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Quant’è brutta e cretina la mail del social media coso

Social media manager

Negli ultimi anni si è consolidato un genere mail tanto ridicolo quanto fastidioso: quello del sedicente “social media manager” o “strategist” (sic) o “online Pr specialist” (sic) – che non è altro che un tizio un po’ imbranato ma comunque incaricato di curare i social cosi dell’azienda di turno – il quale scrive al/la blogger in modo fintamente personalizzato, chiedendo di dare notizia di qualche imprescindibile e indimenticabile evento/premio/convegno. Tipicamente la mail è scritta così male da Continua a leggere

Quando uno stage (pur non pagato) finisce bene

Una storia a lieto fine per incoraggiare gli studenti e le studentesse in Scienze della Comunicazione. Annagiulia si laurea con me nell’autunno 2011. Subito dopo, accetta di fare un tirocinio presso un’agenzia pubblicitaria di Bologna. Nonostante le mie insistenze perché negozi un buon rimborso spese, accetta un «forse, si vedrà», perché l’agenzia le piace e le prospettive di formazione le paiono interessanti. Alla fine, ecco cosa racconta:

«Buongiorno prof, le scrivo a distanza di tempo perché ho piacere di raccontarle un po’ quel che è successo nei mesi subito dopo aver conseguito la laurea triennale in Comunicazione.

Dopo essermi laureata con lei in ottobre, ho subito avuto l’opportunità di svolgere un tirocinio post laurea presso una nota agenzia pubblicitaria di Bologna. Sei mesi full time, senza nessuna retribuzione, nemmeno rimborsi spese (anche se sono pendolare). :(

Certo, le premesse non erano delle migliori, ma ero decisa: entrare in contatto con quella realtà mi affascinava e quindi (avendo letto La Repubblica degli Stagisti di Eleonora Voltolina e sentito più volte le sue raccomandazioni) mi sono detta: “Ho 22 anni, sono solo al secondo stage… posso ancora accettarlo gratuito.”

Il mio obiettivo era farmi un’esperienza di lavoro concreta, calarmi in una realtà stimolante e assorbire il più possibile. Ero determinata a mettermi in gioco e, a distanza di sei mesi, posso finalmente dire: “Ho fatto bene!”

Ho fatto bene perché ho avuto l’opportunità di conoscere e lavorare con persone valide e professionali, che mi hanno dato l’opportunità di farmi strada e crearmi un mio posticino all’interno dell’agenzia.

Ho fatto bene perché ho imparato e dato tanto, e questo è stato riconosciuto e apprezzato, al punto che mi hanno offerto di “restare a bordo” per un altro anno. Certo questa volta con un contratto (vero) e uno stipendio (modesto, ma vero).

Arnald, busta paga bassa

Devo ammettere però che ho avuto anche una buona dose di fortuna. In concomitanza con il termine del mio stage, una collega ha deciso di lasciare l’agenzia ed è stato proprio allora che si è concretizzata la mia opportunità (altrimenti tutto sarebbe stato vano).

In agenzia infatti mi hanno offerto di prendere il posto della persona che se ne andava: “Perché ti conosciamo già, ci siamo trovati bene con te, ormai sei parte dell’agenzia… quindi perché cercare una persona nuova, da formare daccapo?”

E così è stato. Da pochi giorni ho cominciato: ufficio nuovo, nuovi incarichi e nuove mansioni. Eh sì, perché mentre per tutta la durata dello stage ho affiancato un’account nella gestione dei clienti, ora mi trovo nell’ufficio web e mi occupo principalmente di gestire i profili social di alcuni clienti dell’agenzia e della redazione di contenuti editoriali.

Certo, è un po’ come fare un salto nel buio per la seconda volta. Ma per me è una buona occasione per mettermi alla prova con qualcosa di diverso e altrettanto interessante. Quindi ho accettato ed ora eccomi qua.

Come avrà capito sono più che soddisfatta di questa esperienza. Soprattutto perché è andata a buon fine. Certo, se il tutto si fosse concluso con un “arrivederci e grazie” forse non le scriverei con questo entusiasmo… ma non per questo avrei considerato sprecati i mesi trascorsi qua dentro, anzi.

Per cui mi piace pensare un po’ alla Steve Jobs: tutte le esperienze della nostra vita, scelte giuste o sbagliate, stage giusti o sbagliati, sono tutti puntini fondamentali che, congiunti tra loro, ci portano dove siamo ora. E se siamo soddisfatti, allora significa che ne è valsa la pena. Spero di rimanere comunque in contatto con lei, prof. A presto, Annagiulia.»

Qualcuno potrà storcere il naso perché il contratto di Annagiulia prevede (per ora) solo un anno, e lei stessa ammette che lo stipendio non è alto. Ma siamo in piena crisi e lei è contenta. Dunque come la mettiamo?

I primi dieci leader politici su Facebook

Ho trovato su Socialdon la classifica mondiale delle prime 15 fan page di politici su Facebook. Se fossi nello staff di un politico italiano, me le studierei  attentamente. Altri mondi, altri livelli, e mica solo per i numeri. È già interessante vedere che immagine hanno scelto come cover: c’è chi ci ha messo la famiglia, chi un paesaggio, chi se stesso da giovane, chi sta in mezzo alla gente e chi no.

Quanto ai numeri, osservo solo che Barack Obama, con oltre 26 milioni di “mi piace”, supera di molto Sarah Palin, che è seconda in classifica con circa 3 milioni e 300 mila “mi piace”, e si avvicina agli ordini di grandezza che su Facebook ottengono solo le pop star. Ma ancora deve lavorarci, perché Eminem, al primo posto su Facebook fra le celebrities, ha al momento circa 56 milioni di “mi piace” e Rihanna, al secondo posto, ne ha circa 55 milioni.

Riporto qui le prime dieci posizioni, con il link alla relativa pagina Facebook.

1. Barack Obama, Presidente degli USA, 26.171.273 “mi piace” (clic per ingrandire).

1.Barack Obama

2. Sarah Palin, politica americana, esponente del movimento ultra conservatore Tea Party, 3.320.535 “mi piace”.

2.Sarah Palin

3. Dalai Lama, leader della scuola Gelug del buddismo tibetano, 3.315.135 “mi piace”.

3.Dalai Lama

4. Noynoy Aquino, presidente delle Filippine, 2.254.666 “mi piace”.

4.Noynoy Aquino

5. George W. Bush, ex presidente degli Usa, 1.754.659 “mi piace”.

5.George W. Bush

6. Manny Villar, 25° Presidente del Senato delle Filippine, 1.656.121 “mi piace”.

6.Manny Villar

7. Mahathir bin Mohamad, ex Presidente della Malaysia, 1.639.611 “mi piace”.

7.Mahatir bin Mohamad

8. Mitt Romney, ex Governatore del Massachusetts, candidato repubblicano 2012 alla presidenza degli USA, 1.657.325 “mi piace”.

8.Mitt Romney

9. Arnold Schwarzenegger, ex Governatore della California, 1.585.386 “mi piace”.

9.Arnold Schwarzenegger

10. Heriberto Félix Guerra, Segretario dello Sviluppo Sociale, Messico, 1.478.218 “mi piace”.

10.Heriberto Félix Guerra

Costa Crociere: come non si gestisce una crisi

Nelle ultime settimane si è parlato molto degli errori di Costa Crociere nel gestire la crisi del Giglio. Riprendo qui due analisi: quella che ha fatto Mariella Governo, a partire da un’intervista all’amministratore delegato di Costa Crociere, e quella di Vincenzo Cosenza sul pessimo uso dei social media da parte dell’azienda.

Scriveva il 21 gennaio Mariella Governo:

Come sta, presidente? «Senza retorica, attraverso il momento di dolore peggiore dopo la morte di mia madre».

Rimorsi?
«Si lavora insieme, seguendo principi e leggi severe. Poi ci si mette il fattore umano. Come in certe commedie di De Filippo, fai tutto, fai tutto, poi c’è… il fesso».

Il fesso?
«…nel senso del fattore umano».

Così – in modo sbagliato e fuori luogo  – ha risposto ieri il numero uno di Costa Crociere, Pier Luigi Foschi,  a Goffredo Buccini del Corriere della Sera.

Regola numero uno di un’emergenza e di una crisi: assumersi come azienda la responsabilità di quello che sta accadendo e pensare alle vittime e ai familiari, non a sé stessi.

Mettere in primo piano il proprio dolore personale e paragonarlo a quello della morte della propria madre fa trapelare un atteggiamento “Costacentrico”, non certo mirato al proprio pubblico e tanto meno alle responsabilità che un’azienda ha per il semplice fatto di esistere sul mercato. Una responsabilità che dovrebbe accrescere quando, per azioni e comportamenti sbagliati, vengono messe a rischio decine di vite umane, il nostro ambiente, il lavoro di migliaia di persone.

Le  parole di Foschi mi ricordano ancora l’infelice battuta dell’ex Ceo di British Petroleum, Tony Haward quando il 30 maggio 2010  disse: “Nessuno vuole che tutto questo finisca più di me. Rivoglio indietro la mia vita.”

Il numero uno di un’azienda dovrebbe essere formato a usare le parole giuste nel momento giusto. Chi guida un’azienda non può comportarsi da scaricabarile, come Foschi ha fatto nella prima conferenza stampa di sabato scorso quando ha affermato che la Costa Crociere si dissocia dal comportamento del comandante Schettino anche se ne avrebbe pagato le spese legali!

Nel caso di Costa Crociere “manca una vera e sincera assunzione di responsabilitá, che é dovuta a tutta la collettivitá. Chi ha formato il Comandante? Chi gli ha affidato la sicurezza dei passeggeri?”, così scrivono i colleghi Luca Poma e Giampiero Vecchiato in un comunicato stampa scritto qualche giorno fa.

Seguo da anni per interesse personale e professionale i casi di comunicazione di crisi.

Mi chiedo. Ma Costa Crociere non aveva preparato a suo tempo un manuale di comportamente in situazioni di crisi? Non aveva costituito un’unità di crisi? Non aveva fatto un training ai suoi manager e portavoce per simulare il comportamento migliore in caso di tragedia? Se così avesse fatto, dubito che avrebbe potuto incorrere in errori così gravi di comunicazione.

Cosa avrei consigliato a Costa Crociere per la mia esperienza di comunicatore d’azienda? (continua a leggere qui: Mariella Governo, «Costa Crociere: le parole sbagliate»)

Scriveva il 18 gennaio Vincenzo Cosenza:

La fine è ormai tristemente nota, ma chi, come me, si occupa professionalmente di comunicazione non può fare a meno di approfondire gli aspetti legati alla gestione della crisi che ha coinvolto Costa Crociere.

L’azienda, pur avendo sviluppato nel tempo una presenza sui vari social media, ha scelto di usare le varie piattaforme come amplificatore dei classici comunicati stampa. Un uso riduttivo, minimale, impersonale di Twitter e Facebook, che comunque ha avuto il pregio di non interrompere il flusso di comunicazione, sopperendo all’inaccessibilità del sito ufficiale, a causa del traffico eccessivo.

Il sito principale è stato aggiornato con le informazioni sulla tragedia rapidamente, ma in homepage sono rimaste le offerte commerciali fino a martedì.

Su Twitter si è scelto di rispondere alle richieste con un messaggio standard per rimandare al numero telefonico istituito per l’emergenza. Peccato non aver utilizzato gli hashtag, creati dagli utenti, per far emergere meglio le proprie informazioni utili.

Su Facebook si è scelto di cambiare le immagini che campeggiano nella parte alta della pagina, sostituendo le rappresentazioni di gioia con un mare calmo, segno di lutto. Ottima scelta anche se avvenuta tre giorni dopo l’accaduto.

Su Youtube si è deciso… (continua a leggere qui: Vincenzo Cosenza, «La gestione della crisi di Costa Crociere sui social media»).

Idea per la tesi: l’argomento vale almeno una tesi di laurea triennale. Per prendere accordi su impostazione teorica e metodologia, vieni a ricevimento.

L’ossessione del link

L’ultimo numero di Multiverso, la rivista dell’Università di Udine edita da Forum Editrice Universitaria Udinese, è dedicato al LINK e sarà presentato sabato 28 gennaio al conservatorio Tomadini di Udine.

Il progetto culturale Multiverso è molto interessante e sicuramente destinato a crescere.

Ma la rivista è anche un gioiello di progettazione grafico-visiva, un oggetto prezioso da conservare e collezionare, realizzato da Susi Grion e Laura Morandini per lo studio cdm associati. Infatti è stata selezionata per la pubblicazione sull’ADI Design Index 2010, che raccoglie i prodotti che concorreranno alla XXII edizione del Premio Compasso d’Oro ADI, il più prestigioso riconoscimento per il design italiano.

È perciò con vero onore e piacere che, invitata da Laura Morandini, ho accettato di partecipare a Multiverso 10/2010, assieme a: Alberto Abruzzese, Amir D. Aczel, Alfredo Altobelli, Alberto Bassi, Giuseppe A. Botta, Stefano Coletto, Lucio Cottini, Andrea Csillaghy, Gianpiero Dalla Zuanna, Derrick De Kerckhove, Alberto F. De Toni, Daniele Fedeli, Patrizia Fiore, Elio Franzini, Gianluca Garelli, Renzo Guolo, Sabino Matarrese, Alessandro Minelli, Jürgen Moltmann, Loretta Napoleoni, Mario Piazza, Sergio Polano, Andrea Trincardi, Roberta Valtorta, Angelo Vianello, Giancarlo Zizola, Luigi Zoja.

Questo è il mio pezzo:

Chi ha un blog sa bene cosa vuol dire, sul web, l’ossessione del link. Vuol dire che ogni tanto arrivano mail come questa: «Gentile Giovanna, complimenti per il blog eccetera. Anch’io ne ho uno: lo trovi all’indirizzo eccetera. Facciamo uno scambio di link?».

Tutta colpa di Google e di PageRank, l’algoritmo che calcola l’importanza di una pagina web in base al numero di link che vi puntano: più la pagina è linkata da altre, più conta, nel senso che aumenta la probabilità che chi fa una ricerca su Google la trovi fra i primi risultati. Inoltre, se il link che porta a quella pagina proviene da un’altra che a sua volta è molto linkata, esso vale di più, e così via.

In poche parole, è come se a ogni link corrispondesse un voto, un punto di qualità per la pagina linkata. In realtà il funzionamento di Google è più complicato, ma ciò basta a spiegare perché i gestori di blog e siti se ne inventino di tutti i colori per moltiplicare i link in ingresso.

L’idea originaria di Sergey Brin e Larry Page, fondatori di Google, era che se una pagina è molto linkata vuol dire che molte persone la trovano interessante. Idea non peregrina, visto che anche nel mondo accademico gli articoli scientifici hanno tanto più credito quanto più sono citati da altri: fu infatti al mondo accademico che nel 1998 Brin e Page – all’epoca dottorandi a Stanford – si ispirarono per mettere a punto il PageRank.

Il problema è che non sempre ciò che le persone segnalano è davvero intelligente e interessante. In università, per esempio, gli articoli dei cosiddetti «baroni» sono spesso citati solo per piaggeria. Oppure perché, se tutti li citano, ci sarà un motivo, e allora si cita anche senza aver letto. Inoltre, fuori dal mondo accademico (a volte anche dentro) le persone possono trovare interessanti alcune porcherie: dalle barzellette trash ai siti pornografici, dai cinepanettoni al pettegolezzo maldicente.

D’altra parte, che la quantità non facesse la qualità si sapeva già prima del web: succede nel mercato di massa, dove il prodotto più venduto non è per forza il migliore; succede in televisione, dove l’auditel non premia sempre i programmi di qualità; succede pure in democrazia, dove la maggioranza non vota necessariamente il governo migliore per un paese. Non si vede perché, allora, quantità e qualità dovrebbero coincidere su internet, se altrove ciò non si dà.

Eppure sul web, più che altrove, si fa come se coincidessero. Il che si può anche sopportare, come più in generale sopportiamo i problemi del mercato di massa, della tv e della democrazia. Ma negli ultimi anni l’ossessione del link è andata ben oltre la necessità che il proprio sito sia facilmente reperibile su Google, perché ha contagiato anche chi un sito non ce l’ha.

Da quando esistono i social network, infatti, l’ossessione del link è diventata ossessione per il numero di «amici» su Facebook, di «contatti» su Linkedin, di «followers» su Twitter, e via dicendo. Anche se di fatto un maggior numero di questi link non dà al profilo che li possiede nessun vantaggio di reperibilità e visibilità, la sensazione diffusa in questi ambienti è che una persona sia tanto più importante quanti più contatti ha. Che sia più cercata, benvoluta. Che faccia più tendenza. Mentre chi ha soli 50 o 100 link, be’, forse è un poveretto.

Non sto dicendo che gli «amici» di Facebook non sono «veri amici», come gli apocalittici della rete amano ripetere: anche fuori da internet quelli che chiamiamo «amici» non sempre lo sono, e viceversa gli amici veri stanno pure su Facebook.

Né sto dicendo che ci si debba sottrarre a queste cose, visto che internet è un fattore imprescindibile per l’alfabetizzazione e lo sviluppo di un paese. Dico solo che a volte l’ossessione del link ci prende un po’ la mano.

E allora è il caso di chiedersi se tutta questa moltiplicazione ha senso per noi, oltre che per il nostro sito o profilo sul web. Magari trovando la voglia, il tempo e l’energia di andare a vedere la pagina da cui proviene un link e il profilo che sta dietro a un «amico». Per trasformare il link da punto di merito a occasione di approfondimento. E a volte, perché no, di vera amicizia.

Quando Twitter fa torto alla conferenza

Twitter è prezioso per molti scopi che sappiamo – e che sanno in molti, visto che il social network ha ormai circa 200 milioni di utenti nel mondo. È utilissimo ad esempio per condividere con i propri followers letture, video, immagini, brani musicali che ci piacciono e ci sembrano interessanti, senza perderci troppo tempo con analisi e commenti.

Come ogni tecnologia, però, ha i suoi effetti perversi.

Uno di questi emerge durante le conferenze: Tizio e Caio siedono nel pubblico e, mentre ascoltano, twittano frasi e parole che li colpiscono. O usano Twitter per prendere appunti e ricordarsi, un domani, ciò che hanno ascoltato alla conferenza.

In questo caso l’intenzione è generosa (condividere con altri i propri appunti), la conferenza magari è interessantissima e l’ascoltatore che twitta intelligente, serio e preparato, ma il risultato su Twitter un po’ fa ridere e un po’ fa venire il dubbio che i partecipanti alla conferenza (inclusi gli ascoltatori) si siano tutti bevuti il cervello. :-)

È quello che è accaduto ieri durante la conferenza organizzata alla Triennale di Milano per il lancio di La Vita Nòva, il magazine del Sole-24 Ore progettato per iPad: i relatori e il pubblico erano di tutto rispetto (e lo dico con cognizione di causa, perché molti li conosco di persona), ma le frasi che sono apparse su Twitter si commentano da sole.

Ecco un paio di screen shot che ho preso ieri su Twitter, mentre seguivo l’evento on line (clic per ingrandire). :-D

Twitter Screen Shot 1

Twitter Screen Shot 2

 

 

Il social media marketing che guarda avanti

Mentre in Italia gli stereotipi sui social media insistono a collegarli ai ragazzini, cioè ai maschi adolescenti e postadolescenti, il mondo va da un’altra parte.

A dire il vero anche in Italia l’uso dei social media da parte delle donne e delle persone over 40 è in continuo e rapido aumento, ma tant’è: gli stereotipi se ne fregano.

Hanno invece le idee chiare le aziende americane. Alla fiera Ad:Tech di New York, dov’ero all’inizio di novembre, gli espositori offrivano servizi di social media a tutte le aziende, di tutte le dimensioni e tutti i settori merceologici.

Quanto agli stereotipi, un solo esempio basta a chiarire in che direzione guarda il marketing dei social media più avanzato.

«Marketing forward» era la headline che campeggiava nello stand della multinazionale Experian. E queste erano le immagini (clic per ingrandire):

Marketing Forward 1

Marketing Forward 2