La mania di fotografare i dettagli: piedi, mani, tatuaggi, pizze…

L'estate breve del dettaglio

In attesa di riprendere il blog a pieno regime, pubblico un articolo di Sara Bicchierini, uscito sul Corriere della sera cartaceo e su La 27ma ora sabato, col titolo «L’estate breve del dettaglio», in cui sono stata intervistata assieme ad altri/e.

Caviglie adagiate a bordo piscina. Tramonti romantici che spuntano da dietro l’ombrellone. Pomodorini accarezzati da una goccia di aceto balsamico su piatti immacolati. Immagini dell’estate che volano via veloci dai cellulari che le hanno catturate per tuffarsi nel paradiso dei social network. Abbellite dai filtri di Instagram, condivise con gli amici su Facebook, affidate a un cinguettio di Twitter che le rende — potenzialmente — replicabili all’infinito. I dettagli delle nostre giornate assumono un’importanza impensabile fino a pochi anni fa, improvvisamente degni di gallerie fotografiche che vogliamo far vedere ad altri, conoscenti o sconosciuti. Gli scatti sono tanti, tantissimi.

Eppure vale davvero la pena «ricordare» tutti quei particolari? Il rischio è che, tra le migliaia di foto di attimi quotidiani che affollano computer, cellulari e profili online (e che spesso sappiamo già che non guarderemo una seconda volta: si pensi ai «ritratti» di insalatine greche o bagnasciuga romagnoli), si perdano quei pochi scatti che rappresentano davvero l’essenza di un momento speciale.

L’estetica del dettaglio si applica anche al nostro corpo: uno dei soggetti più immortalati dell’estate sono i piedi. Immersi in mari cristallini o a contatto con l’erba di un parco in città, disposti in circolo accanto a piedi amici o in solitaria riflessione di fronte all’infinito: i protagonisti sono loro, finalmente liberi da scarpe e calzini. Feticcio e simbolo sessuale o legame con la terra (si pensi allo yoga nella cultura indiana), i piedi attraggono da sempre l’attenzione umana. «Il fetish non è un’invenzione dei social network. Ora viene solo mostrato di più — commenta Pamela Rutledge, direttrice del Media Psychology Research Center di Boston —. Questi scatti possono essere esperimenti artistici o un’esplorazione della propria identità (ricordano Salvador Dalí e i Surrealisti). A volte ironici, mostrano qualcosa che un osservatore casuale non coglie. Uno può vedere solo dei piedi, ma il fotografo e la sua stretta cerchia di conoscenze riesce a vedere il contesto: dove si trovano e come si sta laggiù».

Che si preannunci la partenza di un nuovo «Feetbook», il social network dei piedi? La versione italiana, partita un paio d’anni fa, non sembra aver avuto grande successo: soltanto cinquemila utenti, appassionati del genere, per il sito che cita, neanche a dirlo, l’Elogio dei piedi dello scrittore Erri de Luca («Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare…»). Gli autoritratti (i cosiddetti selfie) caricati in Rete «sembrano spontanei, ma in realtà mostrano come vorremmo che gli altri ci vedessero», afferma lo psicoterapeuta inglese Aaron Balick. «Alcuni “condividono” per distinguersi, altri per essere accettati». «Narcisismo digitale», direbbe Andrew Keen, saggista americano no social. Ciuffi sugli occhi, tatuaggi, manicure, trucco: «L’attenzione al dettaglio rispecchia la cura del corpo tipica del nostro tempo — commenta Giovanna Cosenza, docente di semiotica all’Università di Bologna —. Così abituati a guardare in un display, limitato, abbiamo ristretto anche il nostro campo visivo. Ci concentriamo su porzioni di spazio piccole. Perché nello spazio ristretto di un dettaglio ci sentiamo al sicuro: è come avere sempre con noi una “cuccia calda”». Anche in vacanza.

Anche fotografare il cibo è diventata una vera mania, tanto che negli Stati Uniti l’hanno definita «food porn»: perché l’avvicinare l’obiettivo dello smartphone a teglie fumanti, tavole imbandite o all’intramontabile cornetto e cappuccino (specie se la schiuma è decorata con fiori di cacao, Instagram docet) talvolta si trasforma in un’ossessione — o in una perversione — quasi sessuale.

«Ricorda la pornografia — spiega Giovanna Cosenza —, in cui lo zoom si concentra su dettagli anatomici». E infatti il cameriere non ha ancora fatto in tempo a posare sul tavolo la pizza Margherita che, clic, l’armonia cromatica dell’accostamento mozzarella-pomodoro-basilico (non così nuovo, a dire il vero) sta già facendo il giro della Rete. Iliana Regan, proprietaria di un ristorante bio a Chicago, difende questa tendenza: «Noi mangiamo con gli occhi. La sensazione viaggia fino al cervello, e la percezione del sapore ci piace da impazzire. Influenza i nostri sensi».

L’immagine risveglia il gusto in chi scatta e fa venire la curiosità e l’acquolina in bocca a chi osserva a distanza davanti a uno schermo. Michael Pritchard, direttore della Royal Photographic Society inglese, spiega che la passione per immortalare i dettagli non è nuova: «Già nel 1890, quando la tecnologia rese la fotografia più “democratica”, alcuni amatori iniziarono a fare scatti sui cibi. Certo, era un fenomeno limitato. Una tavola apparecchiata raccontava uno stile di vita». Da «catalogo sociologico» per pochi appassionati a fenomeno di massa. «È stata la Polaroid, a partire dal 1948, a dare il via libera a un tipo di fotografia più “intimo”». Le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di fotografare. «Con uno smartphone, molto più discreto di una macchinetta compatta o di una Reflex, possiamo ritrarre soggetti che prima erano off limits— spiega Pritchard —. Come la gente per strada o i piatti di un ristorante (io l’ho fatto ieri sera!). E con i Google glass faremo di più: potremo filmare e fotografare tutta la nostra vita, ovunque ci troviamo».

Eppure, sfogliando i vecchi album di nozze di genitori e nonni, viene da tirare un sospiro di sollievo quando ci accorgiamo che l’unico accenno al menù della giornata — se c’è — sta nello scatto del taglio della torta. Un momento che, per gli sposini che sorridono dalle foto, valeva davvero la pena di ricordare.

«Quella di aumentare la nostra memoria è solo un’illusione – conferma Cosenza. C’è chi in vacanza raccoglie 2mila immagini e poi le seleziona al ritorno salvandone la metà. Ma restano comunque tantissime! Il risultato è che, alla fine, ne riguarderemo – e ricorderemo – solo 3 o 4. Magari quelle messe sul desktop o come salvaschermo». Insomma, lo stesso numero di foto delle vecchie estati analogiche. E infatti il reporter Martin Parr sul suo blog afferma che i «troppi» scatti «hanno quasi distrutto la capacità di saper davvero guardare». «Catturare l’attimo è un desiderio illusorio: se moltiplichi i fermo immagine per il numero di attimi ne avrai una quantità infinita – aggiunge la semiologa Giovanna Cosenza.  – Fotografare il tuo bambino cento volte al giorno non servirà a ricordare ogni istante della sua crescita».

13 risposte a “La mania di fotografare i dettagli: piedi, mani, tatuaggi, pizze…

  1. ogni tanto, mi sorprendo anch’io a cogliere un dettaglio, e subito pensare ‘dov’è il cellulare, lo voglio fotografare’. è una conseguenza della realtà aumentata di questi anni. non so se sia dovuto all’inseguimento di un’illusione, di goethiana memoria, o al puro piacere di conettere occhio, cuore, mente, mano in un solo gesto. per quanto mi riguarda, non riproduco ritratti ideali di me scomposti in dettagli, ma scelgo il mondo come lo vedo. a pezzi, appunto. e lascio che si ricomponga in un’untà nella mente di chi guarda, se lo desidera…

  2. credevo di aver riletto bene, invece…*conNettere, con due enne…:-)

  3. Un articolo davvero interessante e che spiega perfettamente cos’è per molti la fotografia oggi. Essa è stata fin dalla sua nascita un media rivolto a tutti (ricordiamo che nacque per rispondere alla grande richiesta di ritratti da parte della borghedia di fine ‘700) tant’è che la Kodak si rivolse fin da subito (a volte con messaggi poco gentili verso le donne) ad un mercato con donne, famiglie e bambini come protagonisti. Oggi però è subentrata la parola social, sinonimo di condivisione. La fotografia dovrebbe essere memoria e ricordo di un qualcosa che ha attirato la nostra attenzione. Oggi grazie agli smartphone si scatta per catturare l’attenzione (propria o dei nostri amici?) verso quello che si sta facendo o mangiando. E’ una sorta voyerismo al contrario. Instagram è il regno indiscusso di questa tipologia fotografica. Foto seriali, modificate con filtri seriali pubblicate seguendo gli hashtag di tendenza. L’aspetto più “triste” è però quello di scattare, condividere e solo successivamente godersi l’attimo che si sta vivendo. Posizionatevi davanti alla Gioconda e contate quante persone arrivano, scattano la foto e solo successivamente guardano l’opera con i propri occhi.

  4. Se volete parlare di fotografia come memoria, allora bisogna porsi il problema della conservazione.

    Sebbene di nostra nonna in carriola abbiamo soltanto alcune foto, queste hanno più di cento anni nella stragrande maggioranza dei casi. Sebbene abbiamo migliaia di foto digitali di queste la maggiorparte ha meno di dieci anni.

    Il problema della fotografia adesso infatti è la conservazione, i dispositivi digitali si evolvono più in fretta di quanto occorre ricordare uno scatto e con essi il messaggio visivo che si trasmette.

    Organizzate un sistema di memorizzazione durevole e vi accorgerete, come me, che tornerete ben presto all’esigenza primordiale della fotografia scrollandovi gli ingombranti dettagli insignificanti.

    http://parer.ibc.regione.emilia-romagna.it/notizie/consapevolezza-e-servizi-per-un-futuro-del-personal-digital-archiving

  5. La caccia al dettaglio, al particolare, è in fondo una versione fotografica che (ri)evoca la hegeliana considerazione/riflessione dell’intelletto astraente che procede astraendo la parte dal tutto. Ma, come ci ricoda ilbuon F.W.H la parte separata dal tutto ha questo di suo proprio: nega se stessa. Ezio

  6. Ricordo che anche Benjamin ha dedicato, forse proprio in “L’opera d’arte nell’epoca…”, riflessioni interessanti sulle implicazioni psicologiche e filosofiche del dettaglio in fotografia…

  7. L’ha ribloggato su BamBiche Galore's Bloge ha commentato:
    Riflessone che consiglio a tutti i feticisti della “foto da condividere”; categoria in cui totalmente o in parte, rientriamo un po’ tutti.

  8. A me è capitato di fotografarmi le unghie smaltate e i capelli freschi di taglio e di colore, ma solo per vedere il risultato. Mi è capitato di fotografare un brodino vegetale (buono, tra l’altro) ma giusto perché ero in Germania e mi era stato servito ad agosto! I piedi non mi piace fotografarli poi non sono fissata come molti. Non seguo tutte le mode.

  9. Sono completamente d’accordo con OrdinaryPhoto.
    Non si tratta nemmeno più di memoria ma di condivisione compulsiva di ogni istante della nostra vita. La fruizione è immediata, il web è un mondo senza tempo dove esiste solo il presente, il momento in cui la foto viene vista. E subito dopo dimenticata in attesa del prossimo scatto.
    Ma…con uno smartphone (impugnatura, non ha un mirino, ha un raggio limitato, etc ) è più facile scattare un dettaglio o una visione d’insieme?

    #würstel al posto delle gambe

  10. Se non altro, la mania dei dettagli scalfisce la “dittatura” dei volti per la quale, tempo fa, mi fu fatto notare addirittura che il viso dell’autore stampato in quarta di copertina sia capace di moltiplicare le vendite di un libro…

    Personalmente, non sono d’accordo sul problema della “quantità”: interessato alla fotografia, anche se privo di particolari velleità, e senza molte occasioni per esercitarmi, mi diletto (dunque come un dilettante) con un album di viaggio e, degli ultimi 500 scatti, ne metto online meno di una decina.

    Trovo che la diffusione delle fotocamere digitali a prezzi sempre più accessibili sia una grande conquista: permette di svincolarsi dagli studi dai quali si dipendeva per le fasi necessarie dello sviluppo e della stampa, cioè professionalità nate a suo tempo grazie al progresso e che ora non hanno più ragione di esistere perché sorpassate dalla stessa evoluzione tecnologica (cioè quello che in teoria si dovrebbe poter dire del giornalismo e di tanti altri mestieri).

    Sinceramente, sono convinto che il principale segreto anche dei grandi fotografi, al netto dell’esperienza e della sensibilità individuali, sia sempre stata la disponibilità illimitata del mezzo e dei supporti, una base sulla quale si sviluppano la tecnica, il gusto, l’occhio per l’inquadratura.
    Per intenderci, e riassumere brutalmente: su 20 scatti allo stesso soggetto, uno buono prima o poi esce per forza…

    Ora questa prospettiva è alla portata anche di chi non ha fatto della fotografia la propria ragione di vita e penso sia un fatto estremamente positivo.

    La condivisione, in sé, non può essere un difetto come sembra suggerire un commento: semmai il problema è nella sua componente narcisistica perciò la questione riguarda i social media, in generale, e facebook in particolare.

    Inoltre, non è certo da deplorare chi si “accontenta” di fotografare con il tablet e il cellulare o di arredare la propria casa con mobili Ikea, anzi al contrario bisognerebbe riflettere sulla completa inettitudine di chi utilizza teleobiettivi ed altri equipaggiamenti costosi per delle istantanee in movimento, controsole, da dietro un finestrino.

    Per finire ritornando in tema…
    http://hot-dog-legs.tumblr.com/

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