Nera come l’ebano, ma con i jeans gialli

Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli stereotipi, di cui parlavamo qualche post fa?

Diceva Zadie che usare uno stereotipo in letteratura “significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità.” (Zadie Smith, “Il fallimento riuscito”, Internazionale 725, 28 dicembre 2007, p. 10).

A me pareva invece che un uso calibrato (difficile, eh!) di alcuni stereotipi è necessario quando si scrive, perché rende più immediata la comprensione di un testo scritto.

Ho riletto da poco Denti bianchi. Tutti sanno che una delle cose più difficili è descrivere qualcosa senza annoiare. Un paesaggio, un oggetto, un personaggio: ne parli un po’ e, zac, la palpebra del lettore cala.

Le descrizioni di Zadie, al contrario, ti restano impresse nella retina come certi colori quando chiudi gli occhi.

Questa è Clara, protagonista di Denti bianchi, nell’istante in cui incontra Archie (che dopo sei settimane sposerà):

“Clara Bowden era bella in tutti i sensi, tranne forse nel senso classico, dato che era di colore. Clara Bowden era meravigliosamente alta, nera come l’ebano e la pelle di zibellino, con i capelli acconciati in una coda di cavallo che puntava in su quando Clara si sentiva fortunata, e in giù quando era depressa. In quel momento era in su. È difficile stabilire se questo fu significativo.

Clara non aveva bisogno di reggiseno – era indipendente persino dalla legge di gravità – indossava un maglioncino che le arrivava sopra la vita, e sotto indossava il proprio ombelico (splendidamente) e sotto ancora jeans gialli molto attillati. In fondo a tutto, scarpe dal tacco alto, marrone chiaro e con il cinturino, e su quelle scarpe lei scese giù per la scala, simile a una visione o, così sembrò a Archie quando si voltò a osservarla, come un purosangue ben addestrato” (Zadie Smith, White Teeth, 2000, trad. it. Mondadori, 2000, p. 32).

Cos’ha fatto Zadie in questo brano se non alternare certi stereotipi visivi (nera come l’ebano… jeans attillati… maglioncino sopra la vita… scese giù per la scala, simile a una visione… come un purosangue ben addestrato) a un modo insolito di combinarli?

La pelle è nera come l’ebano, ma ricorda il pelo dello zibellino; la coda di cavallo è scontata, ma si muove (hai visto mai?) seguendo l’umore; Clara veste come una ragazza qualunque, ma ha il corpo irreale di una pubblicità; indossa jeans che sarebbero banali, se non fosse che sono gialli. Persino le scarpe sono neutre (che tristezza quel beige), salvo che hanno cinturino e tacco alto. E poi scende le scale come Wanda Osiris, che più stereotipo di così si muore.

In poche righe Zadie mette in scena un vivacissimo saliscendi di attese, conferme e sorprese. È per questo che il suo personaggio s’imprime nella nostra testa e non ci molla più.

6 risposte a “Nera come l’ebano, ma con i jeans gialli

  1. Condivido in pieno l’analisi e mi pongo un quesito, avendo letto un “manuale di scrittura”, nel quale stereotipi e luoghi comuni vengono “banditi”.
    Le poesie non sono forme di trasposizione semantica? Ossia: la costruzione di metafore è una violazione della “purezza lessicale”, ma ciò non tange la bellezza della poesia (o almeno della bella poesia). Dunque, penso a una conclusione: la “purezza linguistica” è un bene per la scrittura giornalistica, mentre nel caso della scrittura creativa (se applicata con capacità, ovviamente) è una preziosa risorsa per arricchire il valore del testo.
    Mi sbaglio? 😉

  2. Non c’entra, lo so, ma mi hai ricordato che il mio ragazzo mi ha consigliato questo libro da almeno sei mesi, e sul mio comodino fa la sua gran bella figura lo ammetto.
    Vedremo se riuscirò anche a leggerlo oltre pagina 5 un giorno 🙂

  3. Stefano,
    sai che non capisco il tuo punto?
    Falcon82,
    non tutto, nel libro della Smith, vola alto. E certe parti del romanzo, detto francamente, possono pure essere saltate o lette a grande velocità.
    D’altra parte, Pennac docet quando afferma il sacrosanto “diritto di saltare pagine” (Come un romanzo, trad. it. p 116).
    😉

  4. Mi riferivo all’uso di “stereotipi” in due tipologie di scrittura diverse. A mio giudizio, in quella giornalistica lo stereotipo finisce per essere banale, segno di pigrizia intellettuale.
    Nella scrittura creativa, invece, può rappresentare una fonte di ricchezza (sempre che siano utilizzati con capacità).

    Il mio primo riferimento, in realtà poco chiaro, era a una manuale di scrittura che ho letto da poco, secondo cui, almeno nella mia interpretazione, oltre agli stereotipi, qualsiasi forme di trasposizione semantica (quindi l’uso delle figure retoriche), è una “violazione della purezza linguistica”.

  5. Riuscire a reinventare uno stereotipo è certamente un gran dono per uno scrittore, specie quando questo va ad arricchire descrizioni, che, effettivamente, sono sempre una parte ostica del comporre.
    Mi ritorna in mente una frase di De Chirico, che diceva di vedere molto di più ad occhi chiusi che non spalancati sul mondo.. Ecco, ci sono certi romanzi, certi scrittori che mi hanno regalato visioni molto più avvolgenti di quelle registrate di persona.. ed è per questo che non cambierei nessuna delle mie giornate nascosta tra i libri..
    Anche “Della bellezza” , sempre della Smith, è molto intenso da questo punto di vista, ma spesso a corrente alternata.

  6. Non sono mai riuscito a sopportare i molti stereotipi che mi circondano come non sono mai riuscito ad ascolta e dialogare con chi ne fa un uso nemmeno troppo smodato: certe persone le sento ma non riesco ad ascoltarle.

    Credo che lo stereotipo ben usato sia uno dei modi migliori per fare una “pausa” in un periodo (di testo) molto pieno, come appunto può esserlo la descrizione dei particolari di qualcuno o qualcosa.

    Lo stereotipo può essere un tranquillante in un momento di eccitazione, una dolce discesa prima di una tranquilla risalita, una banalità che da tono ad una normalità e anche ad una specialità.

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