Quali film e canzoni ti fanno piangere?

2 05 2008

Non tutti piangono davanti a un film o ascoltando una canzone. Ma soprattutto: non tutti lo ammettono. Eppure ci sono scene, al cinema, e canzoni che, quando passano in radio, ti farebbero automaticamente scendere le lacrime, se tu non fossi lì a trattenerle.

Può sembrare un tema da magazine femminile, ma non lo è. Vorrei avviare un’indagine su quali sono, oggi, i cliché audiovisivi che fanno piangere i 20-something (serietà metodologico-disciplinare garantita). Non intendo film d’essay o canzoni d’autore, non solo quelli. Potrebbe essere la scena di una vecchia commedia americana, il ritornello di una canzonetta di Sanremo, ma anche uno spot pubblicitario. Qualcosa di cui ti vergogni, insomma. Anzi, più te ne vergogni, più cose ci potrà dire sullo stereotipo che incarna.

Ce la fai a confessarlo in un commento a questo post? Se proprio ti vergogni troppo, puoi usare uno pseudonimo diverso dal solito: certo non avrò il tempo di controllare l’IP per risalire a chi sei. In alternativa, scrivimi in privato.

Per dare l’esempio comincio io. Ecco una scena che, per quante volte io l’abbia vista, mi fa sempre piangere: Audrey Hepburn che prima abbandona, poi cerca disperatamente e infine ritrova il gatto sotto la pioggia nel finale di Breakfast at Tiffany’s. :-(

NB per chi fosse interessato/a: sono disponibile per una tesi di laurea sugli stereotipi strappalacrime. Obiettivi della ricerca, metodologia e corpus saranno definiti a ricevimento.




Ippolita dixit

11 03 2008

Qualche giorno fa abbiamo discusso se Google News fosse di parte, se cioè selezionasse o meno le notizie in base a qualche valutazione dei loro contenuti. Lo so che di solito leggi i post ma trascuri i commenti, nell’idea che siano meno rilevanti. (A meno che tu non abbia commentato a tua volta, nel qual caso vai a vedere se ci sono reazioni.) Stavolta ti suggerisco di tornare comunque sui commenti: ne vale la pena.

Ma se proprio non ce la fai, ecco come una studiosa del gruppo Ippolita - che di Google, come si dice, ne sa a pacchi (vedi anche questo post) - ecco come riassume per noi la faccenda:

“Se vogliamo capire il fenomeno Google dobbiamo capire come ‘pensa’. Per farcene un’idea dobbiamo ragionare sia in termini squisitamente tecnici, che ricercare la sua identità culturale.

Non credo che il problema sia la ‘credibilità’ di Google. Google risponde a precise regole tecniche e precisi dettami ideologici. È coerente prima di tutto con se stesso, non rispetto a ciò che io o il New York Times pensiamo che sia l’obiettività. Google risponde a un’ idea propria di ciò che è considerabile autorevole.

La vera forza del Colosso di Mountain View sta nell’aver affermato la sua struttura matematica nonché configurazione filosofica come contenitore universale.
Ci rivolgiamo a Google perché implicitamente lo accettiamo come il miglior strumento tecnico e il più neutrale dispensatore di informazioni.

Il modo più lineare di procedere verso un disvelamento dell’oggetto digitale Google è cercare di comprendere come pensa, cosa desidera, come guadagna. Certamente questi elementi saranno fattori determinanti sui risultati che il motore di ricerca ci propone. In fondo Google ci sta solo vendendo un punto di vista, siamo noi ad aspettarci erroneamente che contenga tutto il web (o peggio ancora che debba contenerlo)

Off topic (ma non troppo), consiglio la lettura di Zero Comments. Teoria critica di Internet di Geert Lovink” (firmato: hy di Ippolita).




Google News è di parte?

6 03 2008

Ho ricevuto ieri da Andrea un commento che instilla un dubbio inquietante. Ho provato a fare qualche ricerca su Google News, ma non mi è sembrato di notare la tendenziosità cui Andrea alludeva. Ammetto di avere pochissimo tempo. Ho già ammesso un paio di giorni fa i miei trascorsi di ingenuità su Google e non voglio ricaderci. Dunque ti chiedo di darmi una mano.

Ecco cosa dice Andrea:

“Consiglio di vedere la versione italiana della sezione News di Google: potrebbe dare spunti interessanti per un articolo. Faccio un esempio: se un ex Presidente del Consiglio (facilmente capirete di chi parlo) è assolto in un processo per falso in bilancio perché il governo da lui presieduto ha depenalizzato il reato, la news che ha maggior risalto è quella de Il Giornale, che titola (banalizzo, ma credo che la notizia si possa facilmente ritrovare) “Giustizia è fatta”. Oppure, c’è una crisi tra Colombia da una parte e Venezuela ed Ecuador dall’altra (è cosa di questi giorni), provocata da un’incursione militare dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano: la news che ha più rilevanza su Google (ho appena controllato su Google News Italia) è quella de Il Sole 24 Ore che, chissà perché, titola “Il presidente colombiano: Chavez complice di genocidio”. Uno studio attento forse potrebbe rintracciare sotto questi fenomeni una costante.”

Vuoi fare tu lo studio che Andrea suggerisce?

O solo qualche prova per dirmi che ne pensi?




Doll Face - Faccia di bambola

1 03 2008

Andrew Huang è un videoartista e computer grafico che vive e lavora a Los Angeles. Nonostante la giovane età (è nato nel 1984), ha già all’attivo diversi cortometraggi, video musicali e animazioni. Il suo corto più noto è “Doll Face”, terminato nel dicembre 2005 e distribuito su YouTube dal febbraio 2007. Questo video è stato incluso nella selezione ufficiale dello International Animated Film Festival di Annecy, in Francia, e all’Electronic Theater del SIGGRAPH 2006 a Boston. Lo conosco grazie a Vera, una studentessa che qualche mese fa mi ha proposto di analizzarlo per la sua tesi di laurea triennale.

Huang costruisce metafore sulla contemporaneità, a volte allestendo vere e proprie parabole audiovisive, altre limitandosi a suggerire atmosfere e indurre sensazioni. Il tasso passionale dei suoi video è sempre molto alto.

Accetterei volentieri altre tesi di fine triennio su questo artista, che lo inquadrino in un genere e approfondiscano i meccanismi retorici, semiotico-visivi e semiotico-musicali delle sue produzioni.

Ecco intanto “Doll Face”. Come ti sembra?




Gravity Set Me Free

27 02 2008

Oggi sono di poche parole. O meglio, non ho risposte chiare a una domanda (con relative sotto-domande) che mi faccio sempre, quando resto incantata a vedere gli spot della Freddy. E anche un po’ commossa, lo ammetto.

Perché le donne occidentali da piccole vogliono fare la ballerina?

Sono tante, tantissime quelle che condividono questo sogno più o meno segreto. Di tutte le generazioni: ragazze, adulte, anziane.

E perché gli uomini no? Non ci pensano o non lo confessano? Perché Billy Elliot è un’eccezione?

Io da sola non riesco a rispondere.

Ci proviamo assieme?

Ma prima goditi lo spot. (Quel pavimento che brucia e li costringe a saltare…) In silenzio, please.




Una ricerca tabù 2

26 02 2008

Qualche settimana fa si diceva quanto sia difficile, in Italia, parlare di chat, siti di incontri personali, Meetic e annessi vari, senza che qualcuno sbuffi a ridere perché pensa che la cosa sia strettamente riservata a maniaci sessuali, o a gente messa talmente male da non poter che rimorchiare su Internet. Al contrario, dicevo, si dovrebbe istituire in Italia un osservatorio sul dating on line, tipo quello del MIT di Boston. Ma intanto basterebbe qualche tesi di laurea, aggungevo pure.

Basta mettere a confronto lo spot di Meetic in Italia, in onda sui canali generalisti dal 2006 e diretto da Gabriele Muccino, con quello diffuso in Francia. La localizzazione la dice lunga sulle differenze fra i due paesi, accidenti.

Quello italiano conferma il pregiudizio (risolini, facce imbarazzate) e propone la menzogna come stratagemma per evitarlo (ma guarda un po’) e l’accettazione dei genitori (oooh) per la redenzione finale.

In quello francese, un rapidissimo montaggio di immagini ci restituisce una visione dell’amore eterosessuale che è pur sempre idealizzata e romanticamente mirata al matrimonio (su questo non ci sono dubbi), ma cerca almeno un minimo di contatto con la realtà: preservativi, ecografie, tatuaggi, sesso in camporella, litigi. Per molto meno in Italia scatterebbe la censura.

Grazie a Marcella per la segnalazione dello spot francese.

Meetic Italia

Meetic Francia




Una vetrina a Damasco

6 02 2008

Correggo in parte ciò che ho detto nel post precedente. L’ossessione per il maculato non affligge solo l’occidente.

Questa è una foto che ho scattato l’anno scorso nel suk di Damasco, Siria. Là per strada le donne (quasi tutte) girano intabarrate col capo coperto, ma a volte sotto i lunghi abiti scuri spuntano tacchi a stiletto come questi. Facci clic, che vale la pena.

vetrina-di-scarpe-a-damasco.jpg




Una tesi selvaggia

4 02 2008

È dall’inizio degli anni Novanta (forse prima, non ricordo) che l’occidente subisce, a corrente alterna o continua, la moda del maculato (pardon, animalier).

Ed è da anni che me lo chiedo: perché? Cosa induce stilisti a disegnare, industrie a produrre, ma soprattutto donne e uomini di tutte le età/provenienze/estrazioni/professioni a comprare finte macule? A bardarsi/accessoriarsi/arredarsi casa con qualche tigrato/leopardato/zebrato? E per di più, a perseverare?

Sicché ho deciso: voglio una tesi di laurea. No, di più: ne voglio tante, una non basta.

Voglio qualcuno che disegni la storia, scovi i percorsi, snidi le più nascoste origini di questa iattura. Voglio spiegazioni: che siano antropologiche, storiche, geografiche, sociologiche, semiotiche, psicologiche non importa. Voglio capire.

Capire perché alla gente possano piacere cover ptelefonino-zebrato.jpger telefonini zebrate come questa.

 

 

 

 

 

Stivaletti leopardati come questo (Manolo Blahnik).

scarpe-leopardate-manolo-blahnik.jpg

Abiti verde-tigrati (Versace).

tigrato-verde-versace.jpg

Copriletti muccati così.

copriletto-muccato.jpg

Sandali giaguarati come quelli di Roberto Cavalli (il principe della macula).

sandali-giaguarati-cavalli.jpg

Persino tazze e candele animalier… guarda che roba.

tazze-in-pelle-di-animale.jpg candele-mucca-zebra-leopardo-tigre.jpg

Ma non mi si dica, per favore, che è il richiamo della foresta: l’attrazione di donne e uomini, prigionieri della civiltà, per il selvaggio. Cosa c’entra, allora, la povera mucca?

Cercasi tesi disperatamente.




Una ricerca tabù

2 02 2008

I siti di incontri personali sono ambienti web progettati per mediare e favorire il fatto che le persone entrino in contatto via Internet, e poi approfondiscano la loro conoscenza anche dal vivo, a scopi amichevoli, ma soprattutto amorosi e/o sessuali. In Italia i più frequentati sono, secondo le cifre ufficiali, Meetic, Match.com, FriendScout24.

Dovevo scrivere un articolo su come le donne si presentano su Meetic, e lo sto facendo.

Però nel farlo, mi sono resa conto che non esistono, in Italia, indagini serie su questo tema. Solo gente che ridacchia e si dà di gomito se qualcuno menziona la cosa, e poi chiacchiericcio mediatico, tipo: “L’amore ai tempi di Internet. Tutti in rete a cercare l’anima gemella”, oppure “Ho scritto ‘t’amo’ sulla rete”, in cui fra l’altro si prevede (sfera di cristallo?) che nel 2025 il 30% delle coppie si conoscerà su Internet.

Viceversa negli Stati Uniti il Media Lab del MIT ha aperto un centro di ricerca sul dating on line e sul web statunitense si trovano serissime riviste specializzate come l’On line dating magazine.

Vogliamo cominciare da qualche tesi di laurea?

Qualche spunto:

1) Come si presentano gli uomini italiani su Meetic (le donne le sto già studiando io): stereotipi, pregiudizi, differenze regionali e per età.

2) Stessa ricerca per “uomini che cercano uomini” e “donne che cercano donne” (come dice Meetic).

3) Osservazione partecipante sui più frequentati siti di incontri in Italia: come si passa da Internet al faccia a faccia.

4) Come si rappresenta l’anima gemella?

5) Chi più ne ha più ne metta.

Basta ridacchiare, però.