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L’appello delle donne su Repubblica

Venerdì 9 ottobre Michela Marzano, Barbara Spinelli e Nadia Urbinati hanno lanciato su Repubblica l’appello «Quest’uomo offende noi donne e la democrazia, fermiamolo» . L’ho letto velocemente e firmato.

L’ho fatto per ragioni analoghe a quelle per cui avevo sottoscritto l’appello dei tre giuristi in difesa di Repubblica, pur riconoscendo – come avevo notato QUI – l’ambivalenza di una posizione del tipo «conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco»: poiché in Italia, al momento, non sono possibili giochi alternativi né meta-giochi, stare da una parte ha pur sempre un valore.

Detto in altri termini, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Stavolta, però, devo fare una precisazione. Più urgente – dal mio punto di vista – di quella che avevo fatto sull’appello dei tre giuristi, perché in questo caso è in gioco il corpo delle donne, come dice Lorella Zanardo. E l’appello delle donne può trasformarsi in un boomerang nel giro di pochi giorni. Anzi, temo lo sia già diventato.

Innanzi tutto, la questione delle donne non riguarda solo le donne, ma gli uomini e tutti i generi sessuali. Eppure – leggevo su Repubblica ieri – alla Casa delle donne di Roma, in nome di quell’appello, si è registrata «su 400 presenze una disciplinata decina di uomini, tra cui Valentino Parlato, direttore del Manifesto».

E gli altri uomini dove sono? Gli altri generi sessuali? E perché l’appello è lanciato solo da tre donne? Vogliamo chiusure, ghetti, barriere? Vogliamo riprodurre gli errori del femminismo storico?

Inoltre, legare troppo strettamente i problemi delle donne italiane alle uscite infelici del premier è:

  1. a ben pensare, miope;
  2. a mal pensare, cinicamente strumentale.

Miope perché, invece di parlare di donne, si sta mettendo ancora una volta Berlusconi al centro del discorso. La solita questione dell’elefante di Lakoff (ancora, ancora e ancora!). Basta rileggere l’appello per vedere quanto sia grosso l’elefante al suo stesso interno: comincia col premier («È ormai evidente che il corpo della donna è diventato un’arma politica di capitale importanza, nella mano del presidente del Consiglio») e finisce col premier («Quest’uomo offende le donne e la democrazia. Fermiamolo»).

Ma legare la questione femminile al destino del premier può anche essere cinicamente strumentale, perché tutti coloro che vogliono eliminare Berlusconi dalla scena politica ora possono usare il corpo delle donne come un’arma in più.

Credi che, se Berlusconi si dimettesse davvero – o fosse costretto a farlo (certo non grazie ai suoi guai con le donne) – le discriminazioni di genere in Italia sparirebbero per incanto? Io penso di no, perché riguardano la destra come la sinistra, i ceti intellettuali e quelli meno alfabetizzati, i ricchi come i poveri.

Dice l’appello su Repubblica – giustamente – che il corpo delle donne è usato dal premier «come un dispositivo di guerra». In realtà ora il dispositivo è rivolto contro di lui.

Ma è sempre uno strumento. Da usare finché serve. Da gettare nel dimenticatoio quando non servirà più. Comunque vada a finire.

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Abbiamo già parlato della rilevanza della questione femminile per tutti i generi sessuali:

Non solo donne per le donne

I generi nell’orto

La Banca d’Italia e le donne

Sull’elefante di Lakoff:

Lakoff applicato a Veltroni

Un’alternativa alle Bratz e Winx?

La californiana OHC Group LLC ha creato nel 2004 la serie di bambole The Only Hearts Club™, progettandole come «real dolls for real girls», e cioè con proporzioni, tratti somatici e vestiti più vicini – dicono – a quelli delle ragazzine in carne e ossa.

Così l’azienda le presenta sul sito:

«The toy industry’s hottest new dolls, the Only Hearts Club™, is a content-based brand of real dolls for real girls that is drawing raves for combining beautiful, real-looking dolls, with content that delivers a much-needed, positive message to girls. Only Hearts Club™ dolls look and dress like real girls, and they deal with the same experiences and issues as well.»

Con le bambole, una serie di libri:

«Most importantly, through a series of books, the Only Hearts Club™ delivers a very positive message and image – namely, that it is good to “listen to your heart and try to do the right thing.”»

Sono sette le «vere amiche » che compongono The Only Hearts Club:

«A group of bright, cute and energetic young girls – Taylor Angelique, Olivia Hope, Lily Rose, Briana Joy, Karina Grace, Anna Sophia, Kayla Rae and Hannah Faith – who formed the Only Hearts Club™ in a bond of true friendship. They are a fun-loving group of friends who are always there for one another. They laugh, share secrets and have the greatest adventures together. Most importantly, they encourage one another to think with their hearts and to try and do the right thing

Le bambole sono – implicitamente e ovviamente – proposte come alternativa alle Bratz e Winx che, per contrasto, non rispecchierebbero costumi, esperienze e corpo delle «real girls». E pare stiano avendo un discreto successo negli Stati Uniti. (Non ho trovato numeri, ma il fatto stesso che sopravvivano dal 2004 è un buon segno).

Eccole (clic per ingrandire):

onlyheartsclub

Encomiabile l’intento, visti i problemi di Bratz e Winx che stiamo ancora discutendo QUI.

Però sono perplessa.

Ai bisogni di quali e quante «real girls» le bambole rispondono? Chi sono, come sono, quanti anni hanno le bambine che ci giocano? E quelle che ci giocano le desiderano davvero, o lacrimano d’invidia per le coetanee che hanno le Winx, chiaramente molto più «cool»?

Inoltre, sono davvero alternative le storie e i valori «very positive» che esprimono, o si limitano a confermare certi stereotipi femminili, però mascherandoli a uso e consumo di una nicchia di famiglie presuntamente più illuminate e colte?

Cercasi tesi di laurea. (I dettagli, a ricevimento.)

Bratz e Winx a confronto

Le Bratz sono bambole prodotte dalla statunitense MGA Entertainment e diffuse sul mercato internazionale a partire da giugno 2001. Il successo di vendite oscurò la storica Barbie della Mattel, inducendo una produzione massiccia di gadget, cartoni, film, videogiochi, musica.

Winx Club è una serie di cartoni animati ideata, sceneggiata e diretta da Iginio Straffi, amministratore delegato dello studio italiano Rainbow SpA, che la produce. Il cartone, distribuito in Italia da gennaio 2004, è da allora un successo internazionale e ha ispirato un musical, un fumetto, un film di animazione e, come le Bratz, un fittissimo merchandising (abbigliamento, accessori, figurine).

Sul confronto delle Winx con le Bratz (che vuol dire «ragazzacce»), Iginio Straffi precisò subito: «Winx Club sono la versione pulita delle Bratz, le nostre sono storie da educande» (La Repubblica, 24 aprile 2004).

In realtà, come evidenziò Loredana Lipperini in Ancora dalla parte delle bambine, Bratz e Winx traducono in plastica, nylon e glitter lo stesso corpo iperfemminile: capelli lunghissimi, bocca carnosa, punto vita strettissimo, gambe ancora più lunghe e sottili di quelle già sproporzionate di Barbie.

Una femminilità ancora più estrema e irreale di Barbie, insomma, a dispetto di quanti hanno visto in loro una liberazione dal vecchio modello.

Sulle due bambole Irene Montagnana ha scritto una tesi di fine triennio, discussa il 9 luglio scorso, concentrandosi, oltre che sulla rappresentazione del corpo, sul confronto fra i lungometraggi «Bratz» e Winx. Il segreto del regno perduto, usciti nel 2007. Illuminante è la conclusione con cui Irene smaschera, in entrambi i film, «l’ipocrisia nel mettere continuamente in risalto la bellezza interiore e le diversità nel modo di essere degli individui, dopo aver dato continuamente importanza per tutta la durata delle pellicole alla bellezza esteriore e all’uso del corpo per avere importanza e visibilità».

Per approfondire, puoi scaricare da QUI la tesi.

Quanto alla presunta ingenuità delle Winx, basta vedere un «Enchantix!» – il momento in cui le Winx acquisiscono poteri magici – per capire che non c’è niente di ingenuo. Meglio ancora se ti guardi un montaggio di tutti gli Enchantix delle Winx: su YouTube ne trovi in quantità, perché evidentemente la scena resta impressa alle bambine, che non fanno che riprodurla e rivederla.

Ma facci caso: quando fanno «Enchantix!» le Winx sono progressivamente spogliate e zoomate su tette, inguini e sederi, con lo sguardo peloso tipico della più becera mascolinità. Altro che educande. Non ti ricordano le decine di scene televisive che Lorella Zanardo ha denunciato col documentario Il corpo delle donne?

Nostalgia della piazza? Non basta

Reduce da Frattocchie 2.0, ho molte cose di cui chiacchierare. Comincio da questa.

Qua e là negli interventi ho notato una certa nostalgia per le manifestazioni di piazza. Normale, data la sede.

Ma era sempre riferita alle donne, guarda caso. Perché, date le escort in prima pagina, le donne comuni dovrebbero «farsi sentire di più», si dice. «Farsi vedere». «Portare i corpi in piazza». Un po’ quello che lamentava Nadia Urbinati in un articolo su Repubblica del 30 giugno, che concludeva dicendo: «è urgente che si levino voci di critica, di sconcerto, di denuncia; voci di donne. Questo silenzio ammorba l’aria». L’articolo è già stato commentato da Loredana Lipperini QUI e rimesso in discussione da Repubblica TV QUI.

In realtà le donne denunciano da tempo. A casa, al lavoro, a scuola, in università. Ma soprattutto in rete: nella blogosfera, su facebook, in tutti i social network pullulano proteste, lamentele, voci indignate.

Purtroppo la cosa non si nota. Per svariati motivi. Innanzi tutto il digital divide: gli italiani che accedono alla rete sono solo – pare – 25 milioni; quelli che la usano abitualmente per informarsi e socializzare molto meno.

In secondo luogo, l’assoluto predominio della tv (ancora!) come mezzo di comunicazione di massa: circa l’80% di italiani dicono di informarsi sull’attualità dalla televisione.

Perciò a sinistra si è tentati di credere (ancora!) che la piazza sia la soluzione: andate in piazza e la vostra voce si sentirà. Sui limiti della piazza come mezzo di comunicazione di massa ho scritto un capitolo di Semiotica della comunicazione politica.

In breve e per punti:

(1) La piazza oggi è inflazionata: a destra come a sinistra, da gruppi e gruppuscoli, tutti. Al punto che la direi usurata. Se ti limiti a scendere in piazza, ti guadagni al massimo un frammento di telegiornale.

(2) La piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura di stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) Per guadagnarti l’attenzione dei media, devi come minimo fare grandi, grandissimi numeri. O devi scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. O devi farlo in molti luoghi in parallelo. Ma per fare tutto ciò, ci vuole il sostegno organizzativo ed economico di qualcuno (partiti, sindacati), e soprattutto ci vuole tempo, pianificazione, strategia.

(4) In alternativa, devi fare cose strane: salire sui tetti o metterti in mutande davanti a qualche sede importante, come fanno i precari della scuola in questi giorni. Ma anche così non basta, perché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (dal nudo ai carri variopinti) e giocare al rialzo comporta rischi di illegalità, violenza, idiozia di massa. Le cose strane in piazza riescono bene solo se gestite da professionisti della comunicazione, come nel caso di Grillo e Greenpeace, per fare due esempi molto diversi.

Detto questo, le piazze femminili hanno ulteriori problemi:

(1) Il movimento femminista non è abbastanza forte per dare il sostegno economico e organizzativo che sarebbe necessario per mediatizzare la piazza. Sulle questioni femminili finiscono per andare in piazza quelle che ci andavano negli anni ’60-’70, con l’aggiunta di qualche figlia e nipote.

(2) Le donne hanno poco tempo libero, meno degli uomini: come si fa, nel casino delle vite quotidiane, a scendere in piazza in massa o a ripetizione?

(3) Non c’è nulla che possa importare meno ai media main stream di una piazza tutta femminile. La disattenzione è garantita. E d’altra parte, che stranezza si può inventare? Non certo il nudo femminile, che di nudi non se ne può più. E poi basta col corpo!

Soluzioni? Mai una sola, sempre molte.

Multi-medialità in senso pieno, continuo, reiterato: parlare, discutere, farsi vedere su tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet alla piazza. Ognuno dove può. E mai sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Per fare cose fuori dalla rete. Anche su questo, Grillo e Greenpeace insegnano. Ma anche Obama. Mutatis mutandis, naturalmente.

Quanto alle stranezze di piazza, ho già detto altre volte (ad esempio QUI e QUI) che oggi la migliore stranezza possibile sarebbe questa: che a rivendicare i diritti femminili scendessero in piazza – una buona volta – non solo le donne (a volte accompagnate dal mondo LGBT), ma soprattutto gli uomini.

Una piazza per le donne fatta tutta di uomini. Pensa che notizia! :-)

Corpo, potere e disuguaglianze economiche

Sui rapporti fra Berlusconi e le cosiddette «escort» e/o «ragazze immagine», mi ha folgorata Maria Laura Di Tommaso, che nell’articolo «Il corpo, il potere politico e il potere economico» pubblicato su «La voce» il 13 luglio 2009, allarga la prospettiva in questo modo (i grassetti sono miei):

«La visione che accentua l’uso del corpo delle donne come oggetti da mostrare, da “utilizzare”, di cui vantarsi in un certo mondo politico, corrisponde senz’altro a quanto abbiamo appreso da alcune interviste con Maria Teresa De Nicolò e Patrizia D’Addario (donne che hanno rilasciato interviste alla Repubblica e sono state chiamate a testimoniare dai magistrati di Bari come persone informate dei fatti) e dallo stesso avvocato del Primo Ministro.

Tuttavia è riduttiva.

È riduttiva perché non considera che quello che conta qui non è tanto la visione della donna ma la visione del potere. Se infatti le preferenze sessuali degli uomini di potere fossero diverse non si esiterebbe a “usare” anche uomini.

Inoltre non sappiamo, perché non è verificabile nel nostro contesto politico, se un potere politico femminile utilizzerebbe gli stessi strumenti. Non è verificabile ma molti studi nel settore del mercato del sesso mostrano che la richiesta di prestazioni sessuali maschili per clienti donne sia in aumento.

Quindi clienti americane o europee che richiedono servizi di escort e servizi sessuali a pagamento a uomini che provengono da paesi in via di sviluppo (Brasile, Cuba, Bahamas). Anche una visione superficiale dei quotidiani, di riviste e di programmi televisivi ci conferma che l’uso del corpo maschile non solo di quello femminile serve per vendere il prodotto.

[...]

Quindi l’argomento è molto più ampio.

Dal lato dell’offerta, una situazione di povertà e di disuguaglianza economica e, dal lato della domanda, una mentalità della maggioranza delle persone italiane che accetta che il potere si eserciti anche sull'”uso” del corpo delle donne. Ma potrebbe essere anche di quello degli uomini.

Infatti quello che conta qui è la disuguaglianza di potere e di risorse economiche.»

(Maria Laura Di Tommaso, «Il corpo, il potere politico e il potere economico», La voce, 13 luglio 2009)

———

È vero: sono innanzi tutto le disuguaglianze economiche a favorire la compravendita di corpi e prestazioni sessuali. Assieme a una cultura che tale compravendita legittimi e addirittura alimenti. Ora, in una società come quella italiana in cui le disuguaglianze sono nettamente a sfavore delle donne, è più frequente che siano le donne a vendere e gli uomini a comprare.

Ma concentrarsi troppo sulla donna-oggetto rischia di farci dimenticare che il problema è – più in generale – quello del corpo-oggetto. E di una cultura che favorisce la reificazione estetizzante dei corpi: femminili, maschili, omosessuali, infantili… tutti.

Ho già detto (QUI e QUI) che vorrei lavorare sulla rappresentazione mediatica del corpo maschile. Ma ci sono anche i bambini, i gay, gli extracomunitari, le trans: qualunque essere umano a rischio di debolezza economica è un potenziale venditore del proprio corpo.

Non è una novità. Ma il sexy-gate italiota e l’arretratezza della condizione femminile nel nostro paese possono farci perdere il quadro complessivo.

Donne e università

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.

Le iperdonne di Satinelle

Da oggi apro una nuova sezione del blog. Poiché sono ormai molti gli studenti che prendono spunto da qui (vedi la categoria «Idee per la tesi», ma non solo), ho deciso di pubblicare alcuni lavori.

Mi spiego: non è una «garetta» per scegliere il/la primo/a della classe. Né voglio incentivare il copia-incolla di tesi altrui (disabiliterò l’apposita funzione). :-)

Voglio solo condividere con chi non studia con me cosa accade oltre il blog: in aula, nei corridoi, nel mio ufficio. Raccontare «com’è andata a finire» questa o quella discussione. E valorizzare scritti che altrimenti – dopo il bel voto, la lode e le feste – prenderebbero polvere nei miei scaffali.

Saranno soprattutto saggi brevi, cioè tesine d’esame o fine triennio, perché vorrei venisse voglia di leggerli a molte persone – e la forma breve aiuta. Saranno lavori con metalinguaggio tecnico, teoria e astrazioni ridotti al minimo, perché vorrei che fossero facili da leggere. Insomma, saranno lavori che proseguono dove io mi sono fermata.

Marco Salimbeni è al primo anno della Magistrale in Semiotica e ha scritto una tesina per l’esame di Semiotica dei consumi su «La rappresentazione della transessualità nella campagna Satinelle Ice Epilator di Philips».

Un estratto:

«Il corpo, ancora una volta, è il centro attorno al quale si svolge la manipolazione pubblicitaria. Nonostante la scelta di mettere in scena proprio un corpo sia abbastanza ovvia, essendo il prodotto pubblicizzato un prodotto per la cura del corpo, è utile indagare come questo corpo viene presentato.

La scelta di servirsi di un personaggio transgender per promuovere un epilatore femminile appare innovativa e conferisce al brand una connotazione di modernità e sensibilità verso il sociale, provocando volutamente scalpore e attirando attenzione; i valori di delicatezza ed efficacia trasmessi al prodotto sono espressi in modo coerente, perché Karis raffigura sia un modello di femminilità costruita, anche grazie all’epilatore, con successo, da ammirare; sia il lato problematico della costruzione di questa bellezza, il dolore, a cui Karis è più sensibile in quanto uomo.

Meno innovativo, invece, è come questo corpo viene messo in scena. Il corpo femminile, nonostante il non essere donna biologico del protagonista, è sempre veicolo di accettazione sociale, ancor più perché iper-costruito, iper-femminile, iper-piacente e iper-seduttivo. Volere essere donna e soprattutto sapere essere donna con l’esibizione di un corpo glabro, sexy e conforme ai canoni estetici della società contemporanea sono gli imperativi a cui nessuno, né donna biologica né transgender, può sottrarsi.»

Puoi scaricare da QUI la tesina di Marco.

Questo, infine, è lo spot 2008 della campagna Satinelle Ice Epilator di Philips: