Archivi del mese: febbraio 2008

Vivere col punto e virgola

Nei corsi di scrittura si ripete spesso quanto sia difficile usare il punto e virgola in modo appropriato. Quanto sia meglio, nel dubbio, sostituirlo con un virgola o un punto – a seconda dei casi – e non pensarci più.

Vero, specie per la scrittura professionale, che cerca da anni – non sempre trovandola – la brevità e leggerezza del Web e della posta elettronica: se metti punto invece che punto e virgola, la frase si accorcia, il ritmo si fa più veloce e la lettura più semplice.

Anche in letteratura alcuni ne fanno a meno: trovami un punto e virgola in Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Io non ci sono riuscita; se ce la fai, avvisami. Io stessa mi sono privata del punto e virgola per qualche anno, e vivevo benissimo. Praticavo quello che Bice Mortara Garavelli chiama “estremismo interpuntorio”:

“A volte entra in gioco una sorta di estremismo interpuntorio: si vede nel punto e virgola sempre e soltanto una ‘pausa intermedia’ tra i segni che, graficamente, lo compongono e si pensa, eliminandolo, di azzerare le mezze misure” (B. Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari: Laterza, pp. 67-68).

Poi, un bel giorno ho visto come usa il punto e virgola Michel Houellebecq e mi sono innamorata. “Voglio fare come lui”, mi sono detta. (Nel punto e virgola, intendo.)

Cito a caso da Piattaforma:

“Mossi qualche passo nel soggiorno, senza peraltro riuscire a scaldarmi; non sopportavo l’idea di andarmi a coricare nel letto di mio padre. Alla fine, dopo esser salito a prendere un cuscino e un paio di coperte, mi sistemai alla bell’e meglio sul divano. Spensi dopo i titoli di coda del Il siluro controverso. La notte era fosca; il silenzio pure.” (M. Houellebecq, Piattaforma, trad. it. Milano: Bompiani, 2001, p. 14).

“Mi abbattei sul letto king-size e mi concessi una lunga sorsata di alcool; poi un’altra” (ivi, p. 89).

(Per imparare anche tu, leggilo tutto.)

Da allora ho ripreso a usare il punto e virgola; e vivo meglio. 🙂

La differenza fra “Yes we can” e “Si può fare”

Pare che il “Si può fare” veltroniano nasca dal “Yes we can” di Barack Obama. Lo dice Veltroni, lo dicono tutti. Copiato? D’accordo, ma quanta differenza c’è fra i due mondi possibili?

“Yes we can” è avvolgente, inclusivo, affermativo. “Si può fare” scarica su terzi (all’italiana) l’onere del fare, e ricorda troppo il “sepoffà”, ammiccante e romanesco, di certi malaffari di corridoio.

Il primo è accompagnato dalle parole, dalle immagini e dalla musica che seguono (e fanno venire voglia di volare subito in America).

L’altro invece?

Yes we can (le parole che stai per leggere, e che sentirai cantate nel video, sono l’ultima parte del discorso che Obama ha rivolto ai suoi sostenitori dopo le primarie nel New Hampshire)

“It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation.
Yes we can.
It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail toward freedom.
Yes we can.
It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness.
Yes we can.
It was the call of workers who organized; women who reached for the ballots; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land.
Yes we can to justice and equality.
Yes we can to opportunity and prosperity.
Yes we can heal this nation.
Yes we can repair this world.
Yes we can.
We know the battle ahead will be long, but always remember that no matter what obstacles stand in our way, nothing can stand in the way of the power of millions of voices calling for change. (We want change.)
We have been told we cannot do this by a chorus of cynics…they will only grow louder and more dissonant… We’ve been asked to pause for a reality check. We’ve been warned against offering the people of this nation false hope.
But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope.
Now the hopes of the little girl who goes to a crumbling school in Dillon are the same as the dreams of the boy who learns on the streets of LA; we will remember that there is something happening in America; that we are not as divided as our politics suggests; that we are one people; we are one nation; and together, we will begin the next great chapter in the American story with three words that will ring from coast to coast; from sea to shining sea: Yes We Can.”

Il video che stai per vedere è stato realizzato da Will.i.am, diretto da Jesse Dylan, figlio di Bob, e inserito su YouTube il 2 febbraio scorso.

Nera come l’ebano, ma con i jeans gialli

Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli stereotipi, di cui parlavamo qualche post fa?

Diceva Zadie che usare uno stereotipo in letteratura “significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità.” (Zadie Smith, “Il fallimento riuscito”, Internazionale 725, 28 dicembre 2007, p. 10).

A me pareva invece che un uso calibrato (difficile, eh!) di alcuni stereotipi è necessario quando si scrive, perché rende più immediata la comprensione di un testo scritto.

Ho riletto da poco Denti bianchi. Tutti sanno che una delle cose più difficili è descrivere qualcosa senza annoiare. Un paesaggio, un oggetto, un personaggio: ne parli un po’ e, zac, la palpebra del lettore cala.

Le descrizioni di Zadie, al contrario, ti restano impresse nella retina come certi colori quando chiudi gli occhi.

Questa è Clara, protagonista di Denti bianchi, nell’istante in cui incontra Archie (che dopo sei settimane sposerà):

“Clara Bowden era bella in tutti i sensi, tranne forse nel senso classico, dato che era di colore. Clara Bowden era meravigliosamente alta, nera come l’ebano e la pelle di zibellino, con i capelli acconciati in una coda di cavallo che puntava in su quando Clara si sentiva fortunata, e in giù quando era depressa. In quel momento era in su. È difficile stabilire se questo fu significativo.

Clara non aveva bisogno di reggiseno – era indipendente persino dalla legge di gravità – indossava un maglioncino che le arrivava sopra la vita, e sotto indossava il proprio ombelico (splendidamente) e sotto ancora jeans gialli molto attillati. In fondo a tutto, scarpe dal tacco alto, marrone chiaro e con il cinturino, e su quelle scarpe lei scese giù per la scala, simile a una visione o, così sembrò a Archie quando si voltò a osservarla, come un purosangue ben addestrato” (Zadie Smith, White Teeth, 2000, trad. it. Mondadori, 2000, p. 32).

Cos’ha fatto Zadie in questo brano se non alternare certi stereotipi visivi (nera come l’ebano… jeans attillati… maglioncino sopra la vita… scese giù per la scala, simile a una visione… come un purosangue ben addestrato) a un modo insolito di combinarli?

La pelle è nera come l’ebano, ma ricorda il pelo dello zibellino; la coda di cavallo è scontata, ma si muove (hai visto mai?) seguendo l’umore; Clara veste come una ragazza qualunque, ma ha il corpo irreale di una pubblicità; indossa jeans che sarebbero banali, se non fosse che sono gialli. Persino le scarpe sono neutre (che tristezza quel beige), salvo che hanno cinturino e tacco alto. E poi scende le scale come Wanda Osiris, che più stereotipo di così si muore.

In poche righe Zadie mette in scena un vivacissimo saliscendi di attese, conferme e sorprese. È per questo che il suo personaggio s’imprime nella nostra testa e non ci molla più.

Giuliano Ferrara e l’elefante

Ho appena visto l’ultimo post di Loredana Lipperini, che riflette sulla lista presunta pro-vita di Giuliano Ferrara, e lo fa partendo da Tucidide, passando per il libro di George Lakoff Non pensare all’elefante e finendo sulla nozione sociologica di frame.

Tutto da leggere, anzi, da studiare: il post di Loredana, i commenti che ha suscitato, il modo in cui lei risponde e – last but not least, se ancora non lo conosci – il libro di Lakoff.

Qualche conclusione dall’indagine ALL

Mi pare utile confrontare i commenti al post di ieri con le conclusioni che gli stessi curatori della parte italiana di ALL hanno tratto dal loro lavoro. Ecco una sintesi, che ho rielaborato da questo documento pdf (a sua volta sintetico) di Vittoria Gallina.

Per ulteriori approfondimenti, leggiti il libro Letteratismo e abilità per la vita, Roma: Armando, 2006.

I risultati della indagine ALL mettono in evidenza che:

1) la popolazione adulta italiana, presa nel suo complesso, non ha un grado di letteratismo (literacy) adeguato alle esigenze delle società complesse;

2) intervenire su questo deficit è una priorità per il Paese;

3) l’istruzione è molto importante per garantire lo sviluppo di competenze di literacy, ma non è il solo fattore determinante: il letteratismo si sviluppa e si consolida con processi molto diversi, e solo alcuni di questi riguardano i sistemi formali di istruzione;

4) una strategia di espansione graduale del sistema scolastico non è sufficiente a colmare il deficit di competenze che si evidenzia nel mercato del lavoro e nella società attuale: dovrà passare molto tempo prima che si possano sentire gli effetti dell’incremento della scolarità dei giovani di oggi;

5) interventi efficaci e strategie adeguate vanno costruiti valorizzando meccanismi e processi attraverso i quali gli adulti mantengono e aggiornano abilità e competenze: apprendimento sul lavoro, esperienze di vita, iniziative e attività personali;

6) le competenze/abilità alfabetiche funzionali, come i muscoli, si mantengono con l’esercizio e l’uso continuo: la scuola ha un ruolo insostituibile nel costruire le basi, ma solo l’uso continuo nelle attività quotidiane mantiene livelli adeguati di competenza;

7) promuovere il lifelong learning significa mettere i cittadini in condizione di accedere agli ambienti in cui si promuove apprendimento: a casa, sul lavoro, nella comunità sociale;

8 ) accrescere i finanziamenti per l’educazione degli adulti è una scelta necessaria, ma bisogna anche motivare gli adulti alla partecipazione: apprendere in età adulta è un atto volontario, una scelta che dovrà coinvolgere strati di popolazione che oggi non sono motivati o non si sentono sostenuti in questi percorsi;

9) la formazione sul lavoro tende a essere rivolta a persone che si trovano già a un certo livello di competenza: il rischio è che non si raggiungano quelli che hanno maggior bisogno;

10) si dovranno sperimentare strategie per aumentare la partecipazione ad attività formative di persone con livelli molto bassi di competenza che nel nostro Paese superano il 40% della popolazione.

11) … Continua tu.

Letterati allitteranti o allettanti illetterati?

Il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills) nasce nel 1994 da una collaborazione fra OCSE, Statistics Canada, National Center for Education Statistics (Department of Education, USA) e i responsabili (governi o istituti di ricerca) dei paesi partecipanti, che sono: Belgio (francese e fiammingo), Bermuda, Canada (francese e inglese), Cile, Corea, Costa Rica, Italia, Messico, Norvegia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Svizzera (francese, tedesca, italiana).

Da qui nasce la parola “letteratismo“, che traduce l’inglese literacy e si riferisce a un insieme articolato di competenze e abilità di comprensione e scrittura di testi, tabelle, grafici, come mediamente circolano nelle società occidentali: giornali, bugiardini di medicinali, documenti vari. Più alcune capacità fondamentali di fare conti e risolvere problemi.

Il tutto è suddiviso in 5 livelli di abilità: dal livello 1, il più basso, che rappresenta competenze/abilità molto modeste e fragili, fino al livello 5, che indica il pieno letteratismo. La scala pone il livello 3 come minimo necessario per garantire alle persone un inserimento soddisfacente nella complessa vita adulta occidentale.

Nel 2006 Vittoria Gallina, responsabile della ricerca ALL per l’Italia, ha pubblicato con l’editore Armando, i risultati sul grado di letteratismo italiano nel 2003-2004.

Dall’indagine emerge che il 46,1% della popolazione italiana fra 16 e 65 anni si trova al livello 1, il 35,1% al livello 2 e solo il 18,8% al livello 3 o superiore. Va precisato che coloro che non raggiungono il livello 3 hanno spesso titoli superiori, non solo la licenza elementare o media: è lo stile di vita, a quanto pare, a indurli a questo analfabetismo di ritorno.

E i giovani?

Il 35% dei giovani italiani (16-25 anni) sta al livello 1 della competenza alfabetica funzionale, il che significa che hanno/avranno seri problemi nell’inserimento sociale e nell’esercizio dei diritti di cittadinanza in una società democratica. Un altro 39% non supera il livello 2 di competenza, mentre solo il 26% raggiunge o supera il livello 3.

L’indagine è stata rispolverata il 6 febbraio scorso da Michele Smargiassi in un articolo su Repubblica, in cui ce n’è per tutti: laureati in materie umanistiche, aspiranti magistrati, medici, tutti a scrivere con strafalcioni. Persino alcuni docenti universitari, a lezione, leggono a stento slides malandate. Ma poi l’articolo si chiude con un’intervista in cui si dice che, per certi ruoli, basta “un buon paio di stivali di gomma”.

L’articolo è rimbalzato in rete, e i commenti si sono sprecati. La maggior parte dei blog che ho letto si scandalizzano di errori altrui (“Dove andremo a finire…”), salvo poi aggiungerne di propri. Altri impreziosiscono la loro invettiva con strampalati giri di parole, giusto per far vedere quanto sono bravi loro (ma le allitterazioni “allettano gli allocchi”, diceva Eco in una deliziosa Bustina di Minerva).

Posto che Luisa Carrada, in un post dedicato all’argomento, ha generosamente salvato i lettori di questo blog, e che l’umiltà è sempre il modo più intelligente di affrontare certi temi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi: colpa della scuola? della mancanza di tempo? del mercato?

E tu, a leggere questi dati, come ti senti? cos’hai fatto per raggiungere un grado decoroso di letteratismo? che farai per migliorarlo? cosa vorresti che l’università facesse per te?

Creativi senza cervello

Su segnalazione di Viviana, ho trovato questa campagna dell’agenzia statunitense Serve (Milwaukee) che presume di battersi contro la pedofilia.

La headline di queste immagini (clicca per ingrandirle) dice, nell’ordine:

“Solo perché ha il corpo, non vuol dire che ha il cervello.”

“Se vedi un bimbo come qualcosa di più, è sbagliato.”

“Se vedi una ragazzina come qualcosa di più, hai bisogno di aiuto.”

serve-doesnt-have-the-brain.jpg serve-its-wrong.jpg serve-you-need-help.jpg

Advertising Agency: SERVE, Milwaukee, USA
Creative Director / Copywriter: Gary Mueller
Art Director: Giho Lee
Photographer: Jeff Salzer
Other additional credits: Sarah Salzer
Published: January 2008

Ora, come mi ha spiegato la mia grande amica Cristina, psicologa e psicoterapeuta costruttivista con esperienza ventennale, i pedofili non vedono affatto nei bambini un corpo adulto. Casomai (e semplificando molto, ovviamente), cercano nel corpo infantile la cancellazione dei tratti troppo marcati e per loro minacciosi del corpo sessuato adulto. Giusto il contrario, dunque.

La campagna non colpisce affatto il suo target, anzi: nessuno con quel problema può riconoscere in quelle immagini deformate neanche la più pallida sfumatura dei suoi desideri malati.

In compenso, le immagini colpiscono tutti gli altri, e lo fanno – come spesso accade nella comunicazione contemporanea – a spese delle donne. E – peggio ancora – delle bambine. Propongono infatti un disgustoso gioco di straniamento sul corpo femminile, e per di più lo associano all’assenza di cervello.

Ho la nausea.