La comunicazione sull’influenza H1N1

9 11 2009

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):






Maschi e femmine nella letteratura per teens

6 11 2009

È da un po’ che con Loredana Lipperini diciamo che ci vorrebbe una ricerca sulla rappresentazione dei generi sessuali nella letteratura per adolescenti.

Perché?

Spiegava Loredana in un post del 15 ottobre 2009, citando Vanna Vannuccini di Repubblica:

«I livelli della lettura in Italia restano drammaticamente bassi: solo il 44 per cento degli italiani – dai sei anni in su – legge almeno un volume l’anno, più di cinque italiani su dieci non aprono mai un libro.

Ma un filo di speranza viene dai ragazzi (e soprattutto dalle ragazze, che leggono molto di più dei maschi della stessa età). Leggere un libro, entrare in libreria a dare un’occhiata, continua ad avere un significato accanto agli altri comportamenti diffusi tra i giovani come mandare sms, chattare su internet e ascoltare l’ipod.

I ragazzi dai 6 ai 17 anni leggono 13 punti in percentuale più degli adulti, anche se c’è il timore che poi diventino come i loro padri: la percentuale dei lettori, che è del 63,6 tra gli undici e i quattordici anni, scende al 55,8 tra i quindici e i diciassette.»

Detto questo, il problema è che i modelli maschili e femminili e le relazioni fra i generi sessuali che i libri per adolescenti (specie in Italia) raccontano sono spesso analoghi a (o peggiori di) quelli della tanto vituperata televisione e dei magazine di massa.

Generalizzando e semplificando:

(1) per le ragazze, la bella che punta tutto sull’uso spregiudicato di un corpo mozzafiato, come quello dell’eroina di Buio, romanzo di Elena P. Melodia;

(2) per i ragazzi, una inquietante oscillazione fra un principe azzurro tradizionale, un bellone dotato di potere (soldi?) e un picchiatore (si pensi allo Step di Tre metri sopra il cielo).

(3) altri generi sessuali?

Il tema merita più di un approfondimento, a vari livelli e su diversi corpora testuali, italiani e internazionali.

Per cominciare, cerco una tesi di laurea magistrale. Ulteriori informazioni a ricevimento. Ma prima di venire a trovarmi leggi almeno:

Lipperatura, Invettiva alla vecchia maniera, 12 ottobre 2009

Lipperatura, Perché il libri fanno male (alcuni), 14 ottobre 2009

Lipperatura, Dalla parte dei ragazzini, anche, 15 ottobre 2009





Un’alternativa alle Bratz e Winx?

30 09 2009

La californiana OHC Group LLC ha creato nel 2004 la serie di bambole The Only Hearts Club™, progettandole come «real dolls for real girls», e cioè con proporzioni, tratti somatici e vestiti più vicini – dicono – a quelli delle ragazzine in carne e ossa.

Così l’azienda le presenta sul sito:

«The toy industry’s hottest new dolls, the Only Hearts Club™, is a content-based brand of real dolls for real girls that is drawing raves for combining beautiful, real-looking dolls, with content that delivers a much-needed, positive message to girls. Only Hearts Club™ dolls look and dress like real girls, and they deal with the same experiences and issues as well.»

Con le bambole, una serie di libri:

«Most importantly, through a series of books, the Only Hearts Club™ delivers a very positive message and image – namely, that it is good to “listen to your heart and try to do the right thing.”»

Sono sette le «vere amiche » che compongono The Only Hearts Club:

«A group of bright, cute and energetic young girls – Taylor Angelique, Olivia Hope, Lily Rose, Briana Joy, Karina Grace, Anna Sophia, Kayla Rae and Hannah Faith – who formed the Only Hearts Club™ in a bond of true friendship. They are a fun-loving group of friends who are always there for one another. They laugh, share secrets and have the greatest adventures together. Most importantly, they encourage one another to think with their hearts and to try and do the right thing

Le bambole sono – implicitamente e ovviamente – proposte come alternativa alle Bratz e Winx che, per contrasto, non rispecchierebbero costumi, esperienze e corpo delle «real girls». E pare stiano avendo un discreto successo negli Stati Uniti. (Non ho trovato numeri, ma il fatto stesso che sopravvivano dal 2004 è un buon segno).

Eccole (clic per ingrandire):

onlyheartsclub

Encomiabile l’intento, visti i problemi di Bratz e Winx che stiamo ancora discutendo QUI.

Però sono perplessa.

Ai bisogni di quali e quante «real girls» le bambole rispondono? Chi sono, come sono, quanti anni hanno le bambine che ci giocano? E quelle che ci giocano le desiderano davvero, o lacrimano d’invidia per le coetanee che hanno le Winx, chiaramente molto più «cool»?

Inoltre, sono davvero alternative le storie e i valori «very positive» che esprimono, o si limitano a confermare certi stereotipi femminili, però mascherandoli a uso e consumo di una nicchia di famiglie presuntamente più illuminate e colte?

Cercasi tesi di laurea. (I dettagli, a ricevimento.)





L’ossessione per la faccia

28 09 2009

L’azienda californiana Particle scommette che i cosiddetti «status» di Twitter e Facebook funzionino meglio se accompagnati da un’immagine.

Dunque ha creato Robo.to, un sito che permette di pubblicare video di quattro secondi come «status». I microvideo possono essere caricati da una webcam o dal cellulare, e completati con un breve testo. In aggiunta, il sito permette di associare dati personali ai video, per costruire una sorta di biglietto da visita on line. Con i soliti problemi di privacy a cui un servizio del genere va incontro. (Ne abbiamo più volte parlato nella serie «Vita da Facebook». Ad esempio QUI.)

Ma cosa metti in quattro secondi? La tua faccia, naturalmente. Per mostrare al mondo cosa provi in quel momento: allegria, perplessità, noia… Smorfie varie.

Una faccina in carne e ossa, insomma.

Col che, si conferma l’ossessione del «metterci la faccia» che affligge la comunicazione odierna: dalla pubblicità alla politica, dai movimenti di protesta ai social network. Ne avevo già parlato QUI e QUI, in cerca di tesi sull’argomento (sono arrivate solo in parte, forza!).

Sembra che pure Justin Timberlake «metta la faccia» tutti i giorni in Robo.to, per aggiornare i fan sul suo stato emotivo minuto per minuto. Ciò nonostante il servizio, lanciato in agosto, è fermo a 100.000 iscritti, cioè non decolla (leggi cosa ne dice il New York Times).

Scommettiamo che non funzionerà? Guarda che roba: sembrano le foto animate dei film di Harry Potter… Che le persone si stiano finalmente stufando di metterci la faccia?
:-)





Blog, editoria on-line e censura

11 09 2009

Negli ultimi anni in Italia si è spesso dibattuto sull’opportunità di regolamentare il flusso di informazioni che circolano su Internet.

Tipicamente la discussione vede schierati, da un lato, coloro che difendono la libertà di espressione facendo appello all’art. 21 della Costituzione, dall’altro, coloro che sottolineano la necessità di aggiornare la legislazione italiana per fare fronte ai casi di diffamazione o apologia di reato su Internet.

La legge italiana sull’editoria tuttora in vigore è quella n. 47 dell’8 febbraio 1948, che ovviamente non include Internet. Per colmare la mancanza, è stata approvata la legge n. 62 del 7 marzo 2001, che estende la definizione di prodotto editoriale «alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico» (art. 1, comma 1).

Stando a questa definizione, qualunque blog sarebbe un prodotto editoriale, con conseguente obbligo di registrazione al tribunale competente. Ma la situazione è più complessa, perché alle leggi del 1948 e 2001 sono stati aggiunti, negli ultimi anni, il decreto n. 70 del 9 aprile 2003 e diverse proposte di legge, non ancora approvate in forma definitiva.

Il 9 luglio 2009 Giulia Pavani ha discusso una tesi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, dal titolo «Blog, editoria on-line e censura: un sguardo alla legislazione italiana».

Ho deciso di pubblicarla perché, oltre a essere un lavoro documentato e ben scritto, può essere utile a chi voglia farsi un quadro sintetico e equilibrato della normativa vigente su blog e editoria on-line.

La tesi presenta la normativa vigente e le varie proposte di legge (Levi-Prodi, Cassinelli e emendamento D’Alia del 9 marzo 2009, detto anche «proposta salvablog»); discute inoltre due casi di censura: l’oscuramento di www.accadeinsicilia.net, che risale al 2004 (ma la sentenza definitiva è dell’8 maggio 2008) e quello del blog anonimo www.ilbolscevicostanco.blogspot.com, che risale al 26 maggio 2006. Infine mette a confronto questi casi con il sequestro di due forum dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, sequestro dichiarato illegittimo dal Tribunale del Riesame di Catania.

Per saperne di più, scarica da QUI la tesi di Giulia.





La crisi della pubblicità e l’invertising

27 08 2009

La pubblicità tradizionale è in crisi (l’abbiamo detto QUI).

I dati Nielsen Media Research sugli investimenti pubblicitari italiani nel periodo gennaio-maggio 2009 mostrano che la crisi riguarda soprattutto le affissioni (-30,5%), la stampa (-25,1% nel complesso, -29,5% i periodici), la radio (18,6%), la televisione (-14,8%), ma non – e questa è la buona notizia – Internet (+7,8%) (altri dettagli QUI).

Mal comune mezzo gaudio: la flessione a due cifre non tocca solo l’Italia, ma tutto il mondo, come mostrano per esempio i dati Nielsen US sugli investimenti pubblicitari negli Stati Uniti nel primo quadrimestre 2009 (-12 % complessivo, con punte di - 27,7% per i quotidiani nazionali, vedi tabella Nielsen).

Una soluzione possibile è l’invertising, dicono.

In Italia ne ha parlato per primo Paolo Iabichino (direttore creativo di OgilvyOne), all’ultimo Festival dell’Economia di Trento (29 maggio/1 giugno 2009).

Che cos’è l’invertising?

Te lo spiega questo promo, realizzato da Graffiti 2000 in collaborazione con i Giovani Imprenditori Confindustria di Trento (ringrazio Matteo Santuliana, copywriter di Graffiti 2000, che mi ha segnalato l’iniziativa):

Credo che, al di là di alcune enfasi tipiche del marketing promozionale (non è una novità e neppure una panacea, ad esempio), ci sia spazio e interesse per una o più tesi di laurea (i dettagli a ricevimento: iscriviti QUI).

Per un approfondimento sulla crisi della pubblicità – che non riguarda solo gli investimenti, ma la qualità delle campagne, come spesso notiamo in questo blog – segnalo la puntata del 22 agosto 2009 di Ferry Boat, Destinazione: economia sociale, lo splendido programma che Enzo Argante conduce ogni sabato alle 13:30 su Radio 24). Argante intervista, fra gli altri, Paolo Duranti, managing director di Nielsen Media Research Italia e lo stesso Iabichino. Puoi ascoltare QUI il podcast (circa 30′).

Infine, trovi QUI (è il terzo video) la presentazione dell’invertising che Iabichino ha fatto al Festival dell’Economia il 1 giugno 2009 (52′ 45″).





Social Media Revolution

25 08 2009

L’ultima edizione del video «Did you know?» – di cui abbiamo parlato QUI – è di Socialnomics e riguarda i social media (vedi anche il libro) .

Per facilitarti la visione e memorizzazione di tutte le statistiche che il video mostra in rapidissima sequenza, sul blog Socialnomics c’è la lista, accompagnata dalle fonti da cui sono tratte.

Vale per questo video quanto detto QUI (inclusa la proposta di tesi).

Per tua comodità riporto i numeri, con alcuni grassetti miei (trovi QUI le fonti, in ordine numerico).

  1. By 2010 Gen Y will outnumber Baby Boomers… 96% of them have joined a social network.
  2. Social Media has overtaken porn as the #1 activity on the Web.
  3. 1 out of 8 couples married in the U.S. last year met via social media.
  4. Years to Reach 50 millions Users: Radio (38 Years), TV (13 Years), Internet (4 Years), iPod (3 Years)… Facebook added 100 million users in less than 9 months… iPhone applications hit 1 billion in 9 months.
  5. If Facebook were a country it would be the world’s 4th largest between the United States and Indonesia.
  6. Yet, some sources say China’s QZone is larger with over 300 million using their services (Facebook’s ban in China plays into this).
  7. comScore indicates that Russia has the most engage social media audience with visitors spending 6.6 hours and viewing 1,307 pages per visitor per month – Vkontakte.ru is the #1 social network.
  8. 2009 US Department of Education study revealed that on average, online students out performed those receiving face-to-face instruction.
  9. 1 in 6 higher education students are enrolled in online curriculum.
  10. % of companies using LinkedIn as a primary tool to find employees….80%.
  11. The fastest growing segment on Facebook is 55-65 year-old females.
  12. Ashton Kutcher and Ellen Degeneres have more Twitter followers than the entire populations of Ireland, Norway and Panama.
  13. 80% of Twitter usage is on mobile devices… people update anywhere, anytime… imagine what that means for bad customer experiences?
  14. Generation Y and Z consider e-mail passé… In 2009 Boston College stopped distributing e-mail addresses to incoming freshmen.
  15. What happens in Vegas stays on YouTube, Flickr, Twitter, Facebook…
  16. The #2 largest search engine in the world is YouTube.
  17. Wikipedia has over 13 million articles… some studies show it’s more accurate than Encyclopedia Britannica… 78% of these articles are non-English.
  18. There are over 200,000,000 Blogs.
  19. 54% = Number of bloggers who post content or tweet daily.
  20. Because of the speed in which social media enables communication, word of mouth now becomes world of mouth.
  21. If you were paid a $1 for every time an article was posted on Wikipedia you would earn $156.23 per hour.
  22. Facebook USERS translated the site from English to Spanish via a Wiki in less than 4 weeks and cost Facebook $0.
  23. 25% of search results for the World’s Top 20 largest brands are links to user-generated content.
  24. 34% of bloggers post opinions about products & brands.
  25. People care more about how their social graph ranks products and services than how Google ranks them.
  26. 78% of consumers trust peer recommendations.
  27. Only 14% trust advertisements.
  28. Only 18% of traditional TV campaigns generate a positive ROI.
  29. 90% of people that can TiVo ads do.
  30. Hulu has grown from 63 million total streams in April 2008 to 373 million in April 2009
  31. 25% of Americans in the past month said they watched a short video… on their phone.
  32. According to Jeff Bezos 35% of book sales on Amazon are for the Kindle when available.
  33. 24 of the 25 largest newspapers are experiencing record declines in circulation because we no longer search for the news, the news finds us.
  34. In the near future we will no longer search for  products and services they will find us via social media.
  35. More than 1.5 million pieces of content (web links, news stories, blog posts, notes, photos, etc.) are shared on Facebook… daily.
  36. Successful companies in social media act more like Dale Carnegie and less like David Ogilvy Listening first, selling second.
  37. Successful companies in social media act more like party planners, aggregators, and content providers than traditional advertiser.

Ecco il video.






Con molta calma…

20 08 2009

… riprendo i contatti con la rete.

:-D

Ho visto che la discussione è proseguita anche senza di me, specie a commento dei post «A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)» e «La rivoluzione si fa in rete?».

Ringrazio tutti coloro che vi hanno contribuito (e ancora lo stanno facendo). Spero in autunno di trovare qualche laureando/a, che trasformi in un lavoro di ricerca le preziose indicazioni che avete dato.

Per oggi il caldo vuole una dieta leggera.

Solo una citazione dall’ultimo libro di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità. A prescindere dal romanzo nel suo complesso (che ho trovato meno bello di altre cose di De Luca), questo passaggio riassume un po’ la sua poetica.

E per me è un monito.

«Lo scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell’abbondanza che trabocca oltre lo scrittore.»

(Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 76.)





A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)

22 07 2009

Il tam tam mediatico sull’influenza A è analogo ad altri casi di allarmismo sanitario negli ultimi anni: mucca pazza, sars, influenza aviaria.

A questo proposito ero d’accordo con Marcello Foa, quando il 25 aprile scorso aveva scritto sul suo blog:

«Nelle ultime 24 ore è scattato l’allarme in Messico per l’influenza suina e i media di tutto il mondo hanno ripreso la notizia con toni drammatici evocando il rischio di un contagio planetario. Sarà, ma gli studi sullo spin mi hanno insegnato a diffidare degli allarmi su improvvise epidemie provocate da malattie misteriose.

Ricordate la Mucca pazza? E quelle immagini angoscianti dei bovini tremanti? All’epoca ci dissero che l’encefalopatia spongiforme bovina,  variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob, avrebbe provocato la morte di migliaia di persone, nonostante l’abbattimento di decine di migliaia di capi. Ma a oggi sono stati registrati 183 casi in tutto il mondo. Le autorità fecero bene a mettere al bando le farine di origine animale, che costringevano degli erbivori a trasformarsi in carnivori; ma l’allarme fu eccessivo.

sars 1

E la Sars? Vi ricordate le immagini dei condimini sigillati, con i medici che vi entravano indossando degli scafandri simili a quelli degli astronauti? Furono pochissime le vittime, ma ci fu panico in tutto il mondo. Oggi il virus pare sia scomparso.

Ancora: l’influenza aviaria. Esiste dal 1878 e i casi di trasmissione all’uomo sono rarissimi. Eppure il mondo nel 2005 non parlava d’altro; i governi decisero di rendere obbligatorie stock di riserva del Tamiflu, un farmaco in realtà poco efficiente contro la malattia; per la gioia della Roche (su quella vicenda segnalo la splendida inchiesta di Sabrina Giannini, trasmessa nel 2006 da Report).

Ora improvvisamente tutto il mondo parla dell’influenza suina e da Città del Messico arrivano, come da copione, notizie molto allarmanti. Gli Usa sostengono che sia troppo tardi per arignare il virus, l’Europa è in allarme. Si stanno creando tutte le premesse per diffondere una piscosi mondiale. Sarà ingiustificata come le altre? Io dico di sì, con una conseguenza facilmente prevedibile: per un po’ ci si scorderà della crisi economica

Foa ha ripreso l’argomento tre giorni fa:

«La mia tesi sull’influenza suina (vedi i post su questo blog), ovvero che si trattasse di un allarme gonfiato ad arte, ha trovato conferma: nel mondo decine di migliaia di persone sono state contagiate, ma i morti sono poco più di 150. Il virus è tutt’altro che letale. Eppure l’allarmismo continua e ora le compagnie britanniche vogliono bloccare a terra chiunque mostri i sintomi del contagio. Insomma basterà uno starnuto per vedersi rifiutato l’imbarco. Un delirio.

A vantaggio di chi? La scorsa primavera l’allarme era servito a distrarre l’opinione pubblica dalla recessione (paura scaccia paura), ora ho l’impressione che l’interesse sia economico. Quanto guadagneranno le case farmaceutiche? Tantissimo e a finanziare acquisti di vaccini che non serviranno a nulla saranno per lo piu` gli Stati. Questo sì è spreco di denaro pubblico…»

———

Ora, non mi pare che l’influenza suina abbia distolto più di tanto l’attenzione dalla crisi economica.

E non non mi piace il cospirazionismo (in cui però Marcello Foa non cade).

Ma sono ormai chiare, mi sembra, le forze economiche che trarranno vantaggi da questa storia: le multinazionali farmaceutiche.

Lo spiega, per esempio, l’articolo di Maurizio Ricci su Repubblica di oggi: «Virus A, affari d’oro per Big Pharma. Il vaccino vale 10 miliardi di dollari».

Detto questo, toccare la salute delle persone è talmente persuasivo che ormai non ci si può fare più nulla: faremo tutti il vaccino. Perché – nel dubbio – costa poco, e male non fa, ci racconteremo. Perché… se non lo fai e poi capita qualcosa? E d’altra parte, come negare il vaccino al nonno? Al bimbo piccolo? Alla mamma in attesa?

Insomma, hanno un bel dirci, medici e scienziati, che l’influenza A è lieve e passa in pochi giorni (cfr. questa rassegna di articoli su Nature): il vaccino si farà.

Comunicazione batte scienza, al solito.

Idea per una o più tesi di laurea (triennale o magistrale, a seconda del taglio e dell’ampiezza del corpus): analizzare la campagna di comunicazione sull’influenza A. Ti potrai concentrare sui quotidiani nazionali (almeno le due testate più vendute, Repubblica e Il Corriere) o allargare lo sguardo al contesto internazionale (europeo e/o statunitense) e/o altri media (telegiornali, periodici, internet).

Per studenti della magistrale: sarebbe interessante un confronto con le campagne comunicative di casi analoghi (posso mettere a disposizione un paio di tesi di laurea già fatte sull’aviaria).





Il G8? Pura comunicazione

10 07 2009

È solo una passerella, una parata mediatica, un momento per confermare, aggiustare o ribaltare le strategie comunicative (nazionali e internazionali) dei vari capi di stato.

Per questo andrebbe studiato da analisti della comunicazione, più che da politologi ed economisti (idea per una tesi).

Fra coloro che hanno evidenziato con più equilibrio l’ineffettività politico-decisionale di eventi come il G8, c’è Loretta Napoleoni, che mercoledì 8 luglio ho sentito intervistata da Radio 24.

Lo ha ribadito ieri in una videointervista per l’Unità, in cui fa il punto sui giorni scorsi e anticipa cosa dobbiamo attenderci per oggi.





Le iperdonne di Satinelle

9 07 2009

Da oggi apro una nuova sezione del blog. Poiché sono ormai molti gli studenti che prendono spunto da qui (vedi la categoria «Idee per la tesi», ma non solo), ho deciso di pubblicare alcuni lavori.

Mi spiego: non è una «garetta» per scegliere il/la primo/a della classe. Né voglio incentivare il copia-incolla di tesi altrui (disabiliterò l’apposita funzione). :-)

Voglio solo condividere con chi non studia con me cosa accade oltre il blog: in aula, nei corridoi, nel mio ufficio. Raccontare «com’è andata a finire» questa o quella discussione. E valorizzare scritti che altrimenti – dopo il bel voto, la lode e le feste – prenderebbero polvere nei miei scaffali.

Saranno soprattutto saggi brevi, cioè tesine d’esame o fine triennio, perché vorrei venisse voglia di leggerli a molte persone – e la forma breve aiuta. Saranno lavori con metalinguaggio tecnico, teoria e astrazioni ridotti al minimo, perché vorrei che fossero facili da leggere. Insomma, saranno lavori che proseguono dove io mi sono fermata.

Marco Salimbeni è al primo anno della Magistrale in Semiotica e ha scritto una tesina per l’esame di Semiotica dei consumi su «La rappresentazione della transessualità nella campagna Satinelle Ice Epilator di Philips».

Un estratto:

«Il corpo, ancora una volta, è il centro attorno al quale si svolge la manipolazione pubblicitaria. Nonostante la scelta di mettere in scena proprio un corpo sia abbastanza ovvia, essendo il prodotto pubblicizzato un prodotto per la cura del corpo, è utile indagare come questo corpo viene presentato.

La scelta di servirsi di un personaggio transgender per promuovere un epilatore femminile appare innovativa e conferisce al brand una connotazione di modernità e sensibilità verso il sociale, provocando volutamente scalpore e attirando attenzione; i valori di delicatezza ed efficacia trasmessi al prodotto sono espressi in modo coerente, perché Karis raffigura sia un modello di femminilità costruita, anche grazie all’epilatore, con successo, da ammirare; sia il lato problematico della costruzione di questa bellezza, il dolore, a cui Karis è più sensibile in quanto uomo.

Meno innovativo, invece, è come questo corpo viene messo in scena. Il corpo femminile, nonostante il non essere donna biologico del protagonista, è sempre veicolo di accettazione sociale, ancor più perché iper-costruito, iper-femminile, iper-piacente e iper-seduttivo. Volere essere donna e soprattutto sapere essere donna con l’esibizione di un corpo glabro, sexy e conforme ai canoni estetici della società contemporanea sono gli imperativi a cui nessuno, né donna biologica né transgender, può sottrarsi.»

Puoi scaricare da QUI la tesina di Marco.

Questo, infine, è lo spot 2008 della campagna Satinelle Ice Epilator di Philips:






La campagna per le amministrative di Bari

3 06 2009

Da tempo volevo segnalare la campagna del sindaco di Bari Michele Emiliano, che in Italia si distingue per la capacità di coinvolgere i giovani e per l’uso adeguato e intelligente di Internet (finalmente!).

Non posso quindi che accogliere volentieri le riflessioni e la proposta di Giorgio, che mi scrive:

«Da frequente lettore del suo blog e da studente di semiotica a Bologna, vorrei segnalarle il sito del sindaco di Bari, e candidato sindaco, Michele Emiliano:

http://www.micheleemiliano.it/

Non so se lo ha già visto (credo di sì). Già a un primo sguardo si nota un gigantesco lavoro creativo da parte dell’Emilab. Ricordo a proposito un’analisi, presentata a un convegno a Imperia, di Francesca De Ruggieri [N.d.R.: Università di Bari, sede di Taranto] – articolo pubblicato su E/C [N.d.R.: puoi scaricare QUI il pdf] – in cui si prendevano in considerazione i tratti innovativi della campagna elettorale di Michele Emiliano nel 2004. Credo che possa essere una cosa interessante per una proposta di tesina triennale (o anche tesi specialistica) – visto che Bologna, e credo anche il Dipartimento di Comunicazione, pullula di studenti che provengono dal Sud, nonché dalla Puglia (come me) – o anche solo come segnalazione sul blog.

La sfida elettorale a Bari è tra l’attuale sindaco (Michele Emiliano) e colui che è stato sindaco nei due mandati precedenti (Simeone Di Cagno Abbrescia). Questo dato è stato ampiamente sfruttato negli spot elettorali per Emiliano, soprattutto in quello intitolato “Trailer: Il sindaco parte seconda”, dove Di Cagno Abbrescia è “il nemico che è tornato”. È inoltre possibile un confronto con il sito di Di Cagno Abbrescia:

http://www.simeonesindaco.it/

per valutare le differenze (faccio notare ad esempio lo stile di scrittura nei testi di quest’ultimo sito, che si contrappone all’uso del linguaggio popolare, con marcati tratti dialettali, nel sito di Emiliano: sembra l’opposizione “freddo vs caldo”).

Non mi dilungo oltre. Spero che la cosa possa in qualche modo interessare.
(PS: a scanso di equivoci, non sono un membro di Emilab!).»





Il marketing del marketing

12 05 2009

Per introdurre e posizionare nel mercato un nuovo marchio (servizio, prodotto), occorre anzitutto trovargli un nome (è il cosiddetto naming). Poi, naturalmente, bisogna dotarlo di significato, arricchirlo di suggestioni e emozioni, arredare di situazioni, cose, persone, eventi il mondo in cui il nuovo marchio (servizio, prodotto) andrà a vivere. La comunicazione lavora sull’arricchimento semantico, con tutti i mezzi: spot, affissioni, campagne stampa, testimonial, ospitate televisive e tutto ciò che sappiamo.

Il marketing applica lo stesso metodo a sé, per vendere sempre nuovi corsi di formazione, curricoli accademici, libri, posti in azienda. Ma troppo spesso si limita alla prima parte: l’invenzione di nuove etichette. Sicché, lasciati soli, i nomi muoiono presto. Come le mode.

Grazie a Silvia, ecco un censimento dei tipi di marketing più in voga ora. Ma di sicuro ne sta nascendo un altro mentre leggi. :-)

(Idea per una tesi triennale: uno studio sistematico sull’origine, il posizionamento, i significati e gli intrecci di tutte queste etichette.)

Anti-Marketing
Authenticity Marketing
Buzz Marketing
Cause Related Marketing
Chrono-marketing
Co-Marketing
Community Marketing
Convergence Marketing
Contextual Marketing
Counter Marketing
Creative Marketing
Cult Marketing
Customer Centric Marketing
Database Marketing
Eco-Marketing
Emotion Marketing
Empowerment Marketing
Entrepreneurial Marketing
Environmental Marketing
Ethnic Marketing
Ethno-marketing
Event Marketing
Expeditionary Marketing
Experience Marketing
Exponential Marketing
Family Marketing
Geo-marketing
Grass Roots Marketing
Green Marketing
Guerrilla Marketing
Holistic Marketing
Interactive Marketing
Knowledge Marketing
Life Event Marketing
Loyalty Marketing
Macro Marketing
Maxi Marketing
Mega Marketing
Micromarketing
Multilevel Marketing
Multi-Sensory Marketing
Network Marketing
Neural Marketing
Niche Marketing
Non Business Marketing
Nostalgia Marketing
Olfactory Marketing
One-to-One Marketing
Permission Marketing
Scarcity Marketing
Sensory Marketing
Situational Marketing
Slow Marketing
Social Marketing
Societal Marketing
Solution Marketing
Stakeholder Marketing
Stealth Marketing
Street Marketing
Sustainable Marketing
Radical Marketing
Real Time Marketing
Relationship Marketing
Retro-marketing
Reverse Marketing
Symbiotic Marketing
Time Based Marketing
Total Relationship Marketing
Trade marketing
Trend Marketing
Tribal Marketing
Turbo Marketing
Undercover Marketing
Value Marketing
Viral Marketing
Yield Marketing

(da B. Cova, A. Giordano, M. Pallera, Marketing non-convenzionale. Viral, guerrilla, tribal e i 10 principi fondamentali del marketing postmoderno, Il Sole 24 Ore Pirola, 2008.)





Did you know? (Forse non sapevi che…)

27 03 2009

Questa è l’ultima edizione del video «Did you know?» (segnalatomi da Walter) che – con sapiente montaggio – combina numeri e illazioni sul mondo globale e informatizzato.

Creato da Karl Fish e modificato da Scott McLeod e Jeff Brenman, il video è stato usato durante un incontro aziendale di Sony BMG tenuto a Roma nell’ottobre 2008.

Alcuni dati andrebbero già modificati, ma il video è comunque stimolante. Unico problema: il montaggio è rapidissimo e per ragionare analiticamente sulle cifre, e soprattutto sui loro significati, bisogna rivederlo più volte (dura quasi 5 minuti) e prendere appunti.

Ma si può fare un gioco. Guardalo una volta sola e domandati: «Cosa ricordo?», «Che emozioni mi suscita?»

NB: Volendo, puoi trarne una tesi di fine triennio, verificando tutti i dati, aggiornandoli e ricostruendo la strategia retorico-persuasiva che anima il video.






Product Placement, my name is Product Placement

9 03 2009

Ricevo da Cristian Testa (mio ex allievo di master) uno spunto interessante per una o più tesi di laurea.

Il product placement (PP) è una promozione pubblicitaria inserita in un film, un romanzo, una serie tv, un videogioco.

Uno dei primi esempi si trova ne Il giro del mondo in 80 giorni (1873), in cui Jules Verne inserì i nomi di compagnie di trasporto reali per soddisfare le richieste che gli arrivavano grazie al successo che il romanzo, pubblicato a puntate, stava riscuotendo. Al cinema, uno dei primi casi fu La vita è meravigliosa (1949) di Frank Capra, in cui a un certo punto compare una copia del National Geographic. Inoltre, abbiamo tutti in mente le apparizioni di diversi marchi nei film con James Bond.

Secondo le stime di PQMedia, oggi il mercato globale del PP vale oltre 10 miliardi di dollari ed è in forte crescita grazie ai nuovi media. Nel campo dei videogiochi, aziende come la californiana Massive Inc. (controllata da Microsoft) permettono non solo di inserire un brand nella piattaforma di un gioco, ma di metterlo in rete. Con la banda larga questa tendenza si è ulteriormente accentuata, data la crescente diffusione di video sul web. Per questo si sono affermate nuove figure professionali, come il movie placement copywriter, che ha il compito di trovare il modo migliore per collocare marchi nei film senza infastidire gli spettatori.

Di particolare interesse è il faux PP, con cui si inseriscono negli audiovisivi marchi inventati. C’è in Quentin Tarantino, che fa usare ai suoi personaggi le sigarette Red Apple; ma anche la Pixar inserisce nei film i ristoranti Pizza Planet, mai visti in realtà, e dagli anni ‘50 la Warner Bros riempie i suoi cartoni di prodotti dell’inesistente ACME.

Dal faux PP nasce il reverse PP, che si ha quando un marchio fittizio diventa reale. In America esiste dal 1996 la catena di locali Bubba Gump Shrimp, nata dal sogno imprenditoriale di Forrest Gump, protagonista del film omonimo; sempre negli USA, la catena di grande distribuzione 7-eleven ha creato negozi sotto l’insegna Kwik-E-Mart, un brand fittizio che appartiene al mondo dei Simpson (è il negozio gestito dall’indiano Apu, che in Italia è diventato Jet Market). A questo proposito, gira voce che la Fox, che produce i Simpson, accarezzi da tempo l’idea di cedere il marchio Duff, la birra preferita da Homer, oggi tra le bevande più note al mondo anche se nessuno – che non sia giallo e non viva a Springfield – l’ha mai assaggiata.

Per ulteriori dettagli su come impostare la tesi, vieni a ricevimento. Mentre ci pensi, goditi un collage delle celebri scene in cui James Bond fa product placement del Martini. Sempre grazie a Cristian.





Le donne italiane su Meetic

17 02 2009

L’anno scorso, di questi tempi, dicevo che mi sarebbe piaciuto avviare una ricerca sul dating on line italiano (vedi Una ricerca tabù e Una ricerca tabù 2). Ti aggiorno sullo stato dell’arte.

A dicembre 2008 è uscito questo mio lavoro:

«Stereotipi femminili nel dating on line. Le donne italiane su Meetic» di Giovanna Cosenza, in C. Demaria, P. Violi (a cura di), Tecnologie di genere. Teoria, usi e pratiche di donne in rete, Bononia University Press, Bologna, 2008, pp. 233-264.

Per gentile concessione dell’editore e delle curatrici del volume, puoi scaricare il pdf dell’articolo QUI.

Nel frattempo, ho assegnato una tesi triennale che, sulla falsariga del mio lavoro sulle donne, ha indagato gli stereotipi maschili su Meetic. Francesco discuterà la sua tesi ai primi di marzo.

Avanti il/la prossimo/a.

PS. Il libro Tecnologie di genere sarà presentato e discusso in pubblico domani 18 febbraio, alle ore 18.00, presso il Centro delle Donne, in via del Piombo 5 a Bologna. Se sei interessata/o, scarica l’invito QUI.





Vita da Facebook 5 – La fotina

11 02 2009

Ti ricordi di Susanna, la facebook-addicted interpretata da Caterina Guzzanti, con cui ho aperto le nostre chiacchiere su facebook? Ti ricordi di quando lei si lamentava per l’assenza o bruttezza della “fotina” in qualche profilo?

In questi giorni riflettevo sull’importanza della fotina. Per sommi capi:

(1) Se non hai mai incontrato la persona che sta dietro a un profilo e non hai mai visto una sua foto, è il primo appiglio che il mezzo ti offre per costruirti aspettative e fantasie al suo riguardo: bello o brutto, biondo o moro, ma soprattutto, simpatico o antipatico, sorridente o scontroso. Certo, se alla fotina il gestore del profilo aggiunge decine di foto private – come molti fanno – gli appigli si moltiplicano. Ma la fotina è l’unica che appare sempre, mentre le fotone richiedono intenzioni e azioni mirate, spesso a prezzo di noiosi rallentamenti.

(2) Se già conosci la persona che sta dietro a un profilo, la fotina non serve a costruire da zero un’immagine corporea dell’altro, ma resta fondamentale: è da lì che la persona ci guarda ogni volta che scrive uno status, condivide un video, un link, una nota, è da lì che anche noi la guardiamo ogni volta che entriamo nel suo profilo. Il che capita più spesso, magari, degli incontri faccia a faccia.

Inoltre, proprio osservando le fotine di persone che conosco, ho registrato queste impressioni:

(1) alcuni cambiano spesso fotina (più volte alla settimana, se non di più): a ogni cambiamento mi sento a disagio, disorientata, perché mi pare di non riconoscere più la persona, di dover fare uno sforzo per riabituarmi (e quando l’ho fatto, quella magari zac, cambia di nuovo);

(2) altri mettono una fotina di quand’erano bimbi: non riesco a prenderli sul serio, neppure quando scrivono preoccupatissimi commenti su attualità politiche e sociali (il che mi porta a dire che la fotina infantile è accettabile se si usa facebook per scherzare con gli amici, meno accettabile se si vuole dire la propria su questo e quello);

(3) altri ancora optano per avatar simil-manga o simil-South Park di se stessi: poiché gli avatar si somigliano un po’ tutti (almeno per tipi), è come se il loro profilo perdesse spessore e unicità;

(4) altri infine mettono frammenti di fotografie o illustrazioni prive di figure umane: anche in questo caso, prima di abituarmi, vivo una sorta di spiazzamento, mi sento destabilizzata, perché se a parlarmi è una persona vorrei che le parole fossero accompagnate da sembianze umane, non da scorci di montagna o quadri astratti.

La mia conclusione è che la fotina di facebook andrebbe trattata – più in piccolo e senza esagerare – con la stessa attenzione e lungimiranza con cui le aziende progettano e gestiscono il loro brand: in fondo è la componente visiva del nostro marchio personale, è l’immagine con cui tutti i giorni ci presentiamo alla comunità di facebook (e oltre, se apriamo il profilo alle ricerche sui motori), dunque perché trascurarla? O meglio, se la trascuriamo, stracciamo, cambiamo di continuo, dobbiamo essere consapevoli che daremo di noi una rappresentazione (almeno un po’) stracciata e variabile: è davvero ciò che vogliamo?

A partire da queste osservazioni – per ora non esaustive né sistematiche – mi piacerebbe stimolare una tesi di laurea triennale.

Ulteriori dettagli a lezione di Semiotica dei nuovi media o ricevimento.





Per oggi solo un link

27 01 2009

A uno degli ultimi post di Luisa Carrada.

Imperdibile.

E con un titolo promettente: Obamania.

PS. Idea per una tesi specialistica o di dottorato: un’analisi linguistico-semiotica dei discorsi inaugurali dei 44 presidenti degli Stati Uniti, a partire dal sito linkato da Luisa (tesi difficile, per giovani tosti che conoscano bene l’American English e la storia degli USA).





Vita da Facebook 3 – I termini di ricerca più usati

22 01 2009

È un mese che sono su Facebook. Fra le tante cose che sto osservando, ho approfittato del backstage (diciamo così) di WordPress, per raccogliere le parole che in questo mese le persone interessate a Facebook hanno inserito nei motori di ricerca, finendo così (anche) sul mio blog.

Dalla mia lista emergono due desideri principali, mi pare:

(1) curiosare dentro Facebook senza l’obbligo di iscriversi;

(2) una volta iscritti, guardare i profili altrui senza essere nel novero degli «amici».

In una frase: guardare senza essere visti?

:-)

Questa è la lista (non ho incluso le ripetizioni di stringhe identiche):

Come entrare senza iscriversi in facebook
per entrare su facebook senza iscriversi
Entrare i facebook senza registrazione
Facebook vedere senza registrarsi
Come sapere chi mi vede in facebook
Facebook rifiuta ricerca amicizia
Facebook e ostentazione
Facebook foto private
Facebook esibizionismo voyeurismo
come faccio a non farm taggare su facebook
Comunicazione politica americana su facebook
Le cause negative del vivere su facebook
Sapere chi cerca il mio nome su facebook
Iscriversi a facebook con profilo privato
Perché non mi si apre facebook
Come si pubblica una foto su facebook
Vedere foto di profili privati su facebook
Guardare le foto dei profili
Profili privati facebook
Taggare facebook foto sconosciuti
Si possono non far vedere le foto su facebook
Come vedere profili privati su facebook
Perché vedo profili di sconosciuti su facebook
Vedere foto su facebook senza essere amici
facebook come vedere la chat degli altri
Fare un profilo commerciale su facebook
si possono taggare video su facebook

Idea per una tesi di laurea triennale: analizzare le pratiche su Facebook nei termini delle combinazioni di «regimi di visibilità» di Eric Landowski (La société reflexie, Seuil, Paris, 1989, trad. it. La società riflessa, Meltemi, Roma, 1999).





Il primo archivio videoludico in Italia

16 01 2009

La Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Dipartimento di Discipline della Comunicazione – cui modestamente afferisco :-) – e il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, con le associazioni AESVI e AIOMI, con i partner privati ACTIVISION, CIDIVERTE, Microsoft Italia, annuncia oggi ufficialmente che entro la fine di marzo 2009 aprirà al pubblico presso la sede della Biblioteca Renzo Renzi (via Azzo Gardino 65/b, Bologna) il primo archivio videoludico in Italia.

Un progetto intelligente e lungimirante, per il quale dobbiamo ringraziare il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli, la direttrice della Biblioteca Anna Fiaccarini e, last but not least, Andrea Dresseno, giovane ma tosto collaboratore della biblioteca, appassionato videogiocatore ed esperto sul tema. È soprattutto Andrea che “sta sul pezzo”, come si dice a Bologna.

Data la collaborazione con il mio Dipartimento :-) , prevedo che il 2009 sarà un anno caldo per i temi videoludici. Se sei interessata/o a una tesi triennale o specialistica, se hai idee per scambi, conferenze, inviti, qualsiasi iniziativa sull’argomento, mettiti in contatto con me.

QUESTO è il sito dell’Archivio.

Archivio Videoludico

Una riflessione permanente sui rapporti tra cinema e videogiochi

Il passato dell’interattività, il suo futuro

Più di trent’anni di storia. Un archivio che ha l’obiettivo di rendere accessibile al pubblico di studenti, ricercatori, appassionati il patrimonio videoludico. Il progetto promosso dalla Cineteca di Bologna sfrutta gli ampi spazi della biblioteca Renzo Renzi per creare un luogo d’incontro e fruizione del videogioco. Presso apposite postazioni, seguiti da personale specializzato, gli utenti possono accedere al patrimonio storico videoludico interagendo con un fondo costantemente in crescita. L’Archivio Videoludico mira a diventare punto di partenza per la promozione di una consapevolezza del medium: incontri, rassegne cinematografiche, sviluppo dei rapporti con le scuole e l’Università, un dialogo costante con l’industria, partner privilegiato di quello che punta a diventare a tutti gli effetti un polo di studio e interesse sul videogioco.

Cinema e videogiochi: una relazione scontata?

Apparentemente la correlazione tra i due media è talmente evidente da risultare quasi scontata: cinema e videogiochi intrattengono una relazione prima di tutto cronologica, condividono i linguaggi visivo e sonoro, presentano analogie di messa in scena. Tuttavia l’elemento di differenza fondamentale è l’interattività del medium videoludico, che implica un’esperienza di fruizione totalmente differente.
Il film offre un percorso narrativo predefinito e compiuto; il videogioco è un’esperienza in itinere in cui il giocatore è artefice di scelte potenzialmente infinite all’interno di una struttura narrativa prefabbricata. Un altro aspetto da rilevare è che non esiste semplicemente una relazione di derivazione o di evoluzione da parte del medium videoludico nei confronti di quello cinematografico ma dalla comparsa del videogioco si assiste a uno scambio bidirezionato di natura tecnologica e linguistica. Non stupisce quindi l’aumento di adattamenti cinematografici – giochi che diventano film – e tie in – giochi tratti da film – che espandono l’universo narrativo di alcune opere.

Info
L’archivio verrà aperto al pubblico entro il mese di marzo 2009. I titoli potranno essere consultati in loco. I dettagli sulle modalità di accesso, gli orari e ogni notizia sugli eventi in programma saranno presto disponibili. Per ogni informazione: archiviovideoludico@comune.bologna.it