L’importanza di fare rete

Sono molte le reti di cui è fatta la contemporaneità: biologiche, neurali, elettriche, ferroviarie, televisive, matematiche, telematiche… Ma la Rete per antonomasia oggi è Internet. E se dici network, tutti aggiungono social e pensano subito alle comunità virtuali. Che però esistevano ben prima di Facebook, Twitter e compagnia bella: un social network è infatti un gruppo di persone connesse da vari legami, che vanno dall’amicizia alla conoscenza casuale, dai vincoli familiari ai rapporti di lavoro, fino al contatto (sporadico o regolare) con gli «amici» o «seguaci» su Internet.

Robot 05

Di quante persone è fatta una rete? L’antropologo inglese Robin Dunbar dice al massimo centocinquanta: entro questa cifra tutti si conoscono di persona, anche se solo di vista e con scambi saltuari. Ma su Internet le reti possono essere molto più affollate: migliaia di contatti, o addirittura decine e centinaia di migliaia per le celebrities. Sono ancora reti, queste? Dal punto di vista informatico, certo che sì. Dal punto di vista delle relazioni umane, bisogna starci attenti.

La soglia dei centocinquanta diventa mille per Kevin Kelly, il celebre studioso di cultura digitale cofondatore di Wired. Dopo mille siamo nella folla: un insieme caotico di persone che perdono di vista le relazioni uno a uno, fondamentali perché una comunità funzioni. Ed è questo il punto: in rete contano le relazioni più vicine, conta la cura dell’altro/a, conta la capacità di dimenticare l’io e mettere al centro il tu. In rete occorre sempre chiedersi: ciò che sto dicendo e facendo può essere interessante e utile per qualcuno? Non per me: per gli altri.

È questo che fa nascere una rete, la fa crescere, la rende forte e durevole, perché se tutti partono dalla stessa domanda, lo scambio è reciproco. Qualcosa che però molti stentano a capire, in tempi di individualismo sfrenato; specie in Italia, paese di campanili. Eppure sarebbe facile: le amicizie vanno coltivate, si dice, il che vale in rete come fuori. Idealismo? No, sopravvivenza: se non curi le relazioni, la rete muore.

Economia primitiva del dono? No, business avanzato: è proprio partendo dall’offerta di servizi gratuiti che Google e Facebook sono diventati i colossi che sono. Ed è sulla stessa base che oggi chiunque può far nascere da un’idea, piccola o grande che sia, prima una comunità e poi un lavoro, un’impresa, un cambiamento politico e sociale, un progetto avveniristico. Sapendo fare rete si può.

PS: questo è il Manifesto che ho scritto per il festival RoBOt. Digital Path into Music and Art, che ha aperto ieri a Bologna la sua quinta edizione. L’articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

8 risposte a “L’importanza di fare rete

  1. “In rete occorre sempre chiedersi: ciò che sto dicendo e facendo può essere interessante e utile per qualcuno? Non per me: per gli altri.” (Giovanna)

    Sacrosanto. Ma in molti casi succede il contrario: sterili battibecchi, insulti o squalifiche più o meno sottili, egotismi sfrenati. Succede ogni tanto perfino nei blog migliori, come questo. E’ successo anche nell’eccellente blog-forum di Severgnini, che lo ha indotto a chiudere i commenti.

    Le reti sociali in Internet possono andare sia nella direzione dell’individualismo rissoso (col favore dell’anonimato, dell’assenza del faccia a faccia) sia nella direzione della cooperazione costruttiva.

    Forse bisogna insistere molto su questa differenza, farne una questione di identità: questo è un blog dove si collabora e ci si rispetta, anche quando si discute appassionatamente e ci si critica senza fare sconti a nessuno.
    Giovanna qui ogni tanto lo ricorda, e secondo me fa benissimo.

  2. Un interessante, per nulla superficiale o banale, punto di vista sul significato socio-antropologico, nonché psicologico, dell’evoluzione dei comportamenti in rete dagli anni ’90 ad oggi si trova nella produzione di Sherry Turkle da “Life on the screen” al recente “Alone together”. Interessante anche perché è lei stessa ad “ammettere” di aver dovuto ricalibrare i propri paradigmi interpretativi nel tempo, fino quasi alla contraddizione. Non sono sempre d’accordo con le sue analisi ma trovo che sia un’eccellente divulgatrice.

  3. Ottima riflessione, specialmente per quanto riguarda la rete.
    Anche nel campo del “marketing” (il virgolettato è d’obbligo) si pensa troppo spesso che con una pagina su Fb di creare sciami di proseliti.
    Invece se si vuole creare una rete (comunità?) occorre sempre impegno e dedizione: no pain no gain!

  4. Alcuni giorni fa ho scritto un post sullo stesso argomento, sulla rete e l’economia del dono.

  5. Hai ragione Fabio, proprio per questo sono nati nuovi profili professionali per gestire i brand e le relazioni sui social media. La content curation è un’esperienza davvero bella e gratificante, così come il community management. Io che lo faccio quotidianamente, posso assicurarti che ci vuole molta, molta pazienza, propensione all’ascolto, e soprattutto TRASPARENZA. Il bello di tutto ciò è che le azioni di un’organizzazione (una che vuole fare le cose fatte bene in rete) si muovono insieme ai propri fan-follower-ambassadors. E pensare che io avendo fatto comunicazione e marketing durante gli studi queste cose le ho solo sfiorate. Adesso, viverle, è tutt’altra cosa. Ci vuole studio continuo. E non stiamo parlando solo di Facebook e Twitter. Un caro saluto e un abbraccio alla mia cara prof. Giovanna!

  6. Pingback: Comunicazione. Comunità. Comunione. « ETicaNews

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