Un vaccino contro Google

Un libro che dovresti non dico leggere, ma studiare nei minimi dettagli è Luci e ombre di Google del gruppo di ricerca Ippolita (in inglese era più bello, The Dark Side of Google, ma tant’è). È stato pubblicato nel 2007 da Feltrinelli, ma è scaricabile gratuitamente anche dal sito di Ippolita, in una versione quasi identica a quella feltrinelliana.

Ti consiglio di leggerlo immediatamente. Da quando l’ho fatto, la mia vita sul Web è cambiata. Non mi fido più ciecamente di Google come facevo prima. (Tu ti fidi?) Ad esempio, se non trovo qualcosa con Google, non concludo subito che non esiste, ma cerco meglio, cerco altrove. (Tu come fai?) E ho preso l’abitudine di usare anche un paio di meta-motori, come Ixquick e Widowsearch, che sommano e ottimizzano le ricerche di diversi motori. (Li conoscevi?)

Un assaggio del libro di Ippolita ti dà un’idea dell’importanza del loro lavoro:

“Vi sono alcuni segreti attorno al colosso di Mountain View, molti dei quali, come vedrete, sono segreti di Pulcinella. L’alone di leggenda che circonda la tecnologia googoliana è dettato in gran parte dall’assenza di un’istruzione di base, di rudimenti pratici per affrontare culturalmente l’onda lunga della rivoluzione tecnologica. Per esempio, la straordinaria rapidità dei risultati di ricerca è frutto di un’accurata selezione niente affatto trasparente. Infatti, come potrebbero milioni di utenti sfogliare contemporaneamente in ogni istante l’intera base dati di Google se non ci fossero opportuni filtri per restringere l’ambito della ricerca, ad esempio limitandolo ai dati nella loro lingua d’origine? E se esistono filtri creati per garantire una migliore navigazione linguistica, non è lecito supporre che ne esistano molti altri, studiati per indirizzare anche le scelte dei navigatori? Il prodigio di Google è in realtà una tecnologia opaca e secretata dal copyright e accordi di non divulgazione dei suoi ritrovati. La ricerca non è trasparente né democratica come viene spacciato: non potrebbe esserlo sia per motivi tecnici, sia per motivi economici.

Il campo bianco di Google in cui si inseriscono le parole chiave per le ricerche è una porta stretta, un filtro niente affatto trasparente, che controlla e indirizza l’accesso alle informazioni. In quanto mediatore informazionale, un semplice motore di ricerca si fa strumento per la gestione del sapere e si trova quindi in grado di esercitare un potere enorme, diventando un’autorità assoluta in un mondo chiuso. Il modello culturale di Google è dunque espressione diretta di un dominio tecnocratico.

Con questo volume Ippolita intende sottolineare il problema, o meglio l’urgenza sociale di alfabetizzazione e orientamento critico del grande pubblico attorno al tema della gestione delle conoscenze (knowledge management). Internet offre agli utenti straordinarie opportunità di autoformazione, tanto da surclassare persino la formazione universitaria, in particolare in ambiti come la comunicazione e l’ingegneria informatica. Il movimento del Software Libero, come Ippolita ha mostrato nei suoi precedenti lavori, è l’esempio più lampante della necessità di autoformazione continua e della possibilità di autogestione degli strumenti digitali.

Ma esiste un rovescio di questa medaglia, doppiamente negativo: da una parte, lo svilimento della formazione umanistica, che ha nella Rete pochi e male organizzati ambiti di riferimento; dall’altra, il sostanziale collasso cognitivo dell’utente medio. Disorientati dalla ridondanza dei dati disponibili sulla Rete, ci si affida ai punti di riferimento di maggiore visibilità – di cui Google è solo l’esempio più eclatante – senza domandarsi cosa avvenga dietro le quinte; si inseriscono i propri dati con leggerezza, conquistati dal mero utilizzo di servizi decisamente efficaci e, com’è ancora uso in buona parte della Rete, assolutamente gratuiti” (Ippolita, Luci e ombre di Google, p. 5 del documento on line, grassetti miei).

16 risposte a “Un vaccino contro Google

  1. Sarò ingenuo/ottimista, ma onestamente non diffido così tanto di Google.
    Sicuramente per quanto riguarda la sua funzione di base (la ricerca) entrano in gioco vari fattori e non è sempre al top, vuoi per ragioni tecniche, vuoi per interessi commerciali.
    Compromessi ce ne sono molti, ma un’azienda che reinveste così tanto nella ricerca libera mi da sempre un grande grado di fiducia.

    Sicuramente l’utente medio andrebbe informato meglio, e quel libro è un’ottima lettura.
    Però andrebbe anche guidato verso un corretto utilizzo del motore di ricerca (perché sì, su google non c’è tutto, però se l’utente non sa come si fanno le ricerche, trova ancora meno).

    Ok io sono di parte visto che Gmail , Reader e il Calendar per me sono manne dal cielo 🙂

  2. Anche io dissento dalla tesi del libro. Nella vita di tutti i giorni incontriamo continuamente filtri che impediscono alla nostra mente di accedere in modo completo e democratico alle informazioni. Basti pensare ai giornali, alle televisioni, o semplicemente al bibliotecario di fiducia che stila una bibliografia per la nostra tesi. La nostra stessa cultura è una barriera.

    Come afferma falcon82, spesso la vera limitazione di Google è la preparazione di coloro che lo utilizzano: saper trovare le giuste parole chiave di ricerca è una capacità da invidiare. “Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti” (U.Eco).

  3. Io, invece, sono d’accordo con il post e la tesi del libro. Google è diventato uno dei più importanti motori di ricerca grazie all’innovativo algoritmo usato: il PageRank. Questo algoritmo permette di valutare l’autorevolezza dei siti e quindi di selezionare le pagine da visualizzare in base alla loro affidabilità.
    Cito dal libro che mi ha svelato le “luci e le ombre” di Google.

    “PageRank valuta il livello di autorevolezza dei link che puntano ad una pagina. L’autorevolezza delle pagine è una nozione ricorsiva perchè si misura sulla base di quante pagine autorevoli hanno un collegamento al sito da valutare. In sostanza i link ad altre risorse che partono dalle pagine autorevoli conservano una parte dell’autorità del sito che le cita, condividendola, però con gli altri siti citati. (…) Google ha trovato un modo per tenere conto della struttura “sociale” delle connessioni tra le pagine, e ciò permette di valutare senza imbattersi in pericolosi e complessi problemi di tipo semantico. L’importanza di un sito dipende in una certa misura dall’attribuzione di valore della collettività, considerata come un organismo intelligente nel suo insieme. (…) Il sistema delle citazioni come base per l’autorevolezza può essere un’arma a doppio taglio. Funziona molto bene per reperire i siti più importanti, quelli più famosi, i cosidetti nodi centrali o hubs della rete, ma è molto meno efficace in altri casi. Per esempio non è adatto se stiamo cercando una risorsa secondaria, di cui non conosciamo esattamente l’esistenza, scritta in una lingua meno usata ne web, pubblicata recentemente o nella quale si sostiene un’ipotesi non condivisa dalla maggioranza delle altre risorse sull’argomento. Se il sistema di Google diviene universalmente condiviso, allora è abbastanza semplice alterare la rilevanza di un sito costruendo artatamente delle pagine che puntino i loro link alla pagina che deve diventare visibile, aumentandone la “risonanza” sociale [Gori e Numerico 2002]”. (a cura di T. Numerico e A. Vespignani, Informatica per le scienze umanistiche, Bologna, Il Mulino, 2003, p.85-86)

  4. Ehm… non si tratta di pensare che Google sia il Grande Fratello (ci basta quello televisivo 😉 ), né il demonio. Per carità. Google ha rivoluzionato il nostro modo di accedere alle informazioni sul Web, e questo è un grandissimo merito. E i due ragazzi che prima hanno avuto l’idea, poi hanno fondato l’azienda, sono stati geniali, non c’è dubbio.
    Si tratta però di non permettere, ora (a dieci anni di distanza dalla nascita dell’azienda Google), che questo motore diventi l’unico accesso alle informazioni sul web. Non dovremmo permettere MAI, in generale, nessun tipo di monopolio sui canali da cui traiamo le nostre informazioni. Né sul Web né fuori dal Web. Parola d’ordine: diversificare diversificare diversificare. Mi sono spiegata?
    Falcon82 ed Elena: avete letto il libro o vi basate solo sul brano che ho postato?

  5. Personalmente credo che sia la pigrizia degli utenti che si affidano ciecamente ai suoi servizi che rende google sempre più “grande fratello”, esattamente come l’indifferenza dei cittadini danneggia la democrazia. Modestamente mi permetto di consigliare l’ascolto dell’intervista a uno degli autori del libro.
    http://albertomaio.blogspot.com/2007/05/luci-e-ombre-di-google.html

  6. Grazie Alberto, interessante l’intervista. Fra l’altro, uno dei componenti del gruppo Ippolita verrà in aprile a fare una Master Lecture al mio Master su Comunicazione, Management e Nuovi media.

  7. Si, lo lessi un annetto fa quando ancora non era così diffuso.

    Se non sbaglio in poche righe di quel libro era riassunta una grossa verità: i nuovi sviluppatori non possono permettersi di creare motori di ricerca nuovi, perché la competizione economica ora come ora sarebbe quantomeno assurda da realizzare.
    Però strumenti da affiancare a Google per integrare altri motori di ricerca esistenti e funzionali in ambiti paralleli sono realizzabili anche con risorse economiche più limitate.
    E questo almeno in parte compenserebbe un monopolio di google come canale trasmissivo.

    Poi magari è solo un’idea mia, ma il Web 2.0 io lo vedo come un modo per ritornare al “passaparola” come strumento di divulgazione di informazioni.
    Deve partire tutto dalle persone. Se non c’è la voglia di cercare cose nuove e di contribuire in prima persona, le alternative non vengono fuori.
    Jimmy Wales ha creato Wikipedia, ma se la comunità non avesse contribuito a migliorarla (e non intendo solo scrivere le voci, ma anche divulgarla) oggi sarebbe abbondantemente morta.

    Insomma come si fa a far svegliare la gente e a far capire loro che il Web è un mondo pieno di possibilità, e basterebbe solo la voglia di esplorarle?

  8. Conosco il libro da diverso tempo.

  9. anche io concordo sul fattore “pigrizia” degli utenti, anche quando sono mediamente “acculturati” in termini web… grazie delle segnalazioni sui due metatomotori, che non conoscevo.

    ps. per la cronaca io ho affidato diversi mie dati sia a Google che a Yahoo, avendo due account per I-Google e per Mio Yahoo. Li uso per servizi diversi. Blogging compreso (ma uso anche WordPress)… differenziare… differenziare 🙂

  10. Conoscevo Ixquick. Per quanto riguarda Google, consiglio di visionare la sezione News della versione italiana, potrebbe dare degli spunti interessanti per un articolo. Faccio un esempio: se un ex Presidente del Consiglio (facilmente capirete di chi parlo) è assolto in un processo per falso in bilancio perchè il governo da lui presieduto ha depenalizzato il reato, la news che ha maggior risalto è quella de “Il Giornale”, che titola (banalizzo, ma credo che la notizia si possa facilmente ritrovare) “Giustizia è fatta”. Oppure, c’è una crisi tra Colombia da una parte e Venezuela ed Ecuador dall’altra (è questione di questi giorni) provocata da un incursione militare dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano: la news che ha più rilevanza su Google (ho appena controllato su Google News Italia) è quella de “Il Sole 24 Ore” che, chissà perchè, titola “Il presidente colombiano: Chavez complice di genocidio”. Uno studio attento forse potrebbe rintracciare sotto questi fenomeni una costante.

  11. Andrea: bella idea. Mi sa che potrebbe essere un post dei prossimi giorni.
    Sarebbe interessante che un laureando o una laureanda ci lavorassero.

  12. Mi trovo in accordo con il post e non conoscevo gli altri metodi di ricerca, nonostante abbia rilevato più volte che Google non da tutti i risultati sperati.

    Soprattutto ho da pochi mesi scoperto che una pagina così utilizzata potrebbe contribuire dal punto di vista del risparmio energetico se cambiasse lo sfondo bianco; conoscete NeroGoogle?

    Non sono una grande ambientalista, ma credo sia una buona iniziativa.

  13. Soprattutto ho da pochi mesi scoperto che una pagina così utilizzata potrebbe contribuire dal punto di vista del risparmio energetico se cambiasse lo sfondo bianco; conoscete NeroGoogle?

    Cara Roberta, il BlackGoogle è un’iniziativa carina, ma il risparmio energetico è purtroppo inferiore rispetto a quello sbandierato inizialmente. La differenza di consumo tra schermo bianco e schermo nero è apprezabile solamente negli schermi a tubo catodico, da pochi mesi superati nelle vendite dagli LCD (senza contare poi il mercato dei portatili, che per ovvie ragioni non vanno a tubo catodico).

    Personalmente trovo il libro di Ippolita illegibile. Le obiezioni tecniche richiederebbero un libro tanto grande quanto il loro, ma sarebbe troppo facile infierire su un libro che liquida la definizione di algoritmo in un paragrafo, salvo poi mettere in nota qualcosa come ‘per maggiori informazioni: wikipedia’. Compendio di ideologia e approcci superficiali (niente di tutto questo è nuovo per chi è nato con altavista e yahoo e ha visto a poco a poco la crescita di Google), parla del segreto del PageRank come un segreto di Pulcinella. A mio avviso, il vero segreto di Pulcinella è quello del libro di Ippolita, in cui ogni pagina sembra un preludio alla rivelazione finale che ci illuminerà sulla vera natura di Google.
    Tre cause intentate a una società che praticamente gestisce il 90% degli accessi alle pagine web in tutto il mondo non mi sembrano un killing argument.
    Nè che i risultati siano catalogati. DoubleClick.net esegue un monitoraggio costante tramite veri e propri spyware installati nei computer degli utenti di mezzo mondo (e di cui essi non sono a conoscenza). E, a differenza di Google, DoubleClick non fornisce nessun servizio ai suoi utenti, ma solo agli agenti di mercato interessati a questi dati.
    E’ poi vera e propria ignoranza (o malizia?) sostentere che il crawler di Google non possa indicizzare pagine dinamiche (quasi tutti i siti che contano sarebbero fuori dai risultati delle ricerche). Esiste a questo scopo il sitemap. Unica limitazione che Google può chiedere, è l’aggiunta del tag , che impedisce di conteggiare le pagine GENERATE dinamicamente (sarebbe assolutamente inutile indicizzare le pagine delle persone che tre giorni fa cercavano un treno da roma a parigi con tariffa ridotta, due adulti, vagone letto e tariffa flexi).

    La malizia più grossa è, tuttavia, insistere ogni 5 pagine sull’opacità del sistema PageRank, senza dire in modo chiaro e tondo che la pubblicazione dell’algoritmo farebbe collassare un’azienda da 800 dollari ad azione e soprattutto vedrebbe cambiare l’impostazione di tutti i siti che farebbero di tutto per “piacere” a Google. Cioè, se domani Google dovesse dire “per avere un posizionamento alto bisogna inserire l’immagine di un cavallo bianco nella home page”, potremmo stare certi che domani la maggior parte dei siti web avrebbe non uno, ma dieci cavalli bianchi in home page.
    E’ già bastato dire che Google Search aderisce alle regole generali del SEO per far fiorire migliaia di sedicenti “esperti di Google” che, in cambio di un lauto compenso, garantiscono un posizionamento elevato del nostro sito (basta digitare Google Ranking, Increase Visibility, ecc. per capire di cosa si tratta).

    L’approccio a mio avviso più positivo nei confronti del sistema Google è quello di Luca Catania (consulente di Web Marketing e Usabilità) che ha inventato il concetto di “ranking biologico”, a tutto vantaggio di un web di qualità.

    Questo non vuol dire, però, che Google sia per me inattaccabile. Il crollo del costo per azioni da 700 a 400 dollari è il preludio della fine di una crescita a dir poco stratosferica. L’ingerenza, sempre più frequente, nei territori dominati dagli applicativi Microsoft (che Google vorrebbe gratuiti, web based, e ovviamente suoi) porterà a scontri in cui si vedrà la vera essenza del gruppo di Mountain View (i due differenti approcci non ricordano tanto quello che successe un quarto di secolo fa tra la mela colorata di Steve Jobs e le bande 0101 di Ibm?).

    Insomma, a mio avviso Ippolita ha attaccato Google sul fianco in cui esso è più forte.

    Ps: GooglePlex sarà anche del capitalismo morbido, e quindi condannabile a priori. Ma fuori da GooglePlex ci sono i contratti a progetto, i 500 euro al mese per 10 ore di lavoro in sistemi gerarchizzati e datori rom******. Anche qui la domanda migliore dovrebbe essere: durerà?

  14. ma guarda come mi tocca leggere in giro per la rete, l’ignoranza tecnologica è esattamente ciò che genera discussioni del genere, se qualcuno di voi,magari prima di studiare scienze dei cioccolatini, avesse provato solo a pensare un algoritmo di ricerca…
    La cultura umanistica in tutto questo è fuori luogo,oggi tutto ciò che è umanistico è sotto copyright, la vera spinta al cambiamento è venuta dagli informatici, niente chiacchere dunque, tutti quei ragazzi che hanno deciso di condividere il proprio lavoro a occhi chiusi (e senza proventi) sene infischiano della malamente detta privacy. Ognuno di loro sa come mandare una mail senza poter essere rintracciato in alcun modo, quando cen’è bisogno. Tutti sanno però che per tenere 300000 server in piedi i soldi devono arrivare da qualche parte.
    Inoltre come leggevo,google reinveste praticamente tutto,le condizioni di lavoro sono tra le migliori al mondo.
    Qui gli analfabeti sono quelli che non sanno come funziona tecnicamente la rete e non quelli che non sanno chi sia platone…

  15. Caro littlegauss, se tu, invece di seguire ciecamente i tuoi pregiudizi, avessi letto il libro di Ippolita e pensato un po’ di più, prima di fare il finto provocatore, non parleresti così.
    Modera i toni, altrimenti il prossimo tuo commento sarà cancellato e il tuo IP messo nello spam.

  16. Pingback: segui il coniglio bianco « Acid Juicy

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