Il virtuale fa male?

Il concetto di realtà virtuale si è diffuso negli ambienti informatici americani a partire dagli anni Ottanta e allude alla realtà percettiva costruita dalle apparecchiature elettroniche, che riesce a produrre effetti simili a quelli del normale funzionamento dei sensi. Questa realtà è detta “virtuale” perché non riguarda oggetti reali, ma immagini computerizzate di oggetti.

Il senso comune ha interiorizzato quest’uso e il termine “virtuale”, in quanto riferito a simulazioni elettroniche, è inteso come illusorio, ingannevole. Per questo di solito ha una connotazione negativa: se qualcosa è virtuale allora dobbiamo starci attenti, perché gli inganni producono delusioni e fanno male. Al contrario, la realtà del mondo sensibile è valorizzata positivamente, in quanto foriera di verità.

Già nel 1995 Pierre Lévy se la prendeva con questa interpretazione negativa del virtuale:
“Generalmente la parola ‘virtuale’ viene utilizzata per significare l’assenza di esistenza pura e semplice, dal momento che la ‘realtà’ implicherebbe una effettività materiale, una presenza tangibile. Ciò che è reale rientrerebbe nell’ordine della presenza concreta (‘l’uovo di oggi’), ciò che è virtuale in quello della presenza differita (‘la gallina di domani’), o dell’illusione” (Qu’est-ce que le virtuel?, La Découverte, Paris, 1995; trad. it. Il virtuale, Cortina, Milano, 1997, p. 5).

Niente da fare. Tutti continuano a pensare al virtuale come una cosa negativa: un’esperienza fasulla o, peggio, una non esperienza. Alla faccia di tutto il virtuale che ogni giorno viviamo: mail, chat, sms, videogiochi, blog… Tutto nocivo, ingannevole?

Per fortuna esiste un senso più interessante di “virtuale”, collegato alla sua etimologia. La parola proviene dal latino medievale virtualis, derivato a sua volta da virtus, che significava forza, potenza. Nella filosofia scolastica “virtuale” era ciò che esiste in potenza e non in atto (come li intendeva Aristotele): l’albero è virtualmente presente nel seme, nel senso che è già nel seme, ma lo è solo in potenza, non ancora attualizzato. Secondo questa interpretazione, il virtuale non si contrappone al reale, ma all’attuale: virtualità e attualità sono due modi diversi del reale.

Ma la cosa più bella di questo virtuale è che si muove. Il virtuale è il nodo di tendenze e forze che sta dentro a una situazione, un evento, un oggetto qualsiasi e prelude al processo di trasformazione che lo porterà in atto. Questo nodo di tendenze fa già parte dell’entità considerata, anzi ne costituisce uno degli aspetti di maggior rilievo. La ragion d’essere del seme è far crescere l’albero.

E ora prova questo esercizio: ogni volta che un giornalista, un politico, un presentatore parla male del virtuale (realtà, rete o mondo che sia), pensa al seme e all’albero. Improvvisamente le parole del giornalista (politico, presentatore) gireranno a vuoto, e in quel virtuale cominceranno a muoversi, come per magia, potenzialità a cui non avevi mai pensato. Io l’ho fatto. Funziona.

10 risposte a “Il virtuale fa male?

  1. Giovanna,

    che bello e augurale iniziare la settimana leggendo un post come questo.
    Sottoscrivo tutto, soprattutto la dimensione potente, generativa e dinamica del virtuale, cui non avevo mai riflettuto.
    D’ora in poi penserò anch’io al seme e all’albero. Mi viene già naturale… 😉

    Luisa

  2. in questo periodo di campagna elettorale direi che è il consiglio migliore che potessi ricevere 😀

  3. Stiamo attenti a pensare troppo al seme come “potenza dell’albero” in questo periodo in cui qualche ORRENDO E SUDATO CICCIONE TELEVISIVO si sta facendo in quattro per mettere in discussione la legge 194. Sarà mica che in qualche caso il seme è solo un seme e nient’altro? magari non tutti i semi sono destinati a diventare alberi…
    Buon inizio settimana a tutti;-)

  4. Marco, hai ragione da vendere, accidenti.
    La metafora del seme è di Aristotele ed è ripresa da Lévy, ma devo farmi venire un’altra idea: è verissimo che di questi tempi è pericolosa. La tua osservazione mi ha fatta saltare sulla sedia. Per fortuna però ci salviamo con questa considerazione: è talmente diffusa l’idea che il virtuale sia negativo che a un Pro-life qualunque è molto difficile venga in mente di associare il virtuale al seme.
    Che la stessa metafora possa avere ricadute molto diverse (e addirittura controproducenti) quando cambiano i contesti storici, politici e sociali è cosa nota.
    Sperimentarlo in diretta è un’esperienza forte. Roba che non me lo scordo più.

  5. Certo che è proprio vero: il virtuale viene sempre visto come un surrogato di realtà posticcia. A me piace: da oggi penso anche io al seme e all’albero (può essere che non mi irrito quando qualche vecchio criticone spara contro il virtuale!)

  6. La diatriba sulla realtà virtuale e la virtualità reale mi intriga da sempre. Da ben prima di Lévy (le cui tesi ho sposato divorziando da Virilio)… Identificarsi con Julien Sorel o Anna Karenina, non è poi molto diverso dall’indossare un avatar o zompettare per SecondLife. Del resto, per farla breve, la discussione appare filosoficamente ridondante, visto che non esistono realtà reali, ma solo realtà virtuali (l’aveva scoperto persino un onesto artigiano del pensiero come Pirandello che oggi direbbe: siamo tutti degli avatar)… Comunque: bel blog e… Buona vita.

  7. E’ tutta colpa di Matrix (il film) se il virtuale viene visto come qualcosa di negativo. Cioè è tutta colpa di Orwell. Sarà per carattere, sarà perchè figlia degli anni ’80 – dell’epoca delle immagini – ma nutro una certa diffidenza nei confronti del virtuale. Non per ciò che concerne la tecnologia, che anzi nel campo ha raggiunto uno sviluppo tale che chiunque può consultare e creare informazioni, esperienza, ma perchè dietro ad un monitor c’è l’uomo. E il problema è fondamentalmente proprio questo: col virtuale, o si nasconde il proprio essere o se ne diviene troppo consci tanto da estremizzare i propri comportamenti. Il virtuale è sì fluido ma non tutti gli uomini hanno quell’elasticità mentale che hanno quegli strumenti che utilizzano. Si insomma c’è da rifare l’uomo va, un uomo nuovo. E vai con la pedanteria, pure Marx questa sera.
    Bella la rappresentazione, alquanto poetica, dell’etimologia di virtuale. Ma io, quando sento questa parola, mi viene in mente una sola cosa: I Sims 2. Mentre 15 anni fa avrei pensato alle patatine coniche (buone!!).
    Poi se sento un giornalista, un politico o un presentatore che parla male del virtuale vuol dire che sto guardando StudioAperto.

  8. Il discorso si fa interessante se comiciamo a chiederci quali sono le potenzialità/virtualità proprie della nostra specie animale.
    Una delle risposte più intriganti è che la nostra potenzialità specie-specifica è… generare tecnologia che modifica le potenzialità!
    Una risposta più interessante, per me, sarebbe dire che la nostra potenzialità specie-specifica è l’autocoscienza… un virtuale troppo spesso in espresso!

  9. Ciau!
    Bel Post!

    “Citata”: h**p://www.myspace.com/my_slave

    ->Marco

  10. Salve Professoressa Cosenza,
    le vorrei segnalare un video del Professore Serafino Massoni in cui viene citato questo suo articolo:

    Indirizzo video:
    http://www.youtube.com/watch?v=7w6Bxx5ENbY.
    Indirizzo Canale YouTube di Serafino Massoni:
    http://www.youtube.com/user/serafinomassoni.

    Cordiali Saluti,
    Marco/ikitoki

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.