Archivi del giorno: lunedì, 14 gennaio 2008

Contro gli stereotipi, ma…

Ecco cosa scriveva Zadie Smith un paio di settimane fa:

“Che cos’è uno stereotipo, se non un’espressione linguistica […] che tante persone hanno maneggiato e sporcato prima di noi, una miscela linguistica assolutamente inadatta a quella parte intima di quella vostra visione che volevate esprimere?

Usare uno stereotipo significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità.

Quando gli scrittori riconoscono un fallimento, preferiscono ammettere quelli più piccoli: per esempio, in tutti i miei romanzi c’è qualcuno che ‘fruga nella borsa’ in cerca di qualcosa, perché sono stata troppo pigra, sbadata e addormentata per separare la ‘borsa’ dal suo vecchio, ostinato amico ‘ frugare’. Frugare in una borsa è pronunciare una frase come un sonnambulo: un tradimento in sé abbastanza piccolo, ma pur sempre un tradimento. E per quanto mi riguarda, io scrivo proprio per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula.

Ma ammettere di aver scritto una frase che fa accapponare la pelle è facile; meno facile è riconoscere che a molti scrittori capita di scrivere paragrafi, o interi personaggi, o addirittura interi libri che il lettore attraversa come un sonnambulo e per i quali l’unica definizione davvero calzante è ‘privi di autenticità'” (Zadie Smith, “Il fallimento riuscito”, Internazionale 725, 28 dicembre 2007, pp. 10-11).

Vero, mi sono detta. Però una certa tassa di stereotipia, quando si raccontano storie, mi sa che bisogna pagarla. Altrimenti i personaggi e i loro intrecci risultano non credibili, finiscono per non essere capiti. Insomma, in letteratura il troppo vero stroppia.

Si potrebbe metterla in termini di dosaggio: troppi stereotipi portano al sonnambulismo di cui parla Zadie, troppo pochi portano all’incomprensione. La giusta dose? Come il sale in cucina: quanto basta.

È un dosaggio difficile, che s’impara con la pratica. Ed è importante non solo per chi scrive storie, ma, più in generale, per chiunque si ponga il problema di comunicare qualcosa a molte persone: politici, pubblicitari, giornalisti, insegnanti. Ci torneremo.