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A tutti quelli che: «Da grande faccio il pubblicitario»

Insegno a Scienze della Comunicazione dal 2000. Da allora l’attrazione che il mondo pubblicitario esercita sui giovani che scelgono questi studi è pressocché invariata: «Prof, vorrei lavorare in pubblicità, cosa mi consiglia?». Da allora ripeto che la pubblicità non è affatto il paradiso di creatività e soldi a gogò che molti hanno in testa. E non lo è, oggi, da almeno quindici vent’anni. Niente da fare: il mito della «Milano da bere» (ma erano gli anni Ottanta!) è ancora quasi intatto.

Milano da bere

E allora, ragazzi (e meno ragazzi), leggetevi la lettera aperta che Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano, e Annamaria Testa hanno appena pubblicato. Parla di grandi agenzie italiane e multinazionali che vincono le gare stracciando i prezzi e il mercato, di precari sottopagati, stagisti non pagati e creatività azzerata da tempi e vincoli impossibili. Fra l’altro, purtroppo, in Italia questa storia non riguarda solo la pubblicità, ma molte altre professioni nel mondo dei servizi.

ADCI logo

E allora gridiamolo forte e chiaro. Ma soprattutto, facciamo assieme qualcosa per fermare questa deriva tutta italiana: professionisti, aziende, agenzie, associazioni, università, enti di formazione, istituzioni pubbliche. Ci vogliono strategie condivise, sennò non se ne esce. Ci tornerò dopo l’estate, che ora sono tutti più distratti, ma intanto ecco la lettera. Dal blog dell’ADCI (i grassetti sono miei):

Lettera aperta ai Grandi Manager della pubblicità italiana

«Cari colleghi, una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.

Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi:

1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia;

2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente… ma quale professionista lavora gratis?

3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti;

4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici;

5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente;

6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita;

7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?

a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli;

b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico;

c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco.

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.

Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.» Annamaria Testa, Massimo Guastini

Come laurearsi in Comunicazione e trovare lavoro in sei mesi

Mi scrive Valentina, che si è laureata con me in Scienze della Comunicazione a ottobre 2011 e ha scelto di non iscriversi a nessuna magistrale né master, ma di cercare subito lavoro:

Laurea

Cara prof, ti scrivo per raccontarti di me, perché ho cambiato lavoro da qualche mese e sono contenta di come stanno andando le cose. Forse la mia storia può essere utile a qualche laureando/a o neolaureato/a, chissà.

Dopo essermi laureata con te a ottobre, ho iniziato a distribuire curricula in tutte le agenzie di comunicazione di Bologna e provincia, trovate su internet. Ho realizzato i curricula in modo che avessero un’impostazione grafica carina e un po’ originale (ma non troppo: quanto basta per farsi ricordare) e ho scelto di distribuirli a mano, perché credo che “metterci la faccia” (e il corpo) sia sempre la cosa migliore.

Su 25 agenzie circa, mi hanno risposto in 3, offrendomi tutte stage non retribuiti o con un minimo rimborso spese. Non avendo ricevuto altre proposte, ho scelto di accettare il primo posto che mi era stato offerto, ovvero 6 mesi in un’agenzia di comunicazione di San Lazzaro, a 150 euro al mese. Devo dire che il lavoro non era molto appagante, soprattutto all’inizio (compilazione di database, archiviazione, scansioni e aggiornamento dei portali web), ma fortunatamente lavoravo in un open space e questo mi ha permesso di ascoltare cosa dicevano le altre colleghe (ai clienti, ai giornalisti, ecc) e di apprendere da loro come gestire le diverse situazioni. Dopo qualche mese che lavoravo lì, poi, hanno cominciato a responsabilizzarmi un po’ di più, facendomi scrivere comunicati stampa e mettendomi di supporto a un account senior su un cliente. Nonostante questo, l’ambiente non prometteva possibilità di crescita e io continuavo a monitorare gli altri annunci di lavoro, in cerca di nuove occasioni.

Per darmi più possibilità, a marzo ho iniziato un corso di web design, dopo aver notato che molte offerte si rivolgevano a persone esperte di web e programmazione. Questo per dire che ho provato a rendere più spendibile la mia laurea secondo le esigenze del mercato del lavoro. Oggi ho terminato questo corso e posso dire che, anche se probabilmente non sarò una webmaster nel mio futuro, so come realizzare un sito web base e come ottimizzare i contenuti secondo i principi del SEO.

Ma la vera svolta è stata a fine marzo, quando il mio cv è stato pubblicato su AlmaLaurea. Due o tre aziende mi hanno contattata, e tra queste quella per cui lavoro oggi, che cercava una figura che si occupasse di comunicazione e marketing. Dopo due colloqui, hanno deciso di assumermi con un contratto a progetto di tre mesi per 800 euro netti al mese, che è scaduto a fine giugno ed è stato rinnovato fino a dicembre, con una promessa di contratto a tempo indeterminato.

Almalaurea

Oggi mi occupo di fiere ed eventi (ne ho appena finito di organizzare uno), sito web, brochure, comunicati stampa, contatti con il grafico e pubblicità sulla carta stampata. Dopo un po’ di pressing iniziale, hanno visto che me la so cavare e ora mi danno abbastanza libertà, cosa di cui sono molto contenta.

Come ho fatto a trovare il lavoro che volevo a meno di un anno da una laurea triennale in Scienze della comunicazione? Credo che entrino in gioco diversi fattori: il voto di laurea (110 e lode), la voglia di fare (non mi sono mai seduta aspettando che fosse il lavoro a venire da me) e di mettersi in gioco (vedi il corso di web design), l’umiltà (non mi sono mai proposta come “guru della comunicazione” ma ho accettato di imparare il lavoro da altri, anche se era noioso o poco gratificante) e, perché no, un pizzico di fortuna oltre alla lungimiranza del mio capo, che ha scelto di investire sui giovani (quelli veri, di testa oltre che di anagrafe) per far crescere la sua azienda.

Valentina ho risposto subito che sono felice per lei, raccomandandole però che, va bene l’umiltà, va bene (no anzi, male) la crisi, ma bisogna che lei si faccia valere e punti in fretta a uno stipendio più alto, perché 800 euro netti al mese sono davvero pochi. Così lei infine mi spiega:

So anch’io che 800 euro sono pochi, però tengo in considerazione che è il mio primo lavoro e che l’azienda non ha mai avuto una figura del genere prima, quindi per i primi mesi sono come “in prova” e la paga non può essere troppo alta.

Mi incoraggia anche il fatto che i due soci sono contenti di quello che faccio, e che mirano a darmi un tempo indeterminato a gennaio prossimo, con tutti i benefit che comporta: buoni pasto, cellulare aziendale eccetera.

Un cv innovativo, un sogno e una storia a lieto fine

Qualche mese fa ho scritto un paio di articoli sull’opportunità e i rischi di preparare un’autopresentazione innovativa, da affiancare al curriculum vitae standard e adattare agli obiettivi professionali che si vogliono raggiungere e al contesto in cui la si inserisce:

Per illustrare cosa intendo con “innovativo” avevo preso come esempio il video curriculum con cui Damiano – laureato in comunicazione all’Università di Padova – si era proposto a Blizzard, la casa di produzione di World of Warcraft, sperando di poter lavorare con loro alla localizzazione italiana. E l’avevo commentato così:

Realizzare una videopresentazione del genere non è facile, perché il rischio di cadere nell’autocompiacimento e nel bamboleggiamento è alto. Il prodotto di Damiano presenta qualche ingenuità, ma nel complesso è fresco e carino. Non male. Se fossi in Blizzard, lo prenderei in considerazione per un colloquio, facendo la tara all’inesperienza dovuta alla giovane età.

VideoCV di Damiano, fermo immagine

Nei commenti, alcuni si erano dichiarati perplessi nei confronti della mossa di Damiano, altri infastiditi. Qualcuno l’aveva addirittura stroncato con supponenza. Ebbene, a distanza di soli tre mesi scopro che invece (grazie Eleonora per la segnalazione), esattamente come avevo previsto, Damiano aveva ragione: il suo videocurriculum era perfetto per il target e gli obiettivi cui era destinato.

Ecco la sua storia:

Spesso mi hanno definito idealista, sognatore, illuso (!), ottimista e oggi voglio e posso dirvi una cosa: lo sono. [...]

Da idealista, sognatore, illuso (!), ottimista sono partito per l’Irlanda senza ombrello in valigia e con nessun contratto in mano. Prima di partire ho realizzato questo video CV per Blizzard, infondendoci tutto quello che potevo: lingue straniere, recitazione, montaggio, doppiaggio e una buona dose di ottimismo e di speranza.

Nelle settimane successive ho sfruttato tutti i canali che conoscevo per diffondere il video tra appassionati e professionisti chiedendo pareri ed opinioni, con la speranza che prima o poi anche Blizzard lo vedesse.

Atterro quindi a Dublino e cosa succede? Nulla.

(Mi par di vedere il pessimista di turno con il tipico sorriso accondiscendente mormorare qualcosa come “te l’avevo detto…”)

Ottimismo però non vuol dire pigrizia. Quel videoCV era solo uno dei tanti tentativi che stavo facendo per trovare lavoro e una volta a Dublino ho continuato (perseverare è diabolico) a mandare CV, arrivando a dedicare letteralmente ore alla scrittura di una singola lettera di presentazione per renderla perfetta.

Passano in questo modo circa tre settimane dal mio arrivo a Dublino. Tre settimane vissute in ostello, incontrando persone nuove ogni giorno – e tenendo comunque d’occhio i ristoranti che cercavano camerieri.

Un venerdì pomeriggio però ricevo due telefonate: Amazon e Blizzard. Due aziende che apprezzo per diversi motivi e con le quali avrei potuto crescere molto. Per farla breve, alle telefonate sono seguite due interviste e poi due offerte di lavoro.

Idealista, sognatore, illuso (!), ottimista, dicevano.

Beh, si, sono io.

Mi chiamo Damiano, ho 23 anni e da oggi lavoro per Blizzard Entertainment.

E questo è solo l’inizio.

Il dialogo fra generazioni

Sempre a caccia di pubblicità interessanti, che propongano uno sguardo vivace e vario su generi, genti e generazioni – secondo le indicazioni che avevo dato QUIMargherita, studentessa al secondo anno di Scienze della comunicazione, mi segnala uno spot che Volkswagen fece uscire nel 2005 per il mercato norvegese. Lo commenta così:

When Boy Meets Girl

«Lo spot mi piace perché riduce la differenza tra generazioni, mettendo in evidenza il fatto che è sempre possibile confrontarsi e cambiare qualcosa (ad esempio una canzone) senza litigare.

Ritrae la “nuova generazione” come un continuo di quella passata, non come qualcosa di lontano e fastidiosamente opposto, come invece spesso accade.

Insomma, le generazioni passano ma Volkswagen resta. :-) »

(Purtroppo il canale YouTube su cui si trova lo spot è infestato da altre pubblicità.)

Trovi qui altri esempi positivi di campagne pubblicitarie:

Pubblicità ironiche, interessanti, creative. Belle

Chi ha detto che un bagno deve essere un cesso?

Il fondoschiena: una zona da baciare

Un’acqua generosa

Lavorare con una laurea umanistica. E con soddisfazione

Abbiamo detto più volte in questo blog (basta fare una ricerca con “stage e lavoro”) quanto siano frustrati e arrabbiati gli studenti, laureandi e laureati in Scienze della Comunicazione e affini, che tutti giorni sono costretti a convivere con il pregiudizio diffuso per cui nel mercato del lavoro non ci sarebbe “spazio per loro”. Eppure.

Eppure io continuo a sentire storie di laureati in Scienze della Comunicazione e in Semiotica che lavorano, sono ben pagati e molto soddisfatti. Sono anche i più bravi e preparati, questo va detto. Giovani che hanno frequentato l’università studiando molto. E bene.

I simboli della laurea

Esasperato da tutto il peggio che si dice sulle lauree umanistiche, Walter mi ha mandato la sua testimonianza. La condivido, perché possa essere di stimolo e incoraggiamento (premetto che Walter non si è laureato con me né al triennio né alla specialistica):

«Mi sono laureato in Discipline semiotiche nel 2008 con una tesi sulla vocalità e in particolare sul ruolo giocato dalla voce del leader nella comunicazione politica. Triennio in Scienze della Comunicazione, tesi su De André. Tutto a Bologna, tutto bellissimo.

Forse sono stato fortunato, sicuramente ho saputo “vendermi bene”. Fatto sta che sono passati quattro anni da quando ho lasciato Bologna e in questo periodo ho sempre lavorato.

Prima in un’azienda di Ancona. Cercavano qualcuno che si occupasse di email marketing, “perché abbiamo bisogno di una persona che sappia scegliere le parole giuste per convincere i clienti!”.

In realtà poi mi hanno permesso di fare molto di più, ovvero di introdurre un metodo di lavoro “scientifico”: dalla segmentazione del database all’analisi delle performance di ogni campagna, dall’individuazione dei migliori orari per l’invio ai lunghi brainstorming per la creazione dei testi.

Hanno avuto fiducia. Poi sono stati i risultati a confermare che la strada era quella giusta e siamo andati avanti così. Vanno ancora avanti così.

Infine me ne sono andato: per avvicinarmi a casa e assumere un profilo meno “commerciale”. E così da due anni sono un VUI (voice-user interface) Designer in un’azienda di Ascoli Piceno. Mi occupo di interazioni uomo-macchina basate sul linguaggio naturale: progetto applicazioni vocali e chat automatiche.

Il mio compito è rendere le interazioni non solo robuste ed efficaci, ma anche gradevoli e più simili possibile alle interazioni tra persone. È un lavoro che spesso sfocia nella ricerca pura, con l’obiettivo di spostare i limiti tecnologici sempre un pochino più in là.

Non sono la sola figura umanistica dell’azienda. Con me lavora Valeria, VUI Designer anche lei, mio stesso percorso accademico. E poi ci sono otto sviluppatori che ci supportano e sopportano quotidianamente.

Per fare un mini bilancio: sono convinto che il percorso formativo umanistico – e in particolare bolognese – sia stato decisivo, sia perché mi ha fornito competenze fondamentali, sia perché mi ha dato quella forma mentis che, fortunatamente, è sempre più apprezzata e ricercata nelle aziende.»

Laboratorio Tv Fai-da-web

Come docente della cattedra di Semiotica dei nuovi media del Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna, ho il piacere di inaugurare, assieme a Altratv.tv, il Laboratorio Tv Fai-da-web, uno spazio di riflessione, analisi e sperimentazione sui formati e linguaggi delle web tv.

Logo Laboratorio Tv-fai-da-web

PERCHÉ IL LABORATORIO

Troppo spesso oggi la web tv ricalcano stili, formati e generi già usati dalla televisione generalista. Il laboratorio vuole studiare la possibilità di inventare nuovi modi di fare televisione, partendo dall’osservazione sistematica e analitica di ciò che accade in rete non solo nell’ambito della produzione audiovisiva e del citizen journalism ma, più ampiamente, nel mondo dei social media.

CHI PUÒ PARTECIPARE

Il laboratorio si rivolge anzitutto agli studenti e alle studentesse che frequentano o hanno frequentato il mio corso di Semiotica dei nuovi media, che possono concordare su questi temi una tesina per l’esame e/o una tesi di laurea. I lavori saranno seguiti, oltre che dalla docente, anche da un/a componente del team di Altratv.tv.

Nel caso ci fossero studenti e studentesse della triennale in  Scienze della Comunicazione o della magistrale in Semiotica di Bologna che non hanno mai frequentato Semiotica dei nuovi media, ma sono comunque interessati/e all’argomento e hanno già le competenze necessarie, possono mettersi in contatto con la docente: giovanna.cosenza chiocciola unibo.it.

Le idee più interessanti e innovative saranno usate dal network Altratv.tv, con menzione esplicita del/la loro autore/autrice.

UNO STAGE CON RIMBORSO SPESE

Il laboratorio prevede un tirocinio curricolare presso Altratv.tv con un gettone di rimborso spese di 300 euro mensili. Il tirocinio è aperto a tutti gli/le studenti/esse e i/le laureandi/e dell’ateneo bolognese, purché abbiano competenze e interessi nell’ambito della produzione televisiva e una buona familiarità con la rete e i social media. Per candidarti al tirocinio manda il tuo cv a info chiocciola altratv.tv.

PREMIO TV-FAI-DA-WEB

Lo/a stagista, gli studenti e le studentesse che faranno la tesina d’esame o la tesi di laurea su questi temi entrano a far parte della giuria che assegnerà il Premio Tv Fai-da-web al miglior format web televisivo finora realizzato, sia esso web-serie, instant-tv o mobile tv. Il premio sarà consegnato durante il meeting Punto it, che si terrà a Bologna dal 18 al 20 aprile 2012.

Basta coi pregiudizi contro Scienze della comunicazione

Venerdì scorso, in un pezzo su Linkiesta, sono tornata sull’annoso problema degli stereotipi negativi che affliggono le lauree del settore della Comunicazione, sulle quali abbondano battute del genere «scienze delle merendine», come quella che fece l’ex ministro Gelmini proprio un anno fa.

In realtà, anche i dati di Almalaurea più recenti (2010), nonostante la crisi,  continuano a non dire affatto che i laureati in Scienze della comunicazione lavorino meno degli altri, anzi: dicono che in media trovano lavoro come gli altri, e senz’altro più di tutti i giovani che hanno un titolo di studio umanistico.

Giovani al computer

Però dicono anche che in media vengono pagati meno e restano più a lungo precari degli altri.

Ora, è chiaro che l’offerta universitaria qualche problema ce l’ha. Basti pensare che in Italia i corsi di laurea nel settore delle Scienze della comunicazione erano 5 nel 1993 (appena nati) e sono circa 150 (fra trienni e magistrali) oggi: l’inflazione, si sa, è sempre un brutto sintomo.

Però l’Italia ha un disperato bisogno di bravi, qualificati e di conseguenza ben pagati comunicatori. Perciò così ho concluso il mio articolo su Linkiesta:

I problemi ci sono, inutile negarlo. Ma non è dicendo ai giovani si evitare come la peste i corsi di comunicazione che si risolvono, specie in un paese come il nostro, in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori professionali: campagne pubblicitarie banali e volgari, comunicazione sociale inefficace, televisione urlata e politici incapaci di rivolgersi ai cittadini in modo convincente ci mostrano tutti i giorni quanto in basso sia scesa la comunicazione in Italia. Di bravi e qualificati comunicatori il nostro paese avrebbe un disperato bisogno, altro che. Se solo, ovviamente, il mercato non fosse a sua volta condizionato dai pregiudizi di cui stiamo parlando.

È infatti da oltre dieci anni che gli studenti e i laureati in comunicazione sopportano battutine sul loro conto e uscite come quelle degli ex ministri Gelmini e Sacconi: non possiamo pensare che tutto ciò non influisca sulla decisione delle imprese riguardo a stipendi e stabilizzazione del lavoro. È anche a causa di questi pregiudizi infatti che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda.

La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, si stabilizza prima l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa». È la somma di decisioni come queste che un po’ alla volta ha creato un mercato di stipendi più bassi e di precarizzazioni più frequenti per i laureati in comunicazione. E il circolo vizioso è ormai chiuso.

Un circolo vizioso che sarebbe ora di rompere, una buona volta. Restituendo dignità alle professioni della comunicazione, a partire da come se ne parla. Facendo sempre considerazioni basate su dati e non su stereotipi, pur consapevoli che i dati vanno letti con attenzione e possono essere variamente interpretati. E cominciando a fare tutte queste cose proprio sui media – televisione, stampa, radio, internet – visto che, come dicevo, non si vede perché gli operatori della comunicazione debbano continuare a sminuire ciò che gli dà mangiare.

Per sapere i dati precisi, leggi tutto l’articolo su Linkiesta: «Fai scienze della comunicazione e troverai lavoro».

Sullo stesso tema vedi anche:

Giorgio Soffiato, Mamma voglio fare il comunicatore…, 9 gennaio 2012

Stefano Cristante, Scienze della comunicazione in Italia, tra amenità e simulazione, 31 ottobre 2011

Giovanna Cosenza, La laurea in Scienze della comunicazione è utile: parola di ex studenti, 5 luglio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: sfatiamo i pregiudizi, 17 febbraio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: amenità contro dati, 14 gennaio 2011