Prospettive per laureati in comunicazione: Italia vs. Germania

Matthias si è laureato a luglio in Scienze della comunicazione a Bologna e ora è iscritto alla magistrale Media e Comunicazione Politica alla Freie Universität di Berlino. Pubblico qui la sua mail, perché fa capire alcune differenze fra Italia e Germania, quanto a prospettive per laureati in Scienze della comunicazione.

Non per deprimerci nell’ennesimo confronto per noi umiliante, ma per guardare in faccia la realtà: sono situazioni come queste che i giovani devono cercare, ognuno/a nel suo settore. E se in Italia non si trovano, meglio andarsene. Va detto che Matthias è bilingue (italiano-tedesco), ma non occorre esserlo per andare all’estero: basta conoscere bene l’inglese. E Matthias è pure un giovane preparato e impegnato. Uno che studia, eh. Il che è sempre fondamentale, in Italia come in Germania e altrove.

Freie Universitaet Berlin

Buonasera. Mi sono laureato a luglio all’Università di Bologna e avevo frequentato il corso di Semiotica 2 e Semiotica dei nuovi media con lei. Avevo promesso di tenerla aggiornata sul mio percorso di studi. Sono stato ammesso e ormai anche immatricolato alla Freie Universität di Berlino per frequentare il corso di laurea magistrale in Media e Comunicazione Politica. La prima lezione probabilmente sarà il 15 o il 16 ottobre e sono molto curioso di vedere come sarà. Per adesso devo vedere se sarò ammesso ai corsi che ho scelto visto che anche lì c’è di nuovo la selezione, questa volta però in base a fattori come età o semestre d’iscrizione degli studenti.

In più, anche grazie alla lettera di raccomandazione che mi ha firmato, sono stato assunto dall’università tecnica di Berlino che è istituto portavoce del Collaborative Research Center “Sustainable Manufacturing – Shaping global Value Creation” – è un progetto interdisciplinare tra economisti, matematici, ingegneri, ma anche sociologi e umanisti che sviluppano scenari sul futuro dal punto di vista ecologico per trovare soluzioni più sostenibili per la produzione industriale.

Il mio reparto si chiama “Public Awareness” e oltre a compiti di marketing scientifico proprio del progetto in sé dobbiamo portare nella società anche i contenuti: stiamo lavorando alla creazione di materiale didattico per le scuole medie e superiori e cerchiamo soluzioni per la trasmissione dei concetti senza parole, ad esempio facendo una collaborazione con l’università di Gaza che cominceremo fra poco.

Il lavoro è ben pagato e il mio impiego è pianificato per i prossimi due anni, fino alla laurea. Mi piacerebbe anche continuare a lavorare in quel posto perché pur essendo assistente studentesco non sono considerato un lavoratore a prezzo basso che fa i lavori che nessun altro vuole fare ma mi viene data una certa responsabilità, grande autonomia e soprattutto nessuno mi frena, esperienza che invece ho fatto in altri tirocini in Italia con spiegazioni come “non lo puoi fare perché non l’abbiamo mai fatto e se i responsabili vedono che è stato fatto dovremo farlo noi e non c’abbiamo voglia” – qui invece l’iniziativa è apprezzata e benvenuta. Ringrazio ancora per la buona istruzione nei suoi corsi e la lettera di raccomandazione. Cordiali saluti, Matthias.

14 risposte a “Prospettive per laureati in comunicazione: Italia vs. Germania

  1. La mail di Matthias mi incoraggia e sprona a concludere quanto prima la mia magistrale in Comunicazione ed Editoria, nella speranza di veder riconosciuta la mia qualifica in Italia ma, se necessario, sarei pronto a vivere un’esperienza all’estero

  2. Vero, capita talora che al lavoratore italiano sia richiesta supina fedeltà piuttosto che creativa iniziativa.

  3. Nulla di nuovo sotto il sole.

  4. E vabbe’ Enrico: per te. Ma capisci che devo insistere? Che devo fare vedere la situazione da più prospettive e più punti di vista? Se mostro solo esperienze come quella di Matthias, invitando i giovani a fare come lui e ad andarsene all’estero, quelli che non possono si deprimono a morte, mentre tu arrivi qui e dici “nulla di nuovo sotto il sole”. Se segnalo stage che io so per certo che offrono prospettive di lavoro serie e bene pagate, ma per il momento partono con rimborsi spese mensili bassi, tu insorgi. Eccetera.

    Io cerco di offrire più prospettive: le persone e le aziende non sono uguali, le scelte possono essere diverse, i motivi diversi. Molti giovani qui in Italia magari sono bravissimi, ma hanno gravi problemi con le lingue straniere, perché a scuola non gliele hanno insegnate bene, le loro famiglie non avevano i mezzi per pagare corsi privati e a vent’anni è già un po’ troppo tardi per imparare quasi da zero una lingua straniera. O magari non lo è, troppo tardi (perché non è mai troppo tardi, nemmeno per le lingue), ma loro ne sono terrorizzati. Che facciamo di quelli? Che faccio io con questi ragazzi?

    Insomma, se tu hai sperimentato una felicissima esperienza all’estero, buon per te. Ma ti prego di essere comprensivo e costruttivo anche nei confronti dei molti giovani che leggono questo blog e per vari motivi decidono di restare in Italia. Dove è raro trovare situazioni come quella descritta da Matthias, eppure ci sono. Anche se a volte si mascherano dietro a un gettone di rimborso spese più basso di quello che un’azienda o struttura pubblica tedesca possano permettersi.

    Scusa, capisco bene che non fosse nelle tue intenzioni. Ma ti segnalo che i tuoi ultimi interventi sul tema si sono progressivamente inoltrati in una direzione sempre meno costruttiva e incoraggiante. Che a me non dà fastidio, sai. Ma non è giusta per i più giovani che ci leggono.

  5. In Germania si dice: “non è tutto oro ciò che luccica”.

    Anch’io sono bilingue. La stessa combinazione: Italo-Tedesco.
    E anche se un post del genere fa nascere sogni e speranze, crea anche il (secondo me) tipico modo di pensare autodistruttivo italiano.
    Per principio sono contro l’unidirezionalismo e per la visione dialettica della cose. Anche in Germania non è sempre così facile.
    La libera università di Berlino è classificata estremamente bene: Overall: 87°, Social Scienzes and Management: 52°, Arts & Humanities 26°(! posto al mondo !)
    E questo comporta soldi ed investimenti in progetti descritti. Anche l’università tecnica di Berlino è ben vista.
    Infine anche a Bologna ci sono progetti di ricerca e sviluppo: Ci sono viaggi formativi organizzati in tutto il mondo p.e. o laboratori diversi e gruppi di ricerca.

    Parlando di autonomia:
    In Germania nella maggior parte dei corsi di laurea non si sceglie né il piano di studi – te lo scelgono loro. E tu studi! -,
    né il giorno del esame: c’è solo una data alternmativa per coloro che erano dimostrabilmente ammalati!
    E qui non voglio essere unidirezionale o persino accusante! Però tutto dipende dal pezzettino di informazione dato.
    Adesso chi ha più autonomia gli italiano o i tedeschi? Già il fatto di porrsi questa domanda…..

    Un punto di vista diverso:
    è vero che in Germania semrano/sembriamo molto più pragmatici. Ma vediamo ciò da un’altro punto di vista: quello romantico. E parlo del romanticismo.
    Ancora in Germania si distingue tra Ausbildung e Bildung. Ausbildung è la parte, ecco, pragmatica, orientata ad un fine, quasi meccanica.
    Bildung è la formazione idealizzata: l’esperienza, istruzione, educazione e cultura. è un fine in sè!
    In somma la formazione che voleva “Faust” nel dramma di “Goethe”!

    Conclusione:
    Non dipende poi così tanto da circostanze. Studiare si deve in tutto il mondo. I tedeschi non sono perfetti. L’italiani neanche.
    E dipende tutto sempre dalla prospettiva!

    Esempio: Se io ai miei amici tedeschi parlassi della Proff.ssa Cosenza come esempio delle professoresse a Bologna o in Italia.
    Domani si iscrivono tutti qui, convinti che i professori tedeschi sono noiosi, perchè non sono così accessibili, impegnati ed entusiasta.
    E perchè non hanno un blog!

  6. Pingback: Giovani: ma che ci fate ancora in Italia? « metamorfosi

  7. MOLTO INTERESSANTE. SCUSATE SOLO UN PICCOLO APPUNTO, L’ESPRESSIONE “LETTERA DI RACCOMANDAZIONE” MI RIMANDA TANTO ALLE PRASSI ITALIANETTE CHE TANTO ABORRIAMO. FORSE LETTERA DI REFERENZE FAREBBE ALMENO UN’ALTRA IMPRESSIONE….

  8. Data la titolazione del post sarebbe interessante avere testimonianze simili da studenti rimasti in Italia. Come si son mossi dopo la laurea triennale e se han trovato un buon lavoro, quali consigli possono dare agli studenti che non possono (o non vogliono, perchè a qualcuno il belpaese ancora piace) andare all’estero?

  9. Concordo: é un fatto di prospettive. Io ormai vivo in Olanda e a chi mi chiede se in Olanda si sta meglio che in Italia dico che non si puó giudicare in termini di meglio o peggio. Sono due ecosistemi con scale valoriali differenti. Non sto in Olanda perché in Olanda si sta meglio che in Italia, ma perché in questo momento della mia vita e per quello che é la mia vita mi offre un punto di equilibrio che l’Italia non mi offre.

  10. Cara Giovanna,
    mi scuso se i miei commenti recenti sono poco costruttivi. Il blog e`casa tua, dopotutto. In questo caso non ho aggiunto (causa fretta) la parte implicita del commento: Bravo Matthias e brava Giovanna a pubblicare esperienze positive.
    Rimango pero` della mia idea sul mercato del lavoro Italiano: NON ESISTE PIU`. e`talmente sbilanciato sulla domanda e sulle basse competenze da sembrare un suk.
    Che fare? Quello che fai te, sicuramente. Come tanti altri expat (siamo piu`di quelli che pensi, sai?) posso solo tacere, per evitare di diffondere negativita`. Mi limitero`a commentare qui e là.
    La mia recente incazzatura con il sistema italiano si e`nutrita di due eventi: Fermare il declino (non me ne voglia Ben) e il sito ROARS. Se questa e` l`aria che tira tra le lite intellettuali del paese, tocchera`aspettare qualche annetto per vedere segnali di ripresa.

  11. Caterina: ci ho pensato, ma in inglese è “recommendation letter”. Espressione che io uso correntemente con chi mi chiede una cosa del genere per un percorso all’estero. Inutile nascondersi troppo dietro parole fasulle…

  12. Caterina, una “recommendation letter” nel mondo accademico anglo-sassone è una cosa molto diversa che in Italia. E’ molto dettagliata e viene presa molto serio dai destinatari: se fosse generica e risultasse poi poco attendibile, ne verrebbe compromesso il buon nome accademico di chi l’ha scritta. Ben pochi professori correrebbero un simile rischio. Quindi, se sei uno studente modesto, ti scrivono come e perché lo sei, ecc.; puoi ottenere una recommendation letter lusinghiera solo se sei davvero molto bravo, e comunque verranno segnalati anche i tuoi punti deboli.
    Grazie alla loro generale attendibilità, le recommendation letter contano molto nella selezione dei candidati. Possono esserci eccezioni, come in tutte le cose, ma la raccomandazione italica è un’istituzione molto diversa.

    In effetti, “lettera di raccomandazione” non è una buona traduzione di “recommendation letter”. Giovanna ha scritto una “recommendation letter”, immagino poco “Italian style”, e lo studente tedesco ha tradotta il termine come ha potuto — in effetti una traduzione adeguata è praticamente impossibile, come per altre parole sia inglesi sia italiane (accountability, ………, non la trovo la parola italiana intraducibile in inglese, ma ce ne sarà di sicuro qualcuna, anche a nostro favore :-)).
    Hai ragione, forse “referenze” è il termine italiano che rende alla meno peggio il senso di “recommendation letter”.

  13. complimenti ed invidia sinceri per Matthias.

  14. Beato lui. A questo punto facciamo tutti le valigie.

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