Archivi del giorno: lunedì, 10 marzo 2008

Il virtuale fa male?

Il concetto di realtà virtuale si è diffuso negli ambienti informatici americani a partire dagli anni Ottanta e allude alla realtà percettiva costruita dalle apparecchiature elettroniche, che riesce a produrre effetti simili a quelli del normale funzionamento dei sensi. Questa realtà è detta “virtuale” perché non riguarda oggetti reali, ma immagini computerizzate di oggetti.

Il senso comune ha interiorizzato quest’uso e il termine “virtuale”, in quanto riferito a simulazioni elettroniche, è inteso come illusorio, ingannevole. Per questo di solito ha una connotazione negativa: se qualcosa è virtuale allora dobbiamo starci attenti, perché gli inganni producono delusioni e fanno male. Al contrario, la realtà del mondo sensibile è valorizzata positivamente, in quanto foriera di verità.

Già nel 1995 Pierre Lévy se la prendeva con questa interpretazione negativa del virtuale:
“Generalmente la parola ‘virtuale’ viene utilizzata per significare l’assenza di esistenza pura e semplice, dal momento che la ‘realtà’ implicherebbe una effettività materiale, una presenza tangibile. Ciò che è reale rientrerebbe nell’ordine della presenza concreta (‘l’uovo di oggi’), ciò che è virtuale in quello della presenza differita (‘la gallina di domani’), o dell’illusione” (Qu’est-ce que le virtuel?, La Découverte, Paris, 1995; trad. it. Il virtuale, Cortina, Milano, 1997, p. 5).

Niente da fare. Tutti continuano a pensare al virtuale come una cosa negativa: un’esperienza fasulla o, peggio, una non esperienza. Alla faccia di tutto il virtuale che ogni giorno viviamo: mail, chat, sms, videogiochi, blog… Tutto nocivo, ingannevole?

Per fortuna esiste un senso più interessante di “virtuale”, collegato alla sua etimologia. La parola proviene dal latino medievale virtualis, derivato a sua volta da virtus, che significava forza, potenza. Nella filosofia scolastica “virtuale” era ciò che esiste in potenza e non in atto (come li intendeva Aristotele): l’albero è virtualmente presente nel seme, nel senso che è già nel seme, ma lo è solo in potenza, non ancora attualizzato. Secondo questa interpretazione, il virtuale non si contrappone al reale, ma all’attuale: virtualità e attualità sono due modi diversi del reale.

Ma la cosa più bella di questo virtuale è che si muove. Il virtuale è il nodo di tendenze e forze che sta dentro a una situazione, un evento, un oggetto qualsiasi e prelude al processo di trasformazione che lo porterà in atto. Questo nodo di tendenze fa già parte dell’entità considerata, anzi ne costituisce uno degli aspetti di maggior rilievo. La ragion d’essere del seme è far crescere l’albero.

E ora prova questo esercizio: ogni volta che un giornalista, un politico, un presentatore parla male del virtuale (realtà, rete o mondo che sia), pensa al seme e all’albero. Improvvisamente le parole del giornalista (politico, presentatore) gireranno a vuoto, e in quel virtuale cominceranno a muoversi, come per magia, potenzialità a cui non avevi mai pensato. Io l’ho fatto. Funziona.