuoi veramente sfondare, accetta anche 300 € al mese e fagli vedere chi sei, se sei brava e loro non sono dei coglioni, non ti lasceranno andare via.

  31. Qua le questioni che si intrecciano sono due:
    1) pagare o non pagare lo stage? Antonio dice di no perché gli stagisti, spesso, fanno più danni che altro. O comunque dice che non è la questione centrale del discorso. Bene, non sono d’accordo. Lo stage va SEMPRE pagato, per il semplice fatto che lo stagista che va in azienda sta spendendo il suo tempo e il tempo speso dev’essere ripagato. Tasse universitarie, l’affitto e le bollette (per i fuorisede) sono delle spese che non tutte le famiglie possono permettersi. Le poche ore di non-studio, possono essere impiegate per un lavoro o per uno stage. Se lo stage non viene pagato si deve optare per forza per un lavoro extra (barista? cassiere? portapizza?), lasciando il campo-stage aperto solo a un gruppetto di ragazzi che se lo possono permettere. Lo stage che ho svolto lo scorso anno era pagato (poco) e l’ho accettato solo a patto di poter avere due pomeriggi a settimana e i week-end liberi per un altro lavoro pagato (poco). Risultato: da stagista non più studente guadagnavo circa 800 euro al mese lavorando sette giorni su sette per una cinquantina di ore settimanali. Se fossi stato anche uno studente tutto ciò si sarebbe tradotto in due cose: 1. diventare uno studente fuoricorso; 2. chiedere i soldini a mamma e papà, che magari più di tanto non mi avrebbero potuto aiutare. Quindi, gentile Antonio il pagamento è assolutamente necessario ed è un tema FONDAMENTALE, sia dal punto di vista dello stagista (che deve poter sopravvivere) che dal punto di vista dell’azienda (che se no taglia fuori i potenziali stagisti che non possono permettersi lo stage, che sono tanti).
    2) In che modo deve l’azienda rapportarsi allo stagista? Almeno per i primi mesi lo stagista va seguito (quasi) come un bambino. Bisogna partire dal presupposto che lo stagista non sappia nulla. Dare un compito a uno stagista senza accompagnarlo passo-passo per poi magari lamentarsi è l’errore massimo e (per la mia modesta esperienza di trevoltestagista) più comune. Per passare all’esempio di Antonio, come indicizzare un libro di ricette non è una cosa che tutti sanno. Io sarei potuto essere un suo stagista e posso assicurare che se mi avesse chiesto semplicemente di indicizzare un ricettario, non avrei saputo da dove partire e tuttora non lo saprei. Quando ho letto l’esempio come se si trattasse del peggiore errore della storia, all’inizio non l’ho nemmeno capito. Ho pensato: “questo sarebbe l’esempio simbolo dell’ignoranza degli stagisti? Addirittura!” Sono uno stupido? Può darsi. O più semplicemente sono uno che non ha mai indicizzato un ricettario né ne ha mai letto uno per intero (l’esame di ricettariologia purtroppo non esiste e i ricettari non fanno parte del mio bagaglio culturale). Come lo stagista in questione. Spesso si fa un lavoro in maniera talmente automatica da dare per scontate cose che scontate non sono. Sarebbe bastato dire al ragazzo: ordinalo alfabeticamente, per tipo di piatto (antipasto, primo, secondo, dolce), per difficoltà di preparazione, per colore predominante, per quello che ti pare, ma assolutamente non per le dimensioni dell’animale cucinato e il problema non si sarebbe posto. Trenta secondi di spiegazioni per un lavoro svolto bene e tanta fatica in meno. Lo stagista avrebbe potuto chiedere? Sì, anzi avrebbe dovuto chiedere. Però sempre la mia triplice esperienza da stagista mi insegna che spesso chiedere è difficile, perché spesso la domanda è per il lavoratore/tutor troppo banale e viene liquidata con mezza parola e una sbuffata. E allora è sicuramente più facile andare per tentativi sbagliati (e mal tollerati).

  32. Pier Danio Forni grazie immensamente per la risposta, quando ho scritto “qui da noi” immaginavo una richiesta di delucidazione in merito :) intendevo il panorama italiano… io comunque faccio parte del mondo ingegneristico, adesso mi sto specializzando ed ho una media diciamo altina :) forse per questo sono un po’ “pretenziosa”… oltre a questo ho anche un diploma in fashion design, è la mia seconda passione, avevo un part time presso una casa di moda qui a roma (la realizzazione di un sogno, per me), un bel giorno mi hanno cacciata. la causa fatta col sindacato non li ha neppure scalfiti. anche mio papà si è fatto gli anni 60… diciamo 60-70. forse devo imparare a differenziare i mestieri, quelli artistici, come fa suo figlio, hanno una competizione pazzesca. nella mia famiglia predominano più spiriti scientifici o politici. forse è diverso, forse ho giudicato con troppa superficialità. nel campo dell’ingegneria per esempio, se uno cerca per 2-3 mesi, il lavoro “buono” lo trova. io sono stata abituata a puntare in altissimo, così in caso di sconfitta rischio al massimo di trovarmi nella sufficienza. per questo i miei rifiuti categorici, come dice lei, anche presso aziende che mi avrebbe fatto più che piacere conoscere (e non sa il rimorso, poi). comunque suo figlio è fortunato ad avere un padre come lei, così motivante, dico davvero. buona giornata :)

  33. Minimetal, un vecchio proverbio dice: il modo migliore per arrivare in fretta è iniziare lentamente. Dostoevskij suggeriva ai propri allievi: prima di iniziare a scrivere metti a posto la scrivania. Certo capirai il significato. Il tuo campo è forse tra quelli dove l’Università prepara meglio i giovani al lavoro, è indubbio che conoscenze d’ingegneria siano utili e produttive per l’impresa anche durante lo stage, però. Lavorare non è studiare, occorre imparare a lavorare in ogni caso, saper riconoscere l’autorità, la piramide decisionale, imparare a rapportarsi con gli atri per lavorare in team che hanno gli stessi obiettivi. Prima inizierai a lavorare, anche in aziende che non ti sembrano di un certo livello, prima imparerai a sfruttare al meglio le tue conoscenze, prima potrai proporti ad aziende del livello che cerchi. S’inizia piano per arrivare prima, s’impara a ordinare la scrivania per poter avere tutto sotto controllo per poter scrivere un’opera d’arte. Tieni duro, lavora sodo, non credere che la meritocrazia non esista, nel nostro paese non ce né molta, ma ce né un bisogno pazzesco. Goethe diceva: fai, perché nel fare c’é arte, estro e magia. In bocca al lupo.

  34. Lancio VARIE altre prospettive.
    Non dico che gli Statu Uniti siano migliori di noi, ma sicuramente vedono le cose da un’altra prospettiva.

    In Italia, l’escalation troppo spesso ambita è:
    studi superiori
    università
    stage
    interinale
    tempo determinato
    tempo indeterminato
    pensione

    Non è un meccanismo che mi piaccia, né da una lato, né dall’altro
    Mì spiego con un fatto di vita vissuta recentissimamente

    Questa settimana c’è stato l’ultimo giorno, in una multinazionale della quale sono dipencente da 10 anni (un bel po’ di tempo, che non cambio!) , di un free-lance interinale,(leggi: vittima della legge Biagi, o semplicemente free), a cui avevo fatto io il colloquio e che avevo fatto entrare io in azienda. Era un mio ex-compagno di università. Io non sono laureato, lui sì. Piccola soddisfazione personale.
    Dopo 3 ianni di ottimo lavoro, da ottobre, va a lavorare a Palo Alto, come sistemista di Facebook.(ebbene sì, stiamo parlando di ingegneri, ma quello di cui volevo far riflettere va al di là del settore).
    Il contratto che ha è di modello tipicamente americano (non mi ricordo come l’abbia definito):in soldoni, è uno di quelli per cui, se fai male, il giorno dopo ti si presentano in ufficio due gorilla della Sicurezza con un cartone vuoto, ti assistono mezz’ora mentre lo riempi con i tuoi effetti personali e ti scortano allè’uscita
    Il free-lance ha accettato la sfida e da ottobre sarà negli Stati Uniti

    Morale?
    Fate un po’ voi: di carne al fuoco ne ho messa un bel po’
    Pietro

  35. crepi! grazie per i preziosissimi consigli e buon finesettimana

  36. Pietro, non credo che il problema stia solo nel precariato, nel caso del tuo ex collega, il problema è l’arretratezza culturale e tecnologica delle nostre imprese e la loro dimensione. Da YouTube mi pare lavorino più di 1000 ingegneri. Chi ha bisogno in Italia di uomini che conoscano le tecnologie che sviluppano i maggiori player del mondo? E nel caso ce ne fossero, di quanti ingegneri hanno bisogno? La legge Biagi è stata una buona legge così come a suo tempo lo Statuto dei lavoratori, ma queste leggi sono troppo avanzate per un paese arretrato. Questo non capita solo alle imprese, per ragioni diciamo “corporative” succede anche all’Università. Un mio amico grande medico specialista e ricercatore con quasi 200 pubblicazioni (privacy) dato il suo curriculum doveva diventare ordinario in una importante Università italiana. Ha vinto un’altro, a causa di come sono fatti i bandi e di chi prende le decisioni. Dopo la delusione, nonostante continui a lavorare e fare ricerca in Italia, è stato chiamato come professore in una delle più importanti Università USA perché secondo loro è tra i primi 10 impact factor del mondo. Questa è l’Italia, ragazzi.

  37. Ciao, Pier Danio.
    Sono d’accordo con te quando dici che, nel caso del mio ex-collega, la questione non stia (solo) nel precariato. Ci sono molti fattori, anche specifici di settore, che probabilmente gli hanno fatto fare le sue scelte, sia in Italia, sia quest’ultima, per l’estero.
    (La cultura free-lance, quella geek, la passione per il mondo Unix, a torto
    relegato a moribonda nicchia, ma in realtà cuore di quasi tutti i grossi sistemi, quelli resi famosi da Internet, ma anche no. Ed è anche questo il motivo per il quale molte grosse multinazionali sono costrette a cercare anche all’estero queste specifiche conoscenze)

    Ma non era questo il punto con il quale speravo di proporre altre prospettive; mi riferisco:

    alla capacità di mettersi in gioco, sia da parte delle aziende, sia da parte delle persone.
    Di non inquadrarsi cercando chiusi traguardi e di non blindarsi dietro asfittiche scuse congiunturali. (Detto per inciso, il mio lavoro in Italia,abbandonato dal free-lance, è per una multinazionale francese che fattura quanto 20 Fabebook, ma che sta affrontando il periodo spendendo pochissimo per R&D)

    Possibile che solo gli Statunitensi abbiano il coraggio di puntare su questi fattori, anche dopo la loro brava dose di mazzate che ha subito il loro famoso “sogno”?
    Così come stanno cercando di imparare dall’Europa una certa dose di welfare, non potremmo cercare di cogliere anche noi, nel qujotidiano, un certo spunto di coraggio. e non solo facendo il tifo perché lo tirino faticosissimamente fuori a Montecirorio?

  38. Ciao Pietro, in effetti tu hai aperto una nuova prospettiva al dibattito cercando di capire perché in USA è più facile trovare lavoro per i ricercatori e come mai le nostre imprese se li lasciano scappare (il caso Unix è un dettaglio) ci sono migliaia di giovani che se ne vanno, questo è il fatto. Ricordo vagamente una proposta di qualche politico, talmente incredibile che nemmeno mi ricordo chi fosse lui o il partito. Faremo riforme che faranno ritornare i ricercatori in Italia! Ha Ha Ha! Per farlo occorre rovesciare il paese come un calzino. Il coraggio di cui parla Pietro è motivato dal guadagno, il Re $ spinge ogni cosa, ma a differenza dell’Europa negli USA investono le famiglie, gli artigiani, le casalinghe investo i risparmi, nei fondi che investono sulle newco. Sono tutti alla ricerca di un altro Job, e delle migliaia di uomini che hanno fondato aziende che guadagnano. Puntano su 100 idee, ne finanziano tutti gli aspetti, ci provano davvero, ne va una coprono le spese per le altre 99. Noi abbiamo i ricercatori pubblici con le borse di studio da 900 € al mese che vengono erogate con il contagocce e disperse in mille ricerche dall’epatite della lucertola padana, alle soluzioni per indagini di mercato via web. Acquistiamo tecnologia perché è troppo costoso, quindi difficile, inventarla. Non utulizziamo i fondi europei, che poi hanno un meccanismo perverso creato deglle commissioni fatte ovviamente di politici distanti 1000 miglia dalla realtà. Anche noi abbiamo alcuni “incubatoi” ovviamente legati al mercato finanziario che c’é e con un fine che francamente non ho ancora capito. Tiriamo fuori le storie dei progetti nel cassetto e dei ricercatori che se ne sono andati.

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