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L’opposizione Violenti vs. Non Violenti non serve a capire il 15 ottobre a Roma

Sul blog Giap del collettivo Wu Ming, ho trovato un commento che mi pare molto utile per capire quanto possa essere non solo fuorviante, ma falsificante, interpretare i fatti di ieri a Roma nei termini dell’opposizione fra manifestanti non violenti (buoni) e manifestanti violenti (cattivi). Un’opposizione in cui non solo i media, ma molti di coloro che erano in strada ieri a Roma sono caduti e continuano a cadere.

Roma, auto in fiamme, foto Ansa, Michele Baccinelli

Il commento, postato ieri sera alle 22:00, è di Alessandro del Collettivo Militant, che dell’organizzazione della giornata di ieri conosce, a quanto pare, molte cose. Anch’io lo ringrazio, come hanno fatto i Wu Ming, perché con quel che scrive ci aiuta a capire:

Beh, è evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Però conosco più o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.
Il dibattito su cosa doveva e non doveva essere questo 15 ottobre, inoltre, era assolutamente pubblico e aperto.
Il movimento ha espresso in questa manifestazione notevoli diversità sia politiche sia di iniziativa di piazza. Ed è giusto che sia così.
Il problema è un altro, e mi sembra rimanga ancora ignorato.

E’ vero, c’era una parte del corteo assolutamente contraria alle violenze di piazza, alla conflittualità sociale, allo scontro politico, e si è resa subito manifesta. Nessuno lo nasconde.

Però quello che si fa fatica a notare sono le migliaia di persone che hanno partecipato, in differenti modalità, al conflitto sociale espresso oggi in piazza. Non erano 100, 200 o 1000 black block, anarchici o come li si voglia etichettare, che hanno preso in ostaggio il corteo per “fare casino”, ma migliaia e migliaia di persone che hanno deciso di praticare il conflitto sociale in maniera radicale, scontrandosi, cercando di raggiungere i palazzi del potere. Ad un certo punto era piena piazza San Giovanni (!) e piazzale Appio oltre le mura, di giovani che esprimevano il loro dissenso. Roba di 10.000 o 20.000 persone.

Saranno stati anche una minoranza, non lo so, ma una *notevole* minoranza, e in particolar modo quella medesima minoranza che in queste settimane ha organizzato il corteo.
Se le dirigenze del PD, di SEL, di Attak, dell’ARCI o dell’IDV si stanno risentendo in queste ore di come è andata la manifestazione, poco male. Non hanno capito che la violenza di piazza espressa oggi non era solo contro le guardie, ma contro quelle opzione politiche che loro rappresentano. La piazza schifava quei rappresentanti dell’alternanza politica PD-L, e che adesso siano offesi degli scontri non fa altro che aumentare la nostra goduria, detto fuori dai denti.

Insomma, assolutamente felice di essere condannato da quel blocco politico che è parte del problema, contro cui si scagliava oggi la rabbia precaria che si è espressa facendo sobbalzare dalla sedia i vari commentatori politici.

Forse non è abbastanza chiaro, ma il corteo di oggi rappresentava l’alternativa anticapitalista al sistema economico che oggi ci governa. Non era solo il corteo contro Berlusconi, contro il PDL o contro le banche. Era anche il corteo contro il PD e tutta l’opposizione parlamentare. Se qualcuno non lo ha capito ed è venuto in piazza lo stesso, peggio per lui.

E ripeto, non tutto ciò che è successo oggi mi/ci ha convinto, e non sappiamo neanche se sia possibile “capitalizzare” questa rabbia espressa oggi, trovandogli uno sbocco politico. Ma tant’è, la rabbia si è espressa, ragioniamo sul domani, su come rendere incanalabile questa rabbia verso un processo politico alternativo a questo sistema. No reiterando i soliti clichè fra i bravi manifestanti pacifici e i cattivi (o gli infiltrati) manifestanti col cappuccio in testa.

Alessandro – Collettivo Militant

Così interviene Wu Ming 1 a mezzanotte e un quarto di ieri:

@ Tutti i delusi, gli spaventati, gli incazzati.

A me sorprende, davvero, che fino a oggi pomeriggio qualcuno si aspettasse qualcosa di diverso, dopo il 14 dicembre 2010. E’ andata com’era ovvio che andasse.

Rendiamoci conto di una cosa: non ci sarà mai più una “manifestazione nazionale di movimento” che non includa quel che abbiamo visto oggi. Quando si sceglierà quel format, si acquisterà sempre il “pacchetto completo”. C’è una rabbia sociale talmente indurita che non la scalfisce un martello pneumatico, e due generazioni allo sbando completo, derubate di futuro e furibonde, tutte pars destruens, prive di fiducia nei confronti più o meno di chiunque.

La narrazione degli infiltrati, vera o falsa che sia, è consolatoria e diversiva. Anche se degli infiltrati ci fossero, avrebbero ben poco lavoro da fare.

Migliaia di persone sono disposte allo scontro, è questo che non si vuole vedere. Io non sono d’accordo con la *valutazione* di Alessandro di Militant su com’è andata la giornata, che a mio avviso ha avuto un esito catastrofico. Ma la *descrizione* che fa Alessandro coglie nel segno, e io lo ringrazio perché viene qui a farla, mettendoci a disposizione un “sapere pratico”, il suo conoscere certe realtà.

Il format di cui sopra – coi suoi automatismi, la sua tempistica subalterna e i suoi percorsi finto-obbligati – è il più logoro, il più permeabile e quello che offre la maggiore “ribalta”.

Se uno vuole fare uno “statement”, far sapere al mondo che è incazzato marcio, non c’è niente di meglio della Grande Scadenza. Se si vuole evitare che una vasta massa di persone venga “sovradeterminata”, bisogna evitare il Corteo Nazionale, e trovare pratiche che permettano un’espressione più molteplice. Il principio “Occupy Everything” che ricordavo sopra va in quella direzione, e oggi *tutto il mondo tranne l’Italia* è andato in quella direzione.

In un contesto come questo, Violenza / Non-violenza è il monarca dei falsi problemi, è IL falso problema, quello con la corona di diamanti tarocchi in testa.

Il problema vero è: quali pratiche? Il Grande Corteo Nazionale, la convergenza di massa su Roma, ha abbondantemente rotto il cazzo, e impedisce di essere ovunque e di avere una libera molteplicità di pratiche.

Segui il resto della discussione QUI.

Sono d’accordo con Wu Ming 1: bisogna cambiare format.

Il format dello «scendere in piazza» non è solo logoro. Il problema non è solo la mancanza di creatività. Il problema è che la piazza che abbiamo visto ieri non serve affatto a realizzare gli obiettivi di chi era lì (violento o non violento che fosse), e men che meno serve a realizzare le migliori intenzioni di chi è andato a Roma con la migliore consapevolezza e coscienza critica del mondo.

Serve, al contrario, a rinforzare la voglia di non partecipare, non costruire, non fare. Detto in altri termini: serve a rinforzare le spinte alle conservazione di tutta l’attuale classe politica e il consenso al governo in carica.

Perciò il problema vero è: quale format nuovo? Quali pratiche? Ci torneremo su.

Sei indignato/a? Non lo sei? Sei incerto/a? Due o tre cose per riflettere assieme

Stamattina apro Facebook e sulla bacheca di Vittorio Zambardino leggo: «Ma il giovane “indig-nado” che domani sfila per Roma urlando a Draghi, ai banchieri e alla Bce, saprà che il suo urlo è di destra?». Bella domanda, Vittorio. Non so se lo sa. Non so cosa sa.

Indignati in Italia

Se è in buona fede è solo arrabbiato/a e confuso/a. Molto.

Se è un perditempo, cavalca l’onda per darsi un ruolo, per stare in mezzo agli altri, per sentire di esserci. Meglio quest’anno di altri, perché indignarsi va di moda, e si pronuncia separando la g dalla n e mettendoci la d. Indig-nados.

Se è in cattiva fede vuole solo menare le mani. O ottenere il microfono e la camera di qualche giornalista per apparire in tv e in prima pagina. Sappiamo tutti che il «volto gggiovane con aria pulita e assorta» è ottimo per i primissimi piani nei talk show (ne abbiamo visti tanti in questi giorni). Specie considerando che in Italia i giovani anagrafici (15-24) sono in via di estinzione.

Ma gli slogan? Hanno senso? E dove portano?

E gli obiettivi? Quali sono? Ma soprattutto: ci sono? Una protesta non ha necessariamente obiettivi, mi si risponde. E vabbe’.

Mi limito allora a raccomandare alcune letture. Da fare se scendi in piazza. Ma anche se non ci vai e vuoi lo stesso ragionare su ciò che sta accadendo. O se non hai ancora deciso.

Dino Amenduni: «Ma perché #occupiamobankitalia?».

Mario Seminerio: «Indignati, protesta informata? Ecco cosa si rischia a non pagare il debito».

Ricordo anche due post che ho scritto alcuni mesi fa:

Dieci cose da ricordare quando si scenda in piazza, del 22 febbraio 2011.

Perché in Italia l’indignazione non funziona?, del 24 maggio 2011.

E se trovi riflessioni ben argomentate e documentate sulla protesta di questi giorni, segnalamele! Grazie.

Perché in Italia l’indignazione non funziona?

Il successo di Indignez-vous! – il libriccino del 93enne ex partigiano Stéphane Hessel, che ha venduto in Francia quasi un milione di copie e nel dicembre 2010 è stato tradotto in Italia da Add Editore (Indignatevi!) – ha portato alcuni a riflettere, giustamente, su quanto oggi sia diversa l’indignazione in Italia.

Per Hessel infatti «Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». L’indignazione, cioè, porta all’impegno e all’azione concreta.

Cover di Indignatevi!

Francesco Piccolo sull’Unità del 27 febbraio – ripreso anche da Luca Sofri il 3 marzo – aveva invece osservato:

«Ma la verità è che se c’è una cosa di cui l’Italia (o almeno quella parte del paese alla quale dovrebbe rivolgersi Hessel) non difetta, è l’indignazione. Se c’è una cosa che la metà della popolazione italiana, dal 1994, ha fatto, è esattamente questa: si è indignata. Se c’è un sentimento che la sinistra italiana in ogni sua forma e incarnazione ha espresso, è l’indignazione.

Nella sostanza, l’unico. Oltretutto, deve trattarsi di un sentimento di cui nemmeno si riesce ad avere consapevolezza, visto che dopo diciassette anni, arriva un libro che si chiama Indignatevi! E tutti urlano: ecco cosa bisogna fare!

Il risultato è che l’indignazione – lo testimonia la storia di questi anni – non ha generato nient’altro. E non è un caso, perché indignarsi vuol dire sentirsi estranei a ciò che accade davanti ai propri occhi; è una reazione civile, ma che respinge ogni coinvolgimento nella realtà. Quindi, al contrario di ciò che sostiene Hessel, vuol dire tirarsi fuori da quello che accade. Non partecipare mai fino in fondo.

Se per partecipazione si intende stare dentro le cose e lavorare per cambiarle, allora il vero slogan che servirebbe adesso, dopo tutto questo tempo, è: Basta, non indignatevi più!»

Vero: in Italia l’indignazione coincide – troppo spesso e da troppi anni – con quello sdegnoso atteggiamento dei radical chic di sinistra, che al massimo, per dar mostra di agire, si fanno un giro in piazza una volta ogni tanto. Troppo spesso e da troppi anni per credere che abbia qualcosa a che fare con l’impegno concreto di cui parla Hessel.

Eppure le decine di migliaia di persone accampate dal 15 maggio nelle piazze spagnole si sono definite «Los indignados». Non so dove andranno e cosa faranno ora che le amministrative sono finite. Tuttavia, a leggere alcune testimonianze (vedi Bartleby, Le rivolte in Spagna), sembrano diversi dai manifestanti a cui siamo abituati in Italia, sia per numerosità (si parla di 150 mila persone in oltre 40 città spagnole), ma soprattutto per resistenza nel tempo (9 giorni di seguito non sono pochi).

Né somigliano – come Grillo cerca di farci credere – ai grillini, perché è vero che gli «indignados» sono antipartitici e arrabbiati come loro, ma non hanno bisogno di nessun guru mediatico per organizzarsi, tanto per dirne una.

Sarà perché la disoccupazione – non solo giovanile – è più alta in Spagna che in Italia? Sarà perché gli italiani non sono ancora abbastanza poveri? O perché gli italiani hanno una soglia di sopportazione più alta?

PS: vietato agitare la bandiera del giovanilismo sugli «indignados» spagnoli, perché i giovani fra 15 e 24 anni sono ancor meno in Spagna che da noi: circa 4 milioni e 700 mila, contro i nostri 5 milioni e 800 mila (vedi Encyclopedia of the Nations). La Spagna, come l’Italia, è uno dei paesi anagraficamente più vecchi d’Europa e il movimento degli «indignados» è spiccatamente trans-generazionale.

Un servizio di Rai News 24 sugli «indignados» di Puerta del Sol a Madrid:

Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

Comincia oggi la mia collaborazione con Nazione Indiana, che era stata anticipata dalla pubblicazione di Scienze della Comunicazione: amenità contro dati. Ringrazio Orsola Puecher, che mesi fa mi ha offerto questa possibilità e che ormai, pur non essendoci io e lei mai incontrate, considero una vera e splendida amica (il bello della rete!).

Ecco il pezzo di oggi, in contemporanea qui e su Nazione Indiana:

DIECI COSE DA RICORDARE QUANDO SI SCENDE IN PIAZZA

Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.

Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.

(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no. E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.

(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.

(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.

(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. Secondo gli ultimi dati di Internetworldstats.com, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.

(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing.

Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.

(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento. Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.

(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni. Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.

Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il World Economic Forum, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice uno studio della Banca d’Italia del 2008, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.

(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.

Quanto ai numeri, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.

Gli studenti sulla Torre di Pisa il 25 novembre 2010

Gli studenti nel Colosseo il 25 novembre 2010

Manifestazione Se Non Ora Quando 13 febbraio 2011: verso Montecitorio

 

Qualche riflessione su Egitto, Tunisia… e noi

Della rivolta in Egitto si potrebbero dire molte cose. Comincio da quelle che finora mi hanno più colpita.

Innanzi tutto l’ambivalenza del rapporto fra Stati Uniti e Egitto: inevitabile dal punto di vista diplomatico, inquietante per i comuni mortali. Le relazioni formali di Obama con Mubarak sono sempre state eccellenti – l’Egitto è un alleato strategico in medio oriente – ma numerosi dispacci su WikiLeaks hanno mostrato che, dal suo insediamento, Obama ha sempre appoggiato i dissidenti egiziani. E nelle sue dichiarazioni, due giorni fa, è riuscito a essere coerente sia con il comportamento sotterraneo che con quello ufficiale.

(Leggi per esempio, sul New York Times, «Cables Show Delicate U.S. Dealing with Egypt’s Leaders», by Marc Landler; o consulta i dispacci di WikiLeaks, facendo una ricerca con “Egypt” nell’apposita (e splendida!) sezione del Guardian: US Embassy Cables: the documents+Egypt.)

In secondo luogo sono andata a guardarmi alcuni dati.

Il reddito medio dell’Egitto è 4665 euro lordi all’anno (vedi la puntata de L’infedele del 17 gennaio 2011), ma secondo Internetworldstats ben il 21,2% della popolazione accede a internet: molti, rispetto alla povertà media, il che spiegherebbe il ruolo importante che internet ha avuto nel diffondere e incanalare lo scontento popolare.

Se poi facciamo un confronto con gli altri paesi del Maghreb in cui sono scoppiate le rivolte, scopriamo che in Tunisia il reddito medio è 7100 euro all’anno e il 34% della popolazione usa internet: più ricchezza più internet più proteste, verrebbe da pensare. E invece no, perché in Algeria il reddito medio è 5568 euro, ma l’accesso a internet riguarda solo il 13% della popolazione.

Internet è importante, dunque, ma non basta. E la relazione fra uso della rete e rivolte popolari non è mai lineare, né semplice (leggi cosa ne ha scritto Vittorio Zambardino QUI e QUI).

Altre considerazioni emergono dal confronto con l’Italia. Alcuni sono infatti tentati di paragonare i moti nordafricani con le piazze italiane di fine 2010: dagli studenti alla Fiom. Ma vediamo.

In Italia l’accesso a internet, per quanto più basso della media europea (che è del 58,4%), è comunque molto più alto che in nord Africa, perché riguarda il 51,7% della popolazione. Ciò indubbiamente favorisce l’organizzazione delle piazze.

Ma il reddito medio che gli italiani dichiarano al fisco (dati 2008) è intorno ai 18.000 euro lordi all’anno. Ora, poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che in realtà sia superiore. Ma poiché le statistiche fanno sempre torto ai più deboli (se io mangio un pollo e tu niente, risulta che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa), andiamo a guardare anche i redditi più bassi degli operai Fiat: ebbene, vanno da 11.000 a 14.000 euro annui lordi.

Insomma, l’italiano medio sta molto meglio di un egiziano, tunisino, algerino medio. E persino gli italiani che stanno peggio, in realtà stanno meglio dei nordafricani (per quanto ancora?).

Infine, per capire una differenza cruciale fra le piazze algerine, tunisine, egiziane e le nostre, pensiamo a questo. L’età media delle popolazioni del nord Africa è 27 anni. L’età media degli italiani è circa 50 anni e i giovani fra 15 e 24 anni, quelli che dovrebbero trainare proteste e rivolte, sono solo il 10% della popolazione. Il che vuol dire 6 sparuti milioni. Di cui il 28,9% sono disoccupati. Molti, dal nostro punto di vista. Pochissimi dal punto di vista di un maghrebino, dove in certe aree la disoccupazione giovanile supera il 70%.

Al Jazeera: «In pictures: Egypt in Turmoil»

President Obama on the Situation in Egypt