Che cos’è un viaggio?

11 04 2008

Niente comunicazione politica oggi: m’hanno stufata.

È da un po’ che volevo dirne una sull’ultimo spot di Louis Vuitton. Si vede soprattutto al cinema e, mentra va, è tutto un mormorio di “quant’è bello, quanto fa sognare”. Bello e costoso, non c’è dubbio: l’ha prodotto la Ogilvy & Mather (sede parigina), una delle più importanti agenzie del mondo. Però confesso che, quando l’ho visto, mi si è gelata la schiena, altro che sogno.

Questo è il testo:

What is a journey?
A journey is not a trip.
It’s not a vacation.
It’s a process. It’s a discovery.
It’s a process of self-discovery.
A journey brings us face to face with ourselves.
A journey shows us not only the world,
but how we fit in it.
Does the person create the journey,
or does the journey create the person?
The journey is life itself.
Where will life take you?
Louis Vuitton.

Passi che il viaggio sia “la stessa vita” (anche se mi stupisco che Ogilvy possa ancora vendere - e trovare chi compra - una metafora così logora). Ma insistere sull’idea che il viaggio sia una “scoperta di se stessi” o, peggio, una “creazione di se stessi”, in cui non facciamo altro che capire noi stessi (noi, sempre noi) o capire come ci sentiamo a questo mondo (stiamo bene? abbastanza comodi?)… be’, questo non lo sopporto.

Non si dovrebbe, piuttosto, viaggiare per confrontarsi con culture diverse, per imparare nuovi modi di vivere, pensare, agire, emozionarsi? Per capire meglio gli altri, invece di noi stessi?

Se devo mettermi in viaggio per scoprire me stessa, tanto vale che stia a casa. Specie se vado in luoghi meno fortunati di quello in cui vivo, dove magari la gente muore di fame o s’ammazza per qualche credo religioso appena fuori dall’albergo in cui mi trastullo. E poi, se questo viaggio è una metafora della vita, di che tipo di vita egocentrica e chiusa stamo parlando?

Il più odioso individualismo occidentale celebrato da uno dei suoi più odiosi marchi di lusso.




L’uomo dei fatti

9 04 2008

Sul Magazine n.13 del Corriere della sera è uscita un’intervista di Vittorio Zincone a Jacques Séguéla (mi era sfuggita, ma Donmo me l’ha gentilissimamente inviata per mail: grazie!). Séguéla è il celebre pubblicitario francese, noto fra l’altro per aver lavorato con François Mitterand: a lui si deve lo slogan “La force tranquille”, che accompagnò la vittoria di Mitterand nel 1981. Agli studenti interessati a lavorare sulla pubblicità consiglio sempre di leggere i libri di Séguéla, come minimo quelli tradotti in italiano: dall’autobiografico e divertente Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello (Lupetti, 1979) a Hollywood lava più bianco (Lupetti, 1992).

Ma anche quelli interessati alla comunicazione politica non possono prescindere dai lavori di questo guru della pubblicità francese: come minimo Le vertige des urnes (Flammarion, 2000) e il recente La prise de l’Elysée, scritto con Thierry Saussez (Plon, 2007).

Nell’intervista sul Corriere, Séguéla riprende una delle sue celebri regole per la comunicazione politica, “Si vota per un uomo e non per un partito”, criticando su questa base gli attuali manifesti del Popolo della Libertà.

Testuali parole:

«- Non voglio fare il saccentello, ma… mi cascano le braccia. Siamo tornati alle réclame vecchio stampo.
- Non le piace “Rialzati, Italia”?
- Tecnicamente lo slogan è ineccepibile. Due parole, chiare. È molto di destra. Più di quanto lo sia mai stato Berlusconi. È imperativo, volontaristico, quasi violento. Troppo per questi tempi: oggi la comunicazione di un grande leader deve essere una specie conversazione, coinvolgente. Il contrario di quanto ha fatto il Pdl. L’errore più grave però è l’immagine…
- Qual è il problema?
- È arcaica. Ci sono tre regole della comunicazione politica che sono intangibili.
- La prima?
- Si vota l’uomo, non il partito. E nei manifesti per ora manca la faccia di Berlusconi.
- Il suo staff dice che c’era l’esigenza di far conoscere il Pdl, una nuova alleanza.
- E che c’entra? Si vota comunque l’emozione che ti dà un volto. Per questo la campagna di posizionamento di Veltroni è più azzeccata» (Corriere della Sera Magazine, n.13, 27 marzo 2008, pp. 66-67).

Ora, mentre il resto della opinioni espresse da Séguéla nell’intervista mi trova entusiasticamente d’accordo, questa proprio no. Tralascio ogni ulteriore commento sulla foto di Veltroni, carente proprio perché non dà l’emozione che dovrebbe.

Ma l’assenza del volto di Berlusconi dai manifesti non mi pare affatto un errore, anzi. Trovo che sia perfettamente coerente con il modo in cui, fin dall’inizio di questa tornata elettorale, il leader del centrodestra si è posizionato rispetto al suo principale avversario: Veltroni è un parolaio - dice Berlusconi - uno capace di usare i trucchetti della televisione (”della fiction”, ripete), io no di certo, io mi rifiuto di farlo perché mi occupo di cose serie e problemi concreti. Veltroni è il comunicatore, il venditore di sogni - dice Berlusconi - io l’uomo dei fatti. È su questa stessa base - facci caso - che ora il leader del centrodestra sta motivando il suo rifiuto di partecipare al faccia a faccia televisivo.

Per questo, credo, ha accuratamente evitato di mettere la sua faccia nei manifesti. Il che è un bel paradosso: proprio Berlusconi che nel 1994 fu il primo, in Italia, a introdurre nella comunicazione politica le tecniche pubblicitarie, ora ci racconta di non saper comunicare. Proprio lui, l’uomo delle televisioni, ora rifiuta il faccia a faccia televisivo. Mi pare l’ennesima, e abile, mossa di un ottimo comunicatore.




I Vanity fair pregiudizi sull’età

21 03 2008

A fine gennaio la Ipsos Public Affairs (per conto di Condé Nast) ha realizzato un sondaggio di opinione sulla rilevanza dell’età nei rapporti amorosi per il magazine Vanity Fair. Sono state fatte 800 interviste telefoniche su un campione casuale rappresentativo della popolazione italiana per genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza, dimensioni del comune di residenza. Puoi scaricare da qui il documento ufficiale del sondaggio.

Vanity Fair (settimana del 6.02.200 8) ha commentanto il sondaggio con superficiale ottimismo intitolandolo “In amore gli anni non fanno differenza”, e accompagnandolo con la foto di Raoul Bova abbracciato alla ragazzina del Moccia film “Scusa ma ti chiamo amore”.

A leggere bene i dati, però, io non sarei così ottimista, perché la netta maggioranza del campione ha dichiarato che la differenza d’età è un bel problema: bastano 5 o 10 anni e già la gente si allarma.

Manca un dettaglio, per giunta: le domande sono poste come se parlare di uomini e donne fosse la stessa cosa, ma siamo proprio sicuri che le persone che hanno ostentato presunta apertura mentale rispondendo “mai” e “accetterei la situazione senza problemi” avessero in mente coppie in cui la donna è molto più grande dell’uomo? O non pensavano, piuttosto, all’atavica e trita situazione - ribadita nello stesso film con Bova - in cui è lui a essere più grande di lei?

Tu che ne pensi? Leggi qua:

Secondo lei, a partire da quanti anni la differenza di età tra partner diventa un problema?

TOTALE CASI

Uomini

Donne

5 anni differenza

8%

10%

6%

10 anni

27%

29%

24%

15 anni

13%

14%

12%

20 anni

11%

11%

12%

mai (in amore non conta la differenza di età)

35%

32%

38%

(non so)

6%

4%

8%

TOTALE

100%

100%

100%

Se suo figlio/figlia adolescente (se non ha figli immagini di averne uno adolescente) si fidanzasse con una persona molto più grande, lei come reagirebbe?

TOTALE CASI

cercherei di far ragionare mio figlio per interrompere la relazione

33%

non farei nulla perché la storia è destinata a finire da sola

16%

cercherei di convincere il partner a lasciare mio figlio/figlia

2%

accetterei la situazione senza problemi

42%

(non so)

7%

TOTALE

100%

E con questo, ti auguro buona Pasqua.




Aldo e le donne

19 03 2008

Aldo Busi (se non ti stanno simpatiche le sue moine pubbliche, non importa: pensalo come scrittore) a volte fotografa il mondo femminile con un disincanto che lascia senza fiato. Al contrario di quanto certuni pensano, non cade nella misoginia, anzi: di solito guarda le donne con tenerezza rabbiosa, come se volesse aiutarle e si sentisse troppo debole, da solo, per farcela. Mi pare un buon esempio - per quanto duro - di superamento degli steccati di cui dicevamo ieri.

Senti cosa scrive:

“Sempre più spesso mi soffermo a osservare come le donne siano manovrate dagli uomini, messe in posa, agghindate, pettinate, strattonate dai loro stessi fantasmi di virilità e di femminilità - dagli stessi fantasmi per entrambi chiamati realtà - che finiscono per concentrarsi nelle donne usate dalla pubblicità. Sono irreali, sembrano non avere altro piacere in testa che il pensiero di piacergli, di farsi comprare e incartare e portare a casa da un cliente. Quegli sguardi, remoti quanto sono ravvicinati i fianchi della loro vita, sembrano di occhi di manzo in scatola che dicono “Adottami, sono già addomesticata dal tuo immaginario, mi conformo appieno e sarò il tuo peluche. Puoi mettermi anche dei sottaceti negli orifizi come contorno e un carillon in bocca”.

Eppure sarebbero esseri umani come me, perfino la Chiesa ha loro riconosciuto un’anima ormai da un paio di secoli, ma non c’è niente da fare, non hanno autonomia, non hanno fantasia, non hanno creatività le donne, su di loro anche la biancheria intima più elaborata e femminile denuncia che né l’hanno creata loro, le donne che la indossano, né messa in vendita loro: loro vi prestano solo il corpo, la marionetta dentro, il vero attaccapanni, e per questo ricevono un cachet, che finisce tutto nella biancheria intima dell’anima aggiunta, ovvero sostituita a quella originale di cui ancora nessuno al mondo sa niente, o in simili automatismi consumistici di un cervello consumato.

Siccome il cachet spesso non basta, suppliscono al resto con furbizia: la miseria che completa la loro definitiva rovina.

Le donne sono in tutto e per tutto i giocattolini animati di una società maschilista e infantile, i suoi animaletti compiacenti: le donne sono i veri animali-angeli da allevare per la macellazione in vista - e a vista.

Le donne nella pubblicità, e persino nella politica, non hanno nulla di umano perché non hanno nulla di veramente politico nemmeno in famiglia.

Osservo le donne condotte al macello per la cavezza del loro fatalismo storico e non mi do pace, non capisco davvero come possano accettare questo destino e collaborare affinché si abbatta su di loro una per una come se fosse una garanzia di vita pienamente vissuta sino al più roseo dei finali.

È un roseo color sangue che colora - che sporca - tutta la società e i suoi progressi, tutti ai danni delle donne, vezzeggiate o sfruttate ma sempre per lo stesso fine: usarle come bestie da soma e come chimere da monta, e poi buttarle via.

Sarei impazzito dal terrore sia se avessi avuto un figlio sia se avessi avuto una figlia, io da solo non ce l’avrei mai fatta a cambiare in loro la solita storia del destino sociale del maschio e della femmina, non avrei potuto dormire la notte al pensiero che mio figlio potesse mai un giorno alzare la mano su una donna e che mia figlia non potesse far altro che parare il colpo, senza restituirlo - e sempre che riceverne uno dall’uomo-per-lei non sia la sua massima, e comune, aspirazione.

Niente rimpianti, Single senza prole: bisogna essere del tutto insensibili per mettere al mondo gente che, per bene che ti vada, o è un uomo o è una donna.”

(Aldo Busi, Manuale del perfetto single, Mondadori, Milano, 2002, pp. 100-102).




Madonna, che interludio

5 03 2008

Non vuole che la chiamino pop, ma tutti continuano a farlo. Si batte per le cause umanitarie, ma nessuno le crede. Usa in modo disinvolto e dissacrante i simboli del cristianesimo, ma lancia di continuo messaggi religiosi. Piace o non piace, senza mezze misure; eppure tutti - anche chi non la sopporta - la riconoscono come una grande professionista della comunicazione.

Non ti dirò cosa penso di lei. Dico solo che sto scrivendo un articolo sul Confessions Tour del 2006. E mi pare utile mostrarti questo video. È l’Interlude fra la prima parte del concerto, cosiddetta “Equestre” e la sezione “Medio Oriente”; è il pezzo che precede immediatamente l’esibizione sulla croce, quella che suscitò tante (e volute) polemiche. Se ami Madonna, già lo conosci e ti piace rivederlo. Se la odi, sono sicura che non l’hai visto e allora ti chiedo: l’avresti mai detto? Che durante un suo concerto ci fosse una cosa così bella, intendo.

Se invece sei una o uno snob, e non ti piace affatto che una docente universitaria (ohibò!) posti un brano di Madonna, ti ricordo che il pregiudizio nuoce gravemente alla salute.

Prima del video, ecco la mia traduzione dei testi recitati in sottofondo.

Il primo ragazzo:

Mi trovavo a un metro da terra, ansimando in cerca d’aria mentre tentavo di liberarmi dalla mano di mio padre sulla gola. Lo guardai negli occhi e mi chiesi se i miei piedi avrebbero mai più toccato il pavimento. Sei mai stato colpito così forte da finire scaraventato dall’altra parte di una stanza? Prima o poi tutti cadiamo in basso; è come ci si rialza la sfida più grande, non credi? Ho sempre vissuto nel mio piccolo mondo, e danzo per dimenticare i miei problemi. Ho imparato che c’è luce anche nei posti più oscuri. Non posso incolpare mio padre di nulla: non puoi contare sugli altri per essere felice. Eppure so che in fondo lui mi amava davvero.

La ragazza:

C’è stato un momento in cui soffrivo così tanto che avrei voluto strappare il male fuori da me. Mi sarei tagliata le braccia per non uccidermi. Non voglio morire, so di essere fortunata a stare al mondo. Così presi a tagliarmi, in modo che il male fisico calmasse il dolore che mi divorava dentro. Ma niente fu cancellato: il passato rimane nascosto nel mio profondo. Esce fuori come un’esplosione, e mi invade. Credo che siamo tutti messaggeri sulla terra, credo negli angeli. Sono benedetta da Dio perché riesco a raccontarmi che ho sofferto così tanto per diventare quella che sono.

L’ultimo ragazzo:

Dovete sapere che non ho solo una famiglia, ma faccio parte di un intero quartiere. E questo è potere. Ma non sono uno sporco negro, non ho mai voluto uccidere nessuno, neanche quando decisi di entrare in una gang: era solo per farmi accettare. Però un giorno mi costrinsero a fare una cosa che mi fece aprire gli occhi, e mi resi conto che non ne valeva la pena. Uno dei compagni venne ucciso e mi fecero fare la mia prima imboscata. Fu disgustoso il modo in cui mi coinvolsero. Io e mi fratello ce ne andavamo sull’ottava strada, quando arrivò un amico che ci chiese di seguirlo. Girammo l’angolo, mi ficcò una pistola enorme in mano e disse: “Sai quello che devi fare, è ora che tu dia una mano al quartiere”. Ma non ero uscito per uccidere nessuno.




Gravity Set Me Free

27 02 2008

Oggi sono di poche parole. O meglio, non ho risposte chiare a una domanda (con relative sotto-domande) che mi faccio sempre, quando resto incantata a vedere gli spot della Freddy. E anche un po’ commossa, lo ammetto.

Perché le donne occidentali da piccole vogliono fare la ballerina?

Sono tante, tantissime quelle che condividono questo sogno più o meno segreto. Di tutte le generazioni: ragazze, adulte, anziane.

E perché gli uomini no? Non ci pensano o non lo confessano? Perché Billy Elliot è un’eccezione?

Io da sola non riesco a rispondere.

Ci proviamo assieme?

Ma prima goditi lo spot. (Quel pavimento che brucia e li costringe a saltare…) In silenzio, please.




Una ricerca tabù 2

26 02 2008

Qualche settimana fa si diceva quanto sia difficile, in Italia, parlare di chat, siti di incontri personali, Meetic e annessi vari, senza che qualcuno sbuffi a ridere perché pensa che la cosa sia strettamente riservata a maniaci sessuali, o a gente messa talmente male da non poter che rimorchiare su Internet. Al contrario, dicevo, si dovrebbe istituire in Italia un osservatorio sul dating on line, tipo quello del MIT di Boston. Ma intanto basterebbe qualche tesi di laurea, aggungevo pure.

Basta mettere a confronto lo spot di Meetic in Italia, in onda sui canali generalisti dal 2006 e diretto da Gabriele Muccino, con quello diffuso in Francia. La localizzazione la dice lunga sulle differenze fra i due paesi, accidenti.

Quello italiano conferma il pregiudizio (risolini, facce imbarazzate) e propone la menzogna come stratagemma per evitarlo (ma guarda un po’) e l’accettazione dei genitori (oooh) per la redenzione finale.

In quello francese, un rapidissimo montaggio di immagini ci restituisce una visione dell’amore eterosessuale che è pur sempre idealizzata e romanticamente mirata al matrimonio (su questo non ci sono dubbi), ma cerca almeno un minimo di contatto con la realtà: preservativi, ecografie, tatuaggi, sesso in camporella, litigi. Per molto meno in Italia scatterebbe la censura.

Grazie a Marcella per la segnalazione dello spot francese.

Meetic Italia

Meetic Francia




Una vetrina a Damasco

6 02 2008

Correggo in parte ciò che ho detto nel post precedente. L’ossessione per il maculato non affligge solo l’occidente.

Questa è una foto che ho scattato l’anno scorso nel suk di Damasco, Siria. Là per strada le donne (quasi tutte) girano intabarrate col capo coperto, ma a volte sotto i lunghi abiti scuri spuntano tacchi a stiletto come questi. Facci clic, che vale la pena.

vetrina-di-scarpe-a-damasco.jpg




Una tesi selvaggia

4 02 2008

È dall’inizio degli anni Novanta (forse prima, non ricordo) che l’occidente subisce, a corrente alterna o continua, la moda del maculato (pardon, animalier).

Ed è da anni che me lo chiedo: perché? Cosa induce stilisti a disegnare, industrie a produrre, ma soprattutto donne e uomini di tutte le età/provenienze/estrazioni/professioni a comprare finte macule? A bardarsi/accessoriarsi/arredarsi casa con qualche tigrato/leopardato/zebrato? E per di più, a perseverare?

Sicché ho deciso: voglio una tesi di laurea. No, di più: ne voglio tante, una non basta.

Voglio qualcuno che disegni la storia, scovi i percorsi, snidi le più nascoste origini di questa iattura. Voglio spiegazioni: che siano antropologiche, storiche, geografiche, sociologiche, semiotiche, psicologiche non importa. Voglio capire.

Capire perché alla gente possano piacere cover ptelefonino-zebrato.jpger telefonini zebrate come questa.

 

 

 

 

 

Stivaletti leopardati come questo (Manolo Blahnik).

scarpe-leopardate-manolo-blahnik.jpg

Abiti verde-tigrati (Versace).

tigrato-verde-versace.jpg

Copriletti muccati così.

copriletto-muccato.jpg

Sandali giaguarati come quelli di Roberto Cavalli (il principe della macula).

sandali-giaguarati-cavalli.jpg

Persino tazze e candele animalier… guarda che roba.

tazze-in-pelle-di-animale.jpg candele-mucca-zebra-leopardo-tigre.jpg

Ma non mi si dica, per favore, che è il richiamo della foresta: l’attrazione di donne e uomini, prigionieri della civiltà, per il selvaggio. Cosa c’entra, allora, la povera mucca?

Cercasi tesi disperatamente.




Ageless marketing?

30 01 2008

Da qualche anno va di moda l’età. Le minorenni in passerella non fanno più notizia? Mettiamoci le nonne, allora.

È così che le multinazionali di moda e cosmesi, che fino a poco tempo fa licenziavano le testimonial per raggiunti limiti d’età, hanno invertito la tendenza e sempre più spesso, oggi, cercano volti e corpi che sfidino il tempo: le ultrasessantenni Susan Sarandon per Revlon, Twiggy per Marks & Spencer, Jane Fonda e Diane Keaton per L’Oréal sono solo alcuni esempi.

Questo modo di guardare al mercato si chiama ageless marketing, dal libro di David Wolfe e Robert Snyder del 2003 (sul tema Wolfe ha aperto anche un blog): è il marketing che non segmenta più i consumatori in base alle fasce demografiche, ma fa appello a valori condivisi da più generazioni (idealmente, da tutte), come l’affettività, il bisogno di stabilire relazioni, le motivazioni psicologiche che orientano certe pratiche di consumo e certi stili di vita.

Ma… ci sono diversi ma.

1) La stragrande maggioranza delle campagne pubblicitarie continua a mostrare immagini di persone giovani (e, in quanto tali, belle e sorridenti), mentre l’ostentazione delle rughe resta un’eccezione provocatoria, mirata a fare notizia.

2) Anche quando moda e pubblicità ci raccontano che anziano è bello, in realtà tutti continuiamo a sottolineare o, peggio, presupporre un nesso avversativo fra avvenenza ed età avanzata, specie femminile. Si dice ad esempio “È una bella donna nonostante gli anni”, esplicitando il contrasto, o “È una bellezza senza età”, che comunque lo presuppone.

3) Infine, persino quelli che oggi predicano che nella vita – non solo nel marketing – l’età non conta, in realtà continuano a tematizzarla, e lo fanno con maggiore veemenza e gusto se si tratta di una signora: pensa a quanto puntualmente, nei giornali di gossip, si specifica l’età dopo il nome di un personaggio celebre, e quanto puntualmente si scatenano le chiacchiere se si nota uno scarto fra l’età vera, presunta o apparente di qualcuno.

Di questo e altro ho parlato ieri alla presentazione di Ocula 8, a Rimini.

Se vuoi saperne di più, scarica il pdf dell’articolo “La donna Trans-Age”.