Archivi tag: Gianfranco Fini

Antirenzismo e antiberlusconismo: somiglianze e differenze

Qualche giorno fa Luca Sofri ha twittato:

Prendo spunto da questo tweet per riflettere su somiglianze (una sola, ma cruciale) e differenze non tanto fra Renzi e Berlusconi – il paragone funziona solo se sei Crozza e vuoi far ridere, punto – quanto fra antirenzismo e antiberlusconismo. Va detto però che è ancora presto per fare un confronto serio, per cui prendilo come l’inizio di un gioco. Continua a leggere

Destra e sinistra: scriviamo noi la lista?

Le liste di valori che Fini e Bersani hanno letto la settimana scorsa durante la trasmissione «Vieni via con me» hanno attirato molte critiche.

Il compito non era facile per svariati motivi:

  1. Il formato lista non è il più adatto a comunicare valori politici, perché non favorisce l’attenzione ai contenuti. In narrativa gli elenchi possono servire a diversi scopi: costruire un effetto di realtà, sottolineare l’ossessione del narratore o di qualche personaggio per i dettagli, ostentare competenze su un certo tema. In ogni caso servono a esprimere quantità più che qualità e ad attirare l’attenzione sull’insieme più che sui dettagli. Inoltre non si può «leggere una lista»: bisogna recitarla, darle un ritmo, quasi cantarla.
  2. Fini e Bersani incarnano, con le debite differenze, il tentativo di costruire una «nuova destra» (quella di FLI, alternativa a Berlusconi) e una «nuova sinistra» (quella del Pd, più moderata della sinistra radicale), i cui contenuti sono in corso di definizione e dunque hanno ancora ampi margini di incertezza e indefinitezza.
  3. La personalizzazione e mediatizzazione della politica sono un fenomeno consolidato in tutte le democrazie occidentali, ma la politica italiana – con l’eccezione quasi ventennale di Berlusconi, ora comunicativamente crollato pure lui – stenta ancora ad adeguarsi alle regole e ai formati mediatici.

Detto questo, voglio raccogliere un’idea che Annamaria Testa ha lanciato commentando il mio post Gli scolari Bersani e Fini a «Vieni via con me»:

«Mi metto dalla parte di chi deve scrivere un testo che in tre minuti, in quel programma, e in questo momento della storia del paese, dia conto in modo consistente e comprensibile dei valori di una sinistra moderna e di una destra moderna. E lancio una proposta: qualcuno vuole provarci? Sarebbe davvero interessante vedere cosa viene fuori.»

Perciò Dis.Amb.Ig.Uando e Nuovo e utile di Annamaria Testa lanciano assieme questa proposta:

Scrivi il tuo elenco dei valori di una destra e una sinistra moderne.

Regole: (1) testi brevi (max 2000 battute); (2) intitolati chiaramente “DESTRA” o “SINISTRA”; (3) provocazioni, turpiloquio eccetera saranno censurati; (4) puoi cimentarti in una o entrambe le liste; (5) non è scandaloso che alcuni valori siano condivisi (“Tutelare la Costituzione”, magari…); (6) Faremo una sintesi di tutti i risultati e ve la riproporremo.

Se vuoi essere proprio bravo/a, posta la tua lista sia qui che su Nuovo e utile .

Dai, prendila anche come una sfida di scrittura: con le parole, dopotutto, si creano mondi. :-)

Gli scolari Bersani e Fini a «Vieni via con me»

Dopo la lezione magistrale di Roberto Saviano, ieri a «Vieni via con me», arrivano Bersani e Fini.

Ai miei primi segnali di nervosismo, un’amica mi invita alla calma: «Giocano fuori casa».

Ah certo, siamo in Italia e i politici – nonostante 16 anni di Berlusconi – non hanno ancora imparato che in televisione ci si guadagna gran parte del consenso, specie in Italia dove oltre l’80% di persone ancora dichiarano di informarsi guardando la tv.

Bersani legge impalato, quasi senza staccare gli occhi dal foglio, sentenze che ricordano – anche nella monotonia con cui le pronuncia – le ovvietà di Massimo Catalano a «Quelli della notte» (1985), che diceva cose come: «È molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati». Catalano le diceva per farci ridere, con lui, di chi spara banalità come fossero perle di saggezza.

Bersani invece è serio: «Nessuno può star bene da solo, stai bene se anche gli altri stanno un po’ bene»; «Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi il lavoro ce l’ha»; «Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore, vuol dire che il mondo è capovolto»; «Davanti a un problema serio di salute, non ci può essere né povero né ricco»; «Per guidare un’automobile, che è un fatto pubblico, ci vuole la patente, che è un fatto privato».

In queste ovvietà si annegano concetti importanti come la difesa dell’istruzione e della sanità pubblica, l’evasione fiscale dei milionari, la parità di genere, la difesa dell’ambiente.

Poi arriva Fini e per un attimo mi dico: «Dopo il gelo di Bersani, farà il botto».

Invece no, nessun botto. Certo, Fini è più incisivo di Bersani (ci voleva poco), perché è un po’ meno immobile (si gira ora a destra, ora a sinistra) e qualche volta sorride, perché ripete come un mantra «per la destra», perché fa leva su qualche emozione, come l’orgoglio di essere italiani.

Inoltre dà respiro almeno a un concetto, la meritocrazia: «Per la destra l’uguaglianza dei cittadini deve essere garantita nel punto di partenza, al nord come al sud, per gli uomini come per le donne, per i figli degli imprenditori, come per i figli degli impiegati e degli operai. Da questa vera uguaglianza, l’uguaglianza delle opportunità, la destra vuol costruire una società in cui il merito e le capacità siano i soli criteri per selezionare una classe dirigente».

Insomma, dopo il maestro Roberto Saviano, i due politici parevano scolaretti impreparati. Voto: Bersani 4, Fini 5.

Bersani:

Fini:

Se non hai mai visto Massimo Catalano a «Quelli della notte», eccolo:

La confezione di Barbareschi e i contenuti di Fini

Sono tornata in Italia ieri mattina dopo cinque giorni trascorsi a New York per Ad:Tech. E ho passato un paio d’ore, ieri pomeriggio dopo lezione, ad aggiornarmi sulle ultimissime vicende politiche italiane.

Seguendo il filo dei commenti sulla stampa di ieri, ho ascoltato il discorso di Fini alla convention di Futuro e Libertà (Perugia, 6-7 novembre): meno emotivo che a Mirabello (vedi Perché Fini sembra di sinistra, anzi meglio), Fini ha ulteriormente rafforzato a Perugia le componenti di buon senso, equilibrio e controllo razionale della sua immagine, per contrapporsi alle intemperanze dell’ultimo Berlusconi.

Nel gioco delle parti, a Perugia l’emotività è toccata tutta a Luca Barbareschi, uno dei principali motori comunicativi di Futuro e Libertà, colui che ne ha prima ideato il nome e ora il Manifesto.

Accompagnato dalle note di Ennio Morricone e da un opportuno gioco di luci, Barbareschi ha mescolato il suo ruolo di attore a quello di politico recitando – più che leggendo – il Manifesto per l’Italia. Sfortunatamente però, la mescolanza non gli è riuscita del tutto: il singhiozzo trattenuto e la voce commossa verso la fine del discorso, per esempio, erano un po’ troppo forzati per essere credibili.

Smagliature a parte, mi ha colpita la scenografia televisiva per cui il Manifesto è stato progettato e in cui di fatto è stato presentato. È lo stesso allestimento, ci sono gli stessi colori e le stesse atmosfere che accompagnavano il primo Berlusconi, quello glorioso della discesa in campo del 1994.

D’altra parte, l’attore Barbareschi è cresciuto nella stessa cultura televisiva berlusconiana che ora pretende di criticare.

Il punto allora è: riuscirà la confezione di Barbareschi a incartare i contenuti di Fini in modo da far dimenticare agli elettori le contraddizioni, gli andirivieni e le ancora persistenti incertezze dell’una e degli altri?

Il Manifesto per l’Italia recitato da Luca Barbareschi:

Un montaggio video realizzato dal blogger Claudio Messora, che evidenzia le origini (e le contraddizioni) di Barbareschi prima attore e conduttore televisivo, ora politico:

La faccia di Fini e Berlusconi

C’è qualcosa che nell’ultimo periodo accomuna Fini a Berlusconi, malgrado le sempre più spiccate divergenze: l’espressione facciale.

Pur essendo entrambi molto abili a mascherare le emozioni, ultimamente il loro volto esprime solo preoccupazione, tristezza, tensione, a tratti disgusto: sopracciglia, zampe di gallina e angoli della bocca all’ingiù, labbra strette o tirate in orizzontale, naso e bocca arricciati come in presenza di un cattivo odore.

In alternativa, nel tentativo di controllare la mimica facciale, i due finiscono per bloccare il viso, e in particolare i muscoli perioculari, costringendo gli occhi a un’immobilità che li avvicina allo «sbarramento» tipico dell’espressione di paura. Il che non può che peggiorare le cose.

Ecco ad esempio la faccia che ha fatto Fini più o meno in tutto il video in cui ha parlato del caso Montecarlo, il 25 settembre (clic per ingrandire):

Fini nel video sul caso Montecarlo

Ed ecco la faccia che Berlusconi ha rivolto ai suoi nel discorso alla Festa del PdL a Milano, il 3 ottobre:

Berlusconi alla Festa PdL Castello Sforzesco Milano

Ancora su Fini e Bersani

Il collega e amico Fabrizio Bercelli mi ha proposto altri stimoli per continuare a ragionare assieme sulla comunicazione di Gianfranco Fini, mettendola a confronto con quella di Pier Luigi Bersani. Ieri infatti Bersani ha chiuso la festa del Pd a Torino. Ed è a partire da questo discorso che Bercelli scrive:

«Non so se deciderai di confrontare, come verrebbe naturale, il discorso di Bersani ieri a Torino con quello di Fini di domenica scorsa.

Ti anticipo la mia impressione:

  1. La sostanza mi sembra la stessa, anche se richiami storici ed etichette ideologiche sono contrapposti.
  2. Idem il buon equilibrio fra passione e ragione.
  3. Bersani va di più nei dettagli tecnici, dando l’impressione di una maggiore competenza economica (dichiarata con efficacia “sappiamo dove prendere i soldi e dove metterli”). Però affastella troppi dettagli su troppe cose, col risultato di rendere meno chiara la linea complessiva della sua proposta. Tutto sommato non malissimo, ma retoricamente meno efficace.
  4. La tua distinzione “noi come voi” vs. “io per voi” regge in parte. Mi sembra più un “noi con voi” vs. “io per voi”. Importante la differenza fra il “noi” di Bersani e lo “io” di Fini. Meglio “io”, tutto sommato.»

Premettendo che non ho ancora analizzato il discorso di Bersani, mi limito a qualche rapido commento sui punti sollevati dal collega:

  1. Sono d’accordo con Bercelli, se per «sostanza» intendiamo la consonanza di contenuti di cui s’è detto in «Perché Fini sembra di sinistra (anzi meglio)».
  2. Ho trovato più convincente la passione dimostrata da Fini a Mirabello (specie alla fine) rispetto a quella di Bersani, che in fondo non ha fatto altro che metterci la carica emotiva che spetta a qualunque comizio di fronte ai propri elettori e simpatizzanti.
  3. D’accordo con Bercelli: il tecnicismo e il linguaggio involuto sono, appunto, alcuni problemi della comunicazione di Bersani.
  4. Mhm, non so. Mi riservo di pensarci. Ci torneremo.

Trovi tutto il discorso di Bersani, a puntate, sulla home di YouDem (al momento l’embedding non funziona).

Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio)

Ci sono diversi passaggi, nel discorso di Gianfranco Fini a Mirabello, che starebbero bene in bocca a un leader del centrosinistra. Vecchia storia, quella del «compagno Fini», «l’unico a fare vera opposizione», come ripetono sottovoce i delusi del Pd che, anche se non lo voterebbero mai («un erede di Almirante, come si fa?»), restano ad ascoltarlo rapiti.

I motivi per cui Fini sembra di sinistra sono tanti.

Innanzi tutto, l’atto di plateale insubordinazione a Berlusconi, con tutti i dettagli di rito: dito puntato, muso duro, parole ferme.

E poi i temi. Nel discorso di Mirabello Fini ha parlato, fra l’altro:

(1) di lavoro precario, scuola e disoccupazione;

(2) di necessità di investire sulla cultura e sul welfare, un welfare che non si rivolga solo alle categorie disagiate (ammalati, disabili, anziani), ma sia a sostegno della famiglia (e qui io intendo «lavoro delle donne», ma lui purtroppo ha parlato di «famiglie monoreddito»);

(3) di giovani e fiducia nel futuro.

È chiaro: Fini si ispira alla destra tradizionale che condivide, come tutti sanno, questi temi col socialismo tradizionale.

E tuttavia, tornando all’attualità, il punto non sono i temi, ma il modo in cui vengono comunicati. E cioè: anche i leader del Pd (Bersani, Veltroni, Franceschini) parlano di lavoro precario, scuole, welfare, giovani e compagnia bella.

Ma la retorica del Pd è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, siamo con voi perché siamo come voi». Non credibile, detto da anzianotti (di mente, prima che anagrafe), che guadagnano un sacco di soldi al mese e hanno stili di vita totalmente diversi da quelli della gente a cui pretendono di assimilarsi.

La retorica di Fini invece è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, io sono con voi anche se non sono affatto come voi (per esempio io sto in Parlamento e voi no). Ma vi prometto che mi occuperò di voi come un buon padre di famiglia, perché è giusto farlo e perché sono abbastanza competente e affidabile per farlo».

In altre parole, Fini promette cose, mentre a sinistra si piange e ci si compiange assieme al pubblico. Inoltre, la promessa non suona ipocrita in partenza, perché non si fonda su una falsa assimilazione. Last but not least, è rassicurante, perché è comodo pensare che qualcun altro più capace e potente di noi si occupi di risolvere i nostri problemi. Non male, eh?

Ecco il passaggio «più a sinistra» del discorso di Mirabello: